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Discussione: Venezuela in ginocchio per la crisi, l'ultima guerra è quella del pan

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    Predefinito Venezuela in ginocchio per la crisi, l'ultima guerra è quella del pan

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    Venezuela in ginocchio per la crisi, l'ultima guerra è quella del pane - Repubblica.it


    L'ultima guerra del Venezuela è quella del pane. Il presidente Maduro non è come Maria Antonietta d'Asburgo che prima di finire sulla ghigliottina durante la rivoluzione francese, al popolo affamato che invocava pagnotte disse la storica frase: "Se non hanno più pane, che mangino brioche". Maduro a Caracas quelli che infornano brioche li fa arrestare. Insieme a molti altri prodotti, in una carestia che sembra non aver fine, in Venezuela scarseggia ormai anche la farina di grano. Il governo accusa i fornai di essere dei sabotatori che speculano e nascondono i sacchi di farina per venderli al mercato nero, mentre il sindacato dei panettieri si difende sostenendo che di farina gliene consegnano sempre meno.

    Così il presidente ha firmato un decreto nel quale si stabilisce che con la farina di grano non si possono fare brioche o altri dolci, ma soltanto pane, e solo del tipo a prezzo calmierato, ossia il filone simile alla baguette da 180 grammi. Per questo decine di ispettori hanno visitato tutte le panetterie della capitale alla ricerca dei fornai disobbedienti che usano la poca farina che hanno per commercializzare prodotti diversi dal pane. Alcune persone sono state arrestate e due negozi requisiti.

    Dai bar di Caracas sono praticamente scomparsi i "cachitos", un croissant molto popolare che si mangia ripieno di prosciutto o formaggio, ma anche molti altri tipi di dolci. Però il problema del pane non è stato risolto e i venezuelani sono sempre costretti a fare lunghe code nella speranza di comprarne un po'. La causa non sembra essere quella dei panettieri sabotatori quanto piuttosto la devastante crisi economica che ha fatto schizzare l'inflazione oltre l'800% annuale, era il 70% dodici mesi fa. Dall'inizio di quest'anno, secondo dati ufficiali, il governo venezuelano, a corto di fondi per le importazioni, ha ridotto di molto anche quelle di farina di grano. E' una conseguenza inevitabile del deficit di bilancio mentre le riserve in dollari dello Stato sono al livello più basso degli ultimi quindici anni e il rischio bancarotta è dietro l'angolo. Tutto l'import del Venezuela è controllato dal governo e da quando l'unica risorsa del Paese, ossia il petrolio, non è più sufficiente per mantenere in attivo il bilancio l'unica soluzione è stata quella di tagliare le importazioni, in un Paese che compra all'estero quasi l'80 percento di tutto quel che consuma.

    Anche a causa della fine dei governi di sinistra in Brasile e in Argentina, il Venezuela è rimasto isolato e non ha possibilità di ottenere nuovi prestiti. Neppure dalla Cina, Paese con il quale il Venezuela bolivariano s'è già indebitato fin troppo. Una situazione sempre più insostenibile. L'ultima tragedia è diventata cronaca di questi giorni quando una trentina di persone sono morte per aver mangiato un tipo di manioca velenosa, probabilmente

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    raccolta nei boschi intorno a Caracas. E' quella che in Venezuela chiamano la "yuca amara" che provoca inossicazione alimentare, vomito e febbre. Un avvelenamento che se non viene curato subito può portare anche alla morte.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito Re: Venezuela in ginocchio per la crisi, l'ultima guerra è quella del pan

    Ora il parlamento è sospeso
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  3. #3
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    Predefinito Re: Venezuela in ginocchio per la crisi, l'ultima guerra è quella del pan

    per qualche ragione sui media la dittatura socialista venezuelana che tiene la gente alla fame ed esautora il parlamento non fa notizia come il fermo di un gorno di un blogger in russia
    Sparviero likes this.
    contro l' ideologia del vincolo esterno

  4. #4
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    Predefinito Re: Venezuela in ginocchio per la crisi, l'ultima guerra è quella del pan

    al venezuela si dà poca importanza in italia, eppure lì esiste una non trascurabile comunità di origine italiana e l'economia venezuelana potrebbe essere un'ottima partner per l'italia.
    peccato.

  5. #5
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    Predefinito Re: Venezuela in ginocchio per la crisi, l'ultima guerra è quella del pan


  6. #6
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    Predefinito Re: Venezuela in ginocchio per la crisi, l'ultima guerra è quella del pan


  7. #7
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    Predefinito Re: Venezuela in ginocchio per la crisi, l'ultima guerra è quella del pan

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  8. #8
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    Predefinito Re: Venezuela in ginocchio per la crisi, l'ultima guerra è quella del pan

    Mentre il Venezuela esplode, i ricchi brindano - l'Espresso


    Mentre il Venezuela esplode, i ricchi brindano
    Il paese sta sprofondando nella guerra civile, ma la borghesia non è morta. E, tra un party e una partita a golf, è pronta a riprendere il potere
    DI ALESSANDRO GANDOLFI
    11 maggio 2017
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    Mentre il Venezuela esplode, i ricchi brindano
    La telecamera è accesa, il microfono pronto. «Ho disegnato una donna latina ma discreta, che veste sexy senza essere volgare». Camicetta e gonna anni Cinquanta, Nabel Martins, 27 anni, due dei quali trascorsi a studiare fashion design alla Saint Martins di Londra, risponde sicura alle domande del cronista. «In fondo di questi tempi è meglio tenere un profilo basso: qui a Caracas non c’è proprio nulla da festeggiare».

    In effetti, fuori, ormai è guerra civile. Solo nelle ultime due settimane di aprile, i morti negli scontri tra la polizia e i manifestanti anti governativi sono stati più di trenta. Ogni corteo - e ce ne sono quasi tutti i giorni - rischia di diventare un bagno di sangue, il presidente Nicolas Maduro ha deciso di usare il pugno duro per prolungare la sua agonia al potere. Quando non ci sono scontri di piazza, si fa la fila per il pane: sei o sette ore per comprarne un massimo di due forme. Per paradosso, quando si vede una coda davanti a un forno è considerato un buon segno, perché vuol dire che un po’ di farina è arrivata. Spesso, semplicemente, le saracinesche dei panettieri sono chiuse.
    Venezuela: il Paese sprofonda ma per i ricchi non cambia nulla

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    Gli scioperi e le manifestazioni si susseguono, eppure al ristorante Pandanus della capitale Caracas si ritrova il bel mondo venezuelano. Si beve vino e si salutano i vip: il conduttore tv Carlos Briceño, l’ex miss Terra Alexandra Braun, l’onnipresente lifestyle influencer Titina Penzini. E Nabel, appunto, la disegnatrice di moda appena rientrata da Londra: «Tornare qui è stato uno choc, il Venezuela è sull’orlo del collasso e Caracas è la città più violenta al mondo. Dopo il tramonto si esce con il timore che possano sequestrarti. Ma lo stop alle importazioni ha alimentato la creatività, dando impulso ai giovani stilisti venezuelani come me».

    La stilista ha ragione: Caracas è la capitale più pericolosa del pianeta, ma si combatte con inventiva e fantasia. Mancano shampoo e deodoranti? Li si produce artigianalmente. La carta per i giornali costa troppo? Ci si sposta sull’online. Al mercato non ci sono i prodotti che cerchi? «Adatto il menù a quello che trovo, utilizzando alimenti locali quasi dimenticati», spiega il cuoco Eduardo Moreno: «Non è un caso che a Caracas si stia imponendo una nuova generazione di chef come Carlos García del ristorante Alto e Francisco Abenante di Casa Bistró».

    Nel Venezuela di oggi chi può permettersi di entrare all’Alto o al Casa Bistró è una ristretta minoranza di privilegiati. Una élite che vive rifugiata nei quartieri di Altamira e Los Palos Grandes; i più ricchi hanno ville con telecamere e guardie armate alla Lagunita o al Country Club. La domenica visitano le costose gallerie d’arte a Los Galpones o il mercatino “100%chic” all’hotel Renaissance, organizzato da Titina Penzini. E la sera a cena, per non ostentare troppo, si servono di un giro di ristoranti clandestini a domicilio: 50 dollari a testa e lo chef cucina direttamente a casa tua. «Le mogli arrivano con i soldi cash, solo loro possono permettersi iniezioni di botox da cento dollari», spiega la dottoressa Sonia Roffé, 56 anni, pioniera della chirurgia estetica venezuelana. «Da me sono passate sette miss Mondo e sette miss Universo», rivela soddisfatta. Il venerdì pomeriggio da Sonia è un viavai di quarantenni che arrivano per il lifting del weekend. «Oggi i ricchi hanno meno soldi e mi chiedono cosa posso fare con quello che hanno nel portafogli: trenta, quaranta dollari, non di più», aggiunge. Per avere un’idea, trenta dollari in Venezuela sono lo stipendio mensile di un medico o un insegnante.

    Come si è arrivati a tutto questo? Un mix di cause, come sempre. A iniziare dal petrolio, croce e delizia di un Paese che siede su un mare di oro nero forse più grande di quello saudita. All’inizio del sogno chavista, 17 anni fa, il barile oltre i cento dollari ha permesso crescita e pace sociale ma ha anche alimentato una dipendenza assoluta dal greggio. Dipendenza che, unita a sprechi, corruzione, eccessiva burocrazia e dissennate politiche economiche - oltre al barile sceso fino a 40 dollari, per poi risalire - è alla base del tracollo del Venezuela di oggi. Una nazione al crepuscolo, secondo le stime del Fmi: il Pil, dopo un calo del 18 per cento negli ultimi due anni, perderà un altro 4,1 per cento nel 2018; e l’anno in corso dovrebbe chiudere con un’inflazione del 720 per cento, il tasso più alto al mondo, che tuttavia raddoppierà nel 2017, sempre secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale.

    Il resto viene di conseguenza. Spesso manca la luce elettrica, l’acqua corrente è razionata e negli ospedali si muore per carenza di medicinali. Manca soprattutto il cibo: latte, uova, zucchero, olio e farina. Quando ci sono, vengono venduti a prezzi calmierati ma per acquistarli devi stare in fila per ore. Così si diffondono i “bachaqueros”, le formiche, quelli che rivendono i prodotti al mercato nero. La Arina Pan, la farina più diffusa, la comperano a 19 bolívar al chilo (meno di due euro) e la rivendono a 300 (quasi 28 euro); mezzo chilo di sapone al nero viene 37 euro.

    E i ricchi? A Caracas vivono in una bolla di benessere isolata dalla realtà, un po’ come Villa Planchart che Giò Ponti costruì a metà anni Cinquanta: è sempre splendida, sulla collina, a dominare una città che cade a pezzi. «Non abbiamo neppure più una moneta», attacca Fran Beaufrand, 55 anni, fotografo di moda: «Il bolívar è carta straccia e se volessi cenare al ristorante dovrei uscire di casa con uno zaino di banconote. Ecco perché tutti usano la carta di credito». Beaufrand è nel salotto di casa, uno splendido loft sul parque Miranda. Sta scegliendo la camicia di seta per stasera, è invitato alla sfilata degli abiti firmati Delrayo. Due ore dopo è seduto con gli amici fra le gradinate di una ex fabbrica dismessa: luci, installazioni e abiti sgargianti hanno trasformato questo capannone in una splendida location. «Sembra il Grand Palais di Parigi, ma resta una fabbrica abbandonata. Ecco, Chávez fece lo stesso con il Venezuela: sedusse il paese, compreso il sottoscritto. Poi trasformò tutto in un reality show e si rivelò per quello che era: un incantatore di serpenti».

    A fine sfilata la Caracas-bene si ritrova sorridente a ballare e scattare selfie, la crisi è un’eco lontana. Beaufrand saluta modelle e artisti, poi scambia due parole con la giornalista Paola Quinteros, direttore di Elestimulo.com. Alla fine si finisce tutti a cena a casa sua, in un appartamento nel quartiere borghese della Castellana. La casa è elegante, ricca di libri e opere d’arte contemporanea. Mentre il fidanzato di Paola prepara vino e formaggi, lei dice: «Fa male vedere il Venezuela in questo stato, ma è un momento storico, il cambio è vicino».

    A cena da Paola c’è anche un simpatico avvocato di origini spagnole, Pedro Mezquita. Il mattino dopo, seduto nel giardino del Cayena, hotel del quale è socio, l’uomo sorseggia un analcolico e attacca: «L’abbiamo capito, il socialismo così non funziona. La classe media è polverizzata e viviamo con la doppia moneta come nella Cuba del “período especial”. Ma sono sicuro che ne usciremo». Nato a Madrid, Pedro è un iperattivo: ha interessi nella produzione cinematografica, è spesso ospite nei talk televisivi e a Caracas conosce tutti. Una domenica mattina arriva all’esclusivo Country Club, saluta una decina di camerieri, si siede con Michael Brysch. «I venezuelani ricchi amano la bella vita ma i soldi li tengono nelle banche americane, non fanno nulla per migliorare questo Paese», dice l’imprenditore tedesco, poi ordina un cocktail e si mette a chiacchierare con Diana Kaufmann, un’italiana sposata con un industriale del cioccolato.

    «È il peggiore momento nella storia del Venezuela. I negozi chiudono, le aziende e le banche straniere se ne vanno, i nostri giovani emigrano e le compagnie aeree internazionali si rifiutano di atterrare qui. È una bomba pronta a esplodere», spiega Kaufmann seduta ai bordi del campo da golf. Certo, vista dal Country Club la crisi venezuelana ha il sapore di un moijto servito caldo. Fa schifo, ma va bene lo stesso. Vista dalla favela di Santa Cruz del Este la crisi ha la puzza della carne avariata che in molti, pur di mangiare, cercano tra i rifiuti.

    Ecco perché un giorno Henrique Capriles, 45 anni, l’uomo che ha sfidato Maduro alle ultime presidenziali perdendo con il 49,5 per cento contro il 50,5, sbarca in questo misero quartiere, arrivando in scooter, tuta e cappellino da baseball per un comizio: «Ci sono nove milioni di poveri in Venezuela. Con loro Chávez aveva firmato un patto di fiducia che non ha mai rispettato», dice. «C’è bisogno di servizi pubblici efficienti, di assistenza sociale e soprattutto di una nuova economia: oggi tutto quello che consumiamo lo importiamo dall’estero. Non produciamo più nulla». Ma è in salita, l’attivismo di Capriles: una settimana fa le autorità gli hanno comunicato l’interdizione da ogni consultazione elettorale per 15 anni, il giorno dopo nel suo ufficio è scoppiato un incendio doloso. E il presidente Maduro ora parla di «convocare un’Assemblea Nazionale Costituente» per «riscrivere la Costituzione». Un golpe, secondo gli oppositori.

    Nonostante tutto, a Caracas c’è chi crede ancora nel sogno socialista. «La crisi? Colpa della recessione mondiale, dei sabotaggi economici e degli attacchi finanziari americani», incalza l’ ex ministro chavista Gilberto Pinto Blanco. Nel suo bell’appartamento in Altamira, davanti a empanadas innaffiate con birra, la giornalista Milagros Socorro scuote la testa: «I bambini non vanno più a scuola, i pensionati mangiano una volta al giorno, il consumo di carne è tornato a essere quello degli anni Cinquanta. È questo l’uomo nuovo bolivariano?». Da fuori, si sente un coro di ragazzi: «El gobierno caerá/el gobierno caerá».

  9. #9
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    Predefinito Re: Venezuela in ginocchio per la crisi, l'ultima guerra è quella del pan

    https://ilmanifesto.it/in-venezuela-...apa-alla-pace/

    In Venezuela i vescovi respingono l’appello del papa alla pace
    Caracas. All'Onu, Federica Mogherini offre la mediazione dell'Europa


    Venezuela, incontri a Caracas per l'Assemblea costituente
    Geraldina Colotti
    EDIZIONE DEL
    10.05.2017

    PUBBLICATO
    9.5.2017, 239

    Non c’è più religione… In Venezuela, la Conferenza episcopale ha respinto al mittente l’appello del papa che li invitava a «costruire ponti», a evitare la violenza e a riprendere il dialogo con il governo Maduro. Un avallo alla proposta di Assemblea costituente, lanciata dal presidente il 1° maggio. La Mesa de la Unidad Democratica (Mud) ha respinto la proposta, benché quella dell’Assemblea costituente sia stata una sua richiesta fin dal 2014.

    Altri 17 partiti di opposizione – Bandera Roja, Movimiento al Socialismo, Joven, Opina, Juan Bimba, Democracia Republicana, Movimiento Republicano, Poder Laboral, Resistencia Civil, UPT 89, Democracia Renovadora, Movimiento Ecológico, Mopiven… – stanno però partecipando ai colloqui e così pure vari settori delle diverse chiese presenti nel paese. Ma le gerarchie vescovili e quei cardinali come il bellicoso Urosa Savino, da sempre schierati in modo politico con le destre, hanno risposto picche. «L’Assemblea costituente è pericolosa per la democrazia», hanno risposto al papa, ribaltando con stizza le sue parole contro la violenza per annunciare una «giornata di preghiera», il 21 maggio. «Non c’è colpo di Stato che non venga benedetto dalla Cev» ha detto Maduro, invitando «il Venezuela a fare un grande sforzo di ragione e di pensiero per arrivare alla pace».

    «Siamo convinti che le soluzioni sebbano trovarsi attraverso il dialogo e con mezzi pacifici, costituzionali ed elettorali», ha detto anche Segundo Meléndez, presidente del Movimiento al Socialismo (Mas). Il segretario generale del partito Unidad Democracia Renovadora, José García Urquiola, ha dal canto suo sottolineato che la Mud non può rappresentare tutta l’opposizione, perché ha voluto agire al margine della Costituzione rivolgendo costanti appelli alle elezioni generali, un processo che il suo partito non ha condiviso.

    Intanto, mentre continuano le violenze di piazza (già 35 i morti, e la Procura ha presentato il risultato delle inchieste in che nel complesso contraddicono la versione a senso unico delle destre), il vicepresidente, Tareck El Aissami, ha comunicato l’arresto Nixon Alfonso Leal Toro, militante del partito Primero Justicia (quello di Capriles Radonski), accusato di essere a capo di «un’importante cellula armata», responsabile di aver provocato violenze a Caracas e negli Stati Vargas, Miranda e Carabobo. Toro avrebbe legami diretti con Julio Borges, attuale presidente del Parlamento, a maggioranza di opposizione. Per l’occasione, è stato mostrato un ingente quantitativo di armi sequestrato.

    E mentre dall’Osa il Segretario generale, Luis Almagro, torna a chiedere un incontro urgente dei ministri degli Esteri sul Venezuela (che però ha ufficialmente abbandonato l’organismo internazionale), al Consiglio di sicurezza dell’Onu si è espressa sul tema l’Alta rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Federica Mogherini. «Consideriamo vitale che in Venezuela si fermi l’escalation di tensione – ha detto – e si stabilisca una nuova forma di dialogo accettata da entrambe le parti». Mogherini ha dichiarato il proprio appoggio e la propria disponibilità «a qualunque iniziativa utile» e ha affermato di preferire «una mediazione silenziosa, però effettiva ai discorsi melodrammatici ma vuoti». Finora, da parte europea si è preferito assumere la difesa a oltranza degli argomenti dell’opposizione, esprimendo mozioni di condanna, rifiutate soltanto dai deputati di Izquierda unida o, per l’Italia, dall’europarlamentare Eleonora Forenza (Lista Tsipras-L’Altra Europa). In Spagna, ha respinto senza mezzi termini la campagna internazionale delle destre contro il Venezuela anche il partito Podemos.

    Prosegue intanto l’azione dell’ex presidente spagnolo José Zapatero che, insieme a un gruppo di ex presidenti, sta cercando di riportare al dialogo la Mud, sotto l’egida della Unasur e del papa. Ma con scarso esito. Le destre hanno avuto pieno mandato da Trump negli Stati uniti per spingere verso quella che considerano la spallata finale al governo bolivariano, che si sta preparando a giorni ancora peggiori: al modello «siriano», complicato da una campagna di odio che è andata in crescendo durante i 18 anni di chavismo.

    Ieri, si è pronunciata sul Venezuela anche la parlamentare Giovanna Martelli, di Articolo 1 Movimento Democratico e Progressista. «Raccolgo – ha scritto Martelli – la puntuale precisazione dell’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia che invita a rispettare la sovranità e riconoscere la pace come unico percorso per risolvere i problemi del Venezuela. Noi che abbiamo la responsabilità di rappresentare l’Italia non possiamo non tener conto che la nostra Costituzione affonda le radici nella sovranità popolare, nel rifiuto della guerra come strumento di soluzione delle crisi politiche, nel pluralismo dell’informazione e nella libera espressione di opinione.Questo deve bastare per avere, nei confronti del Venezuela e del suo popolo, grande rispetto e vicinanza con il solo auspicio che attraverso il dialogo si arrivi ad una soluzione pacifica della complessa situazione politica in atto, così come scrive Papa Francesco ai Vescovi Venezuelani. Io come donna, figlia di questa Repubblica, farei sentire la mia voce fino allo stremo se chiunque, con qualsiasi ruolo e non appartenente alla storia del mio Paese intervenisse, usando la sua veste istituzionale, prendendo parte, esprimendo giudizi e valutazioni spesso frutto solo di rappresentazioni parziali e non di una plurale e veritiera narrazione dei fatti».

    In questi giorni, l’Ambasciata del Venezuela ha inviato a giornali e partiti la propria versione dei fatti per respingere «l’irresponsabile manipolazione politica e mediatica» sugli eventi verificatosi in Venezuela. «Invitiamo – scrivono – a rispettare la nostra sovranità. Dobbiamo guardare alla pace come all’unico percorso e fine ultimo per risolvere i problemi della nazione venezuelana e respingiamo l’istigazione all’odio e all’intolleranza da parte di alcuni leader dell’opposizione». Isaias Rodriguez, costituzionalista e attuale ambasciatore del Venezuela in Italia, è stato nominato vicepresidente della Commissione di attivazione dell’Assemblea costituente che si sta riunendo in Venezuela.

  10. #10
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    Predefinito Re: Venezuela in ginocchio per la crisi, l'ultima guerra è quella del pan

    Il Venezuela, il fallimento socialista ed il grande silenzio della sinistra - ilSole24ORE


    Il Venezuela, il fallimento socialista ed il grande silenzio della sinistra

    scritto da Giovanni Caccavello il 11 Maggio 2017
    SISTEMA SOLARE
    Il Venezuela è nel caos più totale. Crisi politica, sociale, economica. In altre parole, ci troviamo di fronte all’ennesimo fallimento dell’ideologia socialista. Uno degli aspetti più incredibili di questa triste vicenda è il silenzio assordante della classe intellettuale e dirigente di sinistra. Se, infatti, durante il periodo Chavista (1999-2013), il Venezuela ci è stato spesso, erroneamente, presentato come una storia economica di grande successo, nel corso di questi ultimissimi anni la retorica pro-Caracas si è notevolmente affievolita.

    Da Jeremy Corbyn a Bernie Sanders, passando per Jean-Luc Mélenchon, Pablo Iglesias, Alexis Tsipras e, perfino, il “Che Guevara” dei 5 Stelle, Alessandro Di Battista: dopo tanti endorsement, nessuno di loro ha oggi la voglia o la forza di commentare e condannare apertamente le azioni dell’ormai de facto dittatore Nicolás Maduro. Forse che il Venezuela non è abbastanza socialista per la classe politica occidentale? Oppure, vista la mala parata, è più corretto tacere ed ammettere implicitamente che la tanto amata “Rivoluzione Bolivariana” è stata semplicemente un enorme, catastrofico insuccesso, fin dall’inizio?

    Dopo un breve periodo (1999-2007) di relativa prosperità, principalmente dovuto al prezzo record del petrolio, anziché alle politiche economiche anti-capitaliste di Hugo Chavez, a partire dal biennio 2008-2009, l’economia venezuelana è rapidamente entrata in depressione ed oggi, stando al recente sondaggio “Encuesta sobre Condiciones de Vida 2016”, oltre l’81% delle famiglie venezuelane vive in condizioni di povertà. Stando sempre a questi dati, nel corso dell’ultimo anno il 75% dei venezuelani ha perso peso (in media 8.7 chili) per mancanza di cibo e malnutrizione. Inoltre, secondo fonti governative venezuelane, nel 2016 la mortalità infantile è aumentata del 30%, quella delle madri è salita del 65% e i casi di malaria sono aumentati del 76%. Possiamo quindi tranquillamente parlare non solo di crisi economica, ma di vera e propria crisi umanitaria.

    Grafico 1: Prezzo per barile di petrolio tra 9 Maggio 1997 ed il 9 Maggio 2017 – Fonte Nasdaq (osservare crescita del prezzo tra 2001 e 2007-2008 e crollo prezzo tra 2014 e 2015)

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    Questo è il risultato di 17 anni di socialismo. Chavez e Maduro hanno trasformato l’economia più ricca dell’America Latina in una delle più povere del continente e meno libere del mondo. Secondo l’ultimo “Indice di libertà economica” pubblicato dalla Heritage Foundation tre mesi fa, solo la Corea del Nord (che tanto piace al leader della Lega Nord Matteo Salvini e al Senatore Antonio Razzi) risulta essere più oppressa del Venezuela.

    Grafico 2: Indice della libertà economica del Venezuela e del mondo tra il 1995 e il 2017 – Fonte Heritage Foundation, ultimo report “Index of Economic Freedom” pubblicato a febbraio 2017

    caracas2

    Detto ciò, l’attuale disastro economico, sociale e politico del Venezuela trova origine nel “dorato” periodo Chavista. La totale incapacità, inadeguatezza ed incompetenza di Nicolás Maduro hanno semplicemente fatto il resto, portando la debole democrazia venezuelana verso la dittatura ed al collasso.

    schermata-2017-05-10-alle-23-44-59A partire dai primi anni 2000 Chavez (detto anche “il Comandante”) iniziò un forte programma di nazionalizzazione di interi settori economici. Come riporta anche Bloomberg, Chavez decise di nazionalizzare completamente anche l’industria petrolifera, la fonte principale di ricchezza del paese. Nel giro di pochi anni la PDVSA, la principale azienda petrolifera venezuelana, finì sotto il totale controllo del governo. Nel dicembre 2002, dopo un lungo sciopero generale anti-governativo, 19.000 dipendenti della PDVSA furono licenziati (alcuni addirittura torturati) e successivamente sostituiti da nuovo personale più leale all’operato del governo.

    Ad oggi, l’azienda risulta essere mal governata e come riporta Reuters la sua produzione di petrolio ha raggiunto livelli minimi, pari a quelli del 1993. Inoltre, a partire dal 2007, diverse grandi aziende petrolifere straniere, come, ad esempio, Exxon Mobil e ConocoPhillipps, hanno abbandonato il paese, a seguito dell’esproprio illegale di tutti i loro asset da parte dei diversi governi a guida Chavez.

    Questo è però solo uno degli esempi più eclatanti del fallimento delle politiche economiche socialiste di Chavez. Nel 2005 infatti il suo governo iniziò ad espropriare e nazionalizzare l’intero settore agricolo e ad imporre massimali di prezzi alle derrate alimentari. Ciò ha naturalmente portato ad un drastico calo della produzione e, se poco più di un decennio fa il Venezuela produceva – ad esempio – quasi tutto lo zucchero di cui aveva bisogno, oggi deve importarne invece circa l’80%. Stando ai dati dell’associazione dei produttori di zucchero, nel 2016 il Venezuela ha infatti prodotto solamente 242.306 tonnellate di zucchero raffinato, esattamente il 68% in meno rispetto alle 740,000 tonnellate prodotte nel 2006.

    Subito dopo aver assunto il controllo totale di tutti i settori strategici del paese, Chavez avviò un forte programma di welfare.

    schermata-2017-05-10-alle-23-45-19Nel giro di pochi anni questo programma sociale divenne finanziariamente impossibile da sostenere, principalmente a causa degli introiti sempre minori provenienti dal settore petrolifero ormai completamente assoggettato al potere politico.

    Di conseguenza, anziché accumulare riserve di petrolio, diversificare l’economia venezuelana e migliorare le condizioni macroeconomiche del paese, i successivi governi Chavez si focalizzarono con forza sulla repressione dei dissidenti, sull’oppressione dei media e sul controllo dei mezzi di produzione e dei prezzi. Inutile sottolineare il fatto che nell’arco di pochi anni Chavez si trovò in una situazione finanziaria peggiore di quella iniziale. Proseguendo il programma economico del suo precedessore, Nicolás Maduro ha portato a compimento l’opera avviata dal “Comandante”, distruggendo definitivamente il Venezuela.

    Come riportano le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale, si prevede che il prodotto interno lordo venezuelano diminuirà del 4,1% quest’anno, dopo essere già calato del 35,5% tra il 2013 ed il 2016. Come scrive l’Economist, sembra di essere in uno scenario di guerra. Si prevede inoltre che la decrescita economica possa contunuare anche nel prossimo quinquennio. E come riporta anche il Wall Street Journal in un recentissimo articolo, l’inflazione ha ormai raggiunto il 720% e potrebbe superare il 2000% entro la fine dell’anno. L’import di alimenti è crollato del 70% in un solo anno e al mercato nero un dollaro statunitense equivale a circa 4.500 bolivar.

    Grafico 3: Tasso di inflazione Venezuela tra 1999 e 2022 (previsioni) – Fonte Fondo Monetario Internazionale, World Economic Outlook, ultimo report pubblicato ad aprile 2017.

    caracas3

    A livello di ordine pubblico la situazione è altrettanto cupa. Nel corso di questo ultimo mese, 37 persone sono morte; 700 sono state ferite e 1800 sono state arrestate. Stando ad una recente inchiesta del New York Times, nel 2016 il numero di omicidi ha raggiunto il livello record di 28.479. I supermercati sono ormai vuoti ed in mancanza di medicine, beni primari e cibo decine di migliaia di venezuelani stanno iniziando a scappare e a rifugiarsi nel vicino Brasile.

    Anche gli oltre 160mila italiani residenti nel paese sud-americano sono in grave pericolo. Sembra incredibile però apprendere che solo pochi mesi fa (esattamente il 24 gennaio) alcune forze politiche italiane (SEL e M5S in primis) si siano opposte ad una mozione – presentata dall’attuale maggioranza – sulla crisi del Venezuela. Ancora più triste poi notare come alcuni commentatori e politici nostrani continuino a sostenere l’ormai insostenibile ed illiberale governo di Caracas, voltandosi dall’altra parte.

    Come la storia ha già avuto modo di insegnarci più volte, anziché avvicinarsi all’utopia tanto conclamata, un sistema economico socialista è destinato sempre e comunque al fallimento e alla miseria. Parafrasando Friedrich Von Hayek, questo tipo di sistema può solo portare verso la via della povertà, della fame, della privazione e della servitù. La triste parabola del Venezuela ce lo dimostra nuovamente.

    Dopo tanto silenzio, forse, è finalmente arrivato il momento, anche per gli intellettuali e politici di sinistra, di ammetterlo.

 

 
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