Il Papa detta la linea sui migranti, banani in Piazza Duomo e quel bullismo radical sul figlio di Trump
Di Mauro Bottarelli , il 24 gennaio 2017 0 Comment
“Quanti fuggono dai propri Paesi a causa della guerra, delle violenze e delle persecuzioni hanno diritto di trovare adeguata accoglienza e idonea protezione nei Paesi che si definiscono civili”. Queste le parole pronunciate ieri da Papa Francesco durante l’incontro con la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, esortando i magistrati a “dedicare ogni sforzo, specialmente nel contrasto della tratta di persone e del contrabbando dei migranti”. Se poi vi avanza tempo per espellerne qualcuno o evitare che nascano ghetti tipo Molenbeek, meglio, altrimenti poco male.
Cari laicisti dei miei coglioni, quelli che non appena arriva l’inizio di dicembre cominciano a rompere i coglioni contro presepi e recite scolastiche nelle scuole, in nome dello Stato laico, nulla da dire al riguardo? Tutto bene che un capo di Stato estero, perché tale è il Papa nella loro visione della cose, metta becco nell’amministrazione della giustizia italiana e nelle priorità del contrasto alla criminalità? Perché se così fosse, allora non è la laicità dello Stato a starvi a cuore, vi sta sui coglioni il Natale, perché dovete fare i Charlie Hebdo de noantri. Ma si sa, quando c’è di mezzo il migrante, va bene tutto, si fanno i patti anche con il diavolo. O con l’acquasanta, a scelta.
Nel suo discorso, Bergoglio ha definito quelli legati alla tratta di essere umani “reati gravissimi che colpiscono i più deboli fra i deboli”. Al riguardo, stando al Santo Padre, sarebbe necessario “incrementare le attività di tutela delle vittime, prevedendo assistenza legale e sociale di questi nostri fratelli e sorelle in cerca di pace e di futuro”. Papa Francesco ha poi chiesto a Dio di toccare il cuore dei mafiosi “affinché si fermino, smettano di fare il male, si convertano e cambino vita. Il denaro degli affari sporchi e dei delitti mafiosi è denaro insanguinato e produce un potere iniquo. Tutti sappiamo che il Diavolo entra dalle tasche. È lì la prima corruzione”, le parole di Papa Francesco.
E, in effetti, la gestione allegra dello Ior di Paul Casimir Marcinkus ci dimostra come in Vaticano sappiano bene di cosa parlano, quando trattano certi argomenti. Il problema è che il Papa, nel suo ruolo, è obbligato a dire certe cose, però compiendo un cortocircuito logico: non si può invocare lotta senza quartiere al fenomeno della tratta degli schiavi e, al tempo stesso, accoglienza per tutti. Se accogli tutti, creando spesso e volentieri false speranze, non solo inganni ma stimoli le partenze e, quindi, il traffico che si arricchisce su quei viaggi della speranza. Se poi pensiamo che la nostra Guardia Costiera, tanto per non lasciare nulla di intentato, va a prenderli direttamente in acque territoriali libiche, hai voglia a invocare la lotta contro il traffico di essere umani.
Ma siccome lo dice il Papa, allora è sacrosanto. E la cosa divertente è che sono i mangiapreti i primi a farsi scudo delle parole che giungono dal Vaticano, quando fanno comodo alla loro causa. Io da un comunista non mi aspetto che citi Papa Bergoglio a sostegno delle sue tesi ma i comunisti non sono più quelli di una volta, sono qualcosa di ibrido: hanno svenduto la lotta al classe e l’internazionalismo al mondialismo globalista, hanno contrabbandato la spinta popolare della lotta con l’elitarismo della protesta a favore dello status quo, pur ammentandosi da ribelle anti-sistema.
La sinistra, di fatto, è il custode e l’ascaro dell’establishment: lo è quando scende in piazza contro Donald Trump, mascherando il reale intento con un generico sostegno alla dignità femminile nel mondo (qualcuno dica loro che era la democraticissima e utero-munita Hillary Clinton a firmare i contratti di vendita delle armi all’Arabia Saudita, Paese dove Madonna o Miley Cyrus sarebbero già state lapidate all’età di 8 anni e che non ha avuto problemi, pur vantando una vagina, a farsi finanziare il 20% della campagna elettorale dai femministi convinti di Ryad) ma lo è anche quando spaccia per dovere di accoglienza un piano di rimozione del residuo di classe media esistente, proletarizzando ulteriormente la società e livellando al ribasso non solo i regimi salariali ma gli stessi standard di vita. A te non va bene questo contratto o questo affitto? Aziz ne è deliziato, quindi vai pure a fare in culo.
Queste patetiche figure mitologiche dello show-business, metà sacerdote vestale del potere e metà ribelle maledetto, mi fanno tornare alla mente un passo di “L’Imparfait du présent” di Alain Finkielkraut: “E’ schiumando di rabbia contro il fascismo in piena ascensione che l’arte contemporanea fa man bassa delle istituzioni culturali… Vivono come una sfida eroica all’ordine delle cose la loro adesione piena di sollecitudine alla norma del giorno. Il dogma, sono loro; la bestemmia pure. E per darsi arie da emarginati insultano urlando i loro rari avversari. In breve, coniugano senza vergogna l’euforia del potere con l’ebbrezza della sovversione”. Touché.
In compenso, in nome del Dio denaro che – formalmente – dovrebbe contrastare, la sinistra è pronta non solo a scendere a patti con quelle multinazionali che condanna all’ora dell’aperitivo per fare bella figura ma anche a fottersene dei sentimenti religiosi e di appartenenza dei propri concittadini, oltre che della storia stessa, permettendo scempi a cielo aperto come quello che sta per perpetrarsi nella mia Milano. Già, perché se bisogna ascoltare il Papa quando si tratta di migranti, i dollari di Starbucks porteranno in Piazza Duomo palme e banani, tipiche piante ambrosiane, come d’altronde cous cous e kebab rappresentano le eccellenze gastronomiche, altro che osso buco e risotto giallo. Già, perché Milano ospiterà il primo punto vendita italiano del caffè annacquato globale, il quale elargirà moccaccini e frappuccini a una banda di decerebrati dal prossimo mese di aprile nel cuore spirituale e civico della città.
L’arrivo di Starbucks porterà in dote una accordo con il Comune per il rifacimento della aiuole verdi di piazza Duomo: “Una collaborazione tra pubblico e privato”, per citare la nota dell’assessore al Verde, Pierfrancesco Maran, che si augura possa essere un modello proficuo “nel trovare soluzioni che rendano più belle e curate le aree verdi della città”. Con l’idea di dare “un tocco esotico alla piazza”. Ora, solo per questo andrebbe preso e cacciato da Milano con il foglio di via, perché di esotico sotto la Madonnina non c’è mai stato niente e mai dovrà esserci. E invece no, perché pur di garantirsi i verdoni di Starbucks, il progetto è quello di portare “in uno dei luoghi simbolo della città palme, banani e fioriture alternate durante le stagioni, in modo da garantire sempre vivacità e colore”. E c’è poco da fare, almeno a livello ufficiale: la soprintendenza ha detto di sì al progetto, fanno sapere dal Comune. Quindi, banani e palme in Piazza Duomo. Beppe Sala sarà ricordato, oltre che per Expo, anche per aver portato la giungla a Milano. Progetto coerente, in effetti, vista la quantità d risorse che la mia città sta ospitando e continuerà ad ospitare, anche in ossequio ai desiderata del Vaticano (dove, che io sappia, di centri profughi ce ne sono pochini). Dagli orti di guerra del fascismo ai banani di Starbucks: evviva il progresso.
Non c’è nulla da fare, l’ipocrisia governa il mondo e il politicamente corretto ne detta i tempi e i modi. E, oltretutto, succedono cose con timing straordinario. Venerdì, come immagino saprete, ricorrerà la Giornata della Memoria e il martellamento mediatico è già iniziato, anche con qualche sgradevole accostamento tra l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca e il fatto che il mondo possa sperimentare una nuova stagione d’odio. Indovinate chi è stato il primo ad azzardare il parallelo? Proprio Papa Francesco. Ma si può fare, perché se attacchi chi attacca l’establishment vale la legge del beduino (il nemico del mio nemico è mio amico), quindi qualsiasi puttanata viene derubricata a libera espressione. E applaudita.
Peccato che il primo emendamento non valga per Trump, ad esempio. O anche per chi ha un pensiero difforme da quello generalmente accettato e con il bollo di ceralacca del politicamente corretto. In compenso, le anime belle della sinistra possono permettersi di sbertucciare in Rete il figlio minore di Donald Trump, Barron, definendolo autistico e coprendolo di contumelie degne dei bulli scolastici, gli stessi contro cui si scagliano un giorno sì e uno pure ma soltanto se a farne le spese è uno studente gay o un immigrato. E invece, Barron non è autistico, è semplicemente un bambino che ha il marchio d’infamia di non essere figlio di Barack Obama ma di Donald Trump. Eh già, se sei la progenie di uno che ha bombardato mezzo mondo sei bello e intelligente, se invece discendi da uno che vuole riportare il lavoro in America e chiudere un po’ le porte di casa, allora sei autistico.
A far partire il tiro al bersaglio è stato un collage su Youtube, visto da 3 milioni di persone, con momenti in cui il giovane rampollo del Tycoon, per caso, sbadigliava, faceva linguacce, sonnecchiava e strabuzzava all’improvviso gli occhi, si divertiva a fare “bu bu settete” al nipotino, mentre a pochi centimetri padre e madre erano impettiti e assorti in importanti atti istituzionali. E’ un bambino, mi pare normale, cosa dovrebbe fare? Leggere Tolstoj? Discutere con gli agenti del Secret Service se è meglio la Glock o la Beretta? E invece no, non va bene: è sicuramente autistico. Strano, perché quando si mettevano in discussione le condizioni di salute di Hillary Clinton in campagna elettorale si scomodava subito lo sciacallaggio, qui invece va benissimo, è un linciaggio politicamente corretto. Di un bambino di 10 anni. Dunque, se per caso si apostrofa come “frocio” un omosessuale o come “negro” un senegalese, la Boldrini apre il tribunale speciale, l’inquisizione del politically correct e vieni mangiato vivo. Se invece copri di insulti il figlio di Trump, arrivando al cattivo gusto di diagnosticare malattie solo per colpire politicamente il padre, sei parte della nuova resistenza, per citare quel coglione di Bruce Springsteen.
Il tutto è cominciato un paio di mesi, quando l’attrice (garbato eufemismo, visto che è passata alla storia per la sua magistrale interpretazione nel film sui Flinstones) Rosie O’Donnell lanciò il seguente tweet: “Barron Trump autistico? Nel caso lo fosse quale straordinaria opportunità per portare l’attenzione sull’epidemia di autismo”. Peccato che andando a vedere i suoi tweet dall’8 novembre in poi, si scopre una sequela di contumelie contro Donald Trump: detto fatto, tweet cancellato e scuse del caso. “Non volevo offendere nessuno, a settembre scorso anche a mia figlia hanno diagnosticato una forma di autismo, da quel giorno mi sono immersa in quel mondo. E un’epidemia”. Peccato che le statistiche dicano che si ammala un bimbo su 55. Scusate, com’era la faccenda della post-verità?
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