Francesco De Martino e Ugo La Malfa
Di Francesco De Martino – “Il Mattino”, 28 marzo 1979
Non è facile parlare di Ugo La Malfa nel momento della sua improvvisa scomparsa che suscita tanta profonda tristezza per la perdita di un amico caro, di un compagno di antiche lotte, di un avversario leale ed aperto, sempre stimato per la sua grande coerenza.
Se penso ai tempi lontani del Partito d’Azione, nel quale avemmo una comune milizia, la figura di La Malfa mi appare ancor più significativa di come allora non mi apparisse. Di quel Partito, egli era stato uno dei principali promotori ed animatori, soprattutto negli anni della guerra, allorché la lotta contro il regime fascista divenne un dovere imperioso di ordine morale e politico assieme. Lo stesso nome, del quale egli fu probabilmente l’autore, desunto dalla tradizione progressista risorgimentale, indicava la natura e le caratteristiche del partito, concepito come una nuova formazione politica destinata a superare, nella nostra concezione di allora, i vecchi partiti, cui risaliva la responsabilità di non aver saputo impedire la vittoria del fascismo. Per le sue stesse finalità e per i tempi nei quali venne formandosi, il Partito d’Azione raccolse gruppi diversi e principalmente due tendenze ideali, l’una che si ricollegava a “Giustizia e Libertà” di Rosselli ed al liberalsocialismo elaborato in Italia da un gruppo di intellettuali intorno a Guido Calogero; l’altra che respingeva le suggestioni socialiste di qualsiasi tipo e puntava ad una democrazia moderna molto avanzata. Di questa seconda, che raccoglieva eminenti personalità del mondo intellettuale e che aveva nel gruppo milanese raccolto intorno alla rivista di Mario Paggi, “Lo Stato moderno”, uno dei suoi più importanti sostegni, La Malfa era l’esponente più convinto.
Era inevitabile che tra queste tendenze contrastanti si aprisse ben presto un confronto, che appena le esigenze della lotta clandestina e della resistenza all’occupazione tedesca riuscivano a contenere. E non è un fatto straordinario che la discussione continuasse nel corso della resistenza romana e che in essa fossero impegnati con passione e convinzione profonda da un lato Emilio Lussu, che al suo rientro in Italia aveva aderito al Partito d’Azione, e dall’altro Ugo La Malfa, sebbene i loro rapporti personali fossero amichevoli, al punto che essi poterono abitare per qualche tempo, sotto l’occupazione tedesca, nella stessa casa.
Subito dopo la liberazione di Roma, nel Congresso meridionale del Partito d’Azione, cui parteciparono tutti i dirigenti romani del partito e quindi anche Lussu e La Malfa, si ebbe il primo aperto dibattito sulla natura del partito, sebbene allora noi fossimo impegnati in una intransigente lotta intorno alla questione istituzionale, rispetto alla quale non vi erano dissensi nel partito, ma da tutte le parti con pari decisione ci si batteva per la repubblica. Vi era stata, è vero, una forte divergenza nel partito a Napoli, allorché con debole maggioranza era stata decisa la partecipazione al governo Badoglio, nel quale erano entrati come ministri Adolfo Omodeo, grande e tormentata figura di storico e filosofo, che aveva l’ansia della ricostruzione del paese, e Nello Tarchiani, che aveva rappresentato in “Giustizia e Libertà” una posizione antisocialista. Ma in questo contrasto La Malfa e l’Esecutivo romano si erano schierati contro la partecipazione, in pieno accordo fra le varie correnti.
A Cosenza chi scrive tenne la relazione e sostenne la necessità di una definizione del partito in senso socialista, un socialismo antiburocratico e fondato sull’autogestione, fortemente legato all’idea della libertà. Questa tesi coincideva con quella di Lussu, senza che però vi fosse stata alcuna intesa precedente, ed era maturata in via autonoma in un gruppo di giovani, che già si erano scontrati nel dibattito con le posizioni espresse con grande autorità da Adolfo Omodeo. La Malfa nel suo intervento difese la tesi opposta, ma senza impegnarsi nel dibattito ideologico, sostenendo che per questo era in corso un lavoro di elaborazione e precisazione; sostenne la necessità di un programma concreto, come aveva già fatto nel dibattito romano presentando i cosiddetti dieci punti; ammise la possibilità di estese nazionalizzazioni e la necessità di risolvere la questione agraria, per creare un ceto di diretti agricoltori; insistette sul problema meridionale indicando nello Stato accentratore e burocratico la causa dell’arretratezza delle regioni meridionali. Dal suo intervento, come del resto da tutta la sua opera, emergeva la concezione di una democrazia moderna, molto concreta, nella quale fosse mantenuto il sistema economico privato e quindi il capitalismo, che si riteneva idoneo a promuovere il progresso della collettività con opportune riforme e con un controllo pubblico dell’economia. Era senza dubbio un grande disegno riformatore, a cui La Malfa doveva restare fedele per tutta la sua vita. Ma noi eravamo convinti della necessità di mutamenti più radicali e ci battevamo per la definizione socialista del partito, senza tener conto dell’obiezione che un partito socialista già esisteva ed anzi vi era un secondo partito operaio, quello comunista. Così la conciliazione fra le due tendenze non fu possibile ed il Congresso si divise in due posizioni, dando la maggioranza a quella socialista.
Più tardi le esigenze della lotta armata nel Nord, che proseguiva con grandi contributi da parte delle formazioni di “Giustizia e Libertà”, e di quella politica nel Centro-Sud, dove il partito si cimentava nella questione istituzionale combattendo le tendenze moderate, che esistevano nel Comitato di Liberazione Nazionale, fecero attenuare il contrasto di ordine ideologico. Ma esso doveva riprendere con violenza nel Congresso nazionale del partito che si tenne a Roma nel 1946, prima delle elezioni per la Costituente, e provocare l’uscita di La Malfa e di Parri, assieme ad un gruppo molto significativo di intellettuali in prevalenza di formazione liberale crociana. Così le nostre strade divennero divergenti e lo furono ancora di più nel periodo del centrismo, quando la lotta della sinistra contro la DC ed i suoi alleati di governo fu condotta senza quartiere. Nemmeno in questi anni, però, era andato disperso il ricordo della comune milizia ed in fondo la nostalgia per un’esperienza non riuscita, che si era storicamente esaurita con la vittoria contro il fascismo.
Intorno agli anni Sessanta La Malfa avvertì acutamente che un periodo stava per concludersi, quello del centrismo, e che occorreva tentare altre vie per la democrazia italiana. Egli andò riprendendo l’antico disegno, di una democrazia avanzata, nella quale lo sviluppo economico fosse rivolto a fini di interesse collettivo, ad attuare i grandi servizi sociali, a risolvere la questione meridionale. E ricercò nel partito socialista il nuovo interlocutore, il che gli sembrava possibile e necessario dopo che questo partito aveva affermato la sua piena autonomia ideologica e politica. La Malfa pensava che la partecipazione dei socialisti ad una nuova formazione di governo con i partiti del centro avrebbe reso possibile l’attuazione delle riforme necessarie. Così fu tra coloro che maggiormente si impegnarono per superare le difficoltà che incontrava un’intesa politica e di programma con il partito democristiano e per aprire la via a governi di centrosinistra che lo videro in posizioni di importanti responsabilità.
La nostra collaborazione in quegli anni fu molto intensa, anche se non mancarono i dissensi, perché egli vedeva lucidamente che senza una limitazione nell’aumento dei consumi privati non sarebbe stato possibile dar corso alle riforme, mentre il partito socialista, sotto la sollecitazione dei sindacati e la pressione dell’opposizione comunista, non era in grado di accettare questa scelta di fondo, anche per la diffidenza che aveva sulla volontà e la capacità delle forze di governo di incidere seriamente sui redditi delle classi più elevate. Certo questa posizione socialista fu motivo di delusione, per un uomo che aveva immaginato un ampio ed organico disegno e constatava che esistevano difficoltà insormontabili per realizzarlo.
Fu negli anni della crisi, che colpì il nostro sistema in conseguenza degli errori passati e dell’autentica rivoluzione dei prezzi provocata dall’aumento dei prodotti petroliferi, che La Malfa cominciò a guardare con diversi occhi al partito comunista, del quale seguiva il travaglio interno e la revisione dei principi e metodi del passato. L’esigenza di associare le masse comuniste all’opera di ricostruzione dell’economia e di difesa della democrazia insidiata cominciò ad apparirgli fin dal tempo in cui l’esaurirsi del centrosinistra imponeva di scoprire nuove vie, come già era accaduto alla fine del centrismo. Più di una volta egli ebbe a confidarmi questo proposito; ed io ne gioivo, perché dopo essere stato oggetto di aspri attacchi e di critiche per avere sostenuto l’esigenza di associare i comunisti alle responsabilità di una maggioranza di governo, ora vedevo che un uomo insospettabile per la sua indipendenza verso i comunisti giungeva alle stesse conclusioni. E non vi era in questo alcun mutamento di fondo nella sua versione della democrazia italiana, ma coerente sviluppo delle sue idee, con quella acuta sensibilità e capacità di intendere i fatti nuovi che erano sue caratteristiche.
Purtroppo la morte lo ha colto subito dopo che egli non era riuscito a ricomporre una maggioranza di unità nazionale ed aveva dovuto accettare un governo certo diverso da quello che avrebbe desiderato. Scompare con lui un uomo dalla vita esemplare, che ha concepito la politica come un impegno morale fino al limite estremo della resistenza fisica.
Francesco De Martino
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