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    Predefinito Baffino D Alema et l'affaire Monte Paschi

    Quanto alle Banche , è utile ricordare che lo scandalo MPS risale ai tempi in cui Matteo R andava ancora al liceo (o quasi) - e il tragico burattinaio delle fallimentari operazioni MPS fu un tale Massimo D

    In estrema sintesi : Massimo D’Alema allora il dominus del partito (che si chiamava DS – non essendo ancora avvenuta la fusione con la Margherita della ex sinistra DC) – nonché Capo del Governo (1998…2000) , sponsorizzò l’acquisizione della Banca del Salento (che si redominò Banca 121) da parte del Monte dei Paschi : era il 1999 , cioè nel bel mezzo del periodo in cui Massimo D’Alema era Presidente del Consiglio . E notare bene , l’acquisizione venne fatta al doppio del valore , alla cifra stratosferica di 2500 miliardi di lire

    Fu questa scellerata acquisizione (sponsor : Massimo D.) all’origine di tutti i successivi casini targati MPS

    Come ? Perché successivamente MPS incorporò Banca 121 e … ma guarda un po’ , proprio grazie alla fusione un gruppetto di funzionari di fede dalemiana si trasferì in quel di Siena , nella plancia di comando di MPS .

    Seguì il disastroso acquisto di Banca Antonveneta , i famosi contratti derivati etc. etc.

    Ed è anche qs la ragione per cui Matteo R. si è dichiarato assolutamente favorevole alla istituzione di una commissione d’inchiesta sul crack delle Banche (comprese le padanissime Pop. Vicenza et Veneto Banca) – mentre , ma guarda un po’ ! , la Sinistra alla sinistra del PD non mostra altrettanto entusiasmo

    I sette peccati capitali che in quindici anni hanno sgretolato il Monte - Repubblica.it

  2. #2
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    Predefinito Re: Baffino D Alema et l'affaire Monte Paschi

    Henry John Woodcock fra Matteo Renzi e Massimo D’Alema

    Francesco Damato Palazzi





    Mentre grillini, leghisti e altri antirenziani irriducibili, fuoriusciti o rimasti nel Pd, continuano a reclamare la sfiducia al ministro Luca Lotti, accusato dagli inquirenti di avere boicottato, da solo o di concerto con due generali dei Carabinieri, l’inchiesta sugli appalti della Consip per gli acquisti della pubblica amministrazione, avvertendo i dirigenti delle intercettazioni alle quali erano sottoposti, la Procura di Roma ha preso una decisione che dovrebbe far riflettere le opposizioni. Dalle quali invece non sono arrivati cenni di ripensamento. Né arriveranno – c’è da scommetterci – perché non c’è più sordo di chi non vuole sentire, come dice un vecchio proverbio.

    La decisione della Procura romana, dalla quale quella di Napoli, dove è partita l’inchiesta, è stata letteralmente spiazzata, ha estromesso dalle indagini i Carabinieri del nucleo ambientale allertati in Campania del sostituto procuratore Henry John Woodcock: quello che il compianto presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga riempiva pubblicamente di considerazioni ed epiteti che non ripeto per non rischiare querele.


    L’estromissione dei Carabinieri del nucleo ambientale – riusciti a ricostruire, fra l’altro, i pizzini stracciati dall’imprenditore arrestato Alfredo Romeo, e recuperati fra le immondizie, con l’iniziale del nome del padre di Matteo Renzi affiancata dalla cifra di 30 mila euro mensili – è stata collegata dalla Procura romana con significativa chiarezza alle troppe fughe di notizie sulle indagini.


    Si è quindi fatto ricorso a Carabinieri, sempre loro, di un altro reparto nella speranza che si rivelino più blindati o quanto meno discreti, diciamo, secondo il noto intercalare di Massimo D’Alema. A proposito del quale una impertinente ricostruzione del Foglio ha ricordato la sensazione attribuitagli nella scorsa estate che il suo rottamatore e allora presidente del Consiglio potesse cadere per qualche complicazione giudiziaria, e non solo per il referendum sulla riforma costituzionale. Su cui lo stesso D’Alema si stava mobilitando per battere l’avversario di partito sul piano politico.


    Di fronte al colabrodo avvertito e denunciato dalla Procura di Roma, non da qualche renziano sfegatato, per non parlare degli infortuni degli inquirenti rivelati per telefono alla trasmissione televisiva Bersaglio mobile, su la 7, dall’avvocato difensore dell’indagato Marco Gasparri, diventa ancora più difficile prendersela –ripeto- con Lotti per l’allarme scattato fra i dirigenti e negli uffici della Consip.


    ++++


    Sul piano più strettamente politico, al netto del clamore provocato dallo scontro a distanza fra l’ex presidente del Consiglio e Beppe Grillo, avventuratosi nel suo stile ad attribuire a Renzi anche la “rottamazione” del babbo, avendone auspicato una pena raddoppiata se dovesse risultare davvero colpevole di traffico d’influenze illecite e di chissà cos’altro, va registrata e segnalata la beata ingenuità – permettetemi di dirlo – del guardasigilli e candidato alla segreteria del Pd Andrea Orlando. Che, appoggiato nella sua scalata anche da Gianni Cuperlo, ha auspicato che il congresso del suo partito si svolga senza essere condizionato dalle indagini targate ormai Consip.


    Sant’uomo benedetto, come fa Orlando a nutrire una simile speranza? D’altronde lui stesso ha mostrato di rendersi conto di una situazione ormai incontenibile quando ha lamentato la campagna congressuale del suo concorrente Michele Emiliano: il governatore pugliese e magistrato in aspettativa che si è conquistato il diritto di entrare nelle indagini Consip come testimone nel momento in cui ha rivelato al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio – e a chi sennò? – di avere conservato nel suo telefonino messaggi di più di due anni fa utili a far valutare dagli inquirenti i rapporti fra l’allora sottosegretario Lotti, l’imprenditore Carlo Russo e il papà di Renzi, tutti adesso indagati.


    Con un attore delle primarie e del congresso come Emiliano, peraltro concorrente diretto di Orlando nella raccolta dei voti più antirenziani, non è soltanto ingenua ma velleitaria la speranza di mettere la corsa alla segreteria del Pd al riparo dalla vicenda giudiziaria che ha invaso le prime pagine dei giornali.


    ++++


    Non meno ingenuo – consentitemi anche questo – è il tentativo del buon Eugenio Scalfari, in quella che lui chiama “la nota” domenicale ai lettori di Repubblica, di raccomandare agli esagitati cultori delle indagini Consip e dei suoi possibili riflessi politici una lettura filosofica. Che dovrebbe partire addirittura da Aristotele, il primo ad individuare la corruzione nella confusione fra interessi generali e interessi personali durante l’esercizio del potere, e il meno lontano Camillo Benso di Cavour, vigilantissimo in questo campo e indicato già altre volte a Matteo Renzi come statista da studiare e imitare.


    In ogni caso, abituato non foss’altro per ragioni anagrafiche a vederne di tutti i colori, e a scriverne, Scalfari ha riconosciuto che l’Italia sul crinale della corruzione non è poi messa così male perché “ci sono le Americhe, la Russia post-sovietica di Putin”, ma anche quella precedente forse non scherzava, “il Medio Oriente, la Cina, i Balcani, la Turchia, l’Africa, l’Australia”.

    Credo che di tutto questo il fondatore di Repubblica, di sua iniziativa o sollecitato, abbia avuto occasione di parlare anche con l’amico più illustre che ha, e di cui va giustamente orgoglioso: Papa Francesco. Che della corruzione ha per missione una visione universale.

    Henry John Woodcock fra Matteo Renzi e Massimo D'Alema - Formiche.net

  3. #3
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    Predefinito Re: Baffino D Alema et l'affaire Monte Paschi

    Non so, l'unica certezza è che questo paese rischia di collassare sotto il complottismo e le dietrologie, oltre che sotto l'enormità dei suoi problemi socio-economici. Il danno più grande è stato l'avvento del Banana nel '94, dopo Tangentopoli, ovvero sembrava che arrivasse l'Angelo vendicatore e invece è arrivato Cetto Laqualunque in salsa lombarda, dopodiché ci siamo dovuti sorbire venti e più anni di tg che si aprivano con interviste all'avvocato Ghedini e un'orgia di lodi, Mondadori, Alfano, Gasparri, Cirielli ecc.ecc. più, non dimentichiamolo, la Ruby nipote di Mubarak votata da mezzo parlamento. Intanto i Veri Problemi del Paese, ma quelli reali, non quelli invocati ogni due minuti dai retori della politica, marcivano sotto sotto. L'unica cosa positiva è stata la reazione al Banana, che ha permesso la nascita dell'Ulivo di Prodi. Oggi, al posto del mitico pool di Milano e relative dietrologie, c'è il Fatto Quotidiano, praticamente un misto tra Savonarola, Robespierre e lo house organ dei 5stelle e che ha per misssion dare addosso a Renzi. Anche dietro a loro i Poteri Forti o la Spectre? Mah, non so giudicare, per cui mi baso solo sull'istinto. Così, a pelle, direi che la Mogherini a Bruxelles anziché lui ha dato un discreto aiutino all'antirenzismo di D'Alema. Sempre a pelle mi sta sempre più simpatico Orlando, parla finché ha qualcosa da dire e sempre a voce bassa, non gigioneggia, non parla addosso agli altri stile talk show, è un buon ministro della giustizia e il suo ddl penale non piace alle destre e ai "moderati" del centro, quindi va sicuramente bene, e molto altro. Mi stanno decisamente meno simpatici i Masanielli, direi che ai tribuni della plebe abbiamo già dato.

  4. #4
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    Predefinito Re: Baffino D Alema et l'affaire Monte Paschi

    Non credo sia stato casuale il processo mediatico cominciato 15 giorni prima del referendum sulle trivelle riguardante le indagini su tempa rossa (petrolio in basilicata) iniziate 2 anni prima. Il processo mediatico oltre alla Guidi riguardò anche la solita Boschi ed anche Del Rio. La Boschi in quanto da ministro per i rapporti con il Parlamento presentò un emendamento e Del Rio per questioni di qualche anno prima senza alcun risvolto né penale né politico. Dal giorno dopo il referendum nessuno ha più parlato delle indagini di Tempa Rossa fino alla completa archiviazione di qualche settimana fa nel silenzio generale. Anche in quei 15 giorni prima del referendum i tg e giornali (e social) erano tempestati di fughe di notizie su un'inchiesta che già si sapeva non portasse a nulla.

    Adesso ad inizio congresso qualcuno fa uscire fuori tutte queste notizie (la procura di Roma sta indagando su una fuga di notizie colossale senza precedenti, ed ha anche tolto le indagini ai carabinieri che avevano seguito fin qui le indagini per conto di un noto magistrato napoletano famoso per le sue inchieste finite sempre con un buco nell'acqua, Woodkok o come si chiama lui).
    Da qualche mese l'inchiesta era già passata a Roma per competenza dove per fortuna abbiano un magistrato serio come Pignatone.

  5. #5
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    Predefinito Re: Baffino D Alema et l'affaire Monte Paschi

    Un’inchiesta che fa acqua da tutte le parti
    Politica e Giustizia

    Il padre del premier Matteo Renzi, Tiziano, passeggia vicino alla Galleria Colonna a Roma 23 Dicembre 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMI

    Perché la sinistra deve fermare questa barbarie illiberale

    http://www.unita.tv/focus/ieri-il-ca...-che-fa-acqua/


    Il mestiere dello Sciacallo è ben descritto in un film americano del 2014 (Lo Sciacallo-Nightcrawler) in cui il protagonista è un piccolo ladruncolo che un giorno ha un’illuminazione: si procura una videocamera e comincia a filmare le scene più cruente di incidenti e sparatorie per venderle ai network televisivi i quali ovviamente sono ben felici di poter mandare in onda materiale che fa salire l’audience.

    Lo Sciacallo non si ferma davanti a nulla, fino a mandare a morte il suo più stretto collaboratore pur di rubare l’immagine del suo assassinio. Non ha alcuna etica se non quella del proprio interesse.

    Di questi tempi, attorno al caso Consip, si aggirano branchi di Sciacalli, e sia chiaro che non mi riferisco assolutamente a Gianni Cuperlo il quale ha espresso un’opinione circa il ministro Lotti che è più o meno condivisibile (non la condivide per esempio Andrea Orlando che è il suo candidato alla segreteria) ma espressa, come sempre del resto, con lo stile misurato di un dirigente politico onesto e leale.

    Sarebbe bene se pure l’altro concorrente, Michele Emiliano, coinvolto nell’inchiesta come testimone in quanto destinatario di un sms di Lotti che lo invitava a incontrare uno degli attuali indagati, chiarisse bene la sua posizione: c’era qualcosa di illecito in quel messaggio? E se sì perchè non lo ha denunciato subito? Se invece era del tutto legittimo, si impegni solennemente a togliere di mezzo le vicende giudiziarie dalle primarie del Pd.

    Mi riferisco a quanti, saltando su un’inchiesta dai molti risvolti quanto meno confusi, alimentano un clima mefitico e un assalto giustizialista con un obiettivo politico preciso: abbattere Matteo Renzi. Ma in gioco non è solo la leadership di Renzi, che se la dovrà riconquistare convincendo gli elettori delle primarie che lui sia ancora la scelta migliore. In gioco non è solo il futuro del Pd ma, come ha sottolineato Emanuele Macaluso, la sottomissione della democrazia italiana alla deriva giustizialista.

    Ci troviamo dinnanzi a un caso di charatcher assassination quasi da manuale. Intanto, l’ex-premier viene tirato in ballo senza che vi sia negli atti a noi conosciuti alcun elemento che lo colleghi ai presunti tentativi di corruzione da parte dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo per ottenere appalti dalla Consip (la centrale unica degli acquisti della pubblica amministrazione). Dicono gli Sciacalli: va beh, ma c’è il babbo di Renzi, Tiziano, indagato per traffico illecito di influenze.

    E cos’è questo reato? È la pre-corruzione, ovvero quando Tizio promette a Caio di intervenire su Sempronio per fargli ottenere dei vantaggi illeciti in cambio di utilità varie in denaro o altro. Però questo reato scatta prima che vi sia scambio di denaro, poiché se lo scambio c’è diventa il più grave reato di corruzione. Non sono un giurista, ma lo capisce anche un bimbo che si tratta di uno dei reati più astrusi e fumosi che si possano immaginare, dove qualsiasi millanteria, non comprovata né da flussi di denaro, né da concreti interventi per ottenere qualcosa di illecito, diventa prova d’accusa.

    Nel caso di Tiziano Renzi – al di là di quel che ciascuno possa pensare sull’iper-attivismo forse eccessivo del babbo dell’ex-premier – quali sono le prove? Un pizzino di Romeo, o meglio che i carabinieri del Noe, il nucleo operativo ecologico (sui quali torneremo tra un po’) attribuiscono all’imprenditore napoletano dopo averlo recuperato dalla sua spazzatura ma sul quale non è stata effettuata alcuna perizia calligrafica né di alcun altro genere, sul quale c’è scritta una cifra: 30.000 e un’iniziale: T. Per la procura di Napoli è la prova di soldi versati (senza alcun riscontro, finora) da Romeo a Renzi senior.

    Poi c’è un’altra prova regina sbandierata dalla gazzetta delle procure, ovvero dal Fatto: un incontro segretissimo tra Mister X e Tiziano Renzi, avvenuto all’aeroporto di Fiumicino, nel quale il misterioso personaggio lo avrebbe avvertito di essere indagato e intercettato talchè la sera stessa egli avrebbe chiesto a un amico di chiamare Carlo Russo, il faccendiere che spende il suo nome con Romeo, dicendogli per favore di non chiamarlo più né di mandargli sms. Elementare Watson, direbbe Sherlock Holmes.

    Peccato che, nell’interrogatorio reso ai magistrati, Tiziano Renzi avrebbe detto che si trattava di un appuntamento di lavoro e fatto il nome di Mister X. Resta però il gravissimo sospetto insinuato dai gazzettieri del regime delle procure: ma a chi la volete dare a bere? Chi si sobbarca un viaggio Firenze-Fiumicino nella stessa giornata solo per un normale appuntamento di lavoro? Beh, certo, essendo una distanza percorribile in un paio d’ore deve proprio avere motivi gravissimi per affrontare un simile lunghissimo viaggio. Poi ci sarebbe una cena con Romeo in una bettola romana riferita de relato.

    Insomma, finora, solo ipotesi investigative per lo più chiacchiere ascoltate o riferite senza alcuna prova di atti concreti, che andranno provate nel dibattimento, però sono sufficienti a nutrire gli Sciacalli che infatti si lanciano sulla preda.

    Beppe Grillo, leader politico con condanna definitiva per omicidio colposo plurimo, pur definendo “fuffa”, l’inchiesta, si avventa sul nemico Matteo accusandolo di aver rottamato il babbo, rinfacciandogli le parole dette a Otto e Mezzo: “Se mio padre fosse colpevole per lui ci vorrebbe una pena doppia”. Lo scopo di Renzi non era certo quello di accusare il padre, bensì di affermare che il fatto di essere suo padre non gli concedeva alcun privilegio e anzi, per paradosso, ne avrebbe semmai aggravato le colpe, qualora fossero provate. Un principio basilare per chiunque abbia ricoperto incarichi istituzionali, che devono essergli costate molta sofferenza, come si evince anche dalla risposta al comico pregiudicato, nella quale mostra i sentimenti di un figlio verso il padre.

    Una così netta capacità di distinguere tra ruolo pubblico e affetti privati dovrebbe essere riconosciuta da tutti come una prova di lealtà alle istituzioni, con tutta la sofferenza che ciò comporta. E invece viene usata per descrivere un leader che sembra Frank Underwood di House Of Cards, cinico e spietato, pronto a sacrificare i propri affetti sull’altare dei propri interessi.

    E veniamo al caso del ministro Luca Lotti accusato da due persone, Luigi Marroni, Presidente Consip e Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua Firenze (entrambe vicine a lui e a Renzi) smentite categoricamente dal Ministro, di aver rivelato la notizia dell’indagine sulla Consip spingendo il presidente a far bonificare il suo ufficio scoprendo così le cimici fatte installare dalla procura di Napoli e facendo saltare l’inchiesta.

    In verità, a fare acqua da tutte le parti è la gestione dell’inchiesta da parte del procuratore anglo-napoletano Henry John Woodcock (noto più per il nulla di fatto in cui sono finite tante sue inchieste che per le condanne ottenute) e del suo braccio operativo, il Noe dei carabinieri. L’unico reo-confesso di tutta la vicenda, il dirigente Consip, Marco Gasparri, che si autoaccusa di aver preso una tangente di 100.000 euro da Romeo, dopo che il suo avvocato scopre casualmente (?) i medesimi carabinieri intenti a mettere cimici negli uffici di Romeo a Roma, e dopo finte perquisizioni antidroga subite dal medesimo Gasparri; poi, un vorticoso circolare delle notizie sulle indagini non tutte evidentemente ascrivibili a Lotti, dal momento che la Procura di Roma, con un poderoso schiaffo al Pm napoletano, ha revocato la delega per le indagini al Noe. Roba che neppure l’ispettore Clouseau.

    Non voglio inoltrarmi oltre nei particolari di un’inchiesta ancora neppure giunta nell’aula di un tribunale: per ora si tratta solo di ipotesi della procura tutte da provare.

    Tuttavia il M5S e una parte delle opposizioni chiedono le dimissioni di Lotti. Non hanno i numeri perché Forza Italia, che smentirebbe altrimenti tutta la sua storia, ha già detto che non voterà la mozione di sfiducia al ministro. Quindi non dovrebbe esserci alcun rischio, dal punto di vista numerico, ma il punto non è questo.

    È che, come ai tempi di Mani Pulite e del Raphael, all’azione giudiziaria si accompagna una deriva giustizialista: ieri il cappio in parlamento, oggi la gogna sul web. Ma così, a rimetterci non sono solo Matteo Renzi e il Pd. È la democrazia italiana che muore.

    In questi giorni sto vedendo una bellissima serie tv, The Man In The High Castle, tratta dal romanzo di fantascienza di Philip Dick, la Svastica sul Sole, un romanzo distopico in cui si immagina che la seconda guerra mondiale sia stata vinta da nazisti e giapponesi i quali si sono spartiti gli Stati Uniti D’America. Se immagino un paese in cui al governo ci siano gli stessi che difendono i propri esponenti quando sono indagati, come Virginia Raggi, e impiccano sulla piazza mediatica i propri avversari che si trovino nelle medesime condizioni; in cui il mood dell’opinione pubblica è determinato dalle gazzette delle procure; in cui le garanzie dei cittadini sono calpestate da un inedito intreccio tra politica e certe procure, dove il sospetto è l’anticamera della verità e la politica diventa il braccio armato dell’accusa, dando vita a un sistema totalitario. Ebbene, se penso a tutto questo, mi vengono i brividi e penso di essere nella distopia di Dick.

    Poi però penso che, come nello stesso romanzo, altri mondi sono possibili. E allora mi vengono in mente i giudici che hanno assolto esponenti politici, imprenditori, semplici cittadini restituendo così fiducia nella giustizia che non può essere ridotta all’attività delle procure; penso ai milioni di cittadini che andranno a votare alle primarie e che possono così sconfiggere il giustizialismo; penso a chi quotidianamente si batte per la legalità. E mi dico che anche qui altri esiti sono possibili, che la barbarie illiberale non è detto che vinca, purchè questa volta la resistenza la facciamo noi, ovvero i cittadini di questo paese che non vogliono vivere immersi in un mondo kafkiano, che vorrebbero una politica libera dal malaffare ma non schiava del giustizialismo.

    Una politica dunque capace di prevenire la corruzione aumentando la trasparenza e l’efficienza della macchina pubblica, separando nettamente politica e affari, e che torni ad essere proprietà non del leader di quel momento, ma di una comunità. Una sinistra che faccia del garantismo la sua bussola. Un sogno? Forse, ma non sono forse i bei sogni che scacciano gli incubi?

 

 

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