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    Predefinito Tecniche della nonviolenza

    Le tecniche della nonviolenza 1)

    6 maggio 2010

    di Aldo Capitini

    Ha bisogno di presentazione Aldo Capitini? Limitiamoci a qualche nota biografica. Nato a Perugia, compie gli studi universitari alla Normale di Pisa. Nel 1933 ne viene cacciato via, “colpevole” di essersi rifiutato di iscriversi al partito fascista. Antifascista e nonviolento, viene ripetutamente incarcerato dal regime. Dopo la Liberazione è animatore di molte iniziative e campagne per una riforma religiosa, la pace e l’obiezione di coscienza, per lo sviluppo e la difesa della scuola pubblica. Docente all’università di Perugia, animatore del Movimento Nonviolento, per anni ha diretto i mensili “Azione nonviolenta” e “Il potere di tutti”. Di nonviolenza ha scritto in parecchi volumi. “Elementi di un’esperienza religiosa”, “La nonviolenza oggi”, “In cammino per la pace”, “Religione aperta”, “Antifascismo tra i giovani”; e questo “Le tecniche della nonviolenza” che qui proponiamo.



    Il metodo nonviolento

    In questi ultimi tempi si è fatto qualche progresso in Italia nel campo che esamineremo, oltre che per il numero delle persone interessate, anche perché si è cominciato a scrivere nonviolenza in una sola parola, sicché si è attenuato il significato negativo che c’era nello scrivere non staccato da violenza, per cui qualcuno poteva domandare: “Va bene, togliamo la violenza, ma non c’è altro”. Se si scrive in una sola parola, si prepara l’interpretazione della nonviolenza come di qualche cosa di organico, e dunque, come vedremo, di positivo.



    Un altro progresso sta nell’uso ormai frequente di concretare la parola nonviolenza nell’espressione metodo nonviolento.



    Dice il Kilpatric a proposito del metodo nell’insegnamento (1):



    “Il problema del metodo in senso largo riguarda il modo in cui dobbiamo comportarci, in cui dobbiamo dirigere la classe, i ragazzi ed ogni cosa che li concerne, in modo che da tutto questo essi abbiano assicurato il maggiore e migliore sviluppo possibile. Ci piaccia o no, ne siamo o no consapevoli gli apprendimenti si verificheranno sempre tutti insieme. E’appunto di questo insieme, di questa combinazione che noi portiamo la responsabilità. Il problema in senso stretto riguarda uno o più aspetti particolari, presi separatamente; il problema preso in senso largo riguarda l’insieme, il tutto”.



    Questa idea di un metodo per la nonviolenza è importante, perché presenta l’aspetto di un insieme che comprenda atteggiamenti vari dell’uno o dell’altro; e presenta anche la necessità di una certa disciplina, di un certo ordine nella messa in pratica delle tecniche della nonviolenza, che sono i modi nei quali essa possa essere attuata, tenendo conto delle situazioni, dei problemi, degli scopi relativi a determinate circostanze.



    Bisogna tuttavia far subito due osservazioni preliminari: che la raccolta organica delle tecniche in un “metodo” non vuol dire affatto che sia escluso l’apporto di nuove ideazioni, di esempi e proposte di modi non pensati prima. Il metodo è una presa di coscienza ed una sistemazione indubbiamente utile dal punto di vista teorico ed anche dal punto di vista educativo e pratico, ma guai se dovesse spegnere la creatività di nuovi modi, proprio in determinate situazioni. L’altra osservazione, prossima alla prima, è che la cosa fondamentale non è la conoscenza del metodo come il possesso di uno strumento, ma ciò che è nell’animo, cioè l’apertura allo spirito della nonviolenza.



    Dice Gesù Cristo ai suoi apostoli, appunto per toglier loro la sollecitudine sulle cose da dire quando saranno presi dai tribunali e condotti davanti a governatori e re(2):



    “Quando vi metteranno nelle loro mani, non siate ansiosi del come parlerete o di quel che avrete a dire: perché in quel momento stesso vi sarà dato quel che avrete a dire. Poiché non siete voi quelli che parlate, ma parla in voi lo Spirito del Padre vostro”.



    Quando la studiosa americana Boundurant, autrice di libri fondamentali sul metodo foggiato da Gandhi e chiamato Satyagraha, ebbe con lui un breve colloquio in India nel 1946, Gandhi le disse (3): “Ma il Satyagraha non è un oggetto di ricerca – voi dovete farne esperienza usarlo, vivere in esso”.



    1) William Heard Kilpatrick, “I fondamenti del metodo”, Ed. La nuova Italia, Firenze 1962, pag.106.

    2) Matteo X, 19-20.

    3) Joan V. Boundurant, “Conquest of violence”, Princeton University Press, 1958, pag.146.
    Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale (Marco Pannella)

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    Predefinito Rif: Tecniche della nonviolenza

    Le tecniche della nonviolenza 2)

    10 maggio 2010

    di Aldo Capitini

    I fini e i mezzi

    Questo richiamo al primato della pratica diretta – comune a tutti coloro che vedono il mondo come qualche cosa da cambiare – assume un valore particolare per il metodo nonviolento, a causa della coincidenza che in esso c’è dei mezzi e dei fini. Nella grossa questione del rapporto tra il mezzo e il fine, la nonviolenza porta il suo contributo in quanto indica che il fine dell’amore non può realizzarsi che attraverso l’amore, il fine dell’onestà con mezzi onesti, il fine della pace non attraverso la vecchia legge di effetto tanto instabile “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, ma attraverso un’altra legge: “Durante la pace, prepara la pace”.



    Non si insisterà mai abbastanza specialmente in presenza di mentalità superficialmente legalistiche, farisaiche, intimamente indifferenti, che la nonviolenza è affidata al continuo impegno pratico, alla creatività, al fare qualche cos, se non si può fare tutto, purché ogni giorno si faccia qualche passo in avanti. La nonviolenza è affidata ad un metodo che è aperto in quanto accoglie e perfeziona sempre i suoi modi, ed è sperimentale perché saggia le circostanze determinate di una situazione. E siccome la nonviolenza nella sua espressione positiva è “apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo, di ogni essere”, e nella sua espressione negativa è “proposito di non distruggere gli esseri, di non offenderli, di non torturarli né di sopprimerli”, è chiaro che un metodo così ispirato dia il massimo rilievo ai mezzi. Dice Gandhi:



    “Si dice: “i mezzi in fin dei conti sono mezzi”. Io vorrei dire “i mezzi in fin dei conti sono tutto”. Quali i mezzi, tale il fine. Il Creatore infatti ci ha dato autorità (e anche questa molto limitata) sui mezzi,non sul fine…La vostra convinzione che non vi sia rapporto tra mezzi e fine, è un grande errore. Per via di questo errore, anche persone che sono state considerate religiose hanno commesso crudeli delitti. Il vostro ragionamento equivale a dire che si può ottenere una rosa piantando un’erba nociva…Il mezzo può essere paragonato ad un seme, il fine ad un albero; e tra il mezzo e il fine vi è appunto la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l’albero”.



    L’attenzione che Gandhi spinge così a portare sui mezzi che si usano, si connette evidentemente con le ricerche indirizzate, nel campo morale, a considerare gli esseri razionali come fini e non come mezzi. Si connette anche con illuminanti osservazioni del Dewey sul fatto che, prima di dire che ogni mezzo è usabile, bisogna pur considerare il costo dei mezzi, le conseguenze del loro uso (1):



    “Noi dobbiamo includervi con imparzialità tutte le conseguenze. Anche ammettendo che una certa menzogna salverà un’anima umana, qualunque cosa ciò possa significare, sarà ancora vero che la menzogna avrà altre conseguenze, cioè le solite conseguenze che derivano dal corrompere la buona fede e che portano alla condanna della menzogna. E’ una ostinata follia il volersi fissare sopra un qualche singolo fine o conseguenza che piaccia e permettere che ciò ci faccia perdere di vista la percezione di tutte le altre conseguenze non desiderate e non desiderabili”.



    Ma la concezione gandhiana va ancora più in là del richiamo del Dewey alla considerazione della gravità, nell’uso di certi mezzi, che può essere sproporzionata all’acquisto di un fine: per Gandhi i mezzi sono più che strumentali, sono creativi, costruttivi già per se stessi (2).



    E si potrebbe svolgere questa idea mostrando l’importanza che ha oggi il persuaderci del valore sommo che sta acquistando il principio di apertura all’esistenza, libertà, sviluppo di ogni essere. Se un tempo lo schiavo acquistò valore di persona, tale da non esser più possibile di considerarlo giuridicamente come cosa, come mezzo; e si può ben dire che oggi un ulteriore sviluppo storico può acquistare il principio che mai una esistenza – umana, per lo meno – possa essere considerata più come mezzo. Il fatto che la violenza, cioè il metodo della distruzione degli avversari, potrebbe oggi arrivare alla distruzione atomica della vita sulla terra; il fatto anche del continuo allargarsi degli orizzonti attuali a comprendere “la realtà di tutti” sono indubbiamente sollecitazioni alla tensione nonviolenta considerata come primaria e universale.



    1) Dewey, “Natura e condotta dell’uomo”, trad. it. Ed. La Nuova Italia, Firenze, pag.243.

    2) Cfr. Bondurant, op. cit., pag. 233.
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  3. #3
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    Predefinito Rif: Tecniche della nonviolenza

    Le tecniche della nonviolenza 3)

    11 maggio 2010

    di Aldo Capitini

    Il Satyagraha

    E’ stato detto che Gandhi ha lasciato all’India il metodo del Satyagraha (1). Satyagraha è il nome che assunse il metodo nonviolento usato da Gandhi. E’ discutibile l’affermazione che l’eredità sia per l’India, perché è piuttosto dire che l’India è stata presa dai suoi imponenti problemi di nuova nazione e non ha portato avanti né l’autoeducazione nel Satyagraha né la sua applicazione su massima scala, e il metodo gandhiano è piuttosto stato raccolto dal mondo, fuori dell’ambiente e della tradizione indiane, tanto è vero che Martin Luther King negli Stati Uniti, fondatore di una Gandhi Society, lo ha applicato e svolto con immensa efficacia. Ma è esatto dire che il Satyagraha è il contributo massimo che Gandhi ha dato. Perché tecniche nonviolente erano state usate qua e là da millenni, qualche volta collettive, il più delle volte individuali. Anzi la storia stessa dell’uomo non sarebbe quella che è se, a fianco delle tecniche della violenza, indubbiamente tanto sviluppate da lontanissimi tempi, non fossero esistete le tecniche della nonviolenza. Dice un libro di Humayun Kabir sull’educazione nella nuova India (2):



    “E’ urgente che gli studenti di storia abbiano oggi una prospettiva del mondo non nazionalistica e bellicistica, e comprendano che la storia dell’uomo è una lunga marcia verso una luce, una libertà, una mitezza più grandi, a cui gli uomini e le donne di differenti nazioni, paesi ed epoche hanno cooperato, consapevolmente in alcune rare occasioni, ma più spesso senza essere consapevoli della loro meta comune e del comune sforzo. Gli uomini sono stati più sensibili alla lotta e alla competizione alla superficie che alla cooperazione spinta lontano, che sta alla base del progresso umano; ma essi debbono ora imparare che è soltanto una mezza verità che la lotta per l’esistenza è la legge della vita. Se la competizione ha alcune volte portato avanti la causa del progresso, la cooperazione è stata fondamentale per la sopravvivenza della specie. Questo è particolarmente vero nel caso dell’uomo. Così i suoi deboli sensi e gli scarsi poteri fisici, egli ha tuttavia trionfato sul resto della creazione soltanto perché egli poteva cooperare su una scala sconosciuta ad ogni altro animale. Questo ha potuto fare a causa del linguaggio. La parola gli dette il potere di comunicare con una precisione e sopra un’area di esperienza che è unica. Da quando il linguaggio è una eredità sociale che è trasmessa da una generazione all’altra mediante l’educazione, gli insegnanti hanno il dovere verso la società di accentuare l’elemento di cooperazione implicito in ogni comunicazione mediante il linguaggio.



    Ma Gandhi ha decisamente preso la nonviolenza dall’esperienza soltanto individuale e ne ha fatto un metodo per moltitudini, ha ripreso e creato organicamente modi, ha coordinato il tutto ben incentrandolo in un principio unico, che egli stesso espresse così (2):



    “Ricordo come rimase impresso in me un verso di una poesia del Gugerat che imparai a scuola da bambino. In sostanza, si trattava di questo:”Se un uomo ti dà un sorso d’acqua, questo non è nulla. La vera bellezza consiste nel ricambiare il male con il bene”. Da bambino, questo verso esercitò su di me un’influenza formidabile, ed io tentai di porlo in pratica. Poi venne il “Discorso della Montagna”. Quando lessi passi come: “Non opporti a chi è malvagio, ma a chi ti dà uno schiaffo presenta anche l’altra guancia”, e “Amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano, affinché possiate essere i figli del Padre vostro ch’è in Cielo”, fui né più né meno sopraffatto dalla gioia e trovai la conferma di ciò che pensavo là dove meno me l’ero aspettata. Il libro religioso induista “Bhagavad Gita” intensificò questa impressione e “Il regno di Dio è dentro di te” di Tolstoi, le fece assumere una forma definitiva”.



    Alla luce di questo principio doveva costituirsi e articolarmi il metodo di realizzazione. Si trattava di uscire dal dilemma della violenza e prepotenza, talvolta ammantata di un ipocrita valore giuridico, e dell’inerzia e passività che tutto subisce; si trattava di mostrare la possibilità di una posizione di coraggio aperto e attivo, ma non per distruggere l’avversario, un coraggio di lottare, ma con amorevolezza verso l’avversario. Diceva Gandhi (3):



    “Non posso predicare la nonviolenza a un vile, più di quanto non possa indurre un cieco a godere di scene salutari. La nonviolenza è il culmine del coraggio. E nella mia esperienza non ho incontrato difficoltà a dimostrare a uomini allevati alla scuola della violenza la superiorità della nonviolenza. Vile, quale fui per anni, albergavo la violenza. Cominciai ad apprezzare la nonviolenza quando cominciai a liberarmi della viltà. Uno che alberga violenza e odio nel suo cuore e ucciderebbe il nemico se potesse farlo senza nuocere a se stesso, è estraneo alla nonviolenza. Non devo permettere che un vile cerchi rifugio nella così detta nonviolenza. La mia fede nella nonviolenza è una forza estremamente attiva. Non lascia posto alla viltà e neppure alla debolezza. La nonviolenza va annunciata a coloro che sanno morire, non a coloro che temono la morte. Proprio come nell’allenamento alla violenza uno deve imparare l’arte di uccidere, così nell’allenamento alla nonviolenza uno deve imparare l’arte di morire. Chi non ha superato ogni paura, non può praticare la nonviolenza alla perfezione”.



    Perciò Gandhi, allo scopo di sostituire all’espressione “resistenza passiva” per il metodo della lotta che egli stava conducendo nel Sud Africa, una denominazione più propria, assunse nel 1906 la parola Satyagraha (4):



    “Tutti i principali eventi della mia vita mi preparavano al Satyagraha. Noi usavamo nel Gujarat la frase “resistenza passiva”, ma il termine era interpretato troppo strettamente, perché si riteneva che fosse l’arma dei deboli, che venisse caratterizzato dall’odio e potesse manifestarsi anche con la violenza…Era chiaro che gli Indiani dovevano coniare una nuova parola per indicare il movimento nuovo”.



    Così Gandhi annunciò nel suo giornale “Indian Opinion” che sarebbe stato assegnato un premio per il miglior nome inventato per designare il movimento. E vi fu uno che indicò il termine “Sadagraha”, che voleva dire “fermezza nella buona causa”. Così dice Gandhi (5):



    “Mi piacque la parola, ma essa non rappresentava l’intera idea che io desideravo significare. Perciò la corressi in Satyagraha. Satya che vuol dire Verità, implica amore, e agraha che vuol dire fermezza, genera forza, e talvolta serve come sinonimo di forza. Così cominciai a chiamare il movimento Satyagraha, cioè la Forza che è generata da Verità e Amore cioè nonviolenza, e rinunciai all’uso della frase “resistenza passiva”.



    Da allora i volontari si chiamarono satyagrahi, il loro numero si moltiplicò, specialmente quando il movimento si trasferì in India per dare inizio nel 1917 alla lotta dei contadini del Champaran e poi alla campagna per la liberazione dell’India dal dominio inglese. Il nome fu assunto da gruppi e movimenti; e continua ancora. Ma torniamo al termine per esaminarne il contenuto. In sanscrito “satya” significa verità, da “sat” che vuol dire “ciò che è”; “agraha”, che vuol dire “affermare fortemente”; il termine sinteticamente significa: tenersi alla verità, forza della verità. Ma che cosa Gandhi intende per Verità?



    “La parola Satya (Verità) è derivata da Sat, che significa ciò che è. E nulla è o esiste in realtà eccetto la Verità. Questa è la ragione per cui Sat o Verità è forse il nome più importante di Dio. Infatti è più corretto dire che la Verità è Dio, piuttosto che Dio è la Verità. Per me la Verità è Dio, e non c’è una via migliore per trovare la Verità che quella della nonviolenza (6). Per vedere a faccia a faccia l’universale spirito di Verità che tutto pervade, bisogna essere capaci di amare l’essere più meschino della creazione come noi stessi. E colui che aspira a questo non può permettersi di tenersi lontano da alcun campo della vita. Perciò la mia devozione alla verità mi ha spinto nella politica; e posso dire senza la minima esitazione, e pure in tutta umiltà, che chi dice che la religione non ha nulla a che vedere con la politica, non sa che cosa significhi religione. Mi sforzo di vedere Dio attraverso il servizio dell’umanità, perché so che Dio non è in cielo né quaggiù, ma in ciascuno di noi.

    La Verità deve costituire il centro di ogni nostra attività; deve essere il soffio stesso della nostra vita. La Verità è l’anima, lo spirito. La Verità deve manifestarsi nei nostri pensieri, nelle nostre parole e nelle nostre azioni. E perciò molto più che la veracità, cioè di non dire menzogne. La ricerca della Verità, la sua realizzazione in noi, non può avvenire senza la nonviolenza. La Nonviolenza e la Verità sono così strettamente allacciate che è praticamente impossibile di distinguerle e di separarle l’una dall’altra. Sono come due facce di una medaglia, o piuttosto di un disco di metallo liscio e senza impronta. Chi può dire qual è il recto, e quale il retro? Nonviolenza è non far male ad alcun essere vivente, ma non è soltanto questo (che è contenuto nel termine “ahimsa” – non fare male); il principio della nonviolenza è violato da ogni pensiero cattivo, da ogni fretta ingiustificata, dalla menzogna, dall’odio, dal fatto di augurare il male a qualcuno (7). Ognuno vicino a noi deve provare un senso di sicurezza. Tutti gli esseri umani dovrebbero esserci cari come i nostri parenti stretti (8)”.



    1) Bondurant, op. cit. pag.4.

    2) Humayun Kabir, “Education in New India”, George Allen and Unwin, London, 1958, pagg.183-184.

    3) B.R.Nanda, “Gandhi il Mahatma”, ed. Mondatori, Milano, 1962, pagg.94-95.

    4) Gandhi, “Antiche come le montagne”, e Bondurant, op. cit., pag.29.

    5) G.Borsa, “Il Risorgimento indiano”, ed. Bompiani, Milano, 1962, pag.35.

    6) Bondurant, op. cit. pag.8

    7) Vedi Gandhi, “Antiche come le montagne”.

    8) Vedi Gandhi, “Lettres à l’ashram”, Union des imprimiers, Frameries, Belgio, 1937.
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    Predefinito Rif: Tecniche della nonviolenza

    Le tecniche della nonviolenza 4)

    12 maggio 2010

    di Aldo Capitini

    La verità

    Abbiamo riportato largamente il pensiero di Gandhi perché la connessione tra Verità e Nonviolenza è fondamentale, e perché sia possibile avvicinarsi al significato del termine Verità, che non è facile afferrare nella sua interezza: la Verità è ciò che è veramente, il Valore in sé, il Bene in sé e nello stesso tempo la Legge morale, e ciò che è Giusto, e va adempiuto; è l’ordinamento morale del mondo, la Legge e il Legislatore nello stesso tempo; è la realtà morale e divina che è al di là delle apparenze del mondo; è onnipresente e invisibile nello stesso tempo. E’ un dualismo che c’è nella tradizione indiana, e che fa pensare a quello del Kant tra fenomeno e noumeno conoscibile praticamente. E siccome i nostri limiti individuali ci impediscono di cogliere questa verità nella sua pienezza, noi ci avviciniamo ad essa instancabilmente soltanto stando aperti a chi è diverso da noi, mediante l’amore per ogni essere, mediante la nonviolenza, e mediante il dialogo, nel quale noi sosteniamo le nostre idee, ma non escludiamo di esser convinti dagli altri (1). Risulta, dunque, chiaro che la ricerva della Verità viene compiuta con amore proprio per gli essere individuali, che la nonviolenza è mezzo alla Verità, e che ciò che noi intraprendiamo sono “sperimenti con la Verità”, sono cioè tentativi di attuare nelle concrete situazioni quei modi di nonviolenza che meglio ci avvicinano alla Verità. Difatti Gandhi intitolò la sua autobiografia “Storia dei miei esperimenti con la Verità”.



    Si osservi anche che nei passi che abbiamo riportato, Gandhi entra nel campo della politica, appunto perché la Verità com’egli la pensa, è presente nel campo sociale e politico, come ciò che è giusto, ciò che è libertà, sviluppo, ciò che è un bene per tutti, e perciò è doveroso per ciascuno. E insieme con la Verità è presente, in tale campo, il mezzo ad essa, che èla Nonviolenza, che per Gandhi è proprio da attuare in mezzo agli altri e con gli altri, non in una caverna.



    Ai due elementi, Verità e Nonviolenza, si aggiunge strettamente il terzo, che è la propria sofferenza. Non possibile intendere il Satyagraha senza comprendervi la prontissima disposizione a soffrire, che è la garanzia della sincerità e serietà delle posizioni che si difendono, la prova che il satyagrahi non vuole schiacciare l’avversario, trionfare su di lui, ma soltanto persuaderlo. Dice Gandhi: “La Verità si difende non facendo soffrire il nostro avversario, ma soffrendo noi stessi”.



    Chiariamo questi due punti:



    Il satyagrahi avversa non il peccatore, ma il peccato; ama profondamente la persona che fa una cosa ingiusta, e applica le tecniche nonviolente perché anche quella persona riconosca che sta facendo una cosa ingiusta; possibilmente vorrebbe avere l’avversario alleato nella lotta contro una cosa ingiusta. Cioè il satyagrahi non identifica il peccatore col peccato, e considera superiore al peccato l’unità col peccatore, con l’autore di cosa ingiusta, perché questa unità è amor, gioia, festa, e nessuno può esserne escluso. Entro questa unità è possibile il dialogo, la dialettica, la testimonianza della propria posizione sia con la persuasione degli altri, sia con la propria sofferenza e anche la morte.



    Il satyagrahi tenta le vie per arrivare a un accordo con l’avversario, non per fiacchezza, peché egli è saldo in ciò che vuole, ma per umiltà affettuosa, rimandando ad ulteriori sviluppi il raggiungimento di un maggior numero di obbiettivi. L’ideale in una situazione sarebbe di arrivare non alla vittoria di una parte, e alla sconfitta dell’altra, ma ad una soluzione che piacesse a entrambe le parti; cioè lo sforzo del satyagrahi è che non ci sia una parte mortificata, umiliata, ma che sia invece convinta. In questo aspetto del metodo nonviolento c’è indubbiamente una somiglianza col metodo dei Quaccheri (questi cristiani pratici nonviolenti senza dogmi, senza riti e senza sacerdoti), i quali non prendono le loro decisioni a maggioranza, ma all’unanimità, sulla base del “senso della riunione” che deve ispirarli (2).



    Nell’intendere il Satyagraha, come abbiamo visto, Gandhi mette un fondamentale proposito religioso, pur nel senso più largo e aperto: la nonviolenza è congiunta con la verità viva, quella verità che Gandhi può chiamare anche Dio, avvertendo che preferisce dire: la Verità è Dio, così comprende tutti anche l’ateo; che non dire: Dio è la Verità, che escluderebbe coloro che non credono in Dio, eppure seguono la Verità, cioè operano il bene. Ma oltre al lato religioso e al lato morale, c’è anche il lato civico. Difatti alle varie traduzioni del termine Satyagraha come “fermezza della Verità”, “fermezza nella Verità”, “forza dell’Amore o forza dell’Anima”, si aggiunge quella di Loius Massignon, che l’interpreta come “rivendicazione civica della Verità”, ponendo l’accento sull’impegno di trasformare effettivamente la società, come una lotta che può anche porsi contro le leggi ingiuste, ma pubblicamente non rifiutando la pena. Non tutti in India erano d’accordo con Gandhi circa i riferimenti religiosi del metodo nonviolento. Lo racconta Nerhu nella sua “Autobiografia” (3):



    “Fummo toccati da questi ragionamenti di Gandhi, ma per noi e per il Congresso il metodo della nonviolenza non era e non poteva essere una religione né un credo od un dogma indiscutibili. Poteva soltanto essere un principio politico ed un metodo che prometteva certi risultati, e da quei risultati doveva infine essere giudicato. Certi individui potevano fare di tale metodo una religione od un credo incontrovertibile, ma ciò non poteva essere compiuto da alcuna organizzazione politica, finché essa fosse rimasta tale”.



    Questa affermazione è importante, anche perché è indicativa di ciò che doveva vedersi meglio dopo la liberazione dell’India, quando vi fu una netta separazione tra il gandhismo e la politica del governo indiano (4). Del metodo Satyagraha si è impadronito il mondo, che lo applica, come vedremo, a circostanze diverse, e con aggiunte e svolgimenti importanti, appunto perché è un metodo aperto. La sua accettazione come punto di partenza nella pratica non implica certamente tutte quelle norme e perfino voti ascetici, che Gandhi vi connetteva per coloro che dovessero attuarlo nella sua perfezione etico-religiosa, per esempio nella comunità,o ashram, intitolata al Satyagraha, nella quale si entrava e si entra con certi impegni o voti. Gandhi faceva così per rendere meglio possibile il Satyagraha, perché pensava(5): “Il Satyagraha è impossibile senza riserve di energia spirituale”. E queste riserve si creano con una tensione interiore, capace di rinunce, per rendere il proprio corpo strumento docile e adeguato.



    1) Bondurant, op. cit. pag. 34.

    2) F.E.Pollard, Beatrice E.Pollard, Robert S.W.Pollard, “Democracy and the Quaker Method” Philophical Library, 15 East 40 th. Street, New York 16, N.Y., 1950.

    3) Nerhu, “Autobiografia”, ed. Feltrinelli, Milano, 1955, p. 96.

    4) Vedi Elisabeth Mann Borgese, “Visita a Nerhu”, in “Ponte”, aprile 1964.

    5) G.Borsa, op. cit. pag.40
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    Predefinito Rif: Tecniche della nonviolenza

    Le tecniche della nonviolenza 5)

    13 maggio 2010

    di Aldo Capitini

    Un metodo per tutti

    Il metodo nonviolento, diceva Gandhi, ha il pregio di stabilire la perfetta eguaglianza, perché se la libertà deve essere condivisa in modo eguale da tutti – anche il più debole, il paralitico, lo zoppo – essi devono poter contribuire in egual modo alla sua difesa (1). E Martin Luther King (2):



    “A Birmingham nelle schiere della lotta nonviolenta si poterono arruolare anche gli zoppi e gli sciancati. Al Hibler, il cantante cieco, non sarebbe mai stato accettato nell’esercito degli Stati Uniti, e in quello di qualsiasi altra nazione, ma nelle nostre file egli occupò un posto di comando. Nell’esercito della nonviolenza c’è posto per tutti coloro che vogliono arruolarsi. Non ci sono distinzione di colore, non ci sono esami da sostenere né garanzie da dare, senonché come un soldato degli eserciti della violenza deve controllare e tener pulito il suo fucile, così i soldati della nonviolenza sono tenuti a esaminare e a rendere belle le loro armi più grandi: il cuore, la coscienza, il coraggio e il senso della giustizia”.



    E’ stato anche osservato che un tale metodo non ha bisogno di abolire lo Stato per realizzarsi, come è in certe teorie politiche. Il metodo nonviolento conduce la sua “azione diretta” e vi porta gente di idee e di educazione diverse. Il termine di “azione diretta”, caro ai sindacalisti rivoluzionari francesi istruiti da Sorel all’inizio del secolo, è passato da quelle tecniche che non escludevano la violenza, al metodo nonviolento, proprio per indicare l’intervento diretto, volto a decidere con l’azione anche di contrasto, ma nonviolento. Dice Gandhi: “Nulla su questa terra è stato fatto senza azione diretta”.



    E tali sono le tecniche usate dal nuovo pacifismo, che in Inghilterra ha preso anche il nome di unilateralismo. Peter Cadogan, del Comitato inglese dei Cento, ha detto (3):



    “La società nonviolenta del futuro è un neonato molto robusto che lotta per nascere in mezzo a noi. Ponendo fine alla violenza noi sostituiremo la società politica con la società umana. Nella società politica i pochi governano i molti; nella società umana i molti sono autonomi. Di questo nuovo principio non dobbiamo soltanto parlare, esso va incorporato nella pratica, ora. La nonviolenza richiede un pensiero molto calcolato e arduo. Abbiamo una regola nelle nostre manifestazioni: nessuno deve correre e nessuno deve urlare: perché il correre e l’urlare si comunicano alle forze di polizia e creano le condizioni per il panico e il tumulto. La manifestazione è un modo attraverso il quale centinaia di persone possono comunicare con milioni di persone. E deve essere considerata essenzialmente come mezzo di comunicazione attraverso l’azione”.



    E’ evidente da queste parole l’importanza che assume l’esame diretto delle tecniche o modi di realizzazione di tale metodo. L’azione diretta nonviolenta entra nella vita di chi ne è persuaso e vi diventa centrale.



    A questo punto, sgombrati i pregiudizi sulla nonviolenza come inerzia o inefficienza, viene meglio in luce l’analogia tra il problema politico sociale e il problema del metodo di lotta, analogia che nella seconda metà di questo secolo appare orientatrice. All’antiquato dilemma tra metodo violento e rassegnazione inerte, viene sostituita l’attiva iniziativa del metodo nonviolento, di cui già si contano molte decine di tecniche. Finora è stata dominante la concezione che da una parte ci fosse la dura oppressione, che è violenza, esplicita o implicita, e dall’altra parte ci fosse la passiva accettazione. Dalle grandi campagne nonviolente di questo secolo viene che il metodo nonviolento si sottrae al dilemma, e trova qualche cosa da fare per tutti. Sgretolando l’oppressione autoritaria e preparando una società liberata. Ebbene, lo stesso è nel campo politico sociale, dove la contrapposizione è tra sistema totalitario e sistema rappresentativo. Anche qui il metodo nonviolento rifiuta il dilemma, e porta la concezione del potere di tutti, dell’omnicrazia, del controllo moltiplicato dal basso. Il che vuol dire che il metodo nonviolento non si accontenta del solo sistema rappresentativo, al quale certe volte ritornano i rivoluzionari violenti, dopo che hanno compreso che oggi la violenza gioverebbe più agli avversari che ai rinnovatori. Come si è visto poco fa, l’adattamento di un sistema sociale politico alle richieste dei cittadini è operato dal metodo nonviolento, che diventa perciò un permanente strumento di cambiamento sociale. Dice Martin Luther King (4):



    “L’azione diretta nonviolenta cerca di creare una crisi e di stabilire una tensione creativa che è stata costantemente rifiutata dalla comunità, che così viene obbligata a fronteggiare la situazione. Cerca in tal modo di drammatizzare il risultato, così da non poterlo più ignorare. Ho alluso alla creazione di tensione come da parte del lavoro del resistente nonviolento. Questo può suonare disgustante. Ma devo confessare che la parola tensione non mi spaventa. Ho seriamente lavorato e parlato contro la tensione violenta, ma vi è un tipo di tensione nonviolenta costruttiva che è necessario per lo sviluppo. Come Socrate sentiva che era necessario creare tensione mentale, affinché gli individui potessero elevarsi dalla schiavitù dei miti e delle mezze verità per raggiungere il libero regno dell’analisi creative e della stima obiettiva, anche noi dobbiamo vedere il bisogno di avere dei tafani nonviolenti per creare quella specie di tensione nella società che aiuterà gli uomini ad elevarsi dai bassifondi del pregiudizio e del razzismo fino alle maestose alture della comprensione e della fratellanza…La tradizione religiosa aveva mostrato ai negri che la resistenza nonviolenta dei primi cristiani aveva costituito un’offensiva morale di tale superiore potenza da scuotere l’Impero romano. La storia dell’America aveva insegnato loro che la nonviolenza, nella forma del boicottaggio e della protesta, aveva messo in imbarazzo la monarchia britannica e aveva posto le basi per liberare le colonie da un ingiusto dominio. In questo nostro secolo l’etica della nonviolenza del Mahatma Gandhi e dei suoi seguaci, aveva fatto tacere i cannoni dell’Impero britannico in India e liberato più di trecentocinquanta milioni di indiani dal colonialismo. Come i loro predecessori, i negri erano disposti a rischiare il martirio per destare e stimolare la coscienza sociale della loro comunità e della loro nazione. Invece di sottomettersi alla coperta crudeltà in migliaia di oscure celle o negli angoli bui d’innumerevoli strade, essi avrebbero costretto gli oppressori a commettere le loro brutalità apertamente, alla luce del giorno, con l’occhio del resto del mondo fisso su di loro” (5).



    1) Giuliano Pontara, « L’etica di Gandhi alla luce del suo rifiuto alla violenza”, in “Rivista di filosofia”, luglio 1962.

    2) M.L.King, “Why we can’t wait”, The New American Library, 1964, pagg.28-39.

    3) In “Azione Nonviolenta”, gennaio 1964.

    4) In “Azione Nonviolenta”, novembre 1964.

    5) Dal libroni M.L.King “Why we can’t wait”, 1964, pag.37.
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  6. #6
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    Predefinito Rif: Tecniche della nonviolenza

    Le tecniche della nonviolenza 6)

    14 maggio 2010

    di Aldo Capitini

    Tesi sulla nonviolenza

    1) Chi lavora costantemente per la nonviolenza, si avvede che non si tratta di “rivelare”, ma di collaborare, perché idee, spunti, ispirazioni, esempi, vengono da tante parti. Infatti egli si incontra e concorda con provenienti da paesi diversi, senza che vi sia stata una precedente comunicazione , e si trova dentro problemi e soluzioni comuni.



    2) La nonviolenza porta una riscoperta: dell’io non più eccitato e sovraeccitato come era nell’Italia di D’Annunzio e di Mussolini, ma dell’io che chiede di operare e di ottenere insieme con altri, e non vuole nemmeno Dio solo per sé, perché vive questo rapporto soltanto se aperto alla compresenza di tutti; degli altri considerati entro il valore del tu, senza nemmeno l’ipotesi che uno possa disfarsene, e visti come quelli che possono anche avere qualche cosa di migliore rispetto a ciò che appare; dei profeti puri, centri puri di nuova storia, quelli che miracolosamente hanno tentato ciò che oggi è ripreso; della festa, come incontro di pace, di là dalla ricerca dell’utile e dal lavoro.



    3) La nonviolenza produce una grande armonia, perché questa epoca è sfasata, eccessiva in certe cose, e di poco valore, povera in altre, troppo esteriore, ha troppo di lusso e troppi coaguli di autorità; perché questa epoca è disarmonica sottoponendo tutto e tutti al criterio della “efficienza”, che non può valere che in parte, e trascurando l’incontro con gli esseri, gli affetti constanti, l’attenzione a chi è dimezzato; perché in questa epoca si vuole conoscere la Luna ed andarci, ma si torturano le persone vicine; perché si entra nel più assorbente urbanesimo, e si perde il ritmo di una vita condotta in mezzo alla luce e agli spazi di aperti paesaggi.



    4) La nonviolenza non è inerzia, inattività, lasciar fare; anzi, essa è attività, e appunto perché non aspetta di avere armi decisive, cerca di moltiplicare le iniziative e i rapporti con gli altri, e sa bene che si può sempre fare qualche cosa, se non altro trovare degli amici, dare la parola, l’affetto, l’esempio, il sacrificio; e tante volte accade che i rivoluzionari, gli oppositori che contano soltanto sulle armi, se non le hanno, stanno inerti, e sono sorpassati dai più forti, mentre i nonviolenti, lavorando instancabilmente, hanno tolto il terreno ai potenti, hanno preparato il cambiamento. Insomma si può dire che i nonviolenti sono come le bestie piccole, che sono più prolifiche, e le loro specie durano più di quelle delle bestie gigantesche.



    5) La nonviolenza non è cosa che riguarda soltanto i gusti e le situazioni degli individui; anzi essa allaccia e unisce la gente, affratella moltitudini, e bisogna vederla proprio in questa sua virtù, senza logorarsi troppo nella minuta casistica come se tutto stesse nel tendere o non rendere uno schiaffo, nel liberarsi dal potere di un assassino ecc. C’è ben altro: c’è la grande prassi dell’unire masse con il metodo della nonviolenza, portarle ad essere una forza, anche se sono fisicamente fragili.



    6) Non vale il fatto che la violenza c’è sempre stata nel mondo, per farla accettare. Non c’è nessuno che – fondandosi sul detto che la prostituzione è il mestiere più antico, cioè c’è sempre stata – direbbe a sua sorella di fare la prostituta! Il fatto è, invece, che il proposito di praticare la nonviolenza torna tenace alle coscienze di oggi, come fosse “il parto storico” di questi decenni; e la coscienza si sente sempre più persuasa nel rifiutarsi a praticare la guerra, la guerriglia, la tortura, il terrorismo, per qualsiasi ragione; e più che l’abitudine del passato, vale il proposito per l’avvenire.



    7) Il piano della tecnica è diverso da quello della decisione, della scelta morale. Se si sceglie la nonviolenza, cioè l’apertura incessante all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di tutti gli esseri, sta poi alla tecnica (giuridica, amministrativa, sociologica, ecc), trovare i modi della sua attuazione. Se si sceglie la guerra, la tecnica troverà i modi. L’importane è rendersi conto che la scelta è fatta per un principio; e ad uno che dicesse: “Ma se seguiamo la nonviolenza, non avremo questa cosa o quest’altra”, si risponde che chi sceglie, accetta le conseguenze della scelta.
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  7. #7
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    Predefinito Rif: Tecniche della nonviolenza

    Le tecniche della nonviolenza 7)

    18 maggio 2010

    di Aldo Capitini

    8) Nel campo religioso si è tornati a discutere sull’ateismo, e ci sono libri e convegni. C’è chi si richiama al Dio della tradizione, c’è chi fa vedere la serietà dell’ateismo, come una lezione a coloro che parlano di Dio tanto a sproposito. Ma se si pone tra i due l’apertura nonviolenta a tutti gli esseri, fino a vivere la compresenza di tutti, i vivi e i morti, come una infinita unità che produce coralmente i valori, e aiuta ogni singolo, e trasforma progressivamente la storia per arrivare a una realtà liberata, ecco che questa compresenza di tutti, vissuta nella nonviolenza, può essere accettata dai teisti e dagli atei collettivisti, dall’Occidente e dall’Oriente, dai teisti che pensano che Dio si dà alla compresenza, dagli atei che vedono (senza bisogno di parlare di Dio), nella compresenza diventare profonda e infinita l’unità della realtà di tutti.

    9) Nel campo politico è sempre viva la tensione tra le due affermazioni della libertà e del socialismo. La nonviolenza che porta con sé un orientamento alla democrazia più aperta, anzi all’omnicrazia, con il potere esercitato sempre più da tutti, nella direzione e nel controllo dal basso, nella libertà di informazione, di critica, di espressione – da non sospendere mai – e nel superamento di ogni sfruttamento, di ogni potenza sugli altri per via del denaro, fornisce proprio il punto d’incontro tra le due affermazioni, e il metodo per una azione continua di trasformazione sociale, che non distrugge gli avversari, ma contrasta con kle armi della propaganda, della solidarietà, della noncollaborazione.



    10) Nel campo delle istituzioni è evidente il travaglio delle istituzioni esistenti (associazioni, comunità, chiese, Stati), tra due caratterizzazioni: la tendenza ad essere centri di iniziativa, di principi, di lavoro, centri pronti a dare, ad annunciare, a servire, centri profetici, di promovimento; e la tendenza a vivere e rispecchiare più concretamente l’unità di tutti gli esseri (Stati e Nazioni Unite, ecumenismo, neoliberismo, antiautoritarismo, ecc). La nonviolenza aiuta a mettere a fuoco il rapporto tra queste due tendenze, perché proprio la nonviolenza promuove centri (di uno o più persone) di fede e di lavoro, disposti a testimoniare, a dare (“E’ meglio dare che ricevere”, ha detto Gesù Cristo), a tessere solidarietà, cooperazione, assistenza, a promuovere campagne nel mondo circostante, a studiare e diffondere le crescenti tecniche della nonviolenza, ad addestrarsi in esse; e, nello stesso tempo, promuove la Internazionale della nonviolenza, per collegamenti e interventi più organici dove occorrano.



    11) Nell’interpretazione, in sede di filosofia morale, della nonviolenza vi sono due teorie. Una è quella che vede la nonviolenza come una legge della nostra natura, che mira a stabilire unità con tutti gli esseri, una unità di eguaglianza con tutti e da tutti, anche gli inermi, in minorati, realizzando così la legge di Dio, il dovere più puro. L’altra teoria è quella finalistica, che vede la nonviolenza usata per le conseguenze buone che prima o poi ne verranno per la situazione degli uomini, per la loro formazione, che è rovinata dalla violenza. La nonviolenza invece fa bene a chi la compie e a chi la riceve; i mezzi buoni hanno prima o poi successo.



    12) Nel modo stesso di vivere la nonviolenza si osservano due modi. Per alcuni la nonviolenza è semplicemente un contributo che viene dato alla società circostante, alla storia, a tutti; uno fa quell’aggiunta, senza imporre nulla a nessuno, senza impero; se la società continua a usare la violenza e la coercizione, tuttavia risentirà l’influenza della nonviolenza. Per altri la nonviolenza è fine di un mondo e inizio di un altro, è escatologia, e perciò il rifiuto della violenza anche minima è totale, e fondamentale la fiducia di costruire fosse anche da zero, fiducia che la realtà asseconderà certamente l’inizio puro, come una nuova creazione della società e della realtà. In questo modo la nonviolenza impegna tutte le energie e tutti i sogni come la guerra; è proprio quell’“equivalente morale della guerra” che alcuni filosofi hanno invocato.
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  8. #8
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    Predefinito Rif: Tecniche della nonviolenza

    Le tecniche della nonviolenza 8)

    20 maggio 2010

    di Aldo Capitini

    La nonviolenza come rivoluzione permanente.

    Uno dei più acuti studiosi di Gandhi, l’americana Joan V. Bondurant, nel suo libro “Conquest of violence”, ha scritto che il metodo di lotta nonviolenta(Satyagraha) creato da Gandhi



    “…è fondamentalmente un principio etico, l’assenza del quale è una tecnica sociale in azione…L’introduzione del metodo gandhiano in qualsiasi sistema sociale politico effettuerebbe necessariamente modificazioni di quel sistema. Altererebbe l’abituale esercizio del potere e produrrebbe una ridistribuzione e una nuova ristrutturazione dell’autorità. Esso garantirebbe l’adattamento di un sistema sociale politico alle richieste dei cittadini e servirebbe come strumento di cambiamento sociale”.



    Il respiro sociale del metodo nonviolento, l’influenza che esso può esercitare come una rivoluzione permanente, la garanzia che dà di amministrare pubblicamente in modo che valga il controllo dal basso e che la prospettiva metta in primo piano l’educazione e l’onestà individuale; sono ben compresi nel passo citato.



    Questa idea, che ha la forza di una rivelazione pratica e sempre perfezionabile, è sempre più acquisita da tutti, perché è per tutti che vale.



    Centri al livello delle moltitudini

    Dobbiamo constatare l’attuale immaturità ed assumere questa idea-forza, proprio nei luoghi nei quali sarebbe la più risolvitrice. Prendiamo ad esempio l’America del Sud. Sartre ha scritto in un messaggio per la libertà del Venezuela:



    “Nulla cambierà sulla terra venezuelana finché lo straniero non sarà cacciato. Il ferro e il petrolio sono sfruttati dalle compagnie yankee (americane) che rubano in Venezuela i tre quarti del prodotto e le sue risorse naturali con la complicità di una casta feudale che rappresenta il tre per cento della popolazione e possiede il novanta per cento delle terre”.



    L’orientamento dell’attività rivoluzionaria di tipo castrista sarà di cacciare quegli “stranieri”, quei feudali, quei proprietari. L’orientamento degli americani sarà di essere sempre meno “stranieri” non solo associando a sé la “casta feudale”, l’alta borghesia, ma anche traendo il Venezuela in una larga federazione da loro guidata, che conservi l’attuale potere delle moltitudini. Dal punto di vista della rivoluzione aperta nonviolenta, l’una e l’altra soluzioni sono insufficienti, la prima perché aprirebbe un lungo periodo di stragi e di potere assoluto, nel caso di vittoria, col rischio di perdere i punti democratici raggiunti; la seconda perché è, malgrado le parole democratiche, imperialistica. La rivoluzione aperta nonviolenta opera da centri incorporati con le moltitudini, al loro livello, al loro servizio. Sono centri dove l’uomo si presenta veramente rinnovato, per l’energia con cui egli vive il rapporto con la realtà di tutti, per la semplificazione e apertura che porta nella vita religiosa, per il dialogo che vive nei rapporti e nell’educazione, per lo studio e l’attuazione continua delle tecniche nonviolente, per l’appassionamento a fondere lealmente in sé l’attenzione critica e la bontà verso tutti gli esseri. E mentre il terrorismo acuisce la difesa violenta dei potenti, le azioni dirette nonviolente creano nei potenti uno stato di disagio e di inferiorità.



    Gli stessi comunisti, che sono proprio nel momento della massima utilizzazione dei movimenti partigiani e guerriglieri di liberazione nazionale si accorgono che tra tutti “i fattori rivoluzionari del mondo contemporaneo…solo il movimento operaio dei paesi capitalistici può assolvere fino in fondo il compito di colpire l’imperialismo e il capitalismo nella fonte primaria della sua forza, alla radice del potere che esso esercita ancora nel mondo” (Enrico Berlinguer, “l’Unità” del 30 maggio). Il lavoro all’interno degli Stati acquista il valore decisivo; e ciò è evidente se ci si muove nel principio della coesistenza e se si è sommariamente diffidenti nei riguardi del principio della lotta dal di fuori delle nazioni “proletarie” contro le nazioni “ricche”, principio che è fonte di violenze, di assolutismi, di involuzioni antidemocratiche, tanto che fu caro persino ai capi nazifascismi. Al punto di una lotta dall’interno degli Stati, ecco che si inserisce il metodo rivoluzionario nonviolento.



    D’altra parte il metodo nonviolento, ha anche un altro vantaggio di collocazione storica. Non è soltanto orientata ad una rivoluzione aperta per cambiare la struttura sociale in Occidente (per esempio nell’America meridionale), ma anche ad una rivoluzione aperta per il controllo dal basso, per la libertà di informazione e di critica, negli Stati del collettivismo autoritario.



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  9. #9
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    Predefinito Rif: Tecniche della nonviolenza

    Le tecniche della nonviolenza 9)

    21 maggio 2010

    di Aldo Capitini

    Sintesi del metodo nonviolento e del potere dal basso

    Gli sviluppi della nonviolenza si accrescono continuamente. La nonviolenza promuove azioni per la pace sia sotto la forma di manifestazioni, sia come rifiuto di cooperare alla preparazione e all’esecuzione della guerra (obbiezione di coscienza), e costituisce perciò la punta più avanzata del pacifismo, perché con la massima coerenza propugna il disarmo, la resistenza nonviolenza, le trattative, la sostituzione di una tensione etico-sociale come equivalente della guerra. La nonviolenza preme crescentemente sulle religioni tradizionali perché la loro prospettiva di principi e di orientamenti ponga al punto centrale l’apertura nonviolenta alla realtà di tutti, tanto che si può dire che questo costituisce il vero ecumenismo, non istituzionale ma di anime aperte e associate. La nonviolenza investe in pieno il campo dell’educazione, della ricerca psicologica, della fondazione pedagogica, liberando la scuola, nei suoi contenuti culturali e nei metodi didattici e comunitari, dai residui di mentalità autoritarie, e instaurando il dialogo, la viva cooperazione, la comprensione internazionale e integrando l’educazione civica con le tecniche della nonviolenza.



    E c’è un campo che sta in primo piano, nel quale la nonviolenza si fonde con la preparazione del controllo dal basso o democrazia diretta, in una sintesi dinamica di grande suggestione ed efficacia. Il problema del potere oggi è molto discusso. Si riconosce l’enorme pericolo della concentrazione di tanto potere esecutivo in poche mani: poche persone decidono nel campo militare, politico, economico di tutti gli esseri viventi; gli attuali controlli sono apparenti e insufficienti; l’individuo sente sempre più che poteri a lui estranei decidono su tutto, senza tener minimamente conto di ciò che lui ha voglia, anzi ingannandolo per creare un consenso pubblico mediante un enorme dispiegamento di “mezzi di comunicazione di massa”, che sono la stampa, la televisione, la radio, il cinema. Le decisioni circa le spese, circa i programmi culturali, circa la politica nazionale e internazionale e perfino circa la guerra, passano sul capo dei singoli individui.



    Che cosa fare? La risposta è questa: non isolarsi, non cercare di affrontare e risolvere i problemi importanti da isolati; da isolati non si risolvono che problemi di igiene, di salute personale e, se mai, di benessere ad un livello angusto. Per il problema sommo che è “il potere”, cioè la capacità di trasformare la società e di realizzare il permanente controllo di tutti, bisogna che l’individuo non resti solo, ma cerchi instancabilmente gli altri, e con gli altri crei modi di informazione, di controllo, di intervento. Ciò non può avvenire che con il metodo nonviolento, che è dell’apertura e del dialogo, senza la distruzione degli avversari, e influendo sulla società circostante per la progressiva sostituzione di strumenti di educazione e strumenti di coercizione.



    La sintesi di nonviolenza e di potere di tutti dal basso diventa così un orientamento costante per le decisioni nel capo politico-sociale. Si realizza in questo modo quella “rivoluzione permanente”, che se fosse armata e violenta, non potrebbe essere “permanente”, e sbloccherebbe in un duro potere autoritario, cioè nella violenza concentrata dell’oppressione: nessuna società può durare nella continua violenza, e si appiglia a qualsiasi soluzione pur di farla finire; perciò la violenza, anche rivoluzionaria, prepara la strada ai tiranni. Altra cosa è la rivoluzione permanente nonviolenta, perché essa non bagna le strade e le case di sangue, ma unisce gruppi e moltitudini di persone (perfino i cinquecento milioni di indiani per l’indipendenza) nelle loro campagne rinnovatrici, ora per una parte, ora per l’altra, della società, e posto anche che questo porti, pur nell’uso delle tecniche, nonviolente, talvolta qualche disagio, esso sarà infinitamente minore di quello che può portare un “governo” con una sola mezz’ora di guerra.



    Si pensa che sia utopia non questa sintesi, ma piuttosto il credere di potere usare la violenza in piccolo. Con i potenti mezzi di armi chimiche e militari, concepire la violenza in piccolo è veramente antiquato, assurdo, Se si scelgono i mezzi violenti, bisogna arrivare ad usarli possibilmente tutti, non usare il fucile e rifiutare il mitra, usare il cannone e non l’aereo che bombarda, la bomba piccola e non la bomba H, e il napalm, e i gas, e conseguentemente, la tortura per avere notizie utili, e anche il terrorismo per impaurire improvvisamente i civili. E’ tutta una catena di violenze conseguenti, e una volta preso il primo anello della catena, si prendono gli altri; oppure…si butta tutta la catena, e si scelgono le tecniche nonviolente.



    E un altro vantaggio viene dalla scelta dell’apertura nonviolenta: che l’individuo impara ad esigere un compenso, per la sua inferiorità e mancanza di potere, che non sia per lui solo, come un immenso potere di cui sia insignito da Dio come individuo isolato, ma che sia cooperativo; egli desidera il potere insieme con tanti altri, un potere dal basso e complesso o collegiale, nel quale c’è l’individuo e c’è la realtà che lo unisce intimamente agli altri. Si tratta poi di vedere, caso per caso, le soluzioni migliori, più efficienti, per l’articolazione e il decentramento del potere e del controllo, penetrando in tutti i campi, in tutti gli enti pubblici e privati, e sempre in forma associata e col metodo nonviolento.



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  10. #10
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    Predefinito Rif: Tecniche della nonviolenza

    Le tecniche della nonviolenza 10)

    24 maggio 2010

    di Aldo Capitini

    Tecniche individuali e collettive della nonviolenza

    Tecniche individuali

    La sistemazione dei modi di attuare la nonviolenza in un insieme chiamato “metodo nonviolento”, per ottenere un insegnamento più organico e un uso più pronto, non toglie che la ricerca e l’esame di tali modi debba essere molto larga, abbracciante migliaia di anni e manifestazioni per le quali non era ancora apparsa la denominazione di “tecniche”. Tali manifestazioni sono individuali e collettive. Ma si può dire che quelle collettive sono state più rare. La strategia della violenza è molto più antica, e mostra un aspetto collettivo fin nella notte dei tempi, ed anche al livello subumano. La strategia della nonviolenza, con il rifiuto deliberato del metodo violento, cioè con l’uso di certi modi o tecniche, a cui sia strettamente congiunta una speciale disposizione d’animo verso gli avversari, è rara nel passato – rara non vuol dire assente – e si è fatta molto più frequente in questo secolo, insieme con la pressante entrata di grandi moltitudini nella storia e nei diritti comuni. Si è aggiunto il problema della possibilità di una distruzione atomica generale, il che ha reso più imperioso lo studio di una strategia della pace, ma anche di una strategia della nonviolenza, in quanto essa renda efficace la pressione dal passo sui nuclei ancora ispirati alla strategia della violenza.



    Una distinzione tra le tecniche individuali e le tecniche collettive della nonviolenza è utile per la distribuzione del materiale, e anche per vedere più chiaro lo sviluppo di tale strategia; tuttavia è da avvertire che una distinzione netta è impossibile, non solo perché ciò che fa un individuo può esser fatto da un altro individuo al suo fianco, e da un altro e da molti altri, ma anche perché le tecniche collettive della nonviolenza alla loro volta hanno bisogno, come vedremo, di un pieno impegno individuale, e di una capacità di iniziativa e di slancio generata da una consapevolezza individuale, quale che sia il mondo d’attorno. La nonviolenza è la valorizzazione dell’individuo, nei due significati: per il rispetto e l’affetto all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni individuo; per il suscitamento delle energie profonde in ogni individuo, anche modesto, anche fisicamente insufficiente e socialmente insignificante, che, con il metodo nonviolento, può dare, invece, un contributo prezioso.



    L’atto del tu

    Si può, dunque, dire che la prima tecnica nonviolenta da esaminare è quella del tu, del rivolgersi con l’animo e l’azione ad un singolo individuo, in modo da interiorizzarlo, da sentirlo come prossimo, come se steso. Anzi, l’atteggiamento è tanto importante, che lo si può vedere come più che una tecnica, ma la premessa di molte tecniche, un orientamento dell’animo. Realmente l’atto del tu va concretato con costanza ed esattezza, va ripreso e rinnovato tutte le singole volte, con la volontà di far quello e non altro. Inoltre bisogna osservare che se la nonviolenza sta nell’attuazione del singolo tu, nella interiorizzazione viva di un individuo, l’orizzonte generale della nonviolenza si intravede quando il tu resta non singolare, ma è la disposizione a rivolgerlo anche ad altri, a molti, possibilmente e progressivamente a tutti. E’ un tu non di scelta e di preferenza, ma un tu-tutti. La nonviolenza si presenta molte volte alla coscienza come una legge, un dovere o un orientamento di massima, che tra la sua forza, non dalla considerazione delle conseguenze che derivano dall’atto di nonviolenza, quanto invece da un preliminare sentimento della realtà di tutti gli esseri.



    Un detto attribuito a Gesù Cristo, ma che non si trova così formulato nei Vangeli, è (1): “Vedesti il tuo fratello, vedesti il tuo dio”. Commentava Ernesto Buonaiuti:



    “Noi non saremmo presi, alla contemplazione dell’altro da noi, da un’onda così impetuosa di apprensioni sgomente e di commozione affascinata, se il nostro spirito non fosse stato preliminarmente percorro dalle impressioni molteplici che vi suscita, improvvise e irrompenti, il contatto sconcertante, per le stesse sue possibilità misteriose, con il nostro fratello. E’ dalla sua anima che noi attingiamo, prima che da ogni altro oggetto sottoposto al nostro intuito prefazionale, il senso della ripulsione e dell’attrazione, del maestroso e del tremendo, del fascino e dello spavento”.



    La cosa, detta nei termini del mistero e del sacro luminoso, ,a in forma razionale enuncia che per distinguere tra le cose gli esseri che vogliamo considerare persone, è necessario un atto, una decisione, altrimenti gli altri sarebbero cose, mezzi del mio io. Dice Guido Calogero (2):



    “L’esistenza degli altri è termine non di constatazione, ma di azione, è il vero e proprio prodotto della volontà morale dell’io. Niente forza, ma riconoscere gli altri: né l’assoluta necessità del mio essere, che li ignora affatto, né la relativa necessità di quanto empiricamente constato o linguisticamente intendo, che mi attesta le persone-cose, non le persone-io. Posso riconoscerli e non riconoscerli: per riconoscerli, debbo volerlo. Ma questa è appunto la mia volontà morale.



    E siccome l’atto di nonviolenza verso un individuo, esprime nel modo più alto la volontà di non considerarlo un mezzo, una cosa, qui si vede con maggiore chiarezza che l’apertura al tu non è casuale, ma è un alto esercizio, che può avere anche sue tecniche nel costituirsi e nello svolgersi. Prima di affrontarne una rapida analisi dobbiamo guardare a quali esseri è rivolto il tu nonviolento: tali esseri se sono prevalentemente gli esseri umani, quelli attualmente o potenzialmente capaci di razionalità, altre volte sono anche gli esseri subumani, esseri, in generale, viventi, quale che sia la loro vita, e in quanto viventi capaci di provare il dolore della violenza, che può perfino stroncarne l’esistenza. Questo vuol dire che mentre per le cose la nonviolenza può consistere nell’usarle per un sano motivo, limpidamente e rettamente fondato – e questo è l’unico modo per non recar loro un’offesa – per gli esseri viventi l’orientamento generale dovrebbe essere di non recar loro dolore o distruzione della vita.



    1) “I detti di Gesù”, a cura di A. Pincherle, Bottega di Poesia, 1922, pag.43.

    2) E.Buonaiuti, “L’essenza del cristianesimo”, ed. Libraria Altana, Foligno, 1945, pagg.119-120.



    Segue
    Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale (Marco Pannella)

 

 
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