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Discussione: Una Ahnenerbe casalinga

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    Ghibellino
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    Predefinito Una Ahnenerbe casalinga

    Di Fabio Calabrese

    La Società Ahnenerbe era, come è noto, un’associazione esistita in Germania nel periodo fra le due guerre mondiali, che si è occupata delle ricerche e dello studio dell’eredità degli antenati germanici e indoeuropei. Era un’emanazione diretta del Terzo Reich, ed ha organizzato spedizioni ai quattro angoli del mondo per chiarire il mistero dell’eredità ancestrale. Fra queste, le più famose sono state probabilmente quelle guidate dall’esploratore Sven Hedin in Asia centrale. “Ahnenerbe” significa appunto “Eredità degli antenati”.

    Si fa spesso osservare che in queste ricerche i Tedeschi hanno speso più di quanto abbiamo fatto gli Americani per la realizzazione della bomba atomica. Di solito, questa osservazione viene presentata in maniera sgradevolmente ironica, come dire quanto folli e fuori dalla realtà fossero questi nazionalsocialisti. Si tratta di una questione di priorità. Per i democratici yankee, miranti a un potere bruto e intrinsecamente violento sul resto del nostro pianeta, attraverso il ferro e l’oro, il potere tecnologico-militare e quello del denaro, l’eredità degli antenati di chicchessia, a cominciare dai loro, non aveva e non ha alcuna importanza, anzi, un’identità legata alle radici, una tradizione veicolata dal sangue, era ciò che massimamente si opponeva, e ancora oggi si oppone all’universale trionfo della democrazia che ha come premessa l’appiattimento e la cancellazione delle differenze fra gli uomini.


    Per chi non la pensa così, sciogliere il nodo delle nostre origini, della nostra eredità ancestrale, capire chi veramente siamo, è forse più importante che avere i mezzi per esercitare un bruto potere di distruzione sull’intero pianeta.


    Come certo avete potuto notare, fra tutte le tematiche politiche, metapolitiche, filosofiche, esistenziali, religiose, quella su cui ho concentrato maggiore attenzione negli ultimi tempi, è proprio il problema delle origini, al punto che mi sembra di aver messo insieme quella che, tenendo conto di tutte le proporzioni del caso, si potrebbe forse definire una piccola Ahnenerbe casalinga.


    Il motivo di una simile scelta è collegato precisamente al successo che sta raccogliendo “Ereticamente”. Nel giro di un paio d’anni la nostra testata è notevolmente cresciuta come diffusione e lettori, al punto che oggi la si può definire tranquillamente un punto di riferimento della nostra “Area”. Un successo, spero che nessuno mi riterrà presuntuoso se lo affermo, al quale col centinaio e passa di articoli che ho finora collocato sulla nostra testata, mi sembra di aver dato un contributo non trascurabile.


    Assieme ai lettori, è cresciuto il numero dei collaboratori, così che mentre all’inizio ci si poteva e ci si doveva occupare un po’ di tutto, è diventato giocoforza ritagliarsi un settore più specializzato.


    Ben prima di arrivare alle pagine di “Ereticamente”, il problema delle origini della civiltà europea, delle culture indoeuropee, dell’uomo caucasico, è un argomento a cui, da qualcosa più di una ventina d’anni, ho dedicato una particolare attenzione, a prescindere dalla prospettiva di pubblicare qualcosa in merito.


    Non so se finora ho avuto l’occasione di raccontarvi l’episodio che mi ha portato ad accendere un particolare interesse in proposito. Eravamo nel 1991, quasi ventitré anni fa, mi trovavo a scuola (una scuola diversa da quella dove insegno attualmente) durante un intervallo in sala insegnanti, e come spesso succede, fui coinvolto in una discussione fra colleghi, una di quelle dove – una volta tanto – emergono argomenti non futili.


    Una collega, docente di storia dell’arte e patita dell’oriente se ne uscì con l’affermazione che sebbene l’uso delle staffe compaia per la prima volta in maniera documentata in Europa nell’Alto Medioevo, dovesse essere anche questa un’invenzione orientale perché a suo dire, noi Europei “non avevamo mai inventato nulla”.


    Questo discorso ebbe il potere di offendermi nel mio orgoglio di uomo europeo e caucasico. Risposi con enfasi che, se anche quella delle staffe fosse stata la sola invenzione attribuibile a noi Europei, essa non era così da poco come la collega pensava: prima di essa un cavaliere era costretto a stringersi con le gambe alla cassa toracica del cavallo e tenersi sempre aggrappato almeno con una mano ai finimenti. Le staffe, scaricando verticalmente il peso del cavaliere, trasformavano l’animale in una piattaforma molto più stabile che permetteva di tenere armate entrambe le braccia (con lancia o spada, e scudo, di solito). Fu l’invenzione delle staffe che fece della cavalleria franca la più formidabile macchina da guerra che il mondo avesse fin allora conosciuto, e che schiantò lo slancio della conquista arabo-islamica a Poitiers. Ricordo che rievocai con toni epici dettati dalla passione quello scontro cruciale: questa battaglia durò tre giorni e due notti durante i quali i cavalieri franchi (ce ne fossero oggi!) ributtarono costantemente indietro le orde mussulmane con tale slancio da far pensare che davvero in loro si fosse incarnato lo spirito dell’Europa che non accettava di veder trasformato il nostro continente in un pezzo di mondo islamico.


    Non mi fermai qui, credo che tirai fuori praticamente tutto, dalle pitture parietali di Altamira ai monoliti di Stonehenge, ai templi, alle sculture alla pittura vascolare greca, alle strade e le mura romane, agli affreschi pompeiani, alle cattedrali gotiche. Credo di averla lasciata tramortita, e gli altri colleghi stupefatti dalla mia irruenza, di solito sono una persona alquanto posata nelle relazioni personali.


    Io, tuttavia, non mi sentivo soddisfatto. Per certi versi, penso di essere un uomo all’antica, e aver avuto ragione di una donna, sia pure in uno scontro verbale, non mi sembrava una gran vittoria, ma soprattutto non mi bastava aver avuto ragione, volevo essere certo di AVERE ragione, e quell’episodio è diventato il punto di partenza di una serie di ricerche, sia pure affidate alle fonti scientifiche e letterarie, non avendo io la possibilità di condurre spedizioni e campagne di scavi, e riflessioni personali, il cui contenuto si è poi in gran parte riversato nei testi che avete letto su “Ereticamente”.


    Più procedevo in questo genere di lavoro, più quello che scoprivo si è rivelato sorprendente ai miei stessi occhi. Quando si salta dal livello della presunta informazione scolastica e divulgativa a quello dei lavori appena un po’ più approfonditi degli specialisti, ci si accorge che la storia che ci raccontano non è “la Storia”, ma letteralmente una bufala, una fiaba.


    Cosa dire, ad esempio, delle tavolette “di Tartaria” (che nonostante il nome non hanno nulla di asiatico, furono ritrovate nel 1962 in uno scavo nel sito di Turda in Romania), che contengono i più antichi pittogrammi, i più antichi esempi di scrittura conosciuti al mondo, e la cui esistenza da mezzo secolo è nota agli specialisti ma rimane rigorosamente celata al grosso pubblico? Che dire, per citare solo un altro esempio, delle sepolture ritrovate nei pressi di Stonehenge, per citare soltanto una, quella del ragazzo con la collana di ambra, che ha restituito i resti di un quindicenne proveniente dal Mediterraneo che, data la sua giovane età, è inverosimile avesse raggiunto il santuario megalitico da solo ma doveva far parte di un gruppo familiare, e aveva al collo un monile di preziosa ambra baltica. Ci lascia intravedere un’Europa preistorica molto diversa da quella che ci viene solitamente descritta, dove le persone e le merci viaggiavano su grandi distanze, e non isolati avventurieri, ma interi gruppi familiari.


    I motivi di questa mistificazione sono, io penso, sia storici sia politici. Motivi storici: la “nostra” cultura, la cultura che ci è stata imposta, di base è cristiana, biblica, ecclesiastica. E’ semplicemente ovvio che per quanto riguarda la storia antica attribuisca al Medio Oriente, la parte del mondo in cui è stata scritta la bibbia, la sola che i suoi estensori conoscevano, una centralità spropositata. La nostra concezione del mondo si è affrancata dall’influenza biblica con Copernico e Galileo sul terreno dell’astronomia e delle scienze fisiche, con Darwin su quello delle scienze biologiche, ma per quanto riguarda le scienze storiche, un’analoga rivoluzione non è mai avvenuta.


    A questi motivi storici, se ne sommano altri più recenti e contingenti di natura politica. Dopo due disastrose guerre mondiali che hanno fatto perdere al nostro continente quell’egemonia planetaria che fin allora possedeva (E’ inutile illudersi, tutti noi Europei abbiamo perso ENTRAMBE le due guerre mondiali: i vantaggi territoriali acquisita dall’uno o dall’altro stato europeo “vincitore” nell’uno o l’altro dei due conflitti, non sono valsi la perdita dell’egemonia planetaria del nostro continente, e oggi rischiamo di scomparire come entità nazionali a causa di un’invasione camuffata da immigrazione), l’Europa si è trasformata in una costellazione di stati a sovranità limitata, prima in un condominio americano-sovietico, oggi in una serie di colonie degli Stati Uniti. In questa situazione, una cultura, una “scienza” storica strettamente ammanicate a un potere politico che è di tipo PROCONSOLARE, subordinato a una potenza ad di fuori dell’ecumene europeo, si guardano bene dall’incoraggiare negli Europei l’orgoglio di essere tali, e magari la volontà di resistere al potere mondialista che ha deciso la loro sparizione per progressivo annegamento in un’ibrida società multietnica.


    Io penso possa essere non privo d’interesse il racconto della storia della mia piccola Ahnenerbe casalinga prima della sua confluenza in “Ereticamente”, possa essere fonte di qualche interessante insegnamento. Ricordo che qualche anno dopo aver iniziato una serie di ricerche e riflessioni riguardo all’antichità e originalità della civiltà europea, decisi di condensare i risultati raccolti in uno scritto da far circolare fra i miei colleghi nella speranza di suscitare un dibattito, e con il remoto proposito di trovare da qualche parte un qualche sbocco di pubblicazione. E’ ovvio che da questo scritto avevo espunto ogni chiaro riferimento alla politica.


    Devo dire di aver avuto veramente una pessima idea, o forse non tanto pessima, perché se non altro mi ha permesso di constatare con mano di che pasta sono realmente fatti “gli intellettuali” a cui affidiamo inconsapevolmente la formazione dei nostri giovani.


    Ricordo un collega di taglio culturale inequivocabilmente marxista che reagì malissimo al mio scritto (sebbene non contenesse alcuna affermazione politica esplicita), secondo lui, esso era intriso al massimo di “pregiudizi eurocentrici”. Egli in pratica aderiva a quel concetto di relativismo culturale che ritroviamo nell’ “epistemologia anarchica” di Feyerabend, nel “rifiuto di distinguere fra le conoscenze e gli usi” di Levi Strauss. Secondo quest’orientamento di pensiero, una capanna di paglia dell’Africa centrale e la cattedrale di Chartres sono la stessa cosa, come hanno l’identico valore un’operazione a cuore aperto, prodotto di una raffinata tecnica chirurgica che a sua volta è il frutto di una conoscenza medica sviluppata attraverso un’indagine sistematica del corpo umano, e la danza di uno stregone per scacciare gli spiriti maligni. In pratica, questo “non eurocentrismo”, questo relativismo culturale è una sistematica svalutazione di tutto ciò che è europeo, caucasico, “bianco”.


    Ma io penso che l’avversione che lui e anche altri “compagni professori” hanno manifestato per il mio scritto (che in apparenza, lo ripeto, non parlava per nulla di politica) avesse anche un’altra ragione più profonda. Io ancora non me ne ero reso ben conto, ma li spiazzava perché LI COGLIEVA IN CASTAGNA. La dialettica materialista, il materialismo storico e dialettico inventato da Marx, più che come un hegelismo frainteso, si presenta ai suoi adepti come una chiave magica in grado di dare loro una comprensione profonda dei meccanismi del divenire storico. Il mio scritto lo e li sbugiardava, perché non erano stati in grado di cogliere neppure la natura clericale di base della concezione corrente della storia. Senza propormi tanto, avevo evidenziato che la pretesa di scientificità del “socialismo scientifico” marxista è una vera ridicolaggine.


    Molto interessante è stata anche la reazione di una collega che non sapevo fosse, e ho appreso dalla reazione al mio scritto che era, una fervente cattolica. Mi riferì di essere rimasta sbalordita nel constatare che nel mio scritto passavo direttamente dall’antichità al rinascimento, saltando del tutto il contributo che il cristianesimo aveva dato allo sviluppo della civiltà europea. Contributo che a suo dire consisteva soprattutto in due idee di origine biblico-ebraica che il cristianesimo aveva apportato all’Europa: la linearità del tempo e la non sacralità della natura.


    Che questa influenza vi sia stata, è fuori di dubbio, ma quel che ha apportato alla cultura europea, mi pare siano elementi di crisi, di frizione. Nel mondo antico gli Ebrei erano forse i soli a non concepire il tempo come circolare, ciclico, ma lineare, dalla creazione “nel principio” fino alla sua inevitabile fine. L’idea di un tempo lineare diventa facilmente quella di uno sviluppo ascendente, si converte facilmente in quell’insidiosa fola del progresso, che sappiamo quanti danni abbia fatto all’Europa e alla sua cultura. La pretesa che ciò che ci si presenta come più nuovo sia per ciò stesso migliore di ciò che lo precede, è un grimaldello di cui le forze della sovversione si sono servite e continuano a servirsi per far saltare via pezzi man mano più grandi della tradizione europea, e le conseguenze devastanti di ciò sono sotto gli occhi di tutti.


    La non sacralità della natura. Questo rappresenta forse lo spartiacque più evidente fra il paganesimo, CIOE’ L’AUTENTICA TRADIZIONE EUROPEA e la concezione monoteistica-semitica-abramitica-cristiana. PER IL PAGANESIMO LA NATURA E’ SACRA e l’uomo ne fa parte. Secondo la mia collega, era proprio questa desacralizzazione della natura di matrice cristiana che aveva permesso all’uomo europeo di sviluppare quell’atteggiamento aggressivo di dominio sulla natura che aveva portato alla nascita della moderna tecnologia. Ciò può senz’altro essere ma ha portato anche a un atteggiamento irresponsabile nei confronti della natura stessa, al saccheggio scriteriato delle risorse ambientali, all’inquinamento, alla distruzione di specie viventi, ma soprattutto è una vera e propria malattia dello spirito: quando si arriva a vedere nella cementificazione e distruzione di un habitat naturale qualcosa di cui entusiasmarsi, un “progresso”, vuole proprio dire che si è entrati nel campo della psicopatologia. Abbiamo dimenticato l’insegnamento di Francesco Bacone: “Alla natura si comanda soltanto obbedendole” o anche quello che in forma forse più poetica lo scrittore Giuseppe Festa presenta nel suo libro “I boschi della luna”: “L’uomo non è l’artefice dell’arazzo della vita, è solo uno dei fili che ne compongono la trama”.


    Nel cristianesimo, questa desacralizzazione della natura agisce anche all’interno dell’uomo, che viene indotto a percepire i suoi istinti naturali come “peccaminosi”, “bassi”, “animaleschi”, e non credo occorra insisterci molto, sappiamo tutti quanto l’atteggiamento morboso del cristianesimo nei confronti della sessualità abbia seminato nella nostra cultura una grandissima scia di nevrosi e sofferenze.


    Certamente, non si può negare che il mondo semitico abbia influito sull’Europa attraverso il cristianesimo o altri canali, ma non credo proprio che in quest’influenza si possa ravvisare alcunché di positivo.


    Torniamo al momento presente. A che punto sono le cose con la nostra Ahnenerbe casalinga? Diciamo che le ricerche continuano. Se si ha in animo di raccontare una fola, è bene evitare di spingersi troppo oltre, perché i nuovi fatti che man mano emergono tenderanno inevitabilmente a smentirvi, ma se da oltre vent’anni tutte le nuove ricerche e i fatti che emergono tendono a confermare le vostre tesi, allora significa proprio che siete nel giusto. Per sorprendente che possa apparire la cosa, abbiamo già ulteriori aggiornamenti riguardo alla nostra ricerca delle origini, e saranno l’oggetto della seconda parte di questo scritto.


    Una Ahnenerbe casalinga, prima parte | EreticaMente



    Ricordiamo sempre che questa non è una ricerca di valore puramente accademico: conoscere il passato significa capire il presente e dotarsi dei mezzi per compiere le scelte giuste per avere un futuro.
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    Predefinito Re: Una Ahnenerbe casalinga

    Di Fabio Calabrese

    Riprendiamo la nostra disamina, procediamo oltre nel chiarire quel che allo stato dei fatti presenti possiamo ancora dire sull’ “eredità degli antenati” che andiamo man mano riscoprendo, nel segno e con lo scopo di riscoprire e difendere la NOSTRA identità, di guardare al passato per avere un futuro.


    Sarà per prima cosa utile allo scopo di evitare equivoci, brevemente “ripassare i fondamentali”. Come certamente avrete notato, nei miei scritti ho parlato spesso di civiltà europea, evitando scrupolosamente i termini “Occidente” e “civiltà occidentale”. Io penso che tutte le volte che qualcuno parla di occidente in senso diverso da quello di “punto cardinale coincidente con la direzione del tramonto” o addirittura lo scrive con la maiuscola, abbiamo motivo di considerare la cosa con sospetto.

    Questa terminologia aveva un significato fino a un secolo fa, quando indicava l’Europa più le sue propaggini extraeuropee: le Americhe e l’Australia, ma in seguito alle due guerre mondiali in conseguenza delle quali il baricentro dell’occidente si è spostato dall’Europa agli Stati Uniti, essa ha del tutto cambiato di segno. Di fatto, oggi “occidentalismo” significa la stessa cosa che atlantismo o filo-americanismo, qualcosa che non è assolutamente possibile avallare, che equivale per l’Europa all’accettazione di una mortificante dipendenza, una dipendenza che, come quella da sostanze stupefacenti, compromette sempre di più la nostra salute, infatti assistiamo al progressivo svuotamento della cultura europea, man mano sostituita dagli stereotipi anche molto bassi, che ci provengono da oltre oceano, hollywoodiani o altro.


    Come se non bastasse, oggi parlare di Europa è diventato molto più difficile che nel passato. Oggi non si usa quasi più il termine “europeismo” che è diventato un’etichetta che può coprire cose troppo diverse, e provoca (giustificate!) reazioni di ostilità nella maggior parte delle persone, poiché con esso spesso e volentieri si indicano i sostenitori di quella pseudo-unione europea che è la UE. Occorre ribadire con la massima energia che LA UE NON E’ L’EUROPA, che è un’accolita di burocrati al servizio del potere mondialista, che ha lo scopo di dissanguare economicamente i popoli europei e di favorire la loro cancellazione etnica attraverso l’incoraggiamento dell’immigrazione e del meticciato. I veri, non diciamo europeisti, diciamo EUROPEI, si contano fra coloro che si oppongono alla UE: i movimenti cosiddetti euroscettici e populisti, come Alba Dorata in Grecia e Jobbik in Ungheria.


    Sperando che su tutto ciò nessuno nutra dubbi di sorta, torniamo al lavoro della nostra piccola Ahnenerbe casalinga.


    Un problema che mi è stato segnalato dalla redazione di “Ereticamente” riguarda un collaboratore che si è aggiunto da poco, Michele Ruzzai, che si è anch’egli dedicato a scandagliare il problema delle origini. Non c’era il rischio che io e lui, affrontando le stesse tematiche, finissimo per produrre articoli-fotocopia uno dell’altro? Li ho tranquillizzati: la nostra impostazione è abbastanza diversa perché non ci sia un rischio simile. Ruzzai ha in sostanza sviluppato un commento alla dottrina tradizionale indiana dei quattro Yuga, le quattro età del mondo, mentre io sono andato a esaminare le teorie scientifiche, o che ci vengono presentate come tali, sulle nostre origini: quella che vorrebbe la civiltà nata da qualche parte in Medio Oriente fra Egitto e Mesopotamia, la teoria “nostratica” che vorrebbe i popoli indoeuropei originari da popolazioni di agricoltori mediorientali, quella che vorrebbe la nostra specie, homo sapiens, di origine africana.


    Semmai si potrebbe forse pensare che vi sia un problema contrario, un possibile motivo di frizioni dovuto a un’impostazione molto diversa su queste tematiche. E’ ben vero, infatti, che ho analizzato queste teorie ma che io chiamerei piuttosto leggende o favole “scientifiche” sulle nostre origini, la provenienza orientale della civiltà, l’origine mediorientale degli indoeuropei e quella africana della nostra specie, per dimostrarne tutta la traballante inconsistenza, ma è anche vero che io ho cercato di basare la mia risposta alle questioni delle origini piuttosto sull’indagine di tipo scientifico che sul mito e la tradizione, e che a mio avviso, influenzati dalla strumentalizzazione che ne è stata fatta “a sinistra”, noi sbagliamo nel respingere il darwinismo, idea che sembrerebbe ostica e difficile da accettare per un tradizionalista “integrale” e ortodosso.


    In realtà, non c’è neppure questo pericolo. Michele Ruzzai è anche lui triestino, siamo entrambi in contatto con un circolo, un’associazione molto informale dove più volte sia io che lui abbiamo tenuto delle conferenze per illustrare e approfondire la nostra visione del mondo. Vi assicuro, un ambiente niente male di cui fa parte fra gli altri anche Gianfranco Drioli, l’autore del libro sulla Ahnenerbe (quella vera) pubblicato da Thule Italia, e più di una volta abbiamo avuto ospite Silvano Lorenzoni.



    Poco tempo fa, ho tenuto in questo circolo una conferenza, dove fra le altre cose ho esposto gli stessi concetti che trovate nella terza parte di “Alla ricerca delle origini”, “Rifacciamo i conti con Darwin”. Il naturalista inglese è stato (volutamente?) frainteso. Il punto centrale della sua teoria è il concetto di selezione naturale, ossia la sopravvivenza del più riuscito, del più adatto, concetto tutt’altro che democratico. Per evoluzione (termine che non usa quasi mai) non intende la tendenza all’ascesa del vivente verso le “magnifiche sorti e progressive” ma la trasformazione delle specie nel tempo per effetto della selezione naturale. Che Darwin sia stato frainteso, era anche l’opinione del biologo francese Jacques Monod, che ha indicato gli autori di questo fraintendimento/falsificazione: Karl Marx, Henry Bergson, Teilhard De Chardin (un bel terzetto, come si vede: due ebrei e un gesuita).


    Julius Evola, ho spiegato nella conferenza come nell’articolo, ha sviluppato un’alternativa non creazionista all’evoluzionismo: la comparsa nella storia della vita di tipi man mano più complessi e “superiori” sarebbe il prodotto non di un’evoluzione, ma della caduta nel piano materiale di entità progressivamente più elevate, sicché dal punto di vista ontologico, non si tratterebbe di evoluzione ma di decadenza. Questa soluzione ha però un difetto, è di troppo difficile comprensione per dei ragazzotti che si sono scoperti tradizionalisti perché hanno letto qualche pagina di Evola, magari solo “Orientamenti” e che, in mancanza di meglio, finiscono per ripiegare sul creazionismo, quindi sul ritorno alle religioni abramitiche. E’ questo a mio parere che spiega come mai molti abbiano visto nel pensiero di Julius Evola una specie di ponte per tornare verso il cattolicesimo e andare a intrupparsi fra i tradizionalisti cattolici, sono quelli che di Evola non hanno capito un’acca!


    Michele Ruzzai che era presente alla conferenza, ha assentito decisamente, soprattutto riguardo alla mia spiegazione della metamorfosi da evoliani a cattolici di certi personaggi.


    Sembra proprio che le recenti scoperte sul DNA e il crollo della leggenda dell’origine africana stiano creando un atteggiamento nuovo. Persino un cattolico intransigente come Maurizio Blondet si è chiesto in un recente articolo come mai “i compagni” accettino il darwinismo biologico ma non quello sociale. In realtà costoro non accettano nemmeno il darwinismo biologico ma la versione falsificata, pseudo-scientifica MBT (Marx-Bergson-Teilhard) dell’evoluzione.


    La nostra Weltanschauung non richiede un totalitarismo di tipo staliniano. Vi deve essere concordia sul piano dell’azione, ma apporti culturali e sensibilità personali differenti sono ammissibili e direi doverosi. La situazione è opposta a quella della democrazia, dove l’azione politica può partire nelle direzioni più caotiche e inconsulte (legate perlopiù a interessi personali), ma se andiamo a considerare le cose in termini di visione del mondo, troviamo un’uniformità, una piattezza, un’incapacità di elevarsi al disopra dell’interesse personale o di gruppo, spaventose.


    Una persona che da sempre svolge un lavoro altamente meritorio nella nostra “Area” è Luigi Leonini, che fra le altre cose si va pazientemente a spulciare i siti dei nostri avversari alla ricerca di cose che possono tornare utili a noi. Ultimamente, il buon Luigi ha segnalato un articolo di Uriel Fanelli apparso sul sito Keinpfutsch: “Dialettica e propaganda” del 10 febbraio, che si occupa proprio del crollo dell’ipotesi dell’origine africana. Naturalmente, l’intento di Fanelli è esattamente l’opposto del nostro, SCONSIGLIA i compagni antirazzisti dall’usare ancora argomenti basati su di essa, visto che le più recenti scoperte scientifiche l’hanno definitivamente sbugiardata. Nondimeno, la lettura dell’articolo si rivela parecchio interessante. Apprendiamo in primo luogo che essa è stata fin dall’inizio formulata non in base a risultanze scientifiche ma per motivi prettamente di propaganda ideologica.


    In passato, dopo la seconda guerra mondiale, si cerco’ di costruire un insieme di dialettiche che consentissero all’uomo della strada di combattere le ideologie basate sull’idea di razza(…).
    Innanzitutto, raccontarono una stravagante storia di diete, pesce e carne, secondo cui un negro che arrivi dall’Africa e colonizzi l’Europa diventerebbe bianco perché cambia dieta. Come se in Africa e in India mancassero zone dove la gente ha la pelle nera, ma fa freddo e si mangia pesce. O carne. O chissà cosa: l’Europa non e’ cosi’ unica da avere condizioni irripetibili, e non si capisce come mai in Africa tutte le pelli siano scure, nonostante il continente offra un bel coacervo di climi ed alimentazioni”.


    Una storiella costruita senza prove, o in contrasto con le prove disponibili.


    [Gli antirazzisti] si inventarono una storia secondo coi gli africani avrebbero popolato l’europa, spazzando via i neanderthal, che a detta loro sarebbero stati “culturalmente inferiori” perche’ avevano tecnologie peggiori(…).
    Anche questa storia era senza fondamento alcuno. La “migrazione” fu ricostruita praticamente senza scheletri, solo notando la diffusione di strumenti “africani” dentro l’ Europa, senza curarsi del fatto che il clima stesse cambiando, che quindi cambiassero gli animali da cacciare, i tipi di legna a disposizione e che le zone ove trovare selce si stessero scongelando, insomma, alla fine era tutta [un imbroglio]. Tracciando i DNA si vide poi che semmai questa “migrazione” era arrivata dall’Asia.
    La stessa migrazione fu ricostruita in maniera assurda. Si decise che siccome i monili africani si diffondevano in Europa, non potesse essere concluso che il clima europeo stesse cambiando e richiedesse tecniche simili. No, doveva essere una migrazione. Insomma, siccome ci sono iPhone ovunque, veniamo tutti da Cupertino. La quantità di reperti, poi, sul piano statistico non bastava a dire nulla”.


    Insomma, una favola assurda che non stava in piedi in nessun modo, presentata però come se avesse tutti i crismi della scientificità, e che ancora adesso cercano di rifilarci come l’ortodossia “scientifica” e politicamente corretta sulle nostre origini.


    Questi antirazzisti quando decidono di essere sinceri hanno davvero il potere di sorprenderci, e quello di Fanelli non è il solo caso. Ad esempio, il libro “Diversità genetica e uguaglianza umana” scritto negli anni ’60 dal genetista di origine ucraina Theodosius Dobzhansky è considerato un classico dell’antirazzismo, eppure ci troviamo l’affermazione che negare l’esistenza delle razze perché esistono individui razzialmente indefinibili, frutto di ibridazioni remote o recenti, è come negare l’esistenza delle città perché la campagna fra di esse non è spopolata, ma vi sono fattorie e paesi.


    Non basta, perché nel libro c’è anche una tabella che riporta i coefficienti di correlazione (cioè i gradi di somiglianza) dei quozienti d’intelligenza di persone con vari gradi di parentela. Apprendiamo che persone geneticamente estranee allevate insieme (come nel caso di figli adottati) hanno una correlazione del 24%, mentre gemelli monozigoti separati alla nascita hanno una correlazione del 75%. Davvero, non occorre altro per concludere che l’intelligenza è per tre quarti dipendente da fattori genetici e solo per un quarto da fattori ambientali. Ma se la componente genetica è così importante, abbiamo tutti i motivi di aspettarci differenze di livello intellettivo notevoli tra gruppi razziali, che ovviamente sono geneticamente diversi, a prescindere da qualsiasi fattore ambientale ed educativo.


    Conclude sconsolato Fanelli:
    Morale: il castello di carte crolla. (…). Nessuna delle argomentazioni prodotte per contrastare i razzisti e’ integra. Nessuna è più efficace. Nessuna funziona più. E’ possibile, assolutamente possibile, che continuando a ricostruire i tasselli della specie umana salti fuori quel che molti sospettano sempre di più e sempre più spesso”.


    Il motivo di questo scacco è evidente le nuove ricerche sul DNA che hanno dimostrato fuori ormai da ogni dubbio la presenza nelle moderne popolazioni europee e asiatiche di geni dell’uomo di neanderthal e di un altro homo finora sconosciuto, l’uomo di Denisova: è il crollo dell’ipotesi africana, la conferma di quella multiregionale e la vendetta postuma di un ricercatore la cui opera è stata finora ostracizzata e misconosciuta: Carleton S. Coon.


    Non serve aggrapparsi al fatto che i geni specificamente riconoscibili come neanderthaliani o denisoviani nel nostro DNA abbiano una frequenza bassa (rispettivamente il 4 e il 6%), perché ci spiega Fanelli:
    Possiamo discutere di quanto poco sia quel 3% del genoma, ma quando uno scimpanzé differisce da noi di ancora meno, anche questa strada e’ sbarrata”.


    Io, se permettete, ve l’avevo già spiegato un po’ meglio e con maggiore ampiezza:
    Il 4 o il 6 per cento possono sembrare percentuali molto basse, ma non bisogna dimenticare una cosa: non solo gli esseri umani, ma tutto il ceppo dei primati antropoidi sembra poco differenziato dal punto di vista genetico, al punto che molte ricerche indicherebbero fra uomini e scimpanzé una differenza genetica inferiore al 10%. Se una popolazione deriva dalla fusione di due popolazioni ancestrali che presentano per molti caratteri lo stesso gene, è impossibile dire da quale delle due sia derivato l’uno o l’altro, e se i geni e caratteri comuni sono assegnati “d’ufficio” a una delle due (in questo caso il Cro Magnon di supposta origine africana) il contributo genetico dell’altra apparirà drasticamente ridimensionato. Se fosse stata condotta una ricerca tesa a evidenziare nel patrimonio genetico degli odierni europei e asiatici i geni SPECIFICAMENTE cromagnoidi di supposta origine africana, non è escluso che il risultato sarebbe stato ancora inferiore o addirittura nullo”.
    “Alla ricerca delle origini, seconda parte: l’ipotesi multiregionale e il mito iperboreo”.


    Fino a quando non ci sono fatti accertati, fino a quando si naviga nella nebbia (cosa che non pone certo al riparo da qualche brutta collisione) si può lavorare di fantasia e inventarsi tutto quello che si vuole, ma quando i fatti compaiono, quando la nebbia si dirada, per qualcuno è un amaro risveglio. Questo nuovo strumento, l’analisi del DNA, sta distruggendo una serie di preconcetti consolidati; ad esempio, sembra che qualcuno sia rimasto molto disturbato da una ricerca di cui vi ho parlato tempo addietro e che dimostrerebbe come le distanze genetiche fra Italiani del nord e del sud della Penisola siano nettamente minori di quel che finora si è supposto, e che nel nostro meridione non si riscontrerebbe quella presenza di geni di origine mediorientale che i ricercatori si erano aspettati di trovare in conseguenza della colonizzazione cartaginese nell’antichità e/o delle invasioni arabe medievali. L’una e le altre sembrano aver inciso ben poco dal punto di vista genetico.


    Ancora più importanti gli esiti di una ricerca tedesco-americana resi noti all’inizio di quest’anno, che dimostrano che gli Europei di oggi sono in sostanza i discendenti dei cacciatori-raccoglitori che popolavano il nostro continente già nel paleolitico, e non si riscontra proprio quel forte afflusso di geni di origine mediorientale ipotizzato dalla teoria del nostratico, che ne esce definitivamente smontata. Adesso siamo in grado di seppellire anche la leggenda dell’origine africana e il suo “politicamente corretto” ipocrita.



    Le ricerche continuano, e dell’ultima ha dato notizia “Archaeology News” di gennaio, riguarda una comparazione fra il DNA degli antichi Etruschi, quello dei toscani moderni e delle popolazioni anatoliche. Oggi un’impronta genetica etrusca, a quanto pare, si mantiene in Casentino, nella zona di Volterra ma non in altre zone della Toscana, ma la cosa più interessante che questa ricerca ha messo in luce, è che non c’è nessuna traccia di una derivazione anatolica degli Etruschi, che era stata ipotizzata in passato da vari ricercatori, la civiltà etrusca, alla luce di questi dati, si caratterizza come una civiltà italica autoctona, che raccoglie direttamente l’eredità delle culture terramaricola e villanoviana. E’ chiaramente un altro scrollone, l’ennesimo, alla leggenda della “luce da oriente”.


    Le ricerche della nostra Ahnenerbe casalinga continuano. E’ importante sapere da dove veniamo per capire dove ci troviamo e quali strade occorre intraprendere per avere un futuro.

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    Predefinito Re: Una Ahnenerbe casalinga

    Di Fabio Calabrese

    Il giorno che lo scrittore Michael Ende ha scritto nel suo romanzo “La storia infinita” che “E’ più facile dominare chi non crede in nulla”, ha probabilmente pronunciato la sciocchezza della sua vita. Sono coloro che credono a tutto i più facili da dominare. Guardiamoci un attimo intorno: noi siamo letteralmente immersi in un sistema mediatico (ma non solo mediatico, pensiamo alla scuola che da questo punto di vista è una vera agenzia diseducativa), che continuamente ci tempesta di messaggi volti ad avallare e legittimare il persistente dominio di coloro, delle forze sia esterne sia interne, che settant’anni fa vinsero il secondo conflitto mondiale. E’ chiaro che noi non avremmo fatto le scelte ideologiche che abbiamo fatto, se non fossimo animati da un testardo, irriverente, sano scetticismo.

    Io mi sono dato un motto (se avessi un blasone, lo farei scrivere sul cartiglio), latino secondo la desueta tradizione dei padri: “Nullius in verba”, ossia “non giurare sulle – non credere ciecamente nelle parole di nessuno”. Si ricordate, ho scritto anche un articolo pubblicato su “Ereticamente” sull’argomento.

    E’ ovvio che quella stessa indipendenza di giudizio che rivendico per me, la devo riconoscere anche agli altri. Non prestate fede cieca alle parole di nessuno, beninteso, nemmeno a quelle di Fabio Calabrese! Io non vi chiedo di accettare le mie parole a scatola chiusa. Desidero che soppesiate la validità delle mie argomentazioni nei limiti del possibile.

    Il dialogo con un amico come Michele Ruzzai che rappresenta il tradizionalismo più classico, può essere interessante, e certo le ammissioni provenienti dal fronte opposto come quelle di Uriel Fanelli possono essere sorprendenti, ma cosa dice la scienza, quali sono le pezze d’appoggio scientifiche necessarie al nostro discorso?

    Prima di andarle a vedere, una premessa è indispensabile: noi non dobbiamo mai dimenticare che IN DEMOCRAZIA LA RICERCA SCIENTIFICA NON E’ LIBERA, che tutte le informazioni di cui disponiamo sono quelle che in qualche modo sono riuscite a superare il filtro di una ferrea censura che ha il preciso scopo di impedire che quelle conoscenze che possono mettere in crisi i dogmi democratici dell’uguaglianza degli uomini e dell’inesistenza delle razze.

    Può sembrare strano, ma di nuovo a questo riguardo ci viene incontro un documento che viene dal fronte dei nostri avversari, e ancora una volta bisogna rendere merito al prezioso lavoro di ricerca fatto da Luigi Leonini.

    Recentemente, il nostro Luigi ha scovato un documento proveniente da “Internazionale”, rivista bolscevica del 6 dicembre 1996, “Scienziati razzisti”, che non è chiaro se voglia accusare gli ambienti scientifici occidentali di essere un covo di razzisti (non dimentichiamo che in Unione Sovietica era stata elaborata a opera di Lysenko una teoria “biologica” che dichiarava la genetica una pseudoscienza e che fino a tutti gli anni ’60 essa era la “dottrina ufficiale” imposta dal regime, e non è certo da escludere che i compagni “duri e puri” la pensino ancora così) o mostrare che i meccanismi di censura contro la libertà di ricerca nel cosiddetto occidente “libero” non differiscono sostanzialmente da quelli che erano in opera nel sistema sovietico.

    In ogni caso, gli esempi riportati da questo articolo sono molto istruttivi, tanto per cominciare il caso di Christopher Brand, docente dell’Università di Edimburgo, autore del libro “The G Factor, General Intelligence and his implications” (“Il fattore G, l’intelligenza generale e le sue implicazioni”), testo che è stato definito dall’editore newyorchese Wiley and Sons “Un saggio critico e ben argomentato”, e lo stesso Brand “ben noto per i suoi contributi alla ricerca e al dibattito sull’intelligenza e la personalità”. Bene, è bastato che in un’intervista a un giornale Brand facesse l’affermazione che per le donne che intendono diventare madri single sarebbe bene avere rapporti con uomini intelligenti per garantire un migliore patrimonio genetico ai loro figli, per farlo precipitare dall’empireo del prestigio accademico all’inferno dei “razzisti” proscritti. La canea censoria di sinistra si è prontamente scatenata. L’editore ha ritirato il libro avendo scoperto di colpo che conteneva “affermazioni repellenti”, il corpo studentesco dell’università scozzese ha votato per la rimozione di Brand dal suo posto di insegnante (e tutti noi sappiamo bene quanto insensibili alle strumentalizzazioni, raziocinanti e obiettive siano le assemblee studentesche), e il giorno dopo il rettore Stewart Sutherland ha dichiarato che le opinioni di Brand erano “false e odiose”.

    E’ interessante il fatto che questi democratici, il cui concetto di democrazia consiste nel togliere a chi la pensa diversamente la libertà di esprimersi, sembrano incapaci di distinguere fra eugenetica e razzismo, la dice molto lunga sulla mentalità di certe persone.

    Altro caso interessante, quello di Arthur Jensen, psicologo della celeberrima California University di Berkeley, che nel 1967 aveva iniziato una ricerca allo scopo di dimostrare che “la scarsezza del quoziente intellettivo fra i neri (i neri americani hanno un quoziente intellettivo medio di 85 a fronte del valore 100 della popolazione bianca, ma se consideriamo i neri africani, indubbiamente più puri, questa media scende ancora di 10-15 punti) è dovuta a fattori sociali piuttosto che razziali”, esattamente quel che prescrive il dogma democratico, ma due anni di ricerche gli fecero cambiare completamente idea in proposito. Da allora, le sue pubblicazioni sono sempre state ferocemente contestate e ostacolate in ogni modo, ma questo è ancora poco, perché andò incontro a una serie di minacce alla sua incolumità fisica, e ricorda: “La reazione fu incredibile e in massima parte ostile. Dovevo prendere delle guardie del corpo, e venivo continuamente minacciato”. I tempi non sono cambiati rispetto all’inquisizione che perseguitò Bruno e Galileo, ancora oggi l’eretico mette a rischio la sua vita, solo che oggi l’inquisizione si chiama democrazia.

    Come gli astronomi ai tempi di Galileo, il ricercatore che voglia evitare guai, deve essere opportunamente strabico, avere una cecità selettiva. Così ad esempio per lo psicologo antirazzista Stephen Rose, quegli stessi test d’intelligenza che sono largamente impiegati negli Stati Uniti nelle scuole, dalle industrie per la selezione del personale, nelle forze armate e via dicendo, se utilizzati per un confronto statistico su base razziale della popolazione, di colpo diventano solo “Stupidi giochini coi numeri”. Meglio, per la carriera e l’incolumità fisica.

    Un altro di questi ricercatori “ribelli”, Marek Kohn, ha svelato l’esistenza di un “ordine antirazziale dell’UNESCO”. In altre parole, non solo la ricerca scientifica non è libera, ma deve sottostare a ordini precisi che vengono dal potere politico, e fra questi quello di negare a ogni costo le differenze razziali.

    Veramente, confrontando questo articolo con quello di Fanelli, viene da pensare che “i compagni” nei momenti di lucidità siano consapevoli che la causa a cui si sono votati è una colossale mistificazione.

    Tuttavia, non è, per la verità, che le rivelazioni di cui sopra ci vengano interamente nuove. Già parecchi anni fa in un articolo pubblicato sul n. 44 de “L’uomo libero” (1997), “La rivincita della scienza”, Sergio Gozzoli citava alcuni casi eclatanti, quello del sociobiologo Edward O. Wilson che, nel corso di una conferenza sulle differenze comportamentali fra uomo e donna, era stato aggredito da un commando di femministe, e quello dello psicologo Frederick K. Goodwin, cui fu impedito di presentare i risultati di uno studio decennale sulle basi genetiche dei comportamenti aggressivi nei giovani maschi americani. Al di là della questione razziale, la democrazia esige che siano censurate, nascoste, cancellate tutte le prove che indicano che il comportamento e la psiche umana hanno delle basi genetiche e non siano solo il prodotto delle circostanze ambientali, per poter forzatamente imporre il dogma dell’uguaglianza.

    Io ho fatto riferimento a questi eventi e al pezzo di Gozzoli nel mio articolo “La scienza manipolata” che trovate su “Ereticamente”.

    Si tratta di una storia davvero infinita, iniziata poco dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, e che dura tuttora, la persecuzione contro gli scienziati “controcorrente” non si è mai allentata. Il caso forse più recente è probabilmente quello di Bruce Lahn, genetista, ricercatore della University of Chicago, che avrebbe individuato alcuni geni connessi con l’evoluzione recente (ultime decine di migliaia di anni) del cervello umano, geni che sono presenti nei caucasici e negli asiatici, ma non nei neri. Ha dovuto abbandonare questi studi “perché controversi”; in pratica, gli è stato fatto capire che proseguendo le sue ricerche, si sarebbe messo in grossi guai.

    Ne ha parlato “La repubblica” del 17 giugno 2006.

    Noi dobbiamo sempre tenere presente che quel che la scienza ha da dirci riguardo alle nostre origini, non è altro che quel poco che filtra fra le maglie di una ferrea e vigliante censura. Nonostante questo, se andiamo a esaminare le cose con attenzione, scopriamo più di quello che “i padroni del vapore” vorrebbero che sapessimo.

    “La repubblica” del 22.3.2005 riporta un articolo che è la traduzione di un pezzo di Armand Marie Leroi apparso sul “Times” di Londra dove si esamina la teoria avanzata nel dopoguerra a scopo propagandistico, ma “scientificamente” formalizzata dal genetista di Harward Richard Lewontin nel 1972, secondo cui le razze non esisterebbero o sarebbero semplicemente un costrutto sociale. Il ragionamento di Lewontin si basava su di una fallacia: se noi consideriamo un qualsiasi carattere dell’enorme costellazione che forma un individuo (per non parlare delle popolazioni), esso non permette di determinarne l’appartenenza razziale, ad esempio un certo livello di melanina nella pelle, può permettere di distinguere un europeo, ma non un africano da un melanesiano, e lo stesso vale per qualsiasi altra caratteristica corporea, ma è evidente che questo ragionamento conserva una parvenza di validità solo finché consideriamo i singoli caratteri isolati, ma viene immediatamente a cadere appena consideriamo l’insieme delle caratteristiche: un certo colore della pelle tende ad associarsi a un certo tipo di occhi, di naso, di cranio, di corporatura, esistono precise correlazioni fra caratteri, e le correlazioni contengono informazioni. La stessa cosa avviene a livello genetico. Prendendo un gene alla volta, Lewontin ha evitato di vedere le razze, così come guardando un albero alla volta, si può evitare di vedere la foresta.

    Sebbene sia basata su un evidente errore logico, la teoria di Lewontin è ancora quella dominante: prendete un qualsiasi testo di antropologia o di sociologia, vi racconterà LA FAVOLA che le razze e le etnie o non esistono, o sono un semplice costrutto culturale.

    La situazione è perfettamente descritta in un post della versione on line de “Le scienze” del 26 ottobre 2007:
    “Le sottospecie di esseri umani [sinonimo di razze, come è spiegato più sopra] che si differenziano per colore, capelli, biochimica, tratti del viso, dimensioni del cervello e così via, differiscono in intelligenza. Biologicamente, è innegabile che questa differenza esiste, ma dirlo è un anatema”.

    Tenete presente che questa non è una pubblicazione dell’estrema destra, questa è “Le scienze”. Non potrebbe essere più chiaro di così che il sistema democratico e la pretesa uguaglianza degli uomini si fondano sulla mistificazione e la censura!

    Noi siamo adesso in grado di conoscere la verità “scientifica” e politicamente corretta rispetto alle nostre origini: noi tutti veniamo dall’Africa, abbiamo solo preceduto di 50-70.000 anni i migranti attuali, e con l’andare del tempo, più procedevamo verso nord, più ci siamo sbiancati. Il nostro diretto antenato, l’uomo di Cro-Magnon era africano (anche se i suoi resti non sono mai stati trovati fuori dall’Eurasia), e non si è mai incrociato coi nativi eurasiatici uomo di Neanderthal e di Denisova (anche se chissà come, geni neanderthaliani e denisoviani si ritrovano nel patrimonio genetico delle popolazioni non africane). L’ipotesi multiregionale, soprattutto nella versione di Christopher Stringer, con quella sottile linea di primitivi geni homo erectus che va a finire nelle popolazioni africane, che sarebbero quindi il frutto di un incrocio e di un regresso sulla via sapiens, spiegherebbe sia la comparsa dei caratteri negroidi che l’uomo di Cro Magnon non possedeva, sia la minore intelligenza di queste ultime rispetto a quelle bianche e asiatiche, ma naturalmente non può essere presa in considerazione, è eresia pura.

    Le razze non esistono (e se proprio rischiamo di vederle, si può sempre ricorrere alla tecnica di Lewontin: guardando gli alberi uno per uno, non si vede la foresta).

    Fra le diverse razze – scusate, gruppi umani – non esistono differenti livelli intellettivi. La differenza costante di quindici punti di Q. I. fra bianchi e asiatici da una parte, e afroamericani dall’altra, ma che diventa di venticinque-trenta se consideriamo africani puri, non significa niente e dipende, come ci spiega Stephen Rose, soltanto da “stupidi giochini numerici”.

    Che negli europei e asiatici vi siano geni correlati a un’evoluzione recente del cervello che nei neri non si riscontra, non è vero, e se è vero, non è di dominio pubblico perché Bruce Lahn è stato ridotto al silenzio col timore, e le sue ricerche sono state censurate. Le razze non esistono, la mafia nemmeno, in compenso, è definitivamente accertata l’esistenza di Babbo Natale.

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  4. #4
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    Predefinito Re: Una Ahnenerbe casalinga

    Di Fabio Calabrese

    Forse il momento di rimettere al lavoro la nostra piccola Ahnenerbe casalinga è venuto prima di quanto mi aspettassi. Io non posso – naturalmente – fare alcun paragone fra la Ahnenerbe del Terzo Reich e i miei modestissimi mezzi, ma la propaganda e la censura democratiche intese a darci un’immagine falsata del nostro passato, funzionano in una maniera strana: non esiste un’esplicita proibizione di verità vietate, ma le poche cose davvero significative sono sommerse da un diluvio di “informazione” falsa o irrilevante che circola in quantità enorme grazie ai media e alla rete. E’ possibile allora, con pazienza, mettersi alla ricerca delle pagliuzze d’oro nel fango e alla fine, se avremo fatto bene il nostro lavoro, mettere insieme un dossier di elementi sufficienti a contestare “le verità” della cultura ufficiale.
    Una cosa che non poteva non destare l’interesse di chi è impegnato in questo genere di ricerca, è la storia dell’ipogeo di Glozel. Un amico mi ha segnalato un post relativo a questa scoperta di cui, per essere sinceri, non ero minimamente informato, comparso recentemente sul sito del centrointernazionale diricercastorica (scritto così senza gli spazi fra le parole, se volete andare a controllare, probabilmente per distinguerlo da altri siti con denominazioni analoghe), ma quella avvenuta in questa località del centro della Francia, è una scoperta che risale al 1924, novant’anni fa.

    A questo punto, ho fatto la cosa più ovvia, sono andato a controllare su Wikipedia.
    Secondo quanto riferisce l’enciclopedia on line, la scoperta fu fatta nel 1924 da un giovane agricoltore, Emile Fradin, che stava arando il campo assieme al nonno, quando il piede della mucca che trascinava l’aratro si impigliò in una cavità. Liberando la zampa dell’animale, Emile scoprì l’accesso a una cavità sotterranea. Era l’inizio di una scoperta sconcertante, perché dall’ipogeo di Glozel uscirono all’incirca tremila reperti fra ossa, manufatti di ceramica e pietre incise, molte delle quali lastre che riportano una sorta di scrittura che nessuno è riuscito a decifrare. La cosa straordinaria è che questi reperti sembrerebbero risalire a qualcosa come 8-10.000 anni fa e, se la loro autenticità fosse confermata, imporrebbero di retrodatare e riscrivere completamente la storia dell’Europa. Non è spiegabile il disinteresse dell’archeologia ufficiale per una scoperta come questa, se non con l’esigenza di difendere da nuove scoperte antichi e radicati pregiudizi. Provate solo a immaginare che marea di pubblicazioni, interventi mediatici e discussioni, se una simile scoperta fosse avvenuta in Egitto o in Mesopotamia!
    I pochi pronunciamenti dei ricercatori ufficiali sono stati perlopiù indirizzati a bollare la scoperta come un falso, una bufala. Immaginiamo se un giovane campagnolo diciassettenne come era allora Emile Fradin disponeva delle conoscenze e dei mezzi per mettere in atto una truffa così complessa! E’ interessante il giudizio di René Dussaud curatore del museo del Louvre, che concluse senza essersi degnato di esaminarli, che i reperti di Glozel dovevano essere per forza falsi perché 8-10.000 anni fa non poteva essere esistita una civiltà, dandoci davvero l’impressione di vedere uno dei pedanti che bollarono le scoperte di Galileo, uscire dalla tomba.
    Un discorso analogo vale per le piramidi bosniache di Visoko che sarebbero state individuate dal ricercatore e studioso dei materiali Semir Osmanagic. E’ proprio l’evidente e preconcetto scetticismo dell’archeologia ufficiale che fa nutrire dubbi sul fatto che non si tratti di bufale, ma di scoperte genuine.
    Riguardo a cose tuttora misteriose, dove si è ben lontani dal poter dare delle risposte definitive, come l’ipogeo di Glozel e le piramidi di Visoko, non disponiamo di risposte definitive, ma c’è una questione che possiamo comunque porre: la nostra specie, homo sapiens esiste da qualcosa come centomila anni, non stiamo parlando di bruti scimmieschi, ma di esseri umani come noi. La storia documentata copre gli ultimi cinquemila. Per quale motivo escludere dogmaticamente che non possa essere esistita alcuna civiltà preistorica, in quel 95% della nostra storia che ancora non conosciamo? Abbiamo visto che molto spesso gli archeologi “ufficiali” respingono a priori l’autenticità dei reperti di Glozel o la natura di manufatti delle piramidi di Visoko perché la civiltà umana “non può essere” così antica come questi reperti suggerirebbero. E’ un atteggiamento che ricorda molto quello dei pedanti seicenteschi che rifiutarono la scoperta di Galileo dei “pianeti medicei”, dei satelliti di Giove, perché sette erano le note musicali, sette i giorni della settimana, sette le aperture del corpo umano (bocca, narici, orecchie, ano e genitali), e non più di sette dovevano perciò essere anche i corpi del sistema solare. Io vi ho raccontato di aver avuto in passato un’esperienza di contatti con il CICAP. Se non altro, posso dire che è un’esperienza che mi ha permesso di capire parecchie cose. Sulle civiltà misteriose, l’atteggiamento è quello del rifiuto a priori esattamente come nei confronti del paranormale e dell’ufologia (e del resto del cosiddetto complottismo).
    La credenza e la presunta casistica del paranormale contrastano con la concezione della realtà naturale fondata su quattro secoli di ricerche scientifiche da Galileo in qua, l’ufologia non tiene conto dell’immensità del Cosmo e delle distanze interstellari, ma le civiltà misteriose? Cosa giustifica una posizione di rifiuto a priori? Pensiamo davvero di poter dire che conosciamo tutto del nostro remoto passato? La fobia del presunto complottismo fa il paio. Chi vede congiure dappertutto potrà anche essere paranoico, ma chi pensa che la politica agisca sempre in base alle intenzioni dichiarate da quelle persone di specchiatissima onestà che sono i politici, merita il nobel dei cretini.
    In campo politico nel senso più stretto del termine, gli esponenti di questo laicismo da quattro soldi si contano invariabilmente fra gli atlantisti e i filo-sionisti. Spirito critico? “Ma mi faccia il piacere!” (detto con le inflessioni e il gesto del grande Totò). Costoro la pensano esattamente come l’establishment politico-culturale vorrebbe che tutti la pensassimo, intellettualmente proni come più non si potrebbe essere, come se il potere non manipolasse anche la scienza.
    Noi però dobbiamo fare i conti con un pregiudizio di altro tipo rispetto allo strabismo mediorientale, alla fissazione della presunta “luce da oriente”. Per quale motivo si vuole negare a tutti i costi che in quell’enorme spazio di tempo che costituisce i nove decimi e mezzo della nostra storia su questo pianeta non possano essere sorte e poi sprofondate nell’oblio intere civiltà? In fin dei conti, cosa esisterà ancora di tutto quello che ci vediamo intorno, diciamo fra diecimila anni? Nulla, se non delle tracce labilissime.
    Bene, qui è visibile che ci confrontiamo con UN DOGMA della mentalità contemporanea che ha assunto dimensioni e valenze tali da poter essere paragonato a un dogma religioso, tanto più forte quanto più in contrasto con la realtà, il dogma del progresso. Dicendo che il dogma progressista è una sfacciata falsità, in realtà non si dice nulla di nuovo, l’aveva già evidenziato (lasciando perdere il lavoro compiuto fra le due guerre mondiali da pensatori come Julius Evola e René Guenon) un gruppo di scienziati riuniti nel Club di Roma nel 1970 con il celebre rapporto “I limiti dello sviluppo”, dove si enuncia un concetto fondamentale che però in definitiva è un’ovvietà: in un sistema limitato con risorse limitate quale è il nostro pianeta, uno sviluppo illimitato è impossibile. Nonostante si tratti di un’ovvietà, “I limiti dello sviluppo” provocò la canea progressista che riuscì a dare un’eccellente dimostrazione del fatto che l’insulto e il ludibrio sono in grado di sopperire in maniera eccellente alla mancanza di argomenti.
    Ora provate a pensarci un attimo: se accettiamo l’idea che in quel 95% della storia della nostra specie che ci è sconosciuto possano essere sorti e scomparsi nel nulla interi cicli di civiltà, questo cosa implica per noi? Implica la consapevolezza che nulla esclude che la civiltà moderna della quale siamo tanto orgogliosi possa andare incontro allo stesso destino.
    Per evitare, per esorcizzare questa idea “deprimente”, si preferisce mutilare la storia della nostra specie, pretendendo che prima dell’Egitto dei faraoni non possa essere esistito alcunché se non bruti dalla faccia scimmiesca che andavano in giro trascinando clave, pur di salvaguardare il pregiudizio che una volta avviata la civiltà, essa sarebbe spinta a uno sviluppo ascendente, al raggiungimento di traguardi sempre più elevati da una sorta di provvidenza immanente che s’incarna in questo ridicolo idolo moderno che chiamiamo “progresso”.
    La civiltà umana è forse molto più antica di quanto ci hanno raccontato, di quanto se ne vuole negare anche soltanto la possibilità in nome del dogma progressista, ma anche riguardo all’altro settore che ha interessato le nostre ricerche, quello più remoto nel tempo dell’origine della nostra specie, ci sono delle novità interessanti, ma per prima cosa è giusto che vi segnali una circostanza curiosa. Mi è stato segnalato un articolo non recentissimo, risalente al 4 novembre 2011 apparso su “National Geographic” che fa il punto sulle ultime scoperte paleontologiche, e la gentile signora che me l’ha segnalato, altri non è che la moglie dell’amico che mi ha segnalato il pezzo sull’ipogeo di Glozel. Due cari amici, una bella coppia dove la consonanza ideologica è una delle cose che cementano il sentimento reciproco, una fortuna che – devo confessare – io non ho.
    Ma vediamo il contenuto di questo articolo. Uno studio condotto da un team guidato da Stefano Benazzi dell’Università di Vienna ha accertato che alcuni frammenti dentari fossili rinvenuti negli anni ’60 nella Grotta del Cavallo nella baia di Uluzzo in Puglia e risalenti a 45.000 anni fa, non appartengono come si era finora creduto, a dei neanderthaliani, ma all’homo sapiens anatomicamente moderno. I reperti litici rinvenuti nella baia di Uluzzo sono serviti per classificare una cultura, la cultura uluzziana che si riteneva fosse l’ultima cultura neanderthaliana europea, invece adesso scopriamo che si trattava di sapiens.
    Ma non ci fermiamo qui, perché l’articolo menziona un’altra ricerca condotta da un team guidato da Thomas Higham dell’Università di Oxford che ha esaminato un frammento di mascella risalente a 44.000 anni fa e rinvenuto in una caverna inglese, la Kents Cavern. Anche quest’ultimo è risultato non essere neanderthaliano ma sapiens.
    Capite quello che significa? Se 50.000 anni fa l’eruzione del Toba fu davvero la catastrofe planetaria immaginata da qualcuno e i nostri antenati erano ridotti a un pugno di superstiti sperduti in qualche angolo dell’Africa, come hanno fatto nel giro di pochi millenni a popolare tutto il Vecchio Mondo, ad arrivare in Italia e anche in Inghilterra?
    L’ipotesi dell’origine africana scricchiola sempre di più. Un ulteriore scrollone è poi venuto dallo studio di un altro uomo fossile pugliese come quelli di Uluzzo ma parecchio più antico, l’uomo di Altamura, i cui resti, dopo essere caduto in un inghiottitoio carsico della regione, sono stati inglobati nella matrice calcarea. Ebbene, quest’uomo risalente a 100.000 anni fa, classificato come pre-neanderthaliano, presenta delle caratteristiche che preludono al sapiens moderno, si trova con ogni probabilità assai vicino alla biforcazione fra le due sottospecie umane. Considerato che la Puglia non è Africa (non ancora, ma lo diventerà assieme a tutto il resto dell’Italia se continuiamo a essere sommersi dall’ondata dell’immigrazione), l’ipotesi dell’origine africana diventa sempre meno verosimile.
    Mi è capitato di ritrovarmelo giorni fa in una di quelle discussioni a volte foriere di spunti interessanti, a volte demenziali che si trovano su Facebook, l’argomento che è un classico della retorica democratica su questo tema: “non esistono razze pure”. L’implicazione è quella che dovremmo essere indifferenti al fatto di essere soppiantati e che il nostro retaggio sia soppiantato da quello dei CUCULI che l’immigrazione ci porta in casa.
    Non esistono razze ASSOLUTAMENTE pure, ma è una questione di proporzioni. Un certo scambio genetico fra le popolazioni umane è sempre esistito, come dimostra il fatto che sono tutte mutuamente interfeconde, ma scambiare questo sottile rivolo di geni che passava in altri tempi fra le genti del pianeta con la situazione attuale, è come confondere un bicchiere di vino a pasto con un’assunzione da coma etilico.
    Vogliamo fare un altro paragone tratto dalla biologia? I parameci sono protozoi, minuscole creature unicellulari che hanno una caratteristica: sono attratti da un ambiente acido, perché è soprattutto nell’acido acetico che trovano i lieviti e gli altri microorganismi di cui si nutrono. Solo che si precipitano con uguale “entusiasmo” verso una goccia di acido solforico che invece li uccide. Questo meccanismo comportamentale si è certamente evoluto perché in natura la probabilità che hanno di incontrare acido solforico è enormemente più bassa che quella di imbattersi nell’acido acetico. Quello che alle basse concentrazioni è benefico, a quelle alte può essere mortale.
    Il paramecio è una creatura microscopica, non ha un cervello, ma noi si. Vogliamo che i paraocchi della retorica democratica rendano il nostro comportamento non più intelligente del suo?
    In queste cose non è il caso di (s)ragionare in termini di tutto o niente: poiché L’ASSOLUTA purezza è irraggiungibile, allora accettare l’universale meticciato nel quale la nostra gente è destinata a scomparire.
    Pensiamo ai nostri figli: a ciascuno di loro trasmettiamo soltanto metà del nostro patrimonio genetico, mentre l’altra metà deriva dall’altro genitore. Questo significa forse che, non essendo la nostra fotocopia, non dovremmo interessarci di loro più di quanto non facciamo con perfetti estranei?
    I popoli europei si stanno avviando a una lotta mortale che deciderà della loro sopravvivenza o della loro estinzione. Non è questo il momento di farci confondere dalle bugie democratiche.

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    Predefinito Re: Una Ahnenerbe casalinga

    Lo studio di Fabio Calabrese pubblicato a puntate sul sito ereticamente.net è oramai arrivato alla 42° puntata, pian piano posterò tutti gli articoli per dar modo a tutti di leggere e giudicare con calma e ponderazione.
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    Ghibellino
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    Predefinito Re: Una Ahnenerbe casalinga

    Di Fabio Calabrese

    Della questione delle origini nei suoi diversi livelli (origini della civiltà, dei popoli indoeuropei, della stessa specie umana), mi sono occupato con ampiezza nei miei precedenti articoli, e onestamente pensavo di lasciare l’argomento in sospeso per un po’. “Ereticamente” non è una pubblicazione di archeologia né di paleoantropologia, ma di politica e di metapolitica (Weltanschauung), tuttavia comprendere quali siano le nostre origini, è fondamentale per capire chi davvero siamo e qual’è il nostro posto nel mondo, il che a sua volta è una premessa necessaria di un agire politico non cieco.

    Noi abbiamo visto, e non è certamente un caso, che riguardo a queste tematiche esiste una “ortodossia scientifica” che in realtà, in termini di elementi concreti, di prove, di testimonianze archeologiche e fossili, è fondata sul nulla. Si pretende che la nostra specie si sia originata in Africa e che noi stessi saremmo degli africani “sbiancati”, che non si possa parlare nemmeno di genti ma solo di lingue indoeuropee (senza nessun contenuto razziale, ovviamente, perché le razze non esistono) portate in Europa da agricoltori mediorientali, che la civiltà sarebbe nata in Medio Oriente fra l’Egitto e la Mezzaluna Fertile. Tutto questo complesso IDEOLOGICO E NON SCIENTIFICO sostenuto dal peso dell’autorità accademica è conforme ai dettami dell’ideologia democratica imposta all’Europa con le armi a seguito della sconfitta nella seconda guerra mondiale, e ha precisamente lo scopo di cancellare negli Europei il senso di superiorità rispetto agli altri popoli e alle genti “colorate” e di far accettare loro che le stesse etnie europee possano o meglio ancora debbano scomparire in seguito all’immigrazione e al meticciato.


    Tutto ciò l’abbiamo visto con ampiezza, ed era mia intenzione, come vi ho detto, lasciare l’argomento in sospeso per un po’, ma dopo il recente intervento di Michele Ruzzai sull’ipotesi dell’origine africana, mi sembra opportuno riprendere in mano la questione con alcune osservazioni non in contraddittorio, ma in appoggio alle tesi del nostro amico.


    Il nostro Michele parte da un’osservazione che io trovo molto acuta. In assenza di un qualsiasi sostegno all’ipotesi dell’origine africana dai dati archeologici o paleoantropologici (strumenti litici o fossili umani) la prova principale dell’origine africana consisterebbe IN UNA CERTA INTERPRETAZIONE dei dati genetici: le popolazioni dell’Africa subsahariana sarebbero quelle che presentano un tasso di variabilità genetica maggiore di tutto il resto dell’umanità. Il “modello evolutivo” che questa concezione presuppone, è quello di un “centro” magmatico e caotico da cui si irradiano delle diramazioni che diventano più stabili man mano che si allontanano da esso. E’ un albero genealogico valido della nostra specie o di qualsiasi cosa, o non esprime piuttosto l’amore democratico per il caos, l’informe, l’assenza di strutture e di regole?


    Ora, fa giustamente notare Michele, l’alto tasso di variabilità genetica, più che essere ancestrale, potrebbe essere il risultato di incroci recenti (recenti magari nel senso della paleoantropologia: per i paleoantropologi, decine di migliaia o migliaia di anni sono un tempo recente, dato che di solito si ragiona sull’arco temporale dei milioni di anni). In fin dei conti, se noi andassimo a studiare il genoma degli abitanti di New York, sicuramente troveremmo una variabilità genetica enormemente maggiore di quella che possiamo riscontrare ad esempio nelle valli bergamasche, eppure sappiamo benissimo che con l’eccezione, forse, dei nativi americani (volgarmente detti “pellirosse”) che ormai sono quasi estinti, nessun genoma “americano” si trova lì e nel Nuovo Mondo da più di cinque secoli.


    In realtà, sappiamo bene che l’ipotesi dell’origine africana non ha alcun valore scientifico, ma è stata inventata unicamente per scopi di propaganda antirazzista. Lo ha ammesso perfino Uriel Fanelli in quel suo pezzo citato in precedenza, un autore di sinistra che avverte “i compagni” che la falsificazione africana non funziona più. Nuove voci di dissenso sempre maggiore a questa “teoria imposta” si sono recentemente levate dagli ambienti scientifici.


    In particolare, secondo quanto riferisce una pubblicazione in lingua inglese, “Atlantean Gardens” nel numero di sabato 3 maggio 2014, l’ipotesi dell’origine africana è stata clamorosamente smentita dalle ricerche degli scienziati russi. Che questa confutazione venga proprio dalla Russia oggi non più sovietica e i cui ricercatori non sono più costretti a ripudiare la genetica, non è cosa che stupisca, dato che oggi costoro sono ancora liberi dalla dittatura mascherata della “political correctnes” che imperversa in Occidente e impone il silenzio su tutto ciò che potrebbe intaccare i dogmi democratici e antirazzisti.


    Dunque, secondo quanto riferisce “I giardini di Atlantide”, nel 2012 i ricercatori russi Anatole A. Klysov e Igor L. Rozhansky hanno esaminato la bellezza di 7.556 cromosomi Y di europei (caucasoidi), allo scopo di verificare se l’albero genealogico degli aplogruppi che era possibile tracciare sulle base delle rispettive parentele, puntasse verso un’origine africana. La risposta è stata chiaramente negativa.


    L’articolo riporta anche l’opinione dello storico australiano Greg Jefferys che ribadisce che la “teoria” (favola sarebbe in realtà un termine più appropriato) dell’origine africana non ha alcun elemento scientifico a suo sostegno, ma è stata introdotta “per eliminare il concetto di razza”.


    Secondo i ricercatori russi, almeno il 20% del DNA delle popolazioni umane moderne non discenderebbe dagli uomini di Cro Magnon di presunta origine africana, ma deriverebbe da neanderthaliani, denisoviani, da un homo arcaico con cui le popolazioni africane si sarebbero re-incrociate, forse anche dagli hobbit dell’isola di Flores.


    E’ la conferma eclatante della teoria multiregionale, ma è anche qualcosa di più. La specie umana sarebbe una specie ibrida, e la prova migliore di ciò è data dal fatto che alcune parti del nostro genoma non sono reciprocamente compatibili. Lo si vede bene ad esempio considerando il fattore sanguigno RH. Se una donna RH negativa rimane incinta di un uomo RH positivo e quest’ultimo ha trasmesso la RH positività al nascituro, in questo caso il corpo della madre produrrà anticorpi contro il feto che possono produrre gravi danni al bambino, reagisce proprio come se quest’ultimo fosse un “estraneo” di altra specie.


    Queste scoperte e considerazioni vengono a sfasciare non solo il dogma democratico dell’inesistenza delle razze, ma anche quello cristiano del monogenismo, cioè dell’origine unica di tutta l’umanità, ma cosa ci volete fare? I fatti sono fatti.


    Bisogna però dire che, proprio perché dubito fortemente che il pubblico di “Ereticamente” sia composto in prevalenza da esperti in paleoantropologia, sarà bene fare una precisazione importante per non dare luogo ad equivoci che potrebbero facilmente ritorcersi contro di noi, che la questione della supposta origine africana recente di homo sapiens, è una questione completamente diversa da quella dell’origine africana degli ominidi primitivi, la famosa Lucy e tutti gli altri che sono stati esumati dal suolo del Continente Nero e la cui africanità nessuno contesta (anche se il continente nero, come vedremo, non è l’unico ad aver restituito fossili ominidi).


    Per capire un po’ meglio le cose, sarà meglio fissare alcuni paletti temporali. Gli ominidi, i precursori, sembrerebbe, degli esseri umani, sembrano essersi distaccati da un lignaggio antropomorfo in un orizzonte temporale che andrebbe dai 5 ai 7 milioni di anni fa.


    Il primo essere che possiamo identificare come certamente unano, l’homo erectus, compare all’incirca un milione di anni fa. Esiste certamente l’erectusafricano, il cui rappresentante più noto è uno scheletro giovanile quasi completo, il “Ragazzo del lago Turkana”, ma esistono anche due varietà asiatiche, l’uomo di Pechino e l’uomo si Giava, e una varietà europea, l’uomo di Heidelberg, testimoniato oltre che dalla famosa mandibola ritrovata in questa località, da diversi altri reperti fra cui alcuni italiani di cui parleremo fra poco. Proprio l’uomo di Giava ha dato il nome alla specie. Esso fu scoperto nel XIX secolo dal medico olandese Eugene Dubois che lo chiamò “Pitecanthropus erectus”, cioè “uomo-scimmia eretto”. Ci volle del tempo perché si capisse che non si trattava di un uomo scimmia, ma di un autentico uomo sia pure primitivo.


    Interessantissimo fra gli erectus europei, un esemplare italiano, l’uomo di Ceprano detto anche Argill, che sembrerebbe avere proprio le caratteristiche giuste per essere l’antenato comune dell’uomo di Neanderthal e di quello di Cro Magnon, mentre l’uomo di Denisova sembrerebbe da collegarsi piuttosto all’erectus di Heidelberg. In ogni caso, non vi è proprio nulla che rimandi a un’origine africana.


    La comparsa dell’homo sapiens si dovrebbe collocare attorno ai 70-50.000 anni fa se parliamo dell’uomo di Cro Magnon anatomicamente moderno, ma se includiamo le forme cosiddette pre-sapiens o sapiens arcaiche, questo tempo andrebbe verosimilmente raddoppiato. La nostra specie appare distinta nelle tre varietà di Cro Magnon, di Neanderthal e di Denisova, perché è chiaro che se neanderthaliani e denisoviani hanno potuto incrociarsi con l’uomo moderno, e generare una discendenza fertile in modo che i loro geni sono giunti almeno in parte fino a noi, vanno considerati varietà della nostra specie, non specie umane distinte.


    A titolo puramente indicativo, 100.000 anni sono un compromesso ragionevole. Quel che importa rimarcare, però, è che l’origine africana degli ominidi primitivi e quella di homo sapiens sono due questioni affatto differenti, e che i ritrovamenti africani di Lucy e degli altri ominidi non ci dicono nulla riguardo alla seconda, l’origine della nostra specie.


    Paradossalmente essi, anzi, potrebbero rappresentare una forte indicazione in senso contrario. Dai tempi di Darwin si presenta ai biologi un problema di difficile soluzione. Se noi affianchiamo le une alle altre le diverse specie di un gruppo animale o vegetale rispettando i rapporti cronologici, si ha l’impressione di un’evoluzione, di una transizione dall’una all’altra forma, ma se consideriamo una singola specie, anche lungo un arco di tempo lunghissimo, essa è perlopiù stabile e non mostra alcun segno di transizione verso la forma successiva. Come spiegare il mistero dell’evoluzione a scatti o, come ha detto qualcun altro, dell’evoluzione punteggiata?


    Una spiegazione è stata vista da alcuni in quella che è stata chiamata teoria della speciazione allopatrica. Una specie diffusa e affermata colonizzerà una serie di habitat e di regioni con caratteristiche diverse. Forme che rappresentano delle innovazioni evolutive si presenteranno come adattamenti ad habitat marginali, e perché si affermino sarà necessario che un cambiamento delle condizioni ambientali le favorisca a scapito della popolazioni originale, e solo allora potranno re-invadere l’area “centrale” di origine della stessa, e solo a questo punto, non quando i loro antenati erano colonizzatori marginali di un’area periferica, compariranno nella documentazione fossile perché – ricordiamolo – quelli i cui resti ci sono giunti fossilizzati, sono solo una piccolissima parte di tutti gli esseri vissuti. Quindi l’evoluzione ci apparirà “a scatti”. Speciazione allopatrica significa letteralmente che una nuova specie avrà origine in una “patria” diversa da quella in cui si è generata la specie originale. Se questa teoria è vera, e se partiamo dal presupposto che le leggi che regolano il divenire dell’umanità sono le stesse che condizionano la storia di tutte le forme viventi, il fatto che gli ominidi primitivi si siano generati in Africa, potrebbe essere una forte indicazione del fatto il percorso successivo non si è sviluppato lì, ma altrove.


    I conti però ancora non tornano. Siamo sicuri, del tutto sicuri che gli ominidi primitivi abbiano una storia esclusivamente africana?


    Questo è un capitolo sconcertante. Nel 1983, un ricercatore siciliano, Gerlando Bianchini, ritrovò proprio in Sicilia i resti di un ominide, un australopiteco dello stesso genere della famosa Lucy e dei reperti sudafricani come il “bambino di Taung”, che battezzò australopithecus siculus. Da allora sono passati oltre trent’anni e non se n’è più parlato, nemmeno per contestare l’autenticità del ritrovamento, è semplicemente sparito dalla documentazione. Non è ancora tutto: noi potremmo chiamare pre-ominidi quelle creature che, vicinissime alla linea di demarcazione fra antropomorfe e ominidi, rappresentano il primissimo, incerto passo in direzione dell’umanità. Resti di simili creature, che sono stati raggruppati nei due generi ramapithecus e sivapithecus dal nome di due figure della mitologia indiana, furono ritrovati appunto in India, e anche su di essi è calato uno strano silenzio. Ma forse la cosa più singolare, e certamente la meno conosciuta, è che anche l’Italia ha il suo pre-ominide, i cui resti emersero molti anni fa da un blocco di lignite nella cava di monte Bamboli in Toscana, che fu chiamato oreopithecus bambolensis, e che sorprende per la faccia piatta e le caratteristiche stranamente umane della dentatura.


    Il sospetto che viene, è che tutti questi ritrovamenti siano stati censurati perché potrebbero dare ombra ai reperti africani ai quali la ricerca sedicente scientifica ortodossa e “politicamente corretta” tiene tantissimo, perché pretende di basare su di essi la leggenda dell’origine africana della nostra specie e il teorema dell’inesistenza delle razze.


    La nostra Penisola sembra avere un ruolo singolare nella storia dello sviluppo dell’umanità, pare presentare una documentazione completa di esso: dallo stadio pre-ominide (oreopiteco di monte Bamboli), all’ominide australopiteco (australopithecus siculus), all’homo erectus classico (rappresentato non molto bene, ma non è la quantità dei reperti che conta, da un dente ritrovato nella grotta nota come abisso di San Cassiano sul carso triestino e attualmente conservato al museo di storia naturale della città giuliana), all’erectus evoluto e in via di transizione verso il sapiens (l’uomo di Ceprano, “Argill” che è forse il candidato migliore che conosciamo a ricoprire il ruolo di antenato comune fra l’uomo di neanderthal e il sapiens di Cro Magnon), il pre-neanderthal (Saccopastore), il neanderthaliano classico (Monte Circeo), il pre-sapiens (uomo di Altamura), e infine, proprio per non farci mancare nulla, i ritrovamenti nella grotta di Uluzzo, i resti di una popolazione non di ceppo neanderthaliano come si era pensato, ma di Cro Magnon fra i più antichi ritrovati in Europa.


    Dubito che altrove sul territorio di una nazione di estensione non grandissima, si trovi una documentazione altrettanto completa della nostra storia biologica, e questo ci fa sospettare che proprio essa abbia giocato un ruolo cruciale nel divenire dell’umanità su questo pianeta, che la nostra Penisola sia davvero quell’ “antiqua mater” che Virgilio invitava a cercare.


    Questa nostra povera Italia è oggi, come forse più non si potrebbe, sminuita e bistrattata, non solo all’estero ma, il che è infinitamente peggio, all’interno, da parte di una fetta considerevole de propri cittadini, che non sembrano minimamente provare quel senso di appartenenza, di orgoglio, di fierezza per la nazione cui si appartiene, che a qualsiasi altra latitudine sarebbe del tutto normale.


    Se veramente l’Italia ha avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della nostra specie e la cosa può essere provata, provate a immaginare che smacco per costoro.


    A pensarci, ci godo!

    Una Ahnenerbe casalinga, quinta parte | EreticaMente
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  7. #7
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    Predefinito Re: Una Ahnenerbe casalinga

    Di Fabio Calabrese

    Io vi devo chiedere scusa se torno a insistere con la formula degli articoli “seriali”, essa risponde a due motivazioni. In certi casi, mi sono imbracato in un lavoro che per la sua ampiezza non è possibile contenere dentro le dimensioni di un solo pezzo, e credo che Opus maxime rhetoricum in cui mi sono assunto il compito di smascherare le falsificazioni che accompagnano (o che formano) la narrazione della storia come ci viene presentata dall’antichità fino all’attualità contemporanea ne sia l’esempio più evidente, oppure è anche possibile che la serie di articoli omonimi e successivi venga a comporre una sorta di rubrica alla quale si possono, e direi si devono aggiungere periodici aggiornamenti.

    Una Ahnenerbe casalinga è, mi pare, il luogo più adatto dove collocare gli aggiornamenti sulla questione delle origini. Le risposte che possiamo dare, o crediamo di poter dare alla domanda da dove veniamo, sono una parte essenziale dell’idea che possiamo avere su chi siamo, e sembra proprio che oggi su questo tema si sia riacceso un dibattito vivace, anche perché c’è un dogma, un dogma che è stato forzatamente imposto alla conclusione della seconda guerra mondiale, elemento essenziale della Weltanschauung dei vincitori, che oggi sta miseramente crollando sotto il peso delle evidenze scientifiche, quello dell’inesistenza delle razze, o della loro riducibilità a costrutti culturali.

    Prima di procedere oltre, vorrei però esprimere un sentito ringraziamento a Luigi Leonini, una persona che sta facendo un lavoro davvero prezioso di raccolta delle informazioni attinenti a questo e molti altri ambiti. La maggior parte degli aggiornamenti che citerò nel presente articolo, infatti, deriva da sue segnalazioni.

    Cominciamo con il riportare una notizia che compare su “Atlantean Gardens” del 4 maggio di quest’anno. Gli scienziati russi avrebbero ufficialmente confutato la “teoria” (anche se è certamente eufemistico considerarla tale) dell’Out Of Africa, della presunta origine africana dell’homo sapiens. E’ certamente paradossale, eppure è un fatto innegabile: ai tempi dell’Unione Sovietica la ricerca scientifica in Russia non era libera, era pesantemente condizionata dall’ideologia comunista, la genetica – tra l’altro – schiacciata da quella bufala che è stata la “biologia” socialista di Lysenko, è stata fuori legge fino agli anni ’70. Oggi, mentre gli scienziati russi non sono vincolati da preoccupazioni di ortodossia ideologica, quelle che attanagliano i ricercatori statunitensi, sono diventate sempre più stringenti e la democrazia è divenuta un’ideologia sempre più totalitaria e oppressiva che ha ben poco da invidiare al vecchio dogmatismo comunista, non possono non ribadire i dogmi dell’inesistenza delle razze e dell’origine africana della specie umana senza mettere a serio rischio le loro carriere e con possibilità di pesanti riflessi anche sul piano giudiziario. Il triste gioco della Guerra Fredda si ripropone oggi a parti invertite.

    “Atlantean Gardens” riporta un articolo già apparso in “Anthroplogy” n. 2 del 2012, pagine 80-86 a firma di Anatole A. Klyosov e Igor L. Rozhanski: Re-Examining the “Out of Africa” Theory and the Origin of Europoids (Caucasoids) in Light of DNA Genealogy.(Riesaminando la teoria dell’origine africana e le origini degli Europei (Caucasoidi) alla luce della genealogia basata sul DNA). Gli autori hanno esaminato 7556 aplotipi umani, in particolare riguardo al cromosoma Y (quello che determina i caratteri maschili), suddivisi in 46 sub-cladi a loro volta raccolti in 17 aplogruppi maggiori, e il responso è chiarissimo: gli aplogruppi europei (caucasici) NON derivano dagli aplogruppi africani A o B. La teoria dell’origine africana delle popolazioni europee è chiaramente smentita dal DNA.

    L’articolo riporta anche un commento dello storico australiano Greg Jefferys che spiega che “La leggenda (“the myth”) dell’origine africana fu introdotta nel 1990 per cancellare il concetto di razza… ma è totalmente smentita dalla genetica”.

    In realtà, favole antirazziste hanno costituito da sempre la base dell’ideologia “democratica” americana, e sono state imposte come dogmi anche all’Europa a partire dal 1945. Semplicemente, dal 1990 in coincidenza, si noti bene, con la vittoria yankee nella Guerra Fredda, esse diventavano in maniera più esplicita e aggressiva la base dell’ideologia pseudo-scientifica che si voleva e si vuole imporre con ogni mezzo (il che il più delle volte significa tappare la bocca ai dissidenti) nella prospettiva di imporre al mondo che ha avuto la sventura di cadere sotto il dominio statunitense l’universale meticciato.

    Lo stesso articolo ci parla del sequenziamento del DNA di un uomo di Cro-Magnon vecchio di 28.000 anni, esso appare sorprendentemente “moderno” e sostanzialmente identico agli Europei attuali, il che rende l’ipotesi africana sempre più vacillante.

    Un contributo a renderla ancora più precaria, a mostrare che questa favolainventata a giustificazione di tutta l’ideologia antirazzista e pro-meticciato che sta alla base della politica yankee non ha alcun fondamento, potrebbe contribuire anche una ricerca condotta da scienziati indonesiani che hanno studiato due siti lungo il corso del fiume Solo, già noto in passato per aver dato alla luce importanti ritrovamenti di homo erectus, di questa ricerca ha parlato il “Daily Mail” del 30 giugno 2011 intervistando Etty Indriati della Gadjah Mada University.

    Stando ai risultati emersi da questa ricerca, sembrerebbe che l’homo erectus indonesiano si sarebbe estinto al più tardi 143.000 anni fa, e forse già 550.000 anni fa, mentre l’homo sapiens anatomicamente moderno sarebbe giunto nella regione circa 35.000 anni fa, più di centomila anni più tardi, e quindi non ci sarebbe stato nessun periodo in cui le due specie umane abbiano convissuto nella regione, al contrario di quanto si è sempre creduto finora.

    Secondo gli autori della ricerca, questo fatto andrebbe decisamente contro l’ipotesi dell’origine africana e a favore di quella dell’evoluzione multiregionale, mentre ad esempio la scoperta degli hobbit dell’isola di Flores, piccoli homo erectus adattati a condizioni di vita insulari che sarebbero sopravvissuti fino a 40.000 anni fa, andrebbe in qualche modo a sostegno dell’ipotesi dell’origine africana.

    E’ un ragionamento che, lo confesso, non sono riuscito a capire. Semmai, mi sembra, la scoperta degli hobbit di Flores dovrebbe rappresentare un duro colpo per l’ipotesi dell’origine africana. Secondo quest’ultima, infatti, tra 50 e 70 mila anni fa una mega-eruzione del vulcano Toba nell’isola di Sumatra, una della maggiori dell’arcipelago indonesiano, avrebbe provocato una sorta di inverno nucleare e portato quasi all’estinzione tutta l’umanità allora esistente, lasciando in vita solo un’esigua popolazione di africani che sarebbero gli antenati di tutti noi.

    La sopravvivenza degli hobbit di Flores fino a 30-10 mila anni dopo questa fantasticata catastrofe in un’area, quella indonesiana, proprio vicina al suo presunto epicentro, rappresenta un colpo mortale a questa fantasiosa ricostruzione.

    Comunque è importante constatare il fatto che sempre più scienziati in tutto il mondo stanno constatando, o per meglio dire non possono fare a meno di ammettere, che la favola dell’origine africana con la sottintesa implicazione dell’inesistenza delle razze, è una gigantesca bufala, forse la peggior bufala scientifica dei nostri tempi.

    Non è finita qui, perché gli studi scientifici, soprattutto le ricerche sul DNA, stanno facendo emergere un quadro ben diverso da quella che è l’ortodossia ufficiale “politicamente corretta” che ci si vuole imporre a tutti i costi, e quando una pubblicazione come “Le scienze” riporta cose che solo pochi anni fa era impensabile che qualcuno dicesse, tranne forse in qualche rivista o in qualche sito particolarmente coraggioso dell’estrema destra, viene davvero il dubbio: adesso cosa faranno i “buoni democratici”, dovranno imporre anche agli studi di genetica la stessa censura liberticida che oggi soffoca le ricerche revisioniste sul cosiddetto olocausto? Cosa dobbiamo pensare di una democrazia il cui ingrediente sostanziale si rivela il blocco alla circolazione delle idee, il divieto di pensare e di essere a conoscenza dei fatti?

    “Le scienze” del 2 agosto 2012 riporta un’intervista con Sarah Tishkoff dell’Università della Pennsylvania. La ricercatrice, che è considerata una star della genetica delle popolazioni, il 26 luglio dello stesso anno ha pubblicato sulla rivista “The Cell” un articolo che illustra i dettagli del sequenziamento completo del genoma di cinque individui per ciascuno dei tre gruppi di cacciatori-raccoglitori ancora esistenti: i pigmei del Camerun e gli Hadza e i Sandawe della Tanzania.

    I risultati di questa ricerca sono poco meno che sbalorditivi.
    “Vari studi hanno dimostrato un certo livello di incroci tra i primi umani moderni usciti dall’Africa e altre specie arcaiche non africane, tra cui i Neanderthal e, in Asia, la specie detta di Denisova. Ma non si è mai trovata alcuna prova di un DNA neanderthaliano in Africa. Il problema è che in Africa non si ha una buona conservazione dei fossili. Quindi, quello che abbiamo fatto è stato usare i metodi statistici sviluppati da Josh e Ben Akey Vernot dell’Università di Washington per riconoscere le regioni del genoma che sembrano essere di origine arcaica.

    La prima cosa che abbiamo fatto è stata testare questa statistica applicandola a non-africani, trovando in questi genomi un notevole arricchimento del DNA di Neanderthal. Ma non tra gli africani, che non avevano DNA neanderthaliano. Quando abbiamo applicato la statistica agli africani, in compenso, abbiamo visto molto dati che testimoniano incroci con un ominide che si è separato da un antenato comune circa 1,2 milioni di anni fa”.

    Vi è chiaro quel che significa tutto ciò? Nel nostro DNA ci sono le tracce di incroci avvenuti tra il sapiens Cro-Magnon e altre linee umane sviluppatesi in parallelo: uomini di Neanderthal e di Denisova, questo per quel che riguarda il ceppo eurasiatico della nostra specie. Queste tracce non si riscontrano nei neri africani. In compenso, ci sono le prove genetiche del fatto che queste popolazioni sono il risultato di un incrocio, avvenuto qualche decina di migliaia di anni fa, con un homo primitivo il cui lignaggio si sarebbe separato dalla linea umana principale circa un milione e duecentomila anni fa, e che quindi non poteva essere altro che una variante di homo erectus.

    Il nero africano, dunque, ben lungi dall’essere il modello ancestrale di tutti noi, rappresenta un vero e proprio passo indietro sulla via del sapiens. E’ razzista affermarlo? Allora mi dispiace tanto, ma sono i fatti a essere razzisti.

    Questa carrellata sulle scoperte recenti riguardo alle nostre origini più remote, si può ben concludere con un’altra notizia – di cui sono debitore sempre al buon Luigi – ma che è apparsa sul sito di Stormfront. Tuttavia il punto importante da sottolineare è il fatto che oramai ciò che appare sulle pubblicazioni scientifiche più accreditate si salda senza soluzione di continuità con ciò che viene pubblicato sulle riviste e i siti dell’estrema destra. La scienza sta dando sempre più ragione a qualcuno, e questo qualcuno non sono i “buoni democratici”.

    La notizia è questa:
    “Vincent Sarich (professore emerito di antropologia all’Università di Berkeley, California) e Franck Miele, senior editor di “Skeptic” (“Lo scettico”), hanno scritto un libro a 4 mani, Razza: la realtà della diversità umana; nel libro essi documentano dettagliatamente e ampiamente come il senso comune della gente sulla diversità umana stia gradualmente trovando consensi nella comunità scientifica, nonostante conservatorismi duri a morire.

    Innanzitutto confutano i programmi televisivi che passa la TV pubblica USA, i quali negano l’esistenza delle razze umane. Leggere lo splendido articolo L’ultimo tabù, diversa razza=diversa capacità. (The Final Taboo: Race Differencesin Ability Vincent Sarich).

    Richard Dawkins, il leggendario e popolarissimo autore de Il gene egoista, ha elogiato pubblicamente sul “New York Times” Sarich per il suo lavoro di enorme importanza! Nel corso degli anni Sarich è diventato uno dei rari antropologi fisici, esperti sia degli scheletri che della genetica, ha dissotterrato e studiato 2500 teschi umani di 29 razze diverse e li ha comparati con quelli di 347 scimpanzé (compresi gli straordinari bonobo), e concludendo: “Non conosco nessun’altra specie di mammiferi che sia cosi diversificati razzialmente, eccetto i cani, che però sono stati sottoposti, di proposito a tale differenziazione”.

    Qui ci sono alcune considerazioni che si impongono in tutta evidenza. Notiamo per prima cosa la contrapposizione fra “il senso comune della gente” che riconosce a colpo d’occhio il fenomeno razziale, e l’ideologia diffusa a partire dagli ambienti accademici e dalla cultura ufficiale, ma non certo su basi scientifiche, che tende a negare questo fatto evidente, anche se proprio la comunità scientifica, nonostante la resistenza degli ambienti più “conservatori” non può, a lungo andare, non riconoscere i fatti, e dobbiamo evidenziare che “conservatore”, cioè chiuso in una visione del mondo dogmatica ed estranea alla realtà, tendente a ignorare le chiare smentite che vengono da essa, qui, come su questa sponda dell’Atlantico, significa di sinistra.

    In secondo luogo, non può non far piacere il fatto che il libro di Sarich e Miele abbia ricevuto l’autorevolissimo avallo di Richard Dawkins, stella di prima grandezza della biologia contemporanea, ma soprattutto pensatore coraggioso e anticonformista che in più di un’occasione ha dimostrato di mettersi sotto i piedi i pregiudizi dominanti. Dawkins, oltre che de Il gene egoista è l’autore de L’illusione di Dio, un saggio sulla religione che scava impietosamente il terreno sotto i piedi del cristianesimo e delle religioni abramitiche, e questo non ce lo può rendere certo antipatico.

    Il terzo punto che occorre toccare è un po’ meno incoraggiante. Io credo che senza alcun dubbio gli autori abbiano confutato in maniera efficace i programmi televisivi che passa la televisione pubblica, che cercano di negare l’esistenza delle razze umane, cosa di certo che non presenterebbe alcuna difficoltà se si trattasse di un confronto di idee fatto su basi eque, ma – ed è questo il punto – quanta gente leggerà il libro e quanta gente guarda i programmi televisivi, o per meglio dire subisce giornalmente il plagio mediatico che proviene dal malefico apparecchio, totem familiare dei nostri tempi?

    La questione di nuovo si può paragonare al confronto, anch’esso sicuramente non su basi che abbiano un minimo di equità, sulla questione dell’olocausto. Gli studi di Faurisson, di Zundel, di Mattogno sicuramente sono seri e documentati, ma dall’altra parte non c’è un contraddittorio, quando non c’è la risposta censoria e repressiva, c’è il diluvio mediatico, l’appello continuo all’emotività, il lavaggio del cervello che gioca sulla difficoltà a livello inconscio di distinguere fra realtà e fiction.

    Vi chiedete perché la democrazia non funziona? Perché è, a voler essere espliciti, una gigantesca truffa, forse la più enorme della storia umana? Eccola la risposta, chiara come il sole: la diffusione di “idee”, atteggiamenti, stati d’animo nella cosiddetta pubblica opinione è inversamente proporzionale in maniera pressoché esatta alla loro corrispondenza al reale.

    Di sicuro, la lotta per la verità è ancora lunga e irta di difficoltà, ma noi in ogni caso siamo qui, senza paura, a combatterla.


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  8. #8
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Una Ahnenerbe casalinga

    Come credo di avervi già spiegato, fra i diversi articoli “seriali” apparsi su “Ereticamente”, è probabile che quelli di Una Ahnenerbe casalinga siano quelli destinati ad avere maggiore continuità, infatti, sotto questo titolo ho deciso di comprendere i vari “pezzi” che affrontano il problema delle origini della nostra specie, e sempre sperando che il paragone con la vera Ahnenerbe, quella creata dal Terzo Reich, non appaia eccessivamente ambizioso. In questa serie di articoli che di fatto a questo punto assume l’andamento di una rubrica, vedrò di aggiornarvi man mano delle novità scientifiche che emergono intorno alla questione delle origini.

    Questa volta, vorrei cominciare col rimarcare un punto sul quale forse non mi sono finora espresso con sufficiente chiarezza. Come sappiamo, come vi ho evidenziato più volte, come ha ribadito anche recentemente la ricerca dello scienziato russo Anatole Klysov, la tesi dell’ “Out Of Africa”, dell’origine africana della nostra specie, è un falso, una bufala spacciata per teoria scientifica, inventata negli Stati Uniti per distruggere non il razzismo inteso come tendenza di una razza a imporsi sulle altre e a discriminarle, o la persecuzione di alcune persone in base alla loro appartenenza razziale, ma – il che è molto diverso – l’idea stessa che l’umanità sia suddivisa in razze. Sostenere che le razze non abbiano una reale esistenza, che gli Europei non siano altro che africani sbiancati col trascorrere dei millenni, non è una teoria scientifica, è la quintessenza dell’ideologia democratica, come dire falsità allo stato puro.

    “E gli ominidi africani i cui resti sono emersi nei siti della Rift Valley?”, si chiederà qualcuno, “E Lucy, e il bambino di Taung e tutti gli altri, sono anch’essi dei falsi?”

    E’ precisamente questo il punto che vorrei ora sviscerare con la massima chiarezza possibile. Può essere che non tutti abbiano bene a mente la scala dei tempi, e allora sarà il caso di ribadire che UNA questione è l’origine degli ominidi alcuni milioni di anni fa, UN’ALTRA COMPLETAMENTE DIVERSA è invece l’origine della nostra specie, homo sapiens alcune decine di migliaia di anni fa.

    Occorre fare una premessa a tutto il discorso: quel che comunemente si intende per “evoluzione” non è la teoria di Darwin e rappresenta qualcosa che la scienza non ha mai avallato né potrebbe farlo, trattandosi di una concezione ibrida che mescola dati di fatto e giudizi di valore.

    Nell’accezione comune, il concetto scientifico di evoluzione, cioè di trasformazione delle specie viventi nel tempo per effetto della selezione naturale, è arbitrariamente fuso con quello molto più ambiguo, non scientifico e non verificabile di progresso, inteso come sviluppo globalmente ascendente delle società umane, sebbene l’evoluzione riguardi un arco temporale che coinvolge l’intera storia della vita, mentre la nozione di progresso nasce da un’osservazione non scientifica e dalle speranze di alcune “anime belle” su di un segmento limitato di alcuni secoli su di una parte delle società umane. In compenso, in questa visione sono amputati aspetti importanti dell’evoluzionismo darwiniano, quali la lotta per la sopravvivenza, la selezione, la sopravvivenza dei più adatti, che rischierebbero invece di dare l’avallo scientifico a una Weltanschauung di tipo aristocratico.

    Questa specie di pappa ideologica che ne risulta si accorda molto bene con il marxismo e anche in una certa misura con il cristianesimo, si veda ad esempio il lavoro di fusione fra l’evoluzionismo così inteso e il cristianesimo sviluppato dal gesuita Teilhard De Chardin, è totalmente contraria alla nostra visione del mondo, e da qui viene l’ovvio rifiuto dei nostri ambienti, rifiuto che spesso si estende anche al vero e mal compreso evoluzionismo scientifico, e al riguardo occorre stare molto attenti perché esso facilmente si trasforma in una sorta di boomerang, offre il destro a chi vuole presentarci come esponenti di un conservatorismo chiuso, al punto da rifiutare le più palesi asserzioni della scienza. Il che, se ci pensiamo, è il colmo dell’assurdità, perché semmai i cacciatori di nuvole, coloro che si alimentano di benintenzionate sciocchezze e di utopie sono loro, i “compagni”, i democratici marxisti e cristiani.

    Premesso tutto ciò, e sapendo che i dati della biologia evoluzionista, quella vera, vanno presi in attenta considerazione, è noto che la documentazione fossile presenta un problema: noi riscontriamo per un lungo arco di tempo fossili di una determinata specie, che sono poi sostituiti da quelli della specie successiva che rimane stabile per tempi lunghissimi prima di essere sostituita da un’altra ancora, ma non troviamo praticamente mai forme di transizione fra una specie e l’altra, o segni di evoluzione di una specie verso la forma successiva. Si è spesso parlato di evoluzione punteggiata o evoluzione a scatti.

    Per risolvere il dilemma, è stata proposta quella che è stata chiamata teoria della speciazione allopatrica. In pratica, una specie affermata e diffusa, occuperà un areale piuttosto vasto e produrrà una serie di varietà locali adattate a delle nicchie marginali. Potrà succedere che un cambiamento ambientale, ad esempio climatico, favorisca quella che prima era una popolazione marginale adattata a quelle che prima erano delle circostanze locali, che finirà per re-invadere l’areale centrale a scapito della popolazione fin allora dominante e diventare di fatto la nuova specie.

    Quello che si vedrà nella documentazione fossile sarà uno scarto improvviso dalla vecchia forma alla nuova senza gradi intermedi, perché essi saranno avvenuti in un’area periferica, e il processo di fossilizzazione è statisticamente raro, e tocca solo a una frazione molto piccola degli organismi vissuti.

    Il punto è proprio questo, le nuove specie si formerebbero in aree diverse da quelle in cui hanno avuto origine le specie madri, e quindi se partiamo dal presupposto che le leggi che hanno condizionato il divenire della nostra specie siano le stesse che valgono in tutto il regno animale e l’insieme dei viventi, proprio i ritrovamenti dei resti di ominidi come la famosa Lucy, costituiscono un forte argomento contro l’ipotesi dell’origine africana. Se è in Africa che si è verificato il passaggio dalla scimmia all’ominide, questo rende non più probabile, ma maggiormente improbabile che negli stessi luoghi si siano verificati i successivi passaggi dall’ominide all’uomo e da homo erectus a homo sapiens.

    Noi abbiamo visto, e si è presentata l’occasione di rimarcarlo diverse volte, che quella che chiamiamo “scienza”, che nelle democrazie occidentali passa per scienza, non è affatto una ricostruzione oggettiva della realtà basata sui dati di fatto, ma una costruzione ideologica e, diciamolo pure, propagandistica che non è interessata alla conoscenza, ma a diffondere nel popolo opinioni conformi alla legittimazione delle classi dominanti al potere.

    L’ipotesi dell’origine africana (non credo proprio che la si possa considerare una teoria, e “ipotesi” è probabilmente il termine più gentile e meno dileggiatorio che si possa usare) ne è forse l’esempio più chiaro anche se certamente non il solo, essa infatti come sappiamo, e per ammissione di coloro stessi che l’hanno formulata, non si basa su alcuna prova ma risponde allo scopo ideologico di distruggere il concetto di razza.

    Se le cose stanno in questi termini, sarà allora il caso di dare la parola a ricercatori indipendenti al di fuori dei circuiti accademici della cultura ufficiale, che meglio sapranno illuminarci sulle nostre origini.Silvano-252520Lorenzoni

    A questo riguardo, io credo che vada citato innanzi tutto l’imponente lavoro che ha svolto Silvano Lorenzoni, e poi i significativi apporti di Felice Vinci e di Gianfranco Drioli. [Per coloro che fossero interessati ad approfondire l’argomento, ricordo che tutti i testi di Silvano Lorenzoni sono reperibili presso le edizioni Primordia di Milano].

    Per quanto riguarda Silvano Lorenzoni, si può fare riferimento a tre opere: Involuzione, il selvaggio come decaduto, I continenti perduti, la luna e le cesure epocali e la più recente, Il mondo aurorale. Come è facile capire fin dal titolo del primo dei testi citati, il nostro è un “involuzionista”, cioè sostiene, almeno relativamente alla specie umana, che la sua storia non rappresenta un’evoluzione, uno sviluppo ascendente, ma uno sviluppo discendente, potremmo dire una catabasi, almeno all’interno di ciascuno dei cicli che la scandiscono, al termine di ciascuno dei quali si verifica quella che egli chiama una cesura epocale. Lungi dall’essere dei primitivi, i selvaggi sono dei decaduti, popolazioni relitto di cicli precedenti.

    Vorrei far notare che questa concezione “involuzionista” è certamente in contrasto con il concetto comune di evoluzione intesa come sviluppo ascendente, le “magnifiche sorti, e progressive” e via dicendo, con tutto ciò di cui i nostri progressisti si riempiono la bocca, ma non necessariamente con il pensiero di Darwin né con le effettive risultanze scientifiche. Gioverà infatti ricordare che a differenza della maggior parte dei nostri avventati contemporanei, l’autore de L’origine delle specie dava alla parola “evoluzione” semplicemente il senso di trasformazione delle specie nel tempo, senza applicarvi un giudizio di valore “ascendente” o “discendente” che fosse, e amava inquietare i suoi interlocutori che interpretavano la sua teoria in senso “progressista” con esempi di “sviluppo discendente” quali la rudimentalizzazione, la perdita di organi e di funzioni autonome di un parassita, anch’essa evolutiva nel senso in cui egli l’intendeva, ossia adattiva ed effetto della selezione naturale.

    ilselvaggio[1]Oso dire un’eresia (ma d’altra parte siamo su “Ereticamente”): la teoria di Lorenzoni non è incompatibile con le risultanze scientifiche, mentre invece lo è la favoletta dell’origine africana.

    Il nostro fa notare che questa catabasi di decadenza che attraversa ciascun ciclo è una discesa anche dal punto di vista fisico-geografico. La direzione dell’irradiazione della specie umana è esattamente il contrario di quella presupposta dall’ “Out of Africa”, cioè non sud-nord, ma nord-sud, e trova la sua origine in una remota patria artica resa inabitabile da un cataclisma climatico che ha reso l’Artide il deserto ghiacciato che conosciamo oggi. A riprova di ciò c’è perlomeno il fatto incontestabile che le popolazioni più primitive, cioè secondo il nostro più decadute non soltanto in termini culturali, ma anche fisici-antropologici, si trovano regolarmente nelle estreme propaggini meridionali delle terre abitabili: Khoisanidi in Africa, Tasmaniani in Oceania, Fuegini nelle Americhe.

    La questione dell’origine della nostra specie si interseca con un’altra più recente e ristretta della quale ci siamo già ampiamente occupati, quella dell’origine degli Indoeuropei, se si parte dal presupposto che gli Indoeuropei non fossero che un ramo dei discendenti di una civiltà primordiale da cui sarebbero discese le popolazioni di ceppo caucasico e con ogni probabilità l’umanità attuale o almeno gran parte di essa o la maggioranza dei suoi antenati. Se cerchiamo di localizzare geograficamente questa civiltà ancestrale, questo “paradiso perduto” il cui mito (o il cui ricordo trasformato in mito) si trova nella letteratura e nelle tradizioni di popoli di tutto il mondo, le stesse tradizioni ci indicheranno unanimemente la direzione del lontano nord.

    Su questa tematica le osservazioni di Lorenzoni si saldano in maniera davvero mirabile (anche perché i due ricercatori non si conoscono e non mi risulta che fra loro sia avvenuto alcuno scambio di idee, è proprio un convergere verso una verità comune partendo da approcci diversi) con quelle riportate da Felice Vinci in Omero nel Baltico. Il clima del nostro pianeta, come sappiamo, è soggetto a periodiche fluttuazioni. Vi sono ere glaciali e periodi interglaciali durante i quali la temperatura si innalza a livelli dai quali oggi, nonostante l’effetto serra e il riscaldamento globale, siamo ancora ben lontani: le nostre latitudini sono invase da una fauna e da una flora tropicali, mentre un clima temperato si estende fino all’estremo nord e le coltri glaciali spariscono.omerobaltico08pd_bxjuu

    Da allora e fino circa all’8000 avanti Cristo, diecimila anni fa, una civiltà primordiale si sarebbe sviluppata nella regione artica allora libera dai ghiacci e con un clima temperato. Circa dieci millenni or sono, l’optimum climatico avrebbe iniziato a declinare, e gli antenati degli Indoeuropei, fra cui quelli degli Achei si sarebbero spostati nelle parti più meridionali della Scandinavia e della Finlandia e nel Baltico, per poi migrare anche da lì attorno al 2000 avanti Cristo in conseguenza di un ulteriore irrigidimento climatico.

    Io non ho la competenza per pronunciarmi sulla tesi centrale della teoria di Vinci, che è stata aspramente contestata da Ernesto Roli, altro studioso degno della massima credibilità, ossia che il Baltico e non il Mediterraneo sarebbe stato il teatro della guerra di Troia e delle vicende di Ulisse raccontate da Omero, ma è altamente probabile che gli Achei fondatori della civiltà micenea e poi di quella ellenica, così come gli altri popoli indoeuropei siano giunti nell’Europa mediterranea provenendo da nord.

    Gianfranco Drioli è un nome meno noto di quelli di Silvano Lorenzoni e di Felice Vinci, è un intellettuale triestino autore di un libro bello e documentato sulla Ahnenerbe, quella vera, l’associazione nazionalsocialista che si occupava dello studio dell’eredità degli antenati (questo è il significato della parola in tedesco), che è stato pubblicato dalle Edizioni Thule. Ad essa e al suo scopo mi sono ispirato e spero di non aver fatto un lavoro troppo indegno.

    Recentemente Drioli mi ha dato in visione un suo testo ancora inedito e in una stesura non ancora definitiva: Iperborea: ricerca senza fine della Patria perduta. Poiché si tratta di un testo ancora inedito e che forse non ha nemmeno raggiunto la sua forma definitiva, mi asterrò dall’entrare nei dettagli della trattazione, tuttavia vi devo dire che per me ha rappresentato una vera sorpresa, perché il suo discorso si salda ammirevolmente a quelli di Lorenzoni e di Vinci e li completa. L’idea di una remota patria perduta o forzatamente abbandonata a causa di un cataclisma climatico si ritrova nei miti greci, nei Veda indiani, nell’Avesta iranica, nelle tradizioni di svariati popoli, e tutti sono concordi nell’indicare la localizzazione nordica di questa antica patria. Il nome di essa, Iperborea, in greco significa letteralmente “oltre – o sopra – il nord”, il che è come dire l’estremo nord, la regione artica.

    ahnenerbeLe ricerche di questi tre studiosi puntano in maniera convergente in una direzione che, è ben visibile, è esattamente opposta a quella della presunta origine africana, e non è nemmeno detto che siano i soli, perché le voci dissidenti non hanno né la presunzione di autorevolezza né i mezzi di diffusione del sistema cattedratico e mediatico che, per proprio conto rimane dogmaticamente arroccato sulle proprie posizioni e rifiuta a priori tutte le novità che potrebbero metterlo in crisi.

    Eppure anche qui le crepe cominciano a essere visibili. In apertura dell’articolo ho fatto un accenno alle ricerche del genetista russo Anatole Klysov che smentiscono la tesi dell’origine africana degli Europei attuali. Ne abbiamo parlato con la dovuta ampiezza la scorsa volta: il DNA non mostra alcuna traccia di questa presunta derivazione dall’Africa.

    Nello stesso articolo della rivista “Atlantean Gardens” che riporta notizia delle ricerche di Klysov, si parla del sequenziamento del DNA di un uomo di Cro Magnon i cui resti risalgono a circa 28.000 anni fa: è risultato sostanzialmente identico a quello degli Europei di oggi, senza alcuna traccia della presunta origine africana. Possiamo risalire indietro nel tempo di una trentina d migliaia di anni (sei volte, per essere chiari, il tempo che separa noi stessi dall’invenzione della scrittura e dall’inizio delle prime civiltà conosciute). Non c’è niente da fare, gli Europei rimangono Europei senza la minima traccia di “africanità”.

    La “scienza” ufficiale rimane chiusa in un’ortodossia dogmatica, funzionale non alla ricerca della conoscenza ma alla preservazione del potere sedicente democratico. Ma ogni ortodossia dogmatica genera i Copernico, i Giordano Bruno, i Galileo pronti a sfidarla.

    Fabio Calabrese

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  9. #9
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Una Ahnenerbe casalinga

    E’ venuto forse il momento di riorganizzare e semplificare tutta la materia degli articoli “seriali”. Prevedo, salvo casi eccezionali, di tenere in vita una sola sezione che dovrebbe diventare una vera e propria rubrica, questa “Ahnenerbe casalinga” che spero sempre non rappresenti un termine di confronto particolarmente disonorevole con la vera società nazionalsocialista per lo studio dell’eredità degli antenati, perché sul controverso tema delle nostre origini sembra che di questi tempi emergano novità una dietro l’altra.

    Mi era anche sembrato utile tracciare un raccordo fra lo smascheramento delle menzogne democratiche riguardo alle origini e quelle della nostra storia recente e, dopo aver trattato l’antichità, il Medio Evo, l’età moderna in tempi molto rapidi, dal discorso sulla contemporaneità non mi pareva possibile riuscire a venirne fuori. Questo spiega perché “Opus Maxime Rhetoricum” (“soprattutto un lavoro di propaganda”, una definizione ciceroniana della storia) si è prolungato fino a dodici parti.

    A parte l’affetto per la lingua dei Padri, “Ex Oriente lux” è un discorso diverso. Che quel che ci viene raccontato dai libri di storia sulle origini della nostra civiltà con un’interpretazione preconcetta, sia una deformazione che tende a privilegiare il ruolo del Medio Oriente e a sminuire quello della nostra Europa, è una tesi a me cara su cui sono ritornato da varie prospettive. In particolare, negli ultimi due articoli mi sono soffermato su di un punto: la rivalutazione del mondo germanico e nordico, e qui vorrei tornare a evidenziare un fatto fondamentale: quest’ultimo è il cuore dell’Europa non soltanto geograficamente, e al fondo di ogni atteggiamento denigratorio anti-tedesco dobbiamo sospettare uno spirito anti-europeo.

    Ma la partita più grossa è forse quella che si gioca proprio sul tema delle origini della nostra specie, perché l’idea assolutamente a-scientifica e anti-scientifica di un’origine africana recente di homo sapiens è stata introdotta senza un reale straccio di prova, allo scopo di distruggere il concetto di razza, fa parte della dogmatica democratica allo stesso titolo della mitologia olocaustica. Vogliono chiuderci gli occhi sul nostro passato e sul nostro presente, in modo che caschiamo inermi e impreparati nel bel futuro che hanno preparato per noi!

    Io credo che l’importanza di tutto ciò possa sfuggire solo al prezzo di una considerevole disinformazione, e nell’articolo precedente ho fatto soprattutto un lavoro divulgativo, ma credo sia indispensabile sgombrare il campo dagli equivoci: la questione della presunta origine africana recente della nostra specie è tutt’altra cosa da quella dell’origine africana remota degli ominidi, Lucy e tutte le altre creature i cui resti sono riemersi da un lontano passato.

    Stavolta invece ci concentreremo sugli ultimi aggiornamenti veri e propri di un quadro che si sta facendo sempre più sorprendente.

    Forse non è una circostanza del tutto secondaria il fatto che al momento in cui sto stilando queste note, sono reduce da una brutta avventura di salute, e la raccolta del materiale per la stesura di questo articolo mi riuscirebbe assai gravosa se non avessi la fortuna di essere nella lista dei corrispondenti di una persona del cui prezioso lavoro di informazione vi ho già parlato altre volte: Luigi Leonini.

    Questo articolo si basa su due segnalazioni di Luigi, entrambe del 31 luglio. La prima fa riferimento a un articolo comparso sulla versione on line de “Le scienze” del settembre 2011, Il salto tecnologico di Homo erectus. Qui c’è un discorso preliminare che occorre fare, perché il quadro paleoantropologico può non essere chiaro a tutti. Gli ultimi ominidi non umani appartenenti al genere Australopithecus si sono estinti attorno al milione di anni fa. La nostra specie, homo sapiens, ha qualche decina di migliaia di anni. Quel che c’è in mezzo nel vasto periodo intermedio è appunto l’Homo erectus.

    Si tratta di un personaggio assolutamente chiave per la ricerca delle nostre origini. Secondo l’ipotesi formulata dall’antropologo Carleton S. Coon e poi sviluppata dalla teoria multiregionale che si contrappone all’Out Of Africa, non solo questa remota specie umana sarebbe stata ampiamente differenziata con diverse varianti fisiche e culturali, ma proprio in questa differenziazione affonderebbero le differenze razziali che ancora oggi suddividono le varie popolazioni umane. Il passaggio da erectus a sapiens, infatti, non sarebbe avvenuto una sola volta e in un solo luogo.

    Questa tesi, che è eresia pura per i sostenitori dell’origine africana e per gli antirazzisti, adesso trova ulteriori conferme, infatti, secondo quanto riferisce il citato articolo de “Le scienze”, finora non ci si era provati ad accostare in parallelo l’evoluzione fisica dell’homo erectus con quella culturale attestata dallo sviluppo degli strumenti litici. Una volta fatto questo confronto, si scopre una complessità tale da escludere qualsiasi ipotesi di evoluzione uniforme e monogenetica.

    I campioni della democrazia e dell’antirazzismo non sono sicuramente gente sulla cui sorte valga la pena di impietosirsi. Se così non fosse, verrebbe da chiedersi come faranno in futuro a mantenere in piedi una visione delle cose in contrasto sempre più stridente con i dati di fatto.

    Questa domanda viene da porsela con evidenza ancora maggiore considerando la seconda segnalazione del nostro Luigi. Quest’ultima, infatti, fa riferimento all’ampia ricerca su antico materiale genetico degli europei condotta da un team americano-tedesco diretto da Johannes Krause dell’Università di Tubinga e da David Reich della Harvard Medical School del Massachusets, e i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Nature”. Se ricordate, io vi ho già parlato di questa ricerca, che però qui è disponibile in una versione più particolareggiata e con dettagli che non finiscono di sorprendere.

    Diciamo per prima cosa che analizzando il DNA di resti umani risalenti ad alcune migliaia di anni fa, sono stati individuati tre gruppi genetici fondamentali: il più antico, risalente a 40.000 anni fa, è quello dell’uomo di Cro Magnon per il quale, come abbiamo visto, è stata supposta un’origine africana ma senza poter portare alcun genere di prove a sostegno di questa congettura (semmai, come abbiamo visto, alcuni ricercatori si sono spinti a ipotizzare un’origine sull’altra sponda del Mediterraneo risalente all’epoca del Sahara fertile, prima del formarsi del grande deserto attuale, ma è praticamente certa l’assenza di correlazioni con i genomi delle popolazioni dell’Africa subsahariana attuale), si tratta comunque di un gruppo alquanto localizzato che non permette certo di desumere un’origine africana per la grande maggioranza degli Europei.

    Un secondo gruppo, che è quello di gran lunga maggioritario, è quello che è stato denominato eurasiatico settentrionale, il cui genoma è tipico delle popolazioni di cacciatori paleolitici dell’Europa e della Siberia (regione che già da tempi remotissimi sembra essere antropologicamente legata assai più all’Europa che al resto del continente asiatico). Questo secondo gruppo è quello presente con una maggioranza schiacciante fra gli Europei preistorici, antichi, attuali, con una continuità genetica che ha sorpreso i ricercatori.

    C’è infine un terzo gruppo più recente che rappresenta un lieve flusso genetico di origine mediorientale che avrebbe risalito l’Europa attraverso i Balcani, e che secondo alcuni ricercatori sarebbe da collegarsi alla diffusione dell’agricoltura che si suppone essere originaria dell’area mediorientale-anatolica.

    Su questo punto, senza ripetere tutto quanto ho scritto nella serie di articoli “Ex oriente lux, ma sarà poi vero?”, è il caso di soffermarsi un attimo.

    Se davvero la diffusione dell’agricoltura, e con essa quella possibilità di surplus alimentare che ha permesso di avere classi sociali impegnate in attività diverse dall’immediata produzione di cibo, quindi commerci, artigianato, navigazione, città, stati e via dicendo, quindi tutto ciò che noi chiamiamo civiltà, e per soprammercato la diffusione delle lingue indoeuropee come hanno sostenuto i paladini della tesi del nostratico, fossero giunti in Europa dal Medio Oriente, il flusso genetico da esso all’Europa sarebbe dovuto essere molto più massiccio di quel che questa ricerca ha permesso di riscontrare, ma non basta, si dovrebbe anche spiegare la priorità europea nella lavorazione dei metalli, nell’allevamento bovino (preceduto però probabilmente da quello della renna da parte delle popolazioni eurasiatiche settentrionali) e perché la cultura megalitica europea nonché le conoscenze tecniche e astronomiche rivelate dai sofisticati allineamenti di Stonehenge, Newgrange e via dicendo, precedano di almeno un millennio le piramidi egizie e le ziggurat mesopotamiche, perché troviamo mummie dalle caratteristiche nordiche fra le famiglie reali dell’Egitto faraonico, e non resti di sovrani nordafricani nelle sepolture micenee.

    Sostanzialmente, questo gruppo eurasiatico settentrionale e che forse potremmo definire euro-siberiano, è la componente nettamente predominante in tutte le etnie europee, oggi e fin dalla più remota preistoria, proprio quella innegabile realtà biologica che oggi i sostenitori del mondialismo vorrebbero confutare per distruggere, la sostanza dell’uomo europeo che oggi la democrazia vuole uccidere.

    Un’ulteriore analisi del DNA di un ragazzo siberiano vissuto 24.000 anni fa, ha permesso di stabilire l’origine di questa popolazione euro-siberiana da ovest, dall’Europa.

    Anche su questo punto sarebbe il caso di aprire una riflessione che potrebbe portarci molto lontano. Soprattutto nell’età medievale l’Europa è stata varie volte soggetta a invasioni non europee, ma mentre respingere arabi e ottomani ha richiesto lotte spietate protrattesi per secoli fino alla definitiva cacciata degli invasori, Unni, Ungari, Avari sono stati presto assimilati, si sono fusi con le popolazioni europee native. Questa differenza di risultati è con ogni probabilità legata al fatto che questi ultimi discendevano come noi dal ceppo eurasiatico settentrionale, erano nostri parenti più stretti di quanto pensassimo.

    E oggi che ci dobbiamo confrontare con l’invasione di genomi a noi del tutto estranei: magrebini e subsahariani, quanti secoli dovremo lottare per sbarazzarcene?

    Noi oggi possiamo davvero renderci conto di quanta ragione avesse Adriano Romualdi quando nella sua bellissima introduzione a Religiosità indoeuropea di Gunther sosteneva che è il sangue nordico-europeo a fare di un europeo ciò che è, in qualsiasi proporzione sia presente, a differenziare un siciliano o un andaluso da un arabo, e un russo da un mongolo. Non è un qualche fattore culturale (che semmai arriva dopo) a fare di un europeo quello che è, ma il suo sangue.

    Questa ricerca ha ancora in serbo per noi una sorpresa non da poco, infatti, questo genoma eurasiatico settentrionale è risultato presente in circa un terzo del patrimonio genetico degli amerindi nativi americani.

    E’ la più chiara conferma della teoria di Clovis, quella che vede nella più remota industria litica del Nuovo Mondo il prodotto dell’arrivo, costeggiando la banchisa artica dell’epoca, di cacciatori paleolitici europei dell’età glaciale, e indirettamente del fatto che all’origine delle civiltà amerindie, così come di quelle eurasiatiche, ci sarebbe sempre un antico popolamento “bianco”.

    Un’eredità, la nostra, che le ricerche scientifiche ci svelano quasi a sorpresa essere inaspettatamente preziosa, e che abbiamo il dovere di opporci con tutti i mezzi al “democratico” tentativo criminale oggi in atto di disperderla.





    Fabio Calabrese
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  10. #10
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    Predefinito Re: Una Ahnenerbe casalinga

    Un noto detto afferma che citare diverse fonti è cultura, mentre citarne una sola rischia di essere plagio. E’ un rischio che va tenuto presente, ma le informazioni contenute in un articolo recentemente comparso sul sito identità.com viene a collegarsi così bene al discorso sin qui svolto su ciò che si può obiettivamente dire sulle nostre origini, che sarebbe davvero un peccato ignorarlo, anche perché qui non si tratta di questioni di copyright letterario, ma di un’informazione che l’ortodossia ufficiale cerca al massimo di nascondere, di impedirne la circolazione, e che appunto per questo, è importante diffondere il più possibile.

    Per prima cosa, occorre fare un’osservazione preliminare: stavolta non parliamo di teorie o interpretazioni. Stavolta si tratta di fatti, fatti per di più che hanno cominciato ad emergere negli anni ’60 del secolo scorso, e che per mezzo secolo sono stati coperti da un velo di silenzio omertoso perché potrebbero rivelarci un’immagine delle nostre origini e di noi stessi del tutto difforme da quella che l’ideologia democratica vorrebbe inculcarci.

    Adattare le teorie ai fatti, correggerle in base alla scoperta di nuove conoscenze è l’essenza del metodo scientifico “galileiano” cui è legato qualsiasi progresso che abbiamo mai fatto nella comprensione del mondo che ci circonda e di noi stessi. L’operazione contraria, adattare i fatti alle teorie, o se questo non è possibile, falsificarli oppure nasconderli, censurarli, isolarli dietro una cortina di silenzio, invece è tipico del pensiero dogmatico, di chi in malafede vuole imporre una visione distorta della realtà. Bene, precisamente questo è oggi il caso di quell’ideologia menzognera che conosciamo come democrazia.

    Questa storia inizia in Egitto oltre mezzo secolo fa, ma affonda le sue radici in un passato molto più antico, ecco cosa ci racconta l’articolo pubblicato da identità.com il 4 agosto e che s’intitola: Scoperti i resti della prima guerra della storia: e fu guerra razziale. E a proposito, non è quanto meno singolare che notizie e informazioni che dovrebbero apparire su riviste di divulgazione scientifica se vivessimo in situazioni normali, debbano invece circolare su siti “di Area”?

    La vicenda inizia con quella grande impresa ingegneristica di cui credo la maggior parte delle persone della mia età si ricordino bene, che fu la costruzione della diga di Assuan.


    “Siamo a sud dell’Egitto. La storia di questa grande scoperta archeologica inizia negli anni ’50, quando viene decisa la costruzione della nuova diga di Assuan. E’ un grande progetto, che entusiasma i due ingegneri che vi si dedicano ( tra cui un italiano), ma che terrorizza gli archeologi; e il motivo è chiaro: il nuovo ed immenso bacino che si creerà, finirà con l’inondare i reperti presenti sulla costa sud-orientale del Nilo.

    A questa preoccupazione, nel 1960, risponde l’Unesco, che lancia una missione in grande stile per individuare e spostare i siti archeologici a rischio.

    Ed è in quest’occasione che, nel 1964, nel nord dell’attuale Sudan, viene rinvenuto un primordiale cimitero, costituito di tre siti contigui, risalente a oltre 13.000 anni fa.

    E’ un rinvenimento già all’apparenza non da poco, in quanto più antico sito della zona. E tuttavia la sua importanza non viene in un primo momento compresa; i mezzi a disposizione, non lo consentono. I resti scheletrici finiscono così nel laboratorio dell’illustre antropologo americano Fred Wendorf; ove, di fatto, riposano per oltre 30 anni.

    Fino a quando non hanno iniziato ad essere studiati con le moderne tecnologie del 21esimo secolo: e qui è iniziato il bello. Per la prima volta, strumenti tecnologici di una certa “raffinatezza” hanno potuto esaminare questi residui ossei, ed evidenziare particolari mai notati prima”.

    Piccola, banale osservazione: 64 più 30 uguale a 94. Quindi, anche se l’analisi di questi resti partì con una trentina d’anni di ritardo, deve essere stata compiuta all’incirca vent’anni fa. Evidentemente, non si aveva nessuna fretta di divulgare quanto era stato scoperto, e quando ci rendiamo conto di quello che è saltato fuori, capiamo bene il perché.


    “Una prima scoperta rilevante, è stata osservare che le ossa dei crani, delle braccia, di quasi il 50% degli scheletri provenienti da Jebel Sahaba ( uno dei siti di cui è composto il cimitero), presentano innumerevoli segni di impatto di frecce, e che frammenti appuntiti di pietra selce ( usati per la testa della frecce) sono sparsi sopra e tutto attorno alle ossa: è evidente, questi sono scheletri di persone morte assassinate, a seguito di un attacco di arcieri.

    E nelle ultimissime ricerche compiute dal British Museum, in collaborazione con scienziati francesi, si è visto che c’è anche di più: si è infatti dimostrato che si ci fu un vero e proprio conflitto su larga scala, che toccò un po’ tutta la costa orientale a sud del Nilo: durato molti mesi, e probabilmente anni. Non vi sono oramai dubbi di rilievo: quello trovato non è un “semplice” cimitero, è altresì testimonianza di un conflitto armato organizzato: è, in pratica, un cimitero di guerra, della prima guerra di cui si abbia notizia”.

    Abbastanza sconvolgente, non vi pare? Quanto meno, ci impone di modificare radicalmente le nostre idee sulla guerra che non è, come ci si è sforzati di farci credere, un frutto tardivo e perverso di civiltà evolute, ma accompagna l’uomo fin dalla preistoria.

    Come scrive l’autore del testo (che non è firmato):


    “Senz’altro l’aspetto più avvincente dello sviluppo di questa prima guerra della Storia, è come si palesi ancora una volta che la causa primigenia di guerra non sia, ad esempio, la brama di potere o di ricchezza, né tanto meno la presenza di confini, ma anzi, l’assenza stessa dei confini”.

    L’interpretazione più canonica e ricorrente del fenomeno guerra, quella che ritroviamo esplicita o sottintesa praticamente in ogni testo di antropologia e sociologia, non è un’idea che si sia in qualche modo affermata a partire dalla ricerca scientifica, ma discende dai “magnanimi lombi” di Jean Jacques Rousseau, dai cascami dell’illuminismo.

    “L’uomo nasce buono, la società lo corrompe”, è il celebre leitmotiv rousseauiano mille volte smentito dall’esperienza reale, e che pure continua a essere alla base del pensiero di sociologi e antropologi. La guerra, hanno mille volte argomentato costoro, è il frutto di società complesse, dove esistono la proprietà, soprattutto terriera, stratificazioni sociali, differenze nell’accesso alle risorse, quindi potere e ricchezza per alcuni e per conseguenza l’ambizione di conseguire l’uno e l’altra.

    Il primitivo, l’uomo nello stato di natura che è ancora lontano da tutto questo, è per conseguenza pacifico e mite, istintivamente benevolo verso il prossimo, “il mito” che sembra inestirpabile del “buon selvaggio” che sta ancora oggi alla base di tanta antropologia culturale, tutta intesa a dimostrare quanto buoni e angelici siano i cosiddetti primitivi e quanto malvagi e corrotti siamo noi europei.

    Già l’esperienza dei navigatori e degli esploratori del XVIII e del XIX secolo aveva dimostrato inequivocabilmente che tutto ciò è completamente falso: nonostante i paraocchi illuministi, costoro, da James Cook a David Livingstone, non hanno potuto fare a meno di registrare i frequenti furti di cui erano oggetto da parte dei nativi, la ferocia delle guerre tribali, i non infrequenti episodi di cannibalismo, ma quando ai paraocchi di Rousseau vengono a sommarsi quelli di Marx e quelli di Levi Stauss, la realtà perde ogni potere di penetrare nelle menti ottenebrate degli “scienziati”.

    L’esperienza dimostra che i conflitti fra popolazioni di cacciatori-raccoglitori sono meno cruenti di quelli fra popolazioni agricole e stanziali semplicemente perché nel primo caso le popolazioni interessate sono demograficamente molto più rade, ma vale sempre la stessa regola: quando due popolazioni diverse competono per le stesse risorse, il conflitto anche violento è inevitabile. In più, molto più frequentemente di quanto oggi non si pensi, i “buoni selvaggi” che non hanno mai letto Rousseau, tendono a considerare i loro vicini una fonte di proteine, il cannibalismo di cui gli antropologi attuali parlano il meno possibile e sempre con imbarazzo e (simulato?) stupore, e che testimonianze recenti rivelano non essere per nulla scomparso dall’Africa subsahariana.

    Se la storia documentata ci ha dato ampi esempi di ciò, quale motivo abbiamo di pensare che nella preistoria le cose andassero in maniera differente?

    Un antropologo fuori dagli schemi, Melvin Harris, nel libro “Cannibali e re” ha ribaltato completamente la prospettiva con cui di solito i suoi colleghi, discepoli di Rousseau, di Marx, di Levi Strauss guardano a questi fenomeni, nel senso che secondo la sua teoria sarebbe stata proprio l’introduzione del tabù del cannibalismo a consentire il passaggio dall’organizzazione tribale a quella di società complesse. Non solo non si cacciano altri esseri umani come fonte di cibo, ma si rinuncia persino a divorare il nemico ucciso in battaglia, il che da un certo punto di vista può essere considerato uno spreco di proteine, perché il nemico vinto è più utile come schiavo o come vassallo che come pasto.

    “Siamo venuti qui per portarvi la civiltà” suona meglio di “Siamo venuti qui per mangiarvi”.

    L’aspetto più importante e quello che entra maggiormente in conflitto con l’ideologia democratica della scoperta avvenuta nella Valle del Nilo, però, è probabilmente un altro.


    “Ma gli ultimi sviluppi di questa vicenda, hanno rivelato anche dell’altro. Ricerche parallele, compiute da università come la John Moores di Liverpool o la Tulane di New Orleans, si sono concentrate sopratutto sul comprendere chi fossero le vittime di quelle sepolture.

    E il loro responso è chiaro: tutte le vittime sono parte di uno stesso ceppo razziale, assolutamente identificabile come progenitore dei neri sub-sahariani di oggi: tutto nell’analisi delle ossa del cranio, del bacino e degli arti corrisponde.

    Ma chi furono allora i loro rivali, i nemici in quella grande e primordiale guerra? Ebbene, i ricercatori sono convinti che si trattasse senz’altro di genti di tutt’altro tipo; genti che a quel tempo erano situate in un po’ tutto il bacino del Mediterraneo; ovvero: caucasici, popolazioni progenitrici dei nordafricani autoctoni ( come i Berberi), ed in parte anche degli europei attuali. I resti stessi di popolazioni di tal tipo, vengono ritrovati a 200 miglia a sud del cimitero di Jabel Sahaba.

    Fu allora guerra razziale, tra popolazioni che con ogni probabilità differivano oltre che geneticamente, anche nella cultura e nella lingua. Popolazioni che proprio nella zona settentrionale dell’odierno Sudan, per via della fertilità creata dal corso del Nilo, vennero a contatto.
    Si può notare, quindi, come quella prima guerra fu l’anticamera degli scontri che in epoca storica videro da una parte gli egizi e dall’altra i nubiani”.

    Insomma, a quanto pare, gli sconfitti di questo scontro erano neri antenati dei subsahariani odierni, mentre i vincitori erano del ceppo caucasico nordafricano autoctono, quello che su basi linguistiche è identificato come camitico, a cui appartenevano Egizi e Numidi, e a cui appartengono oggi Berberi ed Egiziani copti.

    Come giustamente osserva l’articolista:


    “Si potrebbe ad esempio notare, come già in epoca abbondantemente preistorica, le popolazioni caucasiche fossero tecnologicamente più progredite delle popolazione sub-sahariane. Sempre a memento che quale che sia la causa di questo divario, certo non è il colonialismo ( che ne è al più una delle conseguenze)”.

    In altre parole – diciamolo pure – la democrazia ha sempre considerato la questione razziale girando volutamente il binocolo dalla parte sbagliata. Non sono le condizioni storiche, ambientali e culturali che hanno determinato l’arretratezza dell’Africa e delle popolazioni “nere”; queste ultime sono appunto nient’altro che conseguenze. Ne volete una riprova? Ce ne sono a pacchi, nonostante su di esse si sia esercitata da decenni una “democratica” operazione di “coverage” e censura. Ad esempio, la media del Q. I. degli afroamericani è 85, contro il valore di 100 delle popolazioni caucasiche. Che questo non sia dovuto a fattori culturali, sociali, ambientali, non è difficile da dimostrare. Gli ispanici di recente immigrazione riportano un valore ancora più basso: 80, ma appena andiamo a considerare le seconde e terze generazioni di immigrati, questo valore sale rapidamente allineandosi a quello della popolazione di origine anglosassone, mentre il dato degli afroamericani è assolutamente stabile. E non è tutto, perché questi ultimi hanno in realtà parecchio sangue “bianco”. Se ci spostiamo nell’Africa nera, si scende a un drammatico 70.

    Non è ancora tutto. Avete osservato il piccolo particolare che i caduti dei due gruppi sono stati seppelliti in due siti, in due “cimiteri di guerra” a 200 miglia di distanza l’uno dall’altro? Se si è mantenuta una tale separazione per i morti, possiamo immaginare come stessero le cose tra i vivi.

    Scopriamo così un’altra delle menzogne della democrazia. Quella di distinguere le persone in base a caratteristiche sia fisiche sia culturali, e di prediligere ciò che ci è affine, cioè il proprio gruppo di appartenenza, cioè quel che noi chiamiamo razzismo, non è un costrutto del colonialismo del XIX secolo né tanto meno un’invenzione del nazionalsocialismo del XX secolo, è una costante della mente umana e della storia umana. E leviamoci dalla testa l’idea – massima espressione delle mistificazioni democratiche – che sia un “peccato” nel quale indulgono solo i bianchi.

    Come commenta l’articolista:


    “E’ insito nella natura umana fare gli interessi della propria gente, per mandare avanti il proprio patrimonio genetico e, non da meno, avere una terra in cui “sentirsi a casa”.

    La verità è questa: una società multietnica quale quella che si è affermata negli Stati Uniti e che oggi attraverso l’immigrazione si vuole imporre anche da noi, è quanto di più artificioso e innaturale possa mai esistere, e richiede un prezzo enorme in termini di conflittualità interna e di violenza.

    Come scrisse diversi anni fa Sergio Gozzoli in “L’incolmabile fossato”, uno stupendo saggio che ancora adesso è bene andare ogni tanto a rileggersi:


    “Le differenze di razza, di religione, di cultura creano sacche e compartimenti stagni. Ma non si tratta mai, come in altri Paesi multirazziali – India, URSS, Sud Africa – di grosse sacche e grossi compartimenti geograficamente ben delimitati: i loro confini dividono non gli Stati, le contee o i distretti, ma le città e i quartieri, talvolta i marciapiedi opposti della stessa strada. Ed essi non convivono l’uno accanto all’altro, ma piuttosto si sovrappongono l’uno sull’altro, coincidendo in tutto o in parte con un diverso status culturale ed economico.

    Dai banchi di scuola agli uffici di collocamento, dalle relazioni sessuali alle carriere pubbliche, dai contatti interpersonali alle stratificazioni sociali, tutto subisce la pesante influenza dell’appartenenza all’uno o all’altro gruppo; e i rapporti son difficili e tesi, carichi di una incontenibile potenzialità di ricorrente violenza”.

    Ed è esattamente quello che si sta sempre più verificando anche da noi, la tragica realtà che l’immigrazione ci porta ogni giorno di più in casa.

    Non a caso, l’articolista conclude:


    “E non è rassicurante pensare che oggi, con l’esperimento “immigrazionista” e multirazziale in Europa, illudendosi che gli uomini siano intercambiabili si stiano creando premesse anche peggiori: gruppi etnici molto diversi, in territori sovrappopolati, e prossimi a carenza di risorse ( carenze denunciate, proprio negli ultimi giorni, anche da studi di rilievo compiuti presso l’Università di Cambridge).

    I disordini etnici che già ad oggi hanno falcidiato diverse zone d’Europa ( a volte anche portandosi dietro non pochi morti), sono nulla rispetto a quello che con questo andamento, si scatenerà in futuro. Al confronto, la striscia di Gaza sembrerà il posto migliore in cui vivere”.

    Una conclusione certamente non incoraggiante ma con la quale, alla luce dei dati di fatto, non è possibile non essere d’accordo.



    Fabio Calabrese

    Una Ahnenerbe casalinga, nona parte | EreticaMente
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

 

 
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