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    Predefinito LA FILOSOFIA MARXISTA-LENINISTA

    Per contrastare le vulgate di certe "chiese pseudo-marxiste" o di certa disinformazione di sinistra, secondo cui l'Unione Sovietica altro non fu che una progressiva parabola di deviazionismo rispetto all'iniziale avvio impressole dal pensiero marxista, cominciamo la pubblicazione in parti del testo di Aleksander Sceptulin, originariamente pubblicata nel 1977 per le Edizioni moscovite Progress.

    Si tratta di un testo fondamentale per ripercorrere la filosofia del marxismo-leninismo ed inquadrarne la nascita nel solco della storia del pensiero moderno.


    Capitolo I
    LA FILOSOFIA E IL SUO RUOLO NELLA SOCIETÀ


    Prima di esporre la filosofia del marxismo-leninismo, dobbiamo chiarire che cosa rappresenti
    la filosofia in generale, in che cosa essa si differenzi dalle altre forme della coscienza sociale,
    quali funzioni essa sia chiamata ad assolvere.


    1. LA FILOSOFIA COME CONCEZIONE DEL MONDO

    1. Che cos’è una concezione del mondo
    La filosofia rappresenta l’insieme delle idee sul mondo. Ma ciò dicendo, noi non ne esprimiamo ancora i tratti distintivi. Infatti, nella società esistono molte altre concezioni oltre a quelle filosofiche. In che cosa si distinguono, dunque, le concezioni filosofiche da quelle non filosofiche e, in particolare, da quelle delle scienze naturali? Il contenuto delle scienze naturali e sociali concrete riflette le leggi oggettive di questi o quei campi della realtà, di questi o quei processi. Per esempio, la fisica ha per oggetto i fenomeni connessi con lo spostamento dei corpi nello spazio, col movimento delle molecole, delle particelle «elementari», ecc.; la biologia studia i fenomeni della natura vivente; le scienze economiche si occupano dei rapporti che sorgono tra gli uomini nel processo di produzione, di distribuzione e di consumo dei beni materiali; la pedagogia si occupa dell’educazione e dell’istruzione degli uomini, ecc. La filosofia, invece, non si occupa di un campo particolare della realtà né di un settore particolare del mondo, essa studia il mondo nel suo insieme, tutti i
    fenomeni che vi si verificano.
    La filosofia, dunque, ha il compito di elaborare un sistema di idee sul mondo nel suo insieme, di fornire un’interpretazione unica di tutti i processi che avvengono nel mondo, di essere, cioè, una concezione del mondo.

    2. Il quesito supremo della filosofia. Materialismo e idealismo

    La filosofia studia il rapporto tra la materia e la coscienza, tra la natura e lo spirito, stabilisce quale di essi è il primo dato e quale è il secondo dato derivato. Quello del rapporto tra la materia e la coscienza è il quesito supremo della filosofia. Il modo in cui tale questione viene risolta, predetermina questa o quella visione di tutti gli altri problemi filosofici.
    Nulla di simile accade nelle altre scienze. L’analisi del nesso tra materia e coscienza non rientra nei loro compiti. Esse esaminano il loro oggetto dal solo punto di vista dello studio delle proprietà oggettive dei fenomeni. Anche quelle scienze che hanno per oggetto i fenomeni psichici, studiano questi ultimi senza contrapporre il materiale all’ideale.
    I filosofi si dividono in due grandi campi - materialisti e idealisti - a seconda di come risolvono il problema del rapporto tra materia e coscienza.
    I materialisti affermano la priorità della materia rispetto alla coscienza, essi ritengono che la prima sia alla base di tutto ciò che esiste. La coscienza, invece, è il secondo dato e si presenta come una proprietà della materia, proprietà che si manifesta in determinate condizioni. Fanno parte, ad esempio, del campo materialistico: il filosofo greco Democrito, il quale riteneva che
    il mondo fosse costituito dagli atomi; il filosofo olandese del XVII secolo Spinoza, il quale considerava il pensiero una proprietà inalienabile (attributo) della materia; il filosofo francese del XVIII secolo Diderot, il quale sosteneva che la natura esistesse indipendentemente dalla coscienza, ecc.
    A differenza dei materialisti, gli idealisti affermano la priorità dello spirito: la coscienza, il pensiero, le idee. Secondo loro, la materia è un prodotto dello spirito, della coscienza e si presenta come una forma di esistenza di quest’ultima.
    Pur concordando tra di loro nel porre alla base del mondo il principio spirituale, gli idealisti divergono nell’interpretazione di questo principio. Alcuni di loro sostengono che il principio spirituale che condiziona tutti i fenomeni che avvengono nel mondo, esista nella forma di coscienza umana, di sensazioni, di percezioni, di rappresentazioni, in una parola, nella forma di attività umana soggettiva. Questi sono gli idealisti soggettivi. Altri si immaginano tale
    principio spirituale nella forma di coscienza cosiddetta assoluta, di spirito, di idea pura, ecc.
    Questi sono gli idealisti oggettivi. Rappresentante dell’idealismo soggettivo è, per esempio, J. Fichte, filosofo tedesco del XVIII secolo, il quale proclamò la realtà che circonda l’uomo conseguenza dell’attività del soggetto, dell’autocoscienza di un «Io». Come rappresentante dell’idealismo oggettivo possiamo indicare il filosofo greco Platone. Nel pensiero di Platone il mondo reale è costituito da essenze ideali mentre le cose sensibili sono delle loro copie
    imperfette, che sorgono in seguito alla fusione di questa o quella idea con la materia informe che è, propriamente parlando, il non essere.

    3. Il dualismo filosofico
    La dottrina dei materialisti, che interpretano tutti i fenomeni del mondo partendo dalla materia, e la dottrina degli idealisti, che fanno derivare tutto quello che esiste dall’attività spirituale, dalla coscienza, sono dottrine monistiche (dal greco mónos, «unico»), perché esse si fondano su un unico principio determinante.
    Però, vi sono filosofi che pongono alla base del mondo non uno ma due princìpi: il materiale e l’ideale. Secondo loro, questi due princìpi esistono in modo del tutto autonomo, l’uno indipendentemente dall’altro. Uno di essi determina il sorgere delle cose materiali del mondo fisico; dall’altro, invece, deriva il mondo spirituale. Tale dottrina si chiama dualistica (dal latino duo, «due»).
    Un rappresentante della dottrina dualistica è Descartes, filosofo francese del XVII secolo. Secondo Descartes alla base della realtà vi sono due sostanze: la corporea, il cui attributo è l’estensione, e la spirituale, il cui attributo è il pensiero. Queste sostanze, che esistono in modo indipendente l’una dall’altra, si uniscono nell’uomo e si presentano in esso nella forma di anima e corpo. Ma anche nell’uomo esse, pur esistendo insieme l’una accanto all’altra, rimangono, secondo Descartes, assolutamente indipendenti, stanno alla pari.
    Ponendo alla base dei loro sistemi due princìpi determinanti, i dualisti pretendono ad una propria linea autonoma in filosofia, distinta da quella del materialismo e da quella dell’idealismo. Tuttavia, essi non riescono a portare fino in fondo questa autonomia. Infatti, nell’analizzare i problemi concreti essi si vedono costretti a porsi ora sulle posizioni del materialismo, ora su quelle dell’idealismo. il loro sistema filosofico risulta di conseguenza incoerente, contraddittorio, esso riunisce in sé meccanicamente tesi e princìpi incompatibili
    tra di loro.

    4. Le ricerche di una terza via in filosofia
    Tentativi di porsi al di sopra del materialismo e dell’idealismo, di trovare una terza linea in filosofia, vengono compiuti anche da altri filosofi che si rivelano poi, in fin dei conti, degli idealisti.
    Tali tentativi sono particolarmente caratteristici del periodo del capitalismo maturo, quando la borghesia vittoriosa cominciò a comprendere che la concezione materialistica del mondo rappresentava per essa un pericolo, a causa della possibilità, insita in tale dottrina, di conclusioni ateistiche e rivoluzionarie volte a mutare lo stato reale delle cose.
    L’aspirazione a trovare una terza linea in filosofia è, propria, in particolare, alla dottrina del fisico e filosofo austriaco Ernst Mach (fine del XIX - inizio del XX sec.). Mach sottopone a critica sia il sistema filosofico materialistico che quello idealistico sostenendo che sia l’uno che l’altro sono unilaterali. Alla base del mondo, dichiara Mach, non è né la materia né la coscienza, ma i cosiddetti «elementi neutrali del mondo», che possono presentarsi sia come materiali che come spirituali. Quando questi elementi entrano in contatto fra di loro formano il materiale, ossia il mondo fisico; quando, invece, essi entrano in contatto con il sistema nervoso dell’uomo formano l’ideale, ossia il mondo psichico. Secondo Mach il mondo fisico e il mondo psichico sono in interconnessione organica tra di loro e ciò consente di costruire il mondo fisico con i fenomeni psichici ma esclude la possibilità di costruire il mondo psichico
    con i fenomeni fisici. In realtà, da tutti questi ragionamenti non risulta nessuna terza linea in filosofia.
    Infatti, se partendo dagli «elementi neutrali» siamo giunti ad affermare che è possibile creare il mondo fisico dallo psichico e che è impossibile il sorgere di fenomeni psichici sulla base del fisico, tale affermazione è perfettamente aderente ai postulati dell’idealismo poiché nel dato caso il momento determinante è lo psichico, la coscienza.
    In modo analogo tenta di trovare una terza linea in filosofia il noto esistenzialista Karl Jaspers. Egli ritiene come Mach che alla base della realtà non è né la materia né la coscienza ma una terza sostanza che include sia l’una che l’altra. Questa terza sostanza è per Jaspers «il trascendente» che si manifesta o come pura «esistenza», o come «sovrannaturale», o come «coscienza», o come «mondo», ecc. Ma se «il trascendente» è in grado di manifestarsi sia come mondo che come ragione, sia come naturale che come sovrannaturale, esso non si distingue affatto dal dio che i teologi pongono quale principio primigenio di tutto quello che esiste e la filosofia di Jaspers non si distingue in nulla dalla filosofia dell’idealismo oggettivo che riconosce apertamente la coscienza come artefice di tutto quello che esiste.
    Oltre ai filosofi che tentano di porsi al di sopra del materialismo e dell’idealismo escogitando qualcosa di diverso dalla materia e dalla coscienza, vi sono anche autori e persino intere scuole che vogliono raggiungere lo stesso scopo ignorando il quesito supremo della filosofia che essi definiscono uno pseudo problema privo di ogni senso. Fautori di questo punto di vista sono i positivisti moderni (R. Carnap, B. Russell ed altri).
    Secondo i positivisti, la filosofia non può risolvere il problema della priorità della materia o della coscienza e perciò non deve occuparsene. Suo compito fondamentale è l’analisi logica dei dati scientifici, dell’aspetto semantico delle parole e delle proposizioni. In realtà, senza risolvere il problema di che cosa sia il primo dato - la materia o la coscienza - è impossibile fornire una valida analisi dei dati scientifici, dell’aspetto semantico delle parole e delle proposizioni, poiché tale analisi presuppone che si sia chiarito prima di tutto se i dati scientifici sono il risultato del riflesso dei rispettivi lati e nessi della realtà, oppure il risultato dell’attività creativa della coscienza stessa, del pensiero. I positivisti sono inclini ad accettare questa seconda ipotesi. Essi fanno derivare il contenuto dei dati sensibili, il significato delle parole e delle proposizioni non dal mondo esterno, ma dall’attività creativa della coscienza, del pensiero e con ciò, lo vogliano essi o no, si pongono sul terreno dell’idealismo.
    In tal modo, le ricerche di una terza via in filosofia non possono che condurre all’idealismo.

    5. Le radici sociali e gnoseologiche dell’idealismo
    Le cause che determinano la comparsa di concezioni idealistiche sulla realtà che ci circonda sono molteplici. Alcune di esse affondano le loro radici nella struttura economica della società, nella condizione sociale delle classi e nelle loro esigenze; altre, invece, vanno ricercate nella sfera della conoscenza, dell’attività conoscitiva degli uomini. Le radici sociali dell’idealismo sono quei fattori della vita sociale degli uomini che favoriscono il sorgere e il diffondersi di concezioni idealistiche sulla realtà che circonda l’uomo. A tali fattori si riferiscono prima di tutto la separazione del lavoro intellettuale da quello fisico e il sorgere di una specie di opposizione tra di loro. «Una volta che le idee
    dominanti - scrissero K. Marx e F. Engels - siano state separate dagli individui dominanti e soprattutto dai rapporti che risultano da un dato stadio del modo di produzione, e si sia giuntidi conseguenza al risultato che nella storia dominano sempre le idee, è facilissimo astrarre da
    queste varie idee “l’idea”, ecc., come ciò che domina nella storia, e concepire così tutte queste singole idee e concetti come “autodeterminazioni” del concetto che si sviluppa nella storia»1.
    Tra le radici sociali dell’idealismo figura anche l’interesse delle classi sfruttatrici ad una soluzione in senso idealistico della questione fondamentale della filosofia e alla diffusione di concezioni idealistiche, le quali, fornendo una giustificazione teorica della religione, favoriscono l’asservimento spirituale dei lavoratori, distolgono questi ultimi dalla lotta rivoluzionaria per cambiare lo stato di cose esistente.
    Le radici gnoseologiche dell’idealismo sono cause che si trovano nella sfera della conoscenza. La conoscenza è il processo, complesso e contraddittorio, del riflesso della realtà nella coscienza dell’uomo. Se questo o quel momento della conoscenza viene esagerato, viene privato dei legami con gli altri lati e momenti del processo conoscitivo e considerato avulso dalla materia, trasformandolo in qualcosa di assoluto, si cadrà inevitabilmente nell’idealismo.
    Le radici gnoseologiche dell’idealismo sono, dunque, l’assolutizzazione di questo o quell’aspetto, di questa o quella peculiarità del processo della conoscenza, che porta ad una visione unilaterale del processo stesso e quindi alla sua deformazione. Lenin scriveva: «Il carattere rettilineo e unilaterale, l’irrigidimento e l’ossificazione, il soggettivismo e la cecità soggettiva: voilà le radici gnoseologiche dell’idealismo»2.
    Tratto caratteristico delle sensazioni e delle percezioni di queste forme della conoscenza sensibile è che esse dipendono dall’uomo, dal suo sistema nervoso, dal suo stato psichico, dalla sua esperienza individuale, ecc. Però, se noi esageriamo questo rapporto di dipendenza, se dimentichiamo che le sensazioni e le percezioni dipendono non solo dall’uomo ma anche dall’oggetto che agisce sui suoi organi dei sensi, che esse riflettono questi o quei lati di questo oggetto, finiremo inevitabilmente nel soggettivismo ammettendo che il contenuto delle
    sensazioni e delle percezioni è determinato dal soggetto (dall’uomo), dalle sue emozioni e, poi, anche nell’idealismo, riconoscendo che le sensazioni e le percezioni sono la base di tutto ciò che esiste. È proprio in tale forma che propagandavano l’idealismo Berkeley, Mach, Avenarius ed altri.
    Inoltre, venendo a conoscere la realtà che li circonda, gli uomini mettono in luce le proprietà comuni delle cose e dei fenomeni con i quali essi hanno a che fare nella loro attività pratica.
    Sulla base di ciò in essi si formano dapprima le immagini generali e poi i concetti di tali proprietà. Le immagini e i concetti così formatisi si trasmettono di generazione in generazione, mentre le cose riflesse in tali concetti cambiano ininterrottamente. Si crea così l’impressione che i concetti siano qualcosa di stabile, di immutabile, di eterno, mentre le cose qualcosa di mutevole, di transitorio, di temporaneo. Il concetto di «uomo», ad esempio, è sorto nella remota antichità e il processo della sua formazione si è perduto nei tempi. Può
    sembrare, perciò, che esso esista eternamente. I singoli uomini, invece, non sono eterni. Essi nascono e muoiono. E se si pone esageratamente l’accento sulla relativa stabilità dei concetti, se li si priva del legame con le cose del mondo esterno, per riflettere le quali essi sono sorti, e
    li si trasforma in qualcosa di autonomo che sta all’origine delle cose, allora si finisce inevitabilmente nell’idealismo.


    1 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, vol. V. Roma, Editori Riuniti, p. 47.
    2 V. I. Lenin, Opere complete, vol. 38. Roma, Editori Riuniti, p. 366.

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    Predefinito Rif: LA FILOSOFIA MARXISTA-LENINISTA

    2. LA FUNZIONE METODOLOGICA DELLA FILOSOFIA

    In quanto concezione del mondo, la filosofia ha il compito di fornire un’interpretazione unica e coerente dei fenomeni che avvengono nel mondo e di aiutare in tal modo l’uomo ad orientarsi nella sua vita, nella sua attività quotidiana. Il ruolo della filosofia nella società non si riduce, però, solo a questo. Essa deve assolvere anche una funzione metodologica, deve elaborare un metodo generale della conoscenza che è un insieme di princìpi o postulati interdipendenti, formulati sulla base delle leggi generali scoperte nella realtà e nel processo della conoscenza e dedotti dalla storia dello sviluppo della coscienza sociale.
    Nella storia della filosofia sono noti due metodi filosofici di conoscenza diametralmente opposti: il metodo metafisico e quello dialettico.
    Il metodo metafisico si formò nell’ambito delle scienze naturali nei secoli XVI-XVII. In quella epoca la scienza della natura, in considerazione delle esigenze della produzione in via di sviluppo, si poneva lo scopo di studiare singoli lati e proprietà del mondo, le forme concrete dell’essere. Per conoscere questi particolari «essa li staccava dal loro contesto naturale o storico e li esaminava ciascuno per sé, nella sua natura, nelle sue cause, nei suoi
    effetti particolari»3. Ciò generò la tendenza a concepire le cose e i fenomeni della natura al di fuori della loro interconnessione e interdipendenza, al di fuori del loro movimento e del loro sviluppo e successivamente portò anche al sorgere del metodo generale metafisico della conoscenza. Secondo tale metodo le cose e i fenomeni della natura sono concepiti nel loro isolamento, al di fuori del loro vasto contesto complessivo, sono privi di contraddizioni e di
    sviluppo, eternamente nel medesimo stato qualitativo, sono, cioè, immutabili
    Attualmente tratto particolarmente caratteristico della metafisica è quello di assolutizzare singoli lati e forme del movimento della materia, di ridurre il superiore all’inferiore.
    Nella misura in cui le scienze naturali cominciarono a passare dallo studio delle cose e delle loro proprietà allo studio dei processi che si svolgono in esse, cominciarono ad elaborarsi i princìpi del metodo dialettico della conoscenza. Tale metodo parte dalla considerazione che nella realtà tutti i fenomeni sono in interconnessione e interdipendenza organica, che tutti i fenomeni sono internamente contraddittori e, in seguito della lotta degli opposti ad essi propri,
    cambiano continuamente passando ad uno stato qualitativo superiore.
    Il metodo dialettico della conoscenza è derivato dalle leggi universali della realtà e della conoscenza. Perciò esso è l’unico metodo conseguentemente scientifico (filosofico), metodo che aiuta gli scienziati nella loro attività conoscitiva.



    3. LA FILOSOFIA E L’ATTIVITÀ PRATICA DEGLI UOMINI

    Studiando le leggi universali della realtà e della conoscenza e elaborando sulla loro base una concezione del mondo e un metodo generale della conoscenza, la filosofia esercita un influsso sostanziale sulla vita umana. Il comportamento degli uomini, i princìpi ai quali essi si ispirano nella loro attività pratica, dipendono in misura notevole dalle loro concezioni generali, dalle idee filosofiche fatte proprie dalla loro coscienza.
    Per esempio, gli uomini che sono sotto l’influsso della concezione idealistica del mondo molto spesso, nella loro vita privata, attribuiscono grande importanza a dio o ad altre forze soprannaturali. Essi fanno affidamento più sul proprio destino che sulla conoscenza delle leggi che regolano i mutamenti della realtà che li circonda. Gli uomini che hanno una concezione marxista del mondo nella loro attività si basano, invece, sulla conoscenza delle leggi oggettive della realtà. il loro scopo fondamentale consiste non nell’adattarsi alle condizioni di vita esistenti ma nel perfezionarle e nel cambiarle costantemente.
    Inoltre, il legame della filosofia, in particolare del materialismo dialettico, con la prassi si realizza anche per un’altra via: traducendo in atto la funzione metodologica del materialismo dialettico. Il materialismo dialettico, sulla base dello studio delle leggi universali della realtà, formula determinati princìpi o norme che è indispensabile osservare nell’attività pratica, nella soluzione di questo o quel compito, elabora, in altre parole, un metodo d’azione, un metodo di trasformazione rivoluzionaria della realtà. Perciò, per i sovietici che costruiscono una società nuova, la società comunista, e realizzano con ciò un’opera di portata storica, è estremamente necessario impadronirsi della filosofia marxista. Tale dottrina li aiuterà ad orientarsi meglio nella soluzione dei problemi che sorgono nella pratica, a trovare per la loro soluzione le vie che maggiormente rispondono alle condizioni concrete.



    4. LA DEFINIZIONE DELL’OGGETTO DELLA FILOSOFIA

    Dopo l’esame dei tratti specifici della filosofia e delle funzioni che essa adempie si può dare una definizione del suo oggetto.
    La filosofia rappresenta una concezione del mondo e un metodo di conoscenza, elaborati sulla base di una determinata soluzione del problema del rapporto tra la materia e la coscienza.
    Tale definizione è applicatile a qualsiasi filosofia, a qualsiasi concezione filosofica: materialistica e idealistica, dialettica e metafisica. Noi però non ci occuperemo dell’oggetto di studio di tutte le correnti filosofiche. Nostro compito è mettere in luce soltanto il contenuto della filosofia marxista-leninista.
    La filosofia marxista-leninista è una scienza che studia le leggi oggettive
    dell’interconnessione della materia e della coscienza e le leggi universali della natura, della società, del pensiero ed elabora una concezione del mondo e un metodo di conoscenza e di trasformazione della realtà.



    5. LA FILOSOFIA E LE SCIENZE CONCRETE

    Qual è il rapporto tra la filosofia e le scienze concrete? Alcuni autori presentano la filosofia come «scienza delle scienze» che deve raggruppare tutte le scienze in un tutt’uno e includerle in questa forma nel suo contenuto, indicando a ciascuna di esse il posto che le spetta e i princìpi che ne determinano il contenuto e l’indirizzo di sviluppo. Tale concezione era caratteristica del periodo premarxista di sviluppo della filosofia. Ma anche dopo il sorgere del
    materialismo dialettico, alcuni autori borghesi si attengono al dato punto di vista.
    I positivisti sostengono su tale questione una concezione diametralmente opposta. Essi affermano che le scienze concrete non hanno bisogno della filosofia, che possono benissimo farne a meno. Non solo, ma i positivisti dichiarano che bisogna distruggere la filosofia perché essa è soltanto dannosa e ostacola lo sviluppo della conoscenza scientifica, nella realtà non v’è nulla che corrisponda ai suoi princìpi, non indaga - né può indagare - nulla, non ha - né
    può avere - un metodo scientifico di conoscenza, ecc.
    Orbene, se queste concezioni possono essere riferite in una qualche misura alla filosofia idealistica, la quale all’indagine della realtà oggettiva sostituisce la costruzione di questi o quei princìpi derivati dal pensiero puro, esse sono del tutto estranee al materialismo dialettico.
    Il materialismo dialettico ha un campo d’indagine proprio solo ad esso, ha un suo metodo scientifico di conoscenza.
    A differenza delle scienze concrete che studiano le leggi proprie a questo o quel campo della realtà, il materialismo dialettico studia le leggi universali che si manifestano in tutti i campi del mondo oggettivo, in tutti i fenomeni. Però le leggi universali si manifestano non in modo separato dalle leggi particolari, non parallelamente ad esse, ma tramite di esse, sotto forma di
    determinati lati di queste ultime. Perciò, per scoprire questa o quella legge filosofica, bisogna rivolgersi alle scienze concrete, analizzare le leggi specifiche, da esse scoperte, individuare in esse ciò che si ripete in tutti i campi della realtà, ciò che è universale. Per questo la filosofia è organicamente legata alle scienze concrete, ai dati scientifici da esse ottenuti, attinge il suo contenuto da questi dati e può svilupparsi con successo solo sulla base della loro generalizzazione.
    A loro volta, le scienze concrete sono anch’esse legate indissolubilmente alla filosofia, ai risultati delle sue ricerche. La filosofia, infatti, studiando le leggi universali della realtà e le leggi oggettive dell’interconnessione tra la materia e la coscienza, elabora su questa base la teoria della conoscenza e la logica - le leggi e le forme del pensiero - e, insieme ad esse, anche il metodo generale di conoscenza. Le scienze concrete non possono esistere e svilupparsi con
    successo senza utilizzare le forme logiche e le leggi del pensiero. Esse non possono fare a meno neanche del metodo generale di conoscenza. Ma esse non possono elaborare da sé tutto ciò, in quanto non studiano le leggi universali della realtà, le quali presiedono al processo del
    pensiero e sulla base delle quali si formulano le leggi della logica e i princìpi del metodo dialettico di conoscenza.
    Quindi, il materialismo dialettico e le scienze concrete, pur avendo i propri campi specifici d’indagine, sono in interconnessione e interdipendenza organica tra di loro e non possono svilupparsi con successo se separate tra di loro.



    6. IL CARATTERE DI PARTE DELLA FILOSOFIA

    In una società divisa in classi la filosofia ha sempre carattere di parte. Elaborando un sistema di concezioni sul mondo nel suo insieme, sulla realtà, essa al tempo stesso esprime e difende gli interessi di queste o quelle classi, di questi o quei gruppi sociali. Attraverso le concezioni filosofiche le classi e i gruppi sociali si rendono sul piano teorico coscienti della loro posizione nella società, del loro rapporto con la realtà che li circonda, con i processi che vi si
    svolgono. Essendo la base della concezione del mondo di questa o quella classe, la filosofia forma il modo di pensare e d’agire di questa classe, le sue esigenze e i suoi ideali. «La filosofia contemporanea - scrisse Lenin - ha un carattere di parte, come l’aveva la filosofia di duemila anni fa. In sostanza, i partiti in lotta sono il materialismo e l’idealismo, anche se si nascondono dietro nuove etichette escogitate da pedanti e da ciarlatani, o dietro una stupida
    indipendenza delle parti» 4.
    Il materialismo, di regola, è legato alle classi progressiste interessate al progresso storico, mentre l’idealismo è legato alle classi reazionarie che difendono lo stato di cose esistente.
    Esprimendo gli interessi degli strati progressisti della società il materialismo si appoggia alla scienza, si avvale dei suoi dati; l’idealismo, invece, è legato di regola alla religione, si appoggia ai suoi dogmi e ne motiva la necessità. Sottolineando il carattere di parte dellafilosofia borghese e il suo legame con la teologia, Lenin scriveva: «Neppure una parola di nemmeno uno di questi professori (borghesi N.d.A.) - capaci di produrre le opere più preziose
    in campi particolari della chimica, della storia, della fisica - può essere creduta quando si passa alla filosofia. Perché? Per la stessa ragione per la quale neppure una parola di nemmeno uno dei professori di economia politica - capaci di produrre le opere più preziose nel campo delle indagini particolari condotte sui fatti - può essere creduta quando si passa alla teoria generale dell’economia politica. Poiché quest’ultima, nella società contemporanea, è
    una scienza di parte, come la gnoseologia»5.



    3 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 20.
    4 V. I. Lenin, op. cit., vol. 14, p. 352.
    5 Ibidem, pp. 336-337.
    Ultima modifica di Stalinator; 29-07-10 alle 14:09

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    Predefinito Rif: LA FILOSOFIA MARXISTA-LENINISTA

    Capitolo II
    LA LOTTA TRA IL MATERIALISMO E L’IDEALISMO NELLA FILOSOFIA
    PREMARXISTA




    1. IL SORGERE DELLA FILOSOFIA
    La filosofia come sistema di idee sul mondo, come concezione del mondo degli uomini non è esistita sempre. Essa è sorta soltanto ad un determinato stadio di sviluppo della società.
    Perché la filosofia potesse apparire, erano necessari un notevole livello di sviluppo del pensiero e condizioni sociali favorevoli. Nei periodi iniziali di esistenza e di sviluppo della società le forze produttive erano ad un livello molto basso e l’uomo dipendeva in tutto e per tutto dalla natura, era in balìa delle sue forze spontanee. Naturalmente, siccome non conosceva le cause effettive che provocavano il sorgere di questi o quei fenomeni, egli era portato a conferire anima a questi ultimi, a ritenere che essi fossero determinati, generati da forze o esseri soprannaturali. Nasce così la credenza nell’esistenza degli dei e, insieme ad essa, la religione, le concezioni religiose.
    La forma prima, iniziale di una visione globale del mondo fu, quindi, una concezione religiosa del mondo, generata dall’impotenza dell’uomo primitivo nella lotta contro la natura, dalla paura per le misteriose forze spontanee che influivano sulla sua attività vitale.
    Con la divisione della società in classi - in schiavi e proprietari di schiavi - le idee religiose cominciarono ad essere condizionate, ad essere generate anche da un’altra causa, e precisamente, dalla dipendenza dell’uomo dalle forze spontanee sociali, le quali apportavano agli uomini calamità non minori di quelle provocate dalla natura. Nella società schiavistica la religione diviene, inoltre, un’arma spirituale nelle mani dei padroni di schiavi per giustificare
    e sancire lo sfruttamento degli schiavi. Con il sorgere delle classi fa la sua apparizione anche la lotta di classe, la quale trova inevitabilmente il suo riflesso nella vita spirituale degli uomini, nella lotta tra le diverse concezioni del mondo che riflettono la diversa posizione delle classi e degli altri gruppi sociali. Nella società schiavistica, in relazione al fatto che il lavoro intellettuale, separatosi dal lavoro fisico, divenne monopolio dei proprietari di schiavi, la lotta ideologica tra le diverse concezioni del mondo si svolgeva soprattutto tra i vari gruppi di proprietari di schiavi che occupavano una diversa posizione in seno alla società, e in particolare, tra gli strati avanzati - artigiani e mercantili - della classe dei proprietari di schiavi e i gruppi conservatori dell’aristocrazia gentilizia. I primi tendevano a sviluppare ulteriormente le forze produttive, il commercio, lottavano per le forme democratiche di Stato schiavistico. Gli strati aristocratici, invece, ostacolavano tale processo. La lotta dei gruppi sociali progressisti contro l’aristocrazia reazionaria determinò il sorgere e lo sviluppo della concezione materialistica del mondo, la quale fu contrapposta alle concezioni religiose dell’aristocrazia schiavistica.
    I rappresentanti della parte reazionaria dei proprietari di schiavi, lottando contro il materialismo, cominciarono ad elaborare concezioni idealistiche (con le quali motivavano la religione) e a contrapporle all’interpretazione materialistica dei processi che si svolgono nel mondo. Così appare l’idealismo come reazione alla nascita della concezione materialistica del mondo. Una volta sorti, l’idealismo e il materialismo cominciarono a condurre una lotta
    costante tra di loro, lotta che non è mai cessata. Tutta la successiva storia dello sviluppo della filosofia non rappresenta altro che la lotta tra questi due indirizzi in filosofia: il materialismo e l’idealismo.


    2. LA LOTTA TRA IL MATERIALISMO E L’IDEALISMO NELLA SOCIETÀ SCHIAVISTICA
    La dottrina materialistica sul mondo affonda le sue radici nella remota antichità. Essa appare in Egitto e in Babilonia tra la fine del terzo e l’inizio del secondo millennio prima dell’èra moderna. Già in quell’epoca si incontrano ragionamenti secondo cui l’acqua è la causa del mondo, che dall’acqua hanno origine tutte le cose, tutti gli esseri viventi.
    Ma la dottrina materialistica diviene un sistema di idee più o meno organico soltanto nel primo millennio precedente l’èra moderna. È proprio in questa forma che l’incontriamo in quell’epoca in India e in Cina. Così, ad esempio, nei secoli VIII-VII prima della nostra èra troviamo in India la corrente filosofica dei Lokoyata (letteralmente: concezioni di uomini che riconoscono soltanto il mondo sensibile - loka) che si presenta come un sistema di concezioni materialistiche completamente formato. Fondatore della scuola dei Lokoyata fu Brihaspati.
    I seguaci della scuola dei Lokoyata sottoponevano ad acuta critica le dottrine religiose che in quella epoca dominavano in India e che erano esposte nei Veda, i libri sacri del brahmanesimo. Essi condannavano decisamente «tutte le forme di magia e di superstizione» e proclamavano invenzione dei sacerdoti i dogmi sull’immortalità dell’anima, le loro asserzioni che dopo la morte l’anima dell’uomo continuerebbe a vivere nel mondo trascendentale. Secondo la loro dottrina, non vi è e non può esservi nessun’altra vita all’infuori di quella terrena e perciò l’anima dell’uomo muore insieme al suo corpo.
    Pressappoco nella stessa epoca sorse una concezione materialistica del mondo anche in Cina.
    In Cina nei secoli IX-VII prima dell’èra moderna era diffusa una dottrina che era diretta contro la religione e che affermava che il mondo è eterno ed è costituito dal fuoco, dall’acqua, dal legno, dalla terra e dal metallo. Tutte le cose, dicevano i primi materialisti cinesi, non sono altro che le combinazioni dei suddetti cinque elementi.
    La concezione materialistica del mondo ottenne ulteriore sviluppo nella filosofia del taoismo, apparsa nel VI secolo prima dell’èra moderna, di cui è considerato fondatore Láo Tsze.
    Secondo il taoismo il mondo è eterno, è in stato di continuo movimento e cambiamento. Tutto ciò che esiste, il movimento stesso sono governati, secondo i taoisti, dal Tao, una legge di eterna armonia («Tao», in cinese, «via», «legge»; di qui il nome della dottrina). Le correnti materialistiche, sorte in India e in Cina nel primo millennio, lottarono nei successivi secoli prima contro le concezioni religiose e poi contro l’idealismo, base teorica della religione; nel corso di questa lotta esse andavano sviluppandosi e arricchendosi.
    A cominciare dal VI secolo prima dell’èra moderna, il pensiero filosofico riceve impetuoso sviluppo nella Grecia antica. Qui la concezione materialistica del mondo pure sorse nella lotta contro la religione riflettendo gli interessi degli strati progressisti della classe dei proprietari di schiavi. I fondatori della filosofia materialistica greca furono i rappresentanti della cosiddetta scuola ionica, sorta a Mileto: Talete (ca. 624-547 a. C.), Anassimandro (ca. 610-546 a. C.), Anassimene (ca. 585-525 a. C.). Secondo la dottrina di Talete, la causa prima di tutto ciò che esiste è l’acqua. Tutto deriva dall’acqua e tutto si trasforma in ultima istanza in acqua. Anassimandro pose come principio di tutte le cose 1’«apeiron»: l’infinito o l’indeterminato che genera cose e fenomeni mediante movimento e emanando opposti come l' «umido» e il
    «secco», il «freddo» e il «caldo». Cose e mondi interi che sorgono e esistono per un determinato periodo di tempo, in forza delle stesse cause (movimento e emanazione degli opposti) si distruggono, scompaiono e si trasformano di nuovo in apeiron. In tal modo si assiste nel mondo, secondo Anassimandro, ad un eterno movimento circolatorio nel corso del quale l’uno sorge dall’apeiron, l’altro scompare trasformandosi in apeiron. Con la sua posizione materialistica Anassimandro, come vediamo, fa un tentativo di presentare il mondo in modo dialettico, in movimento, come un mondo in cui il processo di sdoppiamento dell’uno (apeiron) in opposti (emanazione degli opposti) esercita un ruolo determinato.
    Un analogo punto di vista sulla natura delle cose sensibili fu sviluppato anche da Anassimene. Secondo lui, l’elemento primordiale delle cose è l’aria, il cui movimento determina il sorgere e lo scomparire delle cose. Essendo in costante movimento, l’aria ora si condensa, ora si rarefà, diventando così ora l’uno, ora l’altro. Ad esempio, rarefacendosi l’aria diventa fuoco, condensandosi diventa vento, condensandosi ancora di più diventa nuvola. Diventando ancor più densa si trasforma in terra e infine in roccia. Tutte le altre cose, compreso dio, sono sorte da questi sopraelencati stati di materia.
    Ai primi materialisti greci che esprimevano e difendevano gli interessi degli strati progressisti della classe dei proprietari di schiavi, i gruppi reazionari, aristocratici contrapposero prima i dogmi religiosi sull’origine e l’essenza del mondo e poi una filosofia idealistica elaborata dai loro rappresentanti.
    La prima forma dell’idealismo nella Grecia antica fu il pitagorismo, fondato dal filosofo e matematico Pitagora (ca. 580-500 a. C.). Secondo la dottrina dei pitagorici gli elementi fondamentali costitutivi delle cose sono i rapporti quantitativi, i numeri che determinano l’essenza, la natura delle cose. È sempre da essi che dipende anche tutto l’Universo. Secondo i pitagorici l’Universo non è che l’armonia dei numeri.
    Sviluppando la loro dottrina i pitagorici sottoponevano a critica la filosofia materialistica della scuola ionica, ma il materialismo acquistava sempre maggiore popolarità e si propagava rapidamente.
    Un notevole contributo allo sviluppo della teoria materialistica del mondo fu dato dal filosofo della Grecia antica Eraclito di Efeso (ca. 530-470 a. C.). Secondo Eraclito il principio del mondo è il fuoco che condiziona il sorgere e lo scomparire delle cose. Tutto deriva dal fuoco, diceva Eraclito, e tutto si trasforma in ultima istanza in fuoco. Secondo Eraclito il fuoco è simile all’oro, il quale si scambia con tutto e con il quale si scambia tutto. Il mondo, secondo
    Eraclito, non è stato creato da nessuno, ma esiste eternamente e non dipende da nessuna forza soprannaturale. Eraclito scriveva che il mondo, l’uno del tutto, non è stato fatto da nessuno degli dei o degli uomini, ma è stato, è e sarà un fuoco eternamente vivo che si accende e si spegne secondo misura.
    Ponendo il fuoco come il principio materiale dell’Universo, Eraclito sottolineava
    continuamente l’idea dell’incessante movimento e mutamento del mondo, della
    contraddittorietà come fonte del movimento, della possibilità del trapasso degli opposti gli uni negli altri. Egli formulò così una serie di princìpi dialettici che riflettono in un modo o nell’altro il vero stato delle cose anche se non poggiano su dati scientifici. Eraclito affermava: «Non è possibile discendere due volte nello stesso fiume» (discendendovi per la seconda volta immancabilmente l’acqua non sarà quella di prima); «in noi sono un tutt’uno ciò che è vivo e ciò che è morto, ciò che è sveglio e ciò che dorme, ciò che è giovane e ciò che
    è vecchio. Il fatto è che questo, una volta mutato, è quello e viceversa quello, una volta mutato, è questo»; «il freddo diventa più caldo, il caldo diventa più freddo, l’umido diventa secco, il secco diventa umido».
    L’ulteriore sviluppo della linea materialistica della filosofia greca antica è legato alla dottrina di Democrito (V secolo a. C.) il quale formulò la teoria atomistica della struttura della materia. Secondo questa teoria gli elementi primordiali del mondo sono gli atomi, la cui quantità è infinita, e il vuoto in cui essi si muovono. Muovendosi in questo spazio vuoto, gli atomi si incontrano e formano questi o quei corpi. Tutto ciò che esiste è formato dagli atomi. Persino l’anima dell’uomo è una combinazione di determinati atomi. Democrito rivolse la sua dottrina contro i pitagorici i quali affermavano che l’anima è immortale. Secondo Democrito l’anima perisce insieme all’organismo. La morte dell’organismo significa disintegrazione degli atomi che lo compongono, ma ciò significa che gli atomi che compongono l’anima pure si disintegrano.
    Successivamente la teoria atomistica fu sviluppata dal filosofo greco Epicuro (IV-III secolo a.C.) e dal filosofo romano Tito Lucrezio Caro (1 secolo a. C.).
    Contro la teoria atomistica di Democrito e le concezioni materialistiche degli altri filosofi, in particolare di Eraclito, intervenne il filosofo-idealista greco Platone (427-347 a. C.) che esprimeva gli interessi dell’aristocrazia schiavistica reazionaria.
    La dottrina platonica pone un netto dualismo tra il mondo reale composto dalle idee universali («essenze ideali») e il mondo non reale che è costituito dalle cose sensibili e che non è altro che un riflesso, un’ombra del mondo reale (mondo delle idee). Per illustrare il rapporto tra il mondo delle cose sensibili (mondo non reale) e il mondo delle idee (mondo reale), Platone riporta il seguente esempio: immaginiamoci un uomo rinchiuso in una caverna e incatenato ad un palo in modo da volgere sempre la schiena all’entrata da dove arriva nella caverna la luce.
    Non può perciò vedere quello che avviene al di fuori. Ed ecco al passare davanti alla caverna di persone appariranno sulla parete opposta all’ingresso le ombre delle persone che passano e degli oggetti che portano. L’uomo nella grotta vedrà queste ombre e le prenderà per un mondo reale, anche se esse non sono che un calco imperfetto di questo mondo reale. Sono
    analoghi calchi o, più esattamente, ombre del mondo delle idee anche le cose sensibili, il mondo sensibile. E noi, dice Platone, ci troviamo in una situazione analoga a quella del prigioniero legato nella caverna, prendiamo per reale questo mondo delle cose, anche se quest’ultimo rappresenta solo le ombre del mondo reale, e precisamente del mondo delle idee nascosto al nostro sguardo.
    Il mondo delle idee, secondo la dottrina di Platone, è riunito in un tutt’uno dall’idea del «bene supremo» ed esiste in eterno; mentre le cose, i fenomeni sono transitori, temporanei. Essi sorgono dall’essere informe, indefinito (materia) come risultato della fusione con essi di questa o quella idea e scompaiono subito non appena l’idea abbandona la cosa che ha creato.
    Dalla dottrina di Platone risulta che le cose e i fenomeni derivano dalle idee che in ultima istanza risalgono a dio.
    Profonde critiche alla dottrina platonica delle idee furono mosse da Aristotele, la cui dottrina rappresenta il coronamento dello sviluppo della filosofia greca antica. Nella sua filosofia Aristotele (384-322 a. C.) generalizzò e rielaborò in maniera creativa tutto quanto era stato creato dai precedenti pensatori. Le sue opere abbracciano tutti i lati della realtà: la natura, la società umana e il sapere. Criticando le concezioni filosofiche di Platone, in particolare la sua
    tesi sulle idee come primo dato rispetto alle cose sensibili, sulla loro esistenza autonoma, Aristotele dimostrò che non esiste alcuna idea universale al di fuori delle cose e indipendentemente da esse. Tutto ciò che è reale si manifesta soltanto attraverso le cose. Per quanto riguarda le idee universali, esse sorgono nella coscienza dell’uomo nel processo della conoscenza, nella misura in cui l’uomo incontra quello che si ripete e ne diventa conscio.
    Nelle sue concezioni filosofiche Aristotele oscilla fra il materialismo e l’idealismo. Secondo Aristotele, alla base di tutte le cose è la materia prima. Essa è priva di forma, indeterminata, cioè si presenta solo come possibilità dell’essere. Questa possibilità si trasforma in cosa sensibile reale solo quando la materia si fonde con questa o quella forma (usando la terminologia di Aristotele), che per l’appunto le conferisce determinatezza.
    Anche se la concezione del mondo di Aristotele è in sostanza materialistica, essa presenta seri difetti. In primo luogo, Aristotele stacca la materia prima dal movimento, essa rappresenta, secondo lui, una massa indeterminata, amorfa, in cui il movimento è apportato dal di fuori dalla forma. In secondo luogo, l’elemento attivo che provoca il mutamento della materia, il passaggio di essa dallo stato indeterminato allo stato determinato e poi da uno stato all’altro, cioè la forma, prende inizio in ultima analisi da dio come primo motore. Tutto ciò mostra l’incoerenza della dottrina di Aristotele. Oltre agli elementi di dialettica e alle tendenze materialistiche sono propri alle sue concezioni anche elementi di metafisica e tendenze idealistiche.
    Dopo Aristotele subentra nella filosofia greca un periodo di decadenza dovuta alla crisi dello Stato schiavistico. Appare la tendenza del passaggio dal materialismo all’idealismo e al misticismo. Il processo di rinascita e di diffusione delle concezioni idealistiche si intensificò particolarmente nel periodo di decomposizione della società schiavistica romana. In quel periodo esse collimano direttamente con la religione, in particolare con il cristianesimo sorgente, il quale diventa nell’epoca del feudalesimo europeo l’ideologia dominante.

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    Predefinito Rif: LA FILOSOFIA MARXISTA-LENINISTA

    3. LA LOTTA DEL MATERIALISMO E DELL’IDEALISMO NELLA FILOSOFIA MEDIEVALE


    Il Medioevo, di cui era caratteristico il dominio illimitato dell’ideologia ecclesiastica in tutte le sfere della vita spirituale della società, lasciò un’impronta anche sullo sviluppo del pensiero filosofico. La filosofia era oggettivamente e ufficialmente al servizio della teologia. Era chiamata a giustificare, ad argomentare i dogmi religiosi, a dimostrarne l’attendibilità e
    l’incrollabilità. Perciò tutti i problemi filosofici assumevano involontariamente una sfumatura religiosa.
    Nella filosofia medievale si prestava attenzione particolarmente grande al problema del rapporto tra i concetti generali, i cosiddetti universali, e le cose del mondo sensibile. Durante tutto il Medioevo si svolse intorno a questo problema una disputa accanita. In quell’epoca la
    soluzione della questione fondamentale della filosofia e la lotta fra il materialismo e l’idealismo erano organicamente legati alla soluzione della questione del rapporto fra il particolare e l’universale, fra le idee universali e le singole cose.
    Gli idealisti affermavano che l’universale esiste indipendentemente dalle singole cose e prima delle cose, esso è legato a dio. Non solo, ma dio stesso è l’essenza universale di tutto quello che esiste. Per quanto riguarda le singole cose, esse sono state create in ultima analisi da dio.
    I fautori del dato punto di vista erano chiamati realisti in quanto ammettevano e motivavano l’esistenza reale dei concetti universali.
    Gli esponenti della tendenza materialistica sostenevano l’opposto. Essi dichiaravano che l’universale non può esistere realmente e tanto meno prima del particolare. Esistono realmente solo le cose singolari. Mentre l’universale è, secondo loro, solo un segno che non riflette nulla, e perciò è assente nella realtà. I sostenitori di questo punto di vista erano chiamati nominalisti, poiché negavano l’esistenza reale dell’universale e affermavano che esso non sarebbe che un nome.
    Può servire come esempio della concezione idealistica il dottrina del filosofo medievale Anselmo d’Aosta, arcivescovo di Canterbury (1033-1109). Secondo lui, esiste un dio eterno, unico, immutabile, che si presenta in sé e per sé come essenza universale. Tutto quello che esiste al di fuori di dio ha la sua origine in dio. Il principio divino è eterno e immutabile. Le cose devono la loro origine all’opera creatrice di dio. All’atto della creazione dio prima concepisce mentalmente queste o quelle cose e i suoi pensieri sono i prototipi in base ai quali si creano in seguito le cose. Dio si presenta qui come artista che crea le proprie opere secondo i suoi intenti. L’essere ideale delle cose nell’intelletto divino è eterno mentre l’essere reale (essere al di fuori di dio) ha un carattere temporaneo, passeggero. Partendo dal suo sistema dell’essere, Anselmo d’Aosta affermava che le idee universali devono esistere prima delle cose singolari. Le cose materiali singolari sono il secondo dato, poiché esse traggono la loro origine dalle idee e in ultima istanza da dio.
    Contro questo punto di vista si schierò decisamente il filosofo-nominalista medievale Roscellino (1050 ca. - 1112 ca.). Secondo la sua dottrina l’universale non solo non precede le cose sensibili, non solo non le determina, ma non esiste in generale. Le idee universali secondo Roscellino non sono altro che le parole, i nomi che l’uomo dà alle cose singolari.Esistono realmente solo le singole cose. Negando l’esistenza dell’universale, delle idee universali, Roscellino cercò di confutare la dottrina della chiesa sulla natura di dio come un’unica sostanza in tre persone uguali e distinte. Secondo lui non è possibile che esistano e dio e tre persone tramite le quali esso si manifesterebbe: il padre, il figlio e lo spirito santo. Se esistono queste tre persone, devono esserci allora tre sostanze divine e non una sola. Queste affermazioni di Roscellino suscitarono una tempesta di indignazione da parte della chiesa e furono condannate come contrarie alla dottrina ecclesiastica.
    Tommaso d’Aquino, teologo e filosofo italiano (1225-1274), fece un tentativo di superare le estreme prese di posizione dei nominalisti e dei realisti sulla questione del rapporto fra il particolare e l’universale.
    Tommaso d’Aquino considerava la causa prima di tutto quello che esiste dio, il quale è un essere spirituale assoluto e perfetto. Dio contiene in sé nella forma di idee universali tutto quello che vi è al mondo. Ad immagine di queste idee egli creò le cose materiali. In tal modo, Tommaso è d’accordo con i realisti che le idee universali si trovano prima delle singole cose nella mente divina. Ma al tempo stesso egli tentava di giustificare i nominalisti affermando che le idee universali presenti non nella mente divina ma in quella umana non possono esistere prima delle cose, non possono generarle, ma vengono create dall’uomo stesso nel processo di conoscenza del mondo esterno.
    Tommaso d’Aquino tentò di argomentare teoricamente il ruolo ausiliario della filosofia rispetto alla teologia (dottrina della divinità). Secondo il suo parere la filosofia assolve la stessa missione della teologia, cioè dà un fondamento ai dogmi ecclesiastici ma seguendo una via diversa. La teologia fa derivare questi dogmi direttamente da dio, la filosofia li fa derivare dalle opere divine (cose materiali).
    Ai nostri giorni in molti paesi occidentali la dottrina di Tommaso d’Aquino rinasce e trova diffusione particolarmente vasta nella forma del neotomismo. Il suo compito fondamentale consiste nel conciliare la filosofia e le scienze concrete con la religione, con la teologia, nel porle al servizio di quest’ultima.



    4. IL MATERIALISMO DEL XVII-XVIII SECOLO E LA SUA LOTTA CONTRO LA RELIGIONE E L’IDEALISMO

    Al Medioevo, epoca contrassegnata dal dominio incontrastato della scolastica sterile che gravitava esclusivamente intorno ai dogmi ecclesiastici, si sostituì una nuova epoca, quella del Rinascimento. Con la nascita e con l’affermarsi dei rapporti di produzione capitalistici si intensificò la produzione, sorsero e cominciarono a svilupparsi l’industria, il commercio. Per ciò era necessario conoscere meglio le leggi in base alle quali si sviluppano e funzionano i fenomeni del mondo esterno. Sorge la necessità di studiare la natura, di conoscerla.
    L’intelletto umano comincia a rivolgere la sua attenzione alla natura, all’attività materiale degli uomini. Questa tendenza non poteva non ripercuotersi sulla filosofia, sul suo sviluppo. La filosofia viene proclamata scienza chiamata a stabilire le verità che aiutano nella vita pratica e orientano l’attività per la produzione dei valori materiali.
    Le tesi generali sostenute dalla filosofia medievale e il metodo da essa seguito vengono proclamati falsi, poiché inducono in errore gli uomini. Vengono proposti nuovi metodi d’indagine, nuovi metodi di conoscenza della verità. Precursore di tale indirizzo in filosofia è considerato Francesco Bacone (1561-1625).
    Bacone sottopose ad aspra critica prima di tutto la filosofia idealistica, dall’antichità al Medioevo. Egli la criticò in due direzioni. In primo luogo, egli rimproverava agli idealisti di aver confuso il divino e l’umano sino al punto di fondare le loro dottrine filosofiche esclusivamente sui libri della sacra scrittura. Secondo la sua dottrina nelle loro ricerche le scienze e la filosofia devono farsi guidare da un determinato metodo e poggiare sulla pratica mentre la teologia poggia solo sulla fede. Di qui la conclusione: la teologia e la filosofia non
    devono essere considerate un tutt’uno, esse non devono ingerirsi negli affari l’una dell’altra.
    In secondo luogo, egli criticava gli idealisti, particolarmente gli scolastici, per il carattere speculativo dei loro ragionamenti, per la vacuità, la futilità delle loro tesi, per la sterilità delle loro dottrine.
    Presentando l’esperienza come base sulla quale bisogna appoggiarsi nel processo della conoscenza Bacone si poneva il compito di liberare gli uomini e la loro coscienza da ogni sorta di pregiudizi che rappresentano un notevole ostacolo alla conoscenza della verità, fanno deviare l’uomo dal giusto cammino, lo disorientano. Alla base di tutte le cose sono secondo Bacone le «nature» più elementari determinate dalle forme. Il numero delle forme è limitato, ma unendosi fra di loro nelle combinazioni più svariate esse formano tutta la molteplicità dei fenomeni esistenti nel mondo. Il mondo materiale secondo la dottrina di Bacone non ha né principio né fine, esso é esistito e esisterà in eterno. «“... Dal nulla - egli scrive - non sorge nulla” e “Nulla si distrugge”. Tutta la quantità di materia o la sua somma rimane costante, non aumenta e non diminuisce»1.
    Bacone dichiarava il movimento una delle proprietà fondamentali della materia eternamente esistente anche se lo limitava alle sole 19 forme, il che rappresentava indubbiamente un lato debole della sua dottrina.
    La metafisicità è propria anche al metodo di conoscenza di Bacone. Secondo lui nel processo della conoscenza é necessario scomporre l’oggetto in singoli lati, qualità (nature), e ciascuna tale qualità a sua volta in qualità (nature) ancor più semplici. È necessario proseguire così fino ad individuare le nature più elementari. Dopo di ciò dobbiamo scoprire le leggi o le forme che determinano l’essenza di queste nature più elementari e stabilire come queste nature si combinano per dar vita a questa o quella cosa. Come risultato noi, secondo Bacone, verremo a conoscere qualsiasi cosa del mondo che ci circonda.
    Bacone non comprendeva che le cose non rappresentano una combinazione meccanica di qualità costanti ma un tutt’uno organico, dove le qualità, i lati sono in interconnessione tra di loro e trapassano gli uni negli altri. Perciò una cosa non può essere conosciuta riunendo meccanicamente i dati sui suoi singoli aspetti.
    Nonostante una serie di insufficienze proprie alla dottrina di Bacone, essa fu un notevole passo in avanti nello sviluppo del pensiero filosofico segnando il sorgere di una nuova forma di materialismo filosofico.
    La dottrina materialistica di Bacone ottenne ulteriore sviluppo nelle concezioni del filosofo borghese inglese Thomas Hobbes (1588-1679). Hobbes, secondo le parole di Marx, fu il sistematizzatore della dottrina di Bacone. Egli conferì alle concezioni di Bacone una sfumatura di meccanicismo nettamente espressa. Nel suo pensiero la natura (materia) perse il carattere poliqualitativo che le attribuiva Bacone; essa rappresenta secondo Hobbes l’insieme dei corpi che possiedono solo due proprietà fondamentali: l’estensione e la figura. Qualcosa
    di analogo avvenne anche con il movimento. Hobbes ridusse tutta la molteplicità delle sue forme ad una sola: quella meccanica. Egli interpretava il movimento solo come spostamento dei corpi nello spazio.
    Hobbes concepiva il processo della conoscenza come l’addizione e la sottrazione dei pensieri. L’unico metodo scientifico di conoscenza può essere, secondo la sua dottrina, solo il metodo matematico basato su operazioni come l’addizione e la sottrazione. Elaborando la sua dottrina materialistica del mondo Hobbes conduceva una lotta contro la religione e traeva dalla propria dottrina conclusioni ateistiche. Egli riteneva che la religione deve la sua origine all’ignoranza degli uomini, alla loro paura dell’inscrutabile domani. Essa non ha nulla in comune con la scienza, ma nonostante ciò, secondo Hobbes, è necessaria in quanto aiuta a mantenere gli uomini nei limiti dell’ordine.
    Similmente a Bacone e Hobbes in Inghilterra, in Francia la necessità di nuovi metodi di conoscenza fu sostenuta da Rene Descartes (Cartesio) (1596-1650). Egli dipinse un quadro del tutto materialistico del mondo. La natura è costituita, secondo la sua dottrina, dalle minuscole particelle materiali che si distinguono fra di loro per grandezza, forma e senso di moto. Tutta la necessaria molteplicità dei corpi è sorta secondo Descartes senza l’intervento
    di dio, per via naturale, dai tre tipi diversi di elementi primari che costituivano in un primo tempo l’Universo infinito: elementi simili al fuoco, all’aria e alla terra. Tutti questi elementi erano in movimento e rappresentavano dei vortici. Nel corso del movimento a vortice del primo tipo di elementi sorsero il sole e le stelle; nel corso di un analogo movimento del secondo tipo di elementi sorse il cielo; il movimento del terzo tipo di elementi generò la Terra e gli altri pianeti.
    Questa dottrina ingenua, ma per natura materialistica, sull’origine del sistema solare era diretta contro i dogmi della religione sulla creazione del mondo ad opera di dio in sei giorni, perciò in quella epoca era una dottrina progressista.
    Elaborando le proprie concezioni sul mondo Descartes, in contrappeso alla scolastica medievale, cercava di poggiare sulla scienza. Ma in quell’epoca ottennero notevole sviluppo solo la meccanica e la matematica. Tutto ciò lasciò inevitabilmente un’impronta sulla dottrina di Descartes condizionandone per molti versi il carattere meccanicistico. Descartes, come Hobbes, privò la materia della sua molteplicità qualitativa e la ridusse, in sostanza, alla sola
    quantità. Egli non vedeva, in particolare, la differenza qualitativa fra gli organismi viventi e le cose della natura inanimata. Egli concepiva gli animali come macchine semplici. Una macchina, ma più complessa, era secondo lui anche l’uomo. Descartes, come Hobbes, riduceva tutta la molteplicità delle forme di movimento della materia ad una sola forma: lo spostamento dei corpi nello spazio.
    Descartes non era un materialista coerente. La sua posizione materialistica si manifestava solo quando si trattava di questi o quei fenomeni della natura. Ma quando si accingeva ad esaminare i princìpi fondamentali dell’essere e della conoscenza lui tradiva il materialismo, poiché risolveva i problemi filosofici partendo dal riconoscimento di dio, dell’anima come l’unico fondamento dell’essere. Egli, ad esempio, affermava che dio, la sua «onnipotenza creò la materia insieme al movimento e alla quiete», che nel mondo vi sono due sostanze indipendenti: la spirituale e la materiale. Tutto ciò conferì alle concezioni filosofiche di Descartes un carattere dualistico a differenza di Bacone e Hobbes le cui concezioni erano monistiche.
    A differenza dei materialisti inglesi del XVII secolo, i quali nell’elaborare la teoria e il metodo di conoscenza partivano dall’esperienza, dai dati sensibili, Descartes in tutte queste questioni partiva dalla ragione pura ritenendo che l’esperienza non esercita un ruolo sostanziale nel processo della conoscenza, che nella sfera della conoscenza bisogna poggiare solo sulla ragione, partire dai suoi princìpi, dalle idee che sono innate.
    Alcune insufficienze della dottrina filosofica di Descartes, in particolare il suo dualismo, sono superate dal filosofo-materialista olandese Benedetto Spinoza (1632-1677). Secondo la dottrina di Spinoza il mondo per sua natura è unico e questa natura è la sostanza. Per quanto riguarda il pensiero, esso non è che un attributo (proprietà essenziale) della materia parallelamente agli altri suoi attributi, in particolare, l’estensione. La natura esiste in eterno, non è stata mai creata da nessuno e racchiude in se stessa la causa della sua esistenza eterna e infinita. Essendo eterna, la natura (Sostanza) si manifesta attraverso i suoi modi infiniti. Uno di questi modi è anche il movimento che, a differenza degli altri modi, non è finito ma infinito, cioè è caratteristico di tutti gli stati della sostanza (natura).
    Proclamando il mondo causa di se stesso, Spinoza elimina così dio come artefice dell’Universo, lo dissolve nella natura.
    La causa dell’apparizione della religione erano secondo Spinoza l’ignoranza degli uomini, la loro paura del futuro ignoto. La religione, egli scrisse, non rappresenta «nulla, all’infuori delle fantasie e del delirio di un’anima oppressa e timida»2.
    La teoria sviluppata da Spinoza, così come anche le dottrine materialistiche dei suoi predecessori, presenta una serie di insufficienze caratteristiche del materialismo metafisico. Spinoza riduceva tutte le forme di movimento ad una sola: allo spostamento dei corpi nello spazio e persino considerava il movimento non un attributo della materia ma solo una proprietà dei suoi stati finiti. Inoltre, egli non fu in grado di risolvere in modo soddisfacente la questione del rapporto fra la conoscenza sensibile e razionale, non comprendeva l’importanza dell’esperienza, della pratica. Infine, egli era ilozoista: considerava la coscienza una proprietà universale della natura, cioè riconosceva la presenza della coscienza non solo nell’uomo ma anche negli animali e persino nelle cose della natura inanimata.
    Le teorie materialistiche da noi esaminate esprimevano gli interessi della classe della borghesia, storicamente progressista nel XVII secolo. Il materialismo nel XVII secolo era una concezione del mondo della borghesia impegnata nella lotta contro il feudalesimo per il dominio politico nella società. Ma non appena la borghesia salì al potere e instaurò la propria dittatura, essa incominciò ad allontanarsi dal materialismo e a volgersi all’idealismo, base
    «teorica» della religione. Quest’ultima serve ora alla borghesia come uno dei mezzi per la repressione spirituale dei lavoratori, per giustificare e motivare il proprio dominio.
    La conquista del potere da parte della borghesia in Inghilterra avvenne alla fine del XVII secolo. Perciò non è casuale che all’inizio del XVIII secolo in Inghilterra cominciassero ad apparire dei sistemi idealistici che erano diretti contro il materialismo e che difendevano la religione. Fra di essi la filosofia dell’idealismo soggettivo del vescovo inglese George Berkeley (1684-1753).
    Secondo la dottrina di Berkeley, l’uomo ha a che fare solo con cose e fenomeni singolari da lui percepiti come varie combinazioni di sensazioni di ogni genere: forma, colore, gusto, odore, ecc. Se noi, ragiona Berkeley, rigettiamo queste sensazioni, scomparirà insieme ad esse anche l’oggetto. Quindi, egli conclude, esistono realmente solo le sensazioni.
    All’infuori di esse, in più di esse, dietro di esse non vi è e non può esservi nulla. Egli scrive: «lo vedo questa ciliegia, io la tocco, io la assaggio; ed io sono convinto che nulla non si può vederlo, sentirlo, assaggiarlo; quindi, essa è reale. Elimina la sensazione dì morbidezza, di umidità, di rossore e di acerbità e tu distruggerai la ciliegia. Poiché essa non è un essere distinto dalle sensazioni, la ciliegia - io affermo - non è altro che una combinazione di impressioni sensibili o di idee percepite con vari sensi; queste idee sono unite in una cosa (o hanno un nome loro dato) dalla mente...»3. E se è così, se esistono solo le cose singolari che sono dei complessi di sensazioni dell’uomo, allora la materia, continua a ragionare Berkeley, è semplicemente un’invenzione dei materialisti. In realtà essa non esiste. Secondo Berkeley,
    essa è stata inventata dai materialisti per poter costruire dei sistemi ateistici di ogni genere nella loro lotta contro la religione. E se la materia non esiste, se essa è una parola vuota, una semplice invenzione, allora risulta confutato anche il materialismo stesso, poiché nella sua dottrina la materia occupa il posto principale, è il principio di partenza.
    Così Berkeley tentò di confutare il materialismo e di dar vita ad un sistema idealistico del mondo partendo solo dalle sensazioni.
    Ma se esistono solo le sensazioni dell’uomo e se tutto ciò che lo circonda rappresenta questi o quei complessi di sensazioni, allora anche gli altri uomini devono apparire non come esseri reali ma come semplici complessi di sensazioni e allora con la morte del soggetto deve scomparire tutto il mondo. Ma nessuno degli uomini di buon senso dubita dell’esistenza reale degli uomini che lo circondano, del fatto che il mondo non scompare con la morte di un singolo uomo. Questi ragionamenti di Berkeley non sono forse in contrasto con l’elementare buon senso al quale egli tentava di appellarsi? Se Berkeley fosse stato coerente nei suoi ragionamenti, egli avrebbe dovuto giungere a questa conclusione e accorgersi della contraddizione; ma egli viene meno al principio da lui stesso enunciato e dichiara che se non vi è l’uomo che percepisce questa o quella cosa, essa non scompare, poiché è percepita costantemente da dio. E in generale tutte le sensazioni che sorgono negli uomini sono provocate da dio, dal suo influsso sull’anima dell’uomo. In tal modo Berkeley passa dalle posizioni dell’idealismo soggettivo sulle posizioni dell’idealismo oggettivo e difende apertamente la religione, l’esistenza di dio che è per lui, come per i suoi predecessori, gli idealisti medievali, l’artefice di tutto ciò che esiste.
    I tentativi di Berkeley e degli altri idealisti di intralciare lo sviluppo e la diffusione delle concezioni materialistiche non ebbero alcun serio successo. Il materialismo continuava a svilupparsi e la sua lotta contro l’idealismo e la religione acquistava un carattere sempre più intenso. Questa lotta era particolarmente acuta in Francia, dove il materialismo rappresentava ancora un’arma spirituale nelle mani degli ideologi della borghesia rivoluzionaria nella lotta contro i rapporti feudali e la Chiesa.
    I materialisti francesi criticavano la religione e il clero più aspramente e più conseguentemente dei loro predecessori. Le loro brillanti opere ateistiche non hanno perso il loro valore anche ai nostri giorni.
    I rappresentanti del materialismo francese sono: Holbach, Diderot, Helvétius, Lamettrie, ed altri.
    Le concezioni materialistiche dei materialisti francesi rappresentano l’ulteriore sviluppo del materialismo meccanicistico del XVII secolo elaborato da Bacone, Hobbes, Descartes, Locke e da altri filosofi.
    I materialisti francesi risolvevano in modo più coerente e più profondo il problema fondamentale della filosofia. Essi seppero superare le deviazioni teologiche proprie in questo o quel grado ai loro predecessori; in particolare, nei loro sistemi non vi era posto per dio non solo in qualità di artefice (che desse sia pure il primo impulso) ma anche in qualità di semplice osservatore. Essi dichiaravano in maniera chiara e precisa che la natura esiste oggettivamente, in eterno e non ha assolutamente bisogno di dio. La natura secondo la dottrina dei materialisti francesi rappresenta un insieme di combinazioni di ogni genere di minuscole particelle di materia: atomi o molecole cui sono propri l’estensione, il peso, la figura, il movimento e altre caratteristiche.
    Era più coerente rispetto ai materialisti del XVII secolo la soluzione che i materialisti francesi davano al problema del rapporto tra materia e movimento. Anche se essi concepivano il movimento prevalentemente come spostamento dei corpi nello spazio, lo consideravano ciò nondimeno come un attributo della materia il quale deriva dalla sua natura intrinseca. Ad esempio, Holbach scriveva: «... la materia agisce con le sue proprie forze e non ha bisogno dì alcun impulso esterno per essere messa in moto...»4. «... Senza movimento noi non possiamo concepire la natura...»5.
    Affermando giustamente che il movimento si riferisce alla natura intrinseca della materia i materialisti francesi non giunsero però alla scoperta della fonte del movimento, della sua causa. Essi non vedevano pure il carattere pluriqualitativo delle varie forme di movimento, non riconoscevano lo sviluppo della natura come movimento dall’inferiore al superiore, negavano i salti, ecc.
    Nel campo della teoria della conoscenza i materialisti francesi si schierarono decisamente contro la teoria delle idee o dei princìpi innati formulata da Descartes. Essi ritenevano che tutte le idee, tutte le rappresentazioni degli uomini derivano dall’esperienza, si formano nel processo di conoscenza. In netta antitesi con la dottrina di Spinoza, essi ponevano in primo piano la conoscenza sensibile, le sensazioni da essi considerate l’unica fonte delle nostre
    conoscenze. Supponendo in modo giusto che le sensazioni fossero l’unica fonte delle nostre conoscenze sul mondo esterno, i materialisti francesi sottovalutavano il ruolo del pensiero anche se lo consideravano necessario per la conoscenza della verità. Insomma, i materialisti francesi non seppero ancora superare l’unilateralità nella comprensione del rapporto fra la conoscenza sensibile e il pensiero, propria ai loro predecessori. Apportarono un determinato contributo allo sviluppo dell’indirizzo materialistico nella filosofia del XVIII secolo anche i pensatori russi, in particolare Mikhail Lomonosov (1711-1765) e Aleksandr Radistcev (1749-1802).
    Lomonosov risolveva in senso materialistico il problema fondamentale della filosofia ritenendo che per la loro natura tutti i corpi e fenomeni sono materiali. La materia è costituita dagli atomi che, unendosi, formano le molecole («corpuscoli») e queste ultime compongono tutti i «corpi sensibili». Lomonosov argomentò per primo con criteri derivanti dalle scienze naturali l’eternità e l’indistruttibilità della materia e del movimento scoprendo il principio di conservazione della materia e del movimento, la cui essenza fu da lui formulata nel seguente modo:«... tutti i mutamenti che si producono nella natura, avvengono nella seguente maniera: quanto si aggiunge ad una sostanza, tanto si toglie ad un’altra... Questa legge della natura è talmente universale che si estende anche alle regole del movimento»6.
    Lomonosov sottolineava che la materia e il movimento sono inseparabili, che la materia è in eterno movimento. Riducendo, come tutti gli altri esponenti del materialismo meccanicistico, il movimento allo spostamento dei corpi nello spazio, egli suddivideva il movimento in due tipi: quello esterno, quando un corpo cambia la sua posizione rispetto ad un altro, e quello interno, quando cambiano la loro posizione le particelle che compongono questo o quel corpo.
    Lomonosov riteneva che le qualità possibili della materia sono infinite.
    Secondo Lomonosov il mondo è conoscibile, mentre la conoscenza stessa avviene mediante percezione diretta delle cose e dei fenomeni da parte degli organi dei sensi e mediante ulteriore elaborazione dei dati sensibili nel corso della riflessione teorica.
    Lomonosov attribuiva un ruolo ugualmente importante sia all’esperienza che al pensiero teorico, supponendo che fosse possibile conoscere la verità solo alla condizione di una stretta interconnessione sia dell’una che dell’altro. Egli scrisse: «Quello di stabilire una teoria, partendo dalle osservazioni, di correggere le osservazioni tramite la teoria, è il migliore metodo per stabilire la verità»7.
    Un altro importantissimo merito delle concezioni materialistiche di Lomonosov consiste nel collegare sempre strettamente le tesi filosofiche con i dati delle scienze naturali e con lo studio dei campi concreti della natura.
    La linea materialistica sostenuta in filosofia da Lomonosov fu proseguita alla fine del XVIII secolo in Russia da Radistcev. Seguendo Lomonosov egli sosteneva la materialità del mondo, intendendo per materia l’insieme di tutte le sostanze. Parallelamente ad una serie di altre proprietà, in particolare l’estensione, Radistcev metteva in risalto il movimento della materia eternamente esistente come uno dei suoi attributi inalienabili. È vero però che in questa questione Radistcev non andò più avanti dei suoi contemporanei, i materialisti francesi.
    Come Lomonosov egli credeva nella conoscibilità del mondo, vedeva la fonte del sapere nell’esperienza sensibile ma, al tempo stesso, attribuiva grande importanza all’attività mentale volta a conoscere la realtà, ritenendo che la vera conoscenza potesse essere conseguita solo con l’intervento congiunto dei sensi e del pensiero.
    Radistcev, rivoluzionario proveniente dalla nobiltà, interveniva decisamente contro gli ordinamenti feudali e l’autocrazia, propugnava l’idea della liberazione rivoluzionaria dei contadini dalla servitù della gleba.
    Concludendo l’esame delle concezioni materialistiche dei pensatori dei secoli XVII-XVIII, non è difficile costatare che a tutti essi sono propri in questo o quel grado la metafisica, cioè la negazione dello sviluppo, delle differenze qualitative, della contraddittorietà nella natura, ecc.; il meccanicismo, cioè la riduzione di tutta la molteplicità delle forme di movimento alla sola forma meccanica (spostamento dei corpi nello spazio), la spiegazione di tutta la
    molteplicità delle differenze qualitative partendo dalle leggi della meccanica. Tutto ciò era indubbiamente condizionato dal livello di sviluppo raggiunto in quell’epoca dalle scienze naturali: erano sviluppate in grado più o meno soddisfacente solo tali scienze come l’astronomia e la fisica (quest’ultima prevalentemente nella parte riguardante la meccanica).



    1 F. Bacon. Novum organum. Book II. London, n. d., pp. 150, 153, 155, 262.
    2 Spinoza, Oeuvres. Paris, 1861, v. II, p. S.
    3 George Berkeley, The Works, v. I. London, 1908, p. 383.
    4 È H. Holbach, Systènie de la aliire, Preinière Partie. Londres 1793, p. 23.
    5 Ibidem, p. 156,
    6 M. V. Lomonosov, Opere filosofiche scelte. Mosca, 1950, p. 160.
    7 M. V. Lomonosov, Opere, cit., p. 330.

  5. #5
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    Predefinito Rif: LA FILOSOFIA MARXISTA-LENINISTA

    Interessantissimo! Ma mi dai il link da dove hai preso questo documento?

  6. #6
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    Predefinito Rif: LA FILOSOFIA MARXISTA-LENINISTA

    Citazione Originariamente Scritto da Der Blaue Reiter Visualizza Messaggio
    Interessantissimo! Ma mi dai il link da dove hai preso questo documento?
    Presto posterò il seguito... Ho avuto meno tempo. L'ho reperito su internet in formato PDF. L'edizione originale è praticamente irreperibile, se non in qualche sperduta biblioteca dell'Est.

 

 

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