U2: una storia di fallimenti e successi

Prima di essere il nome di un famoso gruppo musicale, “U-2” era una sigla preziosa per l’Intelligence americana. Dalla conclusione della Seconda guerra mondiale e fino alla metà degli anni Cinquanta, dieci anni dentro la Guerra Fredda, tutto ciò che negli Stati Uniti si sapeva dell’Unione Sovietica praticamente derivava dalle fotografie aeree scattate dalla Luftwaffe nei territori a occidente degli Urali e trafugate come prede di guerra.

Il mistero più fitto copriva ogni installazione militare costruita dopo quelle immagini, come ovviamente qualsiasi eventuale modifica di quelle preesistenti, ma le difficoltà di ottenerne di più recenti non erano facili da superare.

La difesa aerea sovietica era estremamente attenta e aggressiva. I confini venivano sorvegliati da radar originariamente di produzione americana, ma sottoposti negli anni a migliorie in laboratori nazionali. La sorveglianza si riteneva raggiungesse i 20 km. di altitudine: ampiamente sufficienti a individuare ogni velivolo esistente all’epoca, dato che il record per volo ad alta quota apparteneva al bombardiere inglese Canberra e non arrivava ai 15 km. La pericolosità della contraerea missilistica non era da sottovalutare, per quanto fosse ancora piuttosto imprecisa, mentre la reattività dell’intervento dell’aviazione sovietica era rapida, e gli intercettori non esitavano a superare lo spazio aereo nazionale per anticipare le intenzioni di eventuali invasori.
Occorreva un aereo di prestazioni molto spinte per riuscire a soddisfare condizioni di volo così estreme: riuscire a raggiungere i 70.000 piedi (21.300 metri) e volare a quella altitudine per lunghi tratti, ridotte dimensioni per presentare un profilo minimo ai radar e contemporaneamente sufficiente spazio per le ingombranti apparecchiature fotografiche ad alta definizione. Nel 1953 la richiesta ufficiale venne presentata in gran segreto alle aziende aeronautiche americane.

Clarence Johnson, il miglior progettista della Lockheed, “padre” di aerei di successo come il P-38 Lightning e il P-80 Shooting Star, il primo caccia a reazione americano, presentò il design di una specie di aliante a reazione, denominato CL-282, che rispondeva a tutte le richieste, anzi le superava quanto ad altitudine, dimostrando la capacità di raggiungere addirittura i 73.000 piedi, 23.250 metri. Una caratteristica questa, rassicurante per la CIA, perché sulla portata dei radar sovietici non si avevano dati precisi e alcuni scienziati interpellati avevano anzi ipotizzato la possibilità che essi potessero raggiungere e addirittura superare quei valori.

La CIA e l’USAF approvarono il CL-282 e nel marzo del 1955 partì la produzione dei primi 20 velivoli, che venne ultimata nel novembre di quello stesso anno. Tutto si svolse nel più assoluto riserbo, perché anche piccoli dettagli avrebbero potuto tradire il progetto, a partire dallo stesso nome, U-2, che voleva indicare una opaca funzione di “Utility”, o dalla richiesta di altimetri di portata assolutamente inusuale per l’epoca (80.000 piedi, 24.400 metri) che venne giustificata ad uso di un aereo a razzo sperimentale.

Il carburante speciale dell’U-2 non doveva volatilizzarsi alle alte quote e la sua produzione rese felici le zanzare e le mosche d’America, perché per realizzarlo si esaurì per lungo tempo ogni scorta delle componenti chimiche del Flit, l’insetticida più comune ed efficace allora in uso.

Il 20 giugno 1956 l’U-2 compì la sua prima operazione di spionaggio fotografico sorvolando la Germania Est e la Polonia, dando avvio nei giorni successivi a un intenso programma di missioni che si spinsero ai primi di luglio anche in territorio sovietico.

Altrettanto immediata fu la constatazione che le previsioni più pessimistiche riguardo la portata dei radar sovietici erano esatte: gli U-2 vennero avvistati quasi subito e addirittura alcune fotografie mostravano intercettori nemici impegnati in un vano tentativo di inseguimento. Mosca protestò per l’accaduto, ma non arrivò ad ipotizzare che quello individuato fosse un nuovo velivolo, attribuendo l’incursione a un bombardiere Canberra.

Il presidente Dwight Eisenhower, uomo che certo non mancava di cautela e di esperienza militare, emanò direttive molto prudenti per l’impiego dell’U-2, consapevole dei rischi che queste missioni-spia comportavano: fu comunque rassicurato dalla CIA, secondo la quale il pilota non sarebbe mai potuto uscire vivo da un eventuale abbattimento. Immaginiamo che la cosa non confortasse affatto i piloti del velivolo, che comunque erano personale altamente selezionato e addestrato, perché pilotare un U-2 era estremamente difficile e persino fisicamente faticoso: gli spazi della cabina di pilotaggio erano ristrettissimi e i primi modelli non erano dotati di servoattuatori idraulici che agevolassero le manovre a bassa quota, dove l’atmosfera era più densa, mentre invece alle massime altitudini, per problemi di aerodinamica, si poteva viaggiare solo a velocità di poco superiori a quella di stallo.

Le informazioni fornite dagli U-2 erano però troppo preziose per rinunciarvi: il rischio valeva la candela. In quegli anni, infatti, gli Stati Uniti erano attraversati dalla paura collettiva di essere superati dall’Unione Sovietica nella corsa agli armamenti, un sentimento di cui si avvantaggiavano le industrie del settore, beneficiate da ordinativi mastodontici. Il presidente Eisenhower era però più che restio a cedere alle richieste dell’apparato industrial-militare, e assai scettico sulle notizie allarmistiche che i media amplificavano e i membri del Congresso riprendevano con drammatici appelli al riarmo.

I termini “Bomber Gap” e “Missile Gap” iniziarono ad agitare il sonno dei cittadini americani. Il primo riguardava il nuovo bombardiere a lungo raggio sovietico Myasishchev M4 Bison, che si temeva potesse rovesciare bombe atomiche sul suolo americano. Oltre al suo raggio di azione effettivo, la maggiore incertezza riguardava i numeri della sua produzione che venivano valutati nell’ordine di centinaia di unità. In una delle sue prime missioni l’U-2 aveva portato una drammatica conferma delle previsioni più pessimistiche, fotografando la base aerea nei pressi di Saratov, sul Volga, nella quale erano riconoscibili venti Bison. Moltiplicando questo numero per le basi aeree che avrebbero potuto accoglierli, si valutò che l’Aviazione sovietica disponesse di 800 di quei bombardieri. L’intuito e l’esperienza di Eisenhower, però, non erano in errore: successive missioni fotografiche, infatti, dimostrarono che quella era praticamente l’intera flotta di bombardieri strategici Bison a disposizione di Mosca, e assommava in tutto a 28 velivoli. Anche il pericolo rappresentato dai missili sovietici a testata nucleare fu finalmente calcolato, seppure con minori certezze, in soli 4 missili Semyorka nella base di Arcangelo, sul Mar Bianco.

Il presidente non poté comunque far nulla per contenere l’isteria provocata dal “Bomber” e dal “Missile” Gap perché avrebbe dovuto rivelare la sua fonte di informazioni.

L’enorme vantaggio strategico rappresentato dall’U-2 fu confermato dalla “Crisi di Suez”, durante la quale il velivolo-spia contribuì a prevedere già il 26 ottobre 1956, con tre giorni di anticipo, l’avvio dell’operazione militare congiunta di Gran Bretagna, Francia e Israele contro l’Egitto per riacquisire il controllo del Canale di Suez e per deporre il presidente Gamal Abdel Nasser che lo aveva nazionalizzato. Integrando l’Intelligence che proveniva da Londra, Parigi e Tel Aviv, gli americani avevano un quadro della situazione più preciso e completo di quello degli stessi protagonisti: il vecchio generale che aveva guidato gli Alleati alla vittoria contro la Germania nazista, rimase estasiato vedendo fotografie degli spostamenti delle truppe a distanza temporale di dieci minuti l’una dall’altra, tanto era il tempo di sorvolo degli U-2, immagini che gli sarebbero state di grande utilità in certe fasi critiche della Seconda guerra mondiale.

Eisenhower si era chiaramente espresso contro ogni intervento militare occidentale e non era disposto ad accettare il fatto compiuto: chiese l’immediata cessazione delle ostilità e il ritiro delle truppe occidentali dall’area. La crisi salì comunque drammaticamente di livello quando il premier sovietico Nikolai Bulganin minacciò un intervento diretto di truppe sovietiche a sostegno dell’Egitto e persino di lanciare attacchi missilistici contro gli aggressori. Il pericolo dello scoppio della Terza guerra mondiale era reale, perché in caso di un ingresso sovietico nel conflitto, gli Stati Uniti sarebbero stati costretti a intervenire al fianco dei loro alleati nella Nato.
Gli U-2 tornarono nuovamente in azione perlustrando la Siria palmo a palmo, senza trovare traccia di truppe o di mezzi dell’Armata Rossa: un’informazione di valore inestimabile per Eisenhower che già sapeva quanto i sovietici esagerassero nel celebrare la propria capacità di offensiva strategica, ma non aveva ancora idea di quanto fosse concreta la minaccia di un loro intervento convenzionale. Il presidente americano ebbe così il tempo necessario a piegare la resistenza di Gran Bretagna, Francia e Israele, scongiurando l’escalation del conflitto.

Questo il destino degli U-2: risolvere le crisi o crearle. Della crisi successiva, infatti, sarebbe stato il fattore scatenante.

Il 1º maggio 1960, il pilota statunitense Francis Gary Powers decollò da una base aerea in Pakistan sul suo aereo spia U-2 per una lunghissima trasvolata che avrebbe attraversato l’Unione Sovietica da sud-est a nord-ovest, con atterraggio previsto in Norvegia. Durante il tragitto avrebbe ottenuto informazioni, tra gli altri, sui cosmodromi di Baikonur e di Plesetsk che ospitavano missili intercontinetali.

I radar sovietici inquadrarono il velivolo-spia e una squadriglia di caccia si alzò in volo per intercettarlo: invano, perché non erano in grado di raggiungerlo alla sua quota. I missili terra-aria S-75 Dvina, invece, potevano riuscirci e il primo di una salva di tre missili esplose vicino all’aereo danneggiandolo gravemente sopra Sverdlovsk, sul versante asiatico degli Urali, città che quando si chiamava ancora Ekaterinburg era stata teatro della fucilazione dello zar Nicola II e dei suoi familiari. Powers riuscì a lanciarsi col paracadute e a scendere vivo a terra. Meno fortunato fu un suo collega sovietico che fu colpito e ucciso da uno di quegli stessi Dvina.

Powers non fece in tempo ad attivare il meccanismo di autodistruzione del suo mezzo, né pensò di distruggere se stesso ingerendo il veleno che a questo scopo gli era stato consegnato in dotazione nascosto in un finto dollaro d’argento. Le autorità sovietiche lo presero vivo: lo interrogarono, ottenendo da Powers lo stretto necessario delle risposte che non avrebbero compromesso la sua reputazione di buon cittadino americano. Processato e condannato per spionaggio, Powers alcuni anni dopo venne rilasciato sul ponte di Glienicke, che collegava Berlino est con Berlino ovest, in uno scambio di spie.

Trascorsero quattro giorni di silenzio assoluto. Gli Stati Uniti rilasciarono un comunicato stampa nel quale si affermava che un velivolo per ricerche meteorologiche della NASA era andato perduto a nord della Turchia. Il pilota dopo aver segnalato problemi al respiratore aveva probabilmente perso conoscenza, venendo poi condotto dall’autopilota su una rotta ignota, che avrebbe anche potuto condurlo, inconsapevolmente, a violare lo spazio aereo sovietico. Stop. Un’ottima copertura nel caso i sovietici, come si pensava, avessero nelle mani solo qualche rottame e un cadavere straziato.

Dal Cremlino altro silenzio. Nikita Krusciov, primo segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica, giocava al gatto col topo. E aveva le sue buone ragioni: il 15 maggio i “quattro grandi” (oltre a Eisenhower e Krusciov, De Gaulle per la Francia e Macmillan per la Gran Bretagna) si sarebbero incontrati a Parigi per decidere i destini del mondo. L’URSS intendeva sedersi a quel tavolo con un mazzo di carte portato da casa. Krusciov attese il 7 maggio, una settimana prima del summit, per annunciare l’abbattimento di un aereo spia americano il cui pilota era sopravvissuto. I sovietici affermarono anche che erano stati in grado di recuperare intatte le macchine fotografiche da sorveglianza e di averne sviluppato le pellicole.

Il Summit di Parigi fallì quando Eisenhower rifiutò di scusarsi con Krusciov, e il leader comunista lasciò platealmente la sala, sancendo la rottura del dialogo e ogni immediata prospettiva di distensione.

Per rispondere all’accusa di non essere in grado di controllare la propria amministrazione, Il presidente americano dovette ammettere di fronte al paese di essere responsabile delle operazioni di spionaggio con gli U-2, tirando fuori dai cassetti segreti che avrebbero dovuto rimanere tali.

Nei suoi ultimi mesi di presidenza, Eisenhower si trovò indebolito e pensò anche di dimettersi: il suo obiettivo era entrare nella storia anche per il merito politico della normalizzazione dei rapporti con l’Unione Sovietica, e invece si trovava ad affrontare la fase fino a quel momento più “calda” della Guerra Fredda. Auspicava un controllo degli armamenti che favorisse un alleggerimento delle spese militari, e la loro corsa riprese senza più ostacoli.

Per una crisi che contribuirono a creare, gli U-2 ne risolsero un’altra, la crisi dei missili a Cuba”, evitando una possibile guerra nucleare e salvando la reputazione del presidente americano John Fitzgerald Kennedy.

Domenica 14 ottobre 1962 un U-2 compì un volo di 6 minuti sull’isola di Cuba. In quel breve lasso di tempo scattò 928 fotografie di un’area ampia 120 chilometri. La pellicola fu inviata al Centro navale di interpretazione fotografica, in Maryland, per essere analizzata. Le immagini mostravano chiaramente missili SS4 e SS5 sovietici, dispiegati su ordine di Nikita Krusciov.

Questa storia, però, inizia alcuni mesi prima di quella data, in un parco di Mosca, dove una giovane signora ha portato a giocare i suoi figli. Terminato il pomeriggio di svago, la signora raccoglie i giochi dei bambini e le proprie cose, avviandosi a casa. Una tranquilla scena familiare agli occhi di chi stesse osservando. Perché qualcuno potrebbe farlo e la signora lo sa: si chiama Janet ed è moglie di Ruari Chisholm, il capo della sezione moscovita del MI6 britannico. Tra gli oggetti che la signora Janet ha raccolto con indifferenza e senza affanno ce n’è uno che contiene alcuni dei segreti più gelosamente custoditi dell’Unione Sovietica: tra le altre, le informazioni relative ai missili nucleari SS4 e SS5 che in Occidente ancora nessuno conosce né ha mai visto. Li ha lasciati in quel parco, in un posto convenuto, Oleg Penkovsky, un colonnello del GRU, l’Intelligence militare sovietica. Penkovski teme che Nikita Krusciov stia conducendo il suo paese verso la terribile china del disastro nucleare e ha contattato l’MI6 durante un viaggio a Londra, divenendo una delle più preziose fonti di informazioni segrete dell’Occidente.

Il 16 maggio 1963 Penkovski, scoperto e processato da un tribunale militare, pagherà con la vita il suo tradimento, ma le notizie che ha fornito ai nemici dell’Unione Sovietica, hanno effettivamente contribuito ad evitare che si scivolasse verso la Terza guerra mondiale e un probabile olocausto nucleare.

Dopo il fallimento del tentativo controrivoluzionario organizzato dalla CIA a Cuba, con lo sbarco di anticastristi alla Baia dei Porci del 17 aprile 1961, l’isola caraibica è entrata nella sfera di influenza sovietica e ha segretamente accettato che sul suo suolo venissero schierate testate atomiche. Con uno dei più riusciti raggiri mai messi in atto, i sovietici sono anche riusciti a farle arrivare segretamente sull’isola, assieme ai vettori e al personale addetto. Solo sospetti da parte americana, per qualche enorme cassa sui ponti dei mercantili sovietici che trasportano “aiuti” al paese amico.

Quelle 928 fotografie daranno invece a Kennedy l’esatta misura del pericolo, saranno l’asso nella manica che gli permetterà di tenere duro conoscendo non solo il gioco dell’avversario, ma una per una le carte che aveva in mano. Krusciov, fu buon giocatore e abbandonò il tavolo, riprendendosi i missili e accontentandosi di aver limitato le perdite.

L’avanzamento delle scienze aerospaziali e dei satelliti lentamente ridurranno l’utilità dei velivoli spia, ma il loro ruolo nella storia della nostra epoca non potrà essere cancellato.