Tra il 1701 e il 1714 la Guerra di successione spagnola aveva impegnato aspramente le potenze europee per il trono spagnolo, dopo l'estinzione del ramo asburgico iberico. Alla fine dell'ennesimo sanguinoso conflitto continentale, nel 1714, con la pace di Utrecht e il trattato di Rastatt, la Sardegna divenne possesso degli Asburgo d'Austria dopo quattro secoli di dominazione spagnola. Nel 1717 un corpo di spedizione spagnolo, inviato dal cardinale Alberoni, occupò nuovamente l'isola, cacciandone i funzionari filo-austriaci.

In seguito, il duca Vittorio Amedeo II di Savoia, già re di Sicilia, con trattative tra il 1718 e il 1720, dovette cedere la più ricca Sicilia agli Asburgo e scambiarla per la regione sarda, più povera e spopolata, diventando così diciassettesimo re di Sardegna (il titolo era stato creato da Papa Bonifacio VIII nel 1297). L'isola si aggiunse ai domini sabaudi continentali dell'iniziale nucleo della Contea di Savoia, del Principato di Piemonte, della contea d'Asti, del marchesato di Saluzzo, del Monferrato e alcuni parti della Lombardia occidentale.

Sempre nel 1720 a Torino si ragionò a lungo se il re dovesse recarsi nella capitale Cagliari ed organizzarvi un'incoronazione. La mancanza di un rito tradizionale d'incoronazione come in Sicilia, portò Casa Savoia a non inventarla e non si recò sull'isola, che da allora venne retta da un viceré. In Sicilia i Savoia avevano incontrato una forte opposizione dell'antica e potente nobiltà locale, così pensarono di potersi avvantaggiare della povera e debole nobiltà sarda inserendola nel proprio sistema degli onori. Re Carlo Emanuele III nel 1732 inserì fra i propri «gentiluomini di camera» alcuni nobili sardi. Era l'inizio di una presenza destinata ad accrescersi sempre di più fino al Risorgimento. Importante notare come negli anni '40 del XVIII secolo diverse famiglie della nobiltà sarda mandarono i propri figli a studiare all'Accademia Reale di Torino, ponendovi le basi per le loro carriere a corte. Un altro esempio di importante integrazione degli alti quadri sardi nel regno dei Savoia fu la loro presenza nella magistratura nazionale, come l'avvocato cagliaritano Vincenzo Mellonda, che venne nominato presidente del Senato piemontese.
Da un punto di vista formale, tutti gli Stati regi sabaudi erano sullo stesso piano e se esisteva una gerarchia fra loro, era determinata dall'antichità del possesso dinastico.



Stemma sabaudo della Sardegna

Il primo atto della nuova dinastia fu la convocazione del parlamento del Regno di Sardegna, davanti al quale il viceré insulare piemontese giurò solennemente di non abrogare le leggi già vigenti, ossia di rispettare i privilegi dell'aristocrazia locale, del clero e le prerogative delle città non infeudate o «città regie», cioè quelle città sarde che avevano ottenuto titoli e privilegi nei secoli precedenti. In un primo momento l'amministrazione sabauda fu immobilista perché la famiglia reale sperava di permutare l'isola con un altro territorio, pur mantenendo il titolo regio, con un contesto economico insulare ancora pesantemente influenzato dai retaggi culturali spagnoli.

La Sardegna era ancora sottoposta al feudalesimo. I titolari dei feudi erano assenteisti, risiedevano fuori città o fuori dall'isola. I funzionari dei baroni delle terre e delle proprietà riscuotevano tasse e gabelle, che erano numerose e pesanti per i vassalli, gli abitanti del feudo.
Vi era poi il problema della giurisdizione, in quanto le cause penali e civili erano di competenza del signore. Unica fonte d'avanguardia nell'autogoverno erano i «consigli comunitativi», delle sorte di consigli comunali locali, in grado di ottenere imposizioni fiscali meno gravose dai loro signori, specialmente per gli allevatori e l'economia pastorale dell'entroterra.
Il settore artigianale e il piccolo commercio erano limitati, mentre l'agricoltura rimaneva ad un livello di sussistenza, esposta ai capricci del tempo e delle crisi economiche. In generale l'economia insulare era pesantemente condizionata dall'approvvigionamento di Cagliari e Sassari, mentre altre città come Iglesias, Oristano, Alghero ecc. godevano di importanti concessioni e privilegi ed estranee al regime feudale.

La classe dominante continuò ad esprimersi in spagnolo e in catalano per un altro secolo, mentre la popolazione comune in sardo e altre lingue locali. Mentre i funzionari piemontesi si esprimevano in francese e per gli usi amministrativi (come in molti Stati preunitari da secoli) usavano l'italiano.
Con l'arrivo del conte Giovanni Battista Lorenzo Bogino come ministro per gli Affari di Sardegna dal 1759 al 1773, l'amministrazione sabauda si preoccupò di rinnovare le due università dell'isola (Cagliari e Sassari). Fu in tal contesto che in Sardegna poté formarsi un ceto intellettuale nuovo, italofono, aperto alle idee che provenivano dall'Italia, dall'Europa e quindi dalla cultura del Lumi, di fatto portata sull'isola dai Savoia.
Ma il governo sabaudo si preoccupò soprattutto di ristrutturare il sistema amministrativo del regno. Venne messo mano all'intero apparato pubblico, alle istituzioni educative, al credito agrario, al commercio, ai rapporti con la Chiesa. Il tutto avvenne nell'ottica di un ammodernamento e di un accentramento amministrativo che eliminavano o indebolivano istituti e consuetudini molto radicati, senza modificare i rapporti di forza sociali e senza alterare il delicato equilibrio instaurato con la classe dominante sarda. Tuttavia, tali misure, attuate nell'arco di circa un ventennio, causarono malumori e resistenze in tutte le classi sociali. A livello popolare, il ridimensionamento delle autonomie locali senza la riforma del regime feudale, privava le comunità degli unici strumenti di contrattazione posseduti fino a quel momento. Le misure adottate in materia di razionalizzazione dei settori produttivi e del commercio non modificarono le dinamiche principali dell'economia sarda.

Non va trascurato, comunque, che a lungo i rapporti fra sardi e piemontesi furono improntati ad una forte diffidenza. Grandi erano le differenze fra le culture delle due popolazioni e dei rispettivi ceti dirigenti. Si tratta d'un tema delicato, che ha segnato a lungo la storiografia. Tuttavia, non va dimenticato che in generale il governo e le aristocrazie sabaude, dopo la lunga preponderanza francese, erano ormai molto lontane dalla cultura spagnola. I ceti dirigenti erano abituati da secoli a confrontarsi con un potere lontano, che lasciava loro sostanziale mano libera sul governo locale, in cambio di tributi e servizi militari. Ma il Piemonte si stava dirigendo verso la costruzione di uno Stato moderno e non poteva tollerare che qualunque suo possesso rimanesse indietro.
Anche in Sardegna ricresceva il malcontento e le idee nuove del secolo trovavano accoglienza nella classe borghese e nel ceto dei bottegai e degli artigiani, nel basso clero e nella nuova classe intellettuale. Nel 1780 scoppiò una rivolta a Sassari. Nelle campagne aumentarono i casi di rifiuto di versare canoni e imposte agli esattori. Molte situazioni dovettero essere risolte con la forza.

Tra il 1792 e il 1793 la Francia rivoluzionaria, intenzionata a contrastare la Gran Bretagna nel Mediterraneo, provò ad attaccare la Sardegna, nel tentativo di occuparla militarmente e di sollevare una ribellione generalizzata contro i Savoia. A tale scopo, da tempo, infiltrati rivoluzionari e simpatizzanti locali diffondevano notizie, idee e scritti politici nelle città e nelle campagne. Al momento dell'attacco decisivo, benché il governo sabaudo fosse stato colto di sorpresa e non predisponesse alcuna misura difensiva, gli aristocratici e il clero sardi, timorosi delle conseguenze politiche di una vittoria francese in Sardegna, finanziarono e organizzarono la resistenza, arruolando in poco tempo una milizia. Fu questo esercito popolare a respingere il tentativo francese di sbarcare a Cagliari. Contemporaneamente, a nord, veniva fermato il tentativo di occupazione all'isola della Maddalena, capitanato da un giovanissimo Napoleone Bonaparte, sconfitto dalla flotta sabauda comandata dal maddalenino Domenico Millelire.
Il successo della mobilitazione dei sardi fece emergere la questione dell'inadeguatezza e della mediocrità del personale amministrativo. I rappresentanti della nobiltà, del clero e delle città inviarono dunque al re Vittorio Amedeo III una petizione con cinque richieste: 1) convocazione delle Corti Generali (ossia appunto del parlamento, che le autorità sabaude non avevano più convocato dal 1720); 2) conferma di tutte le leggi, consuetudini e privilegi, anche di quelli caduti in disuso; 3) assegnazione ai nativi dell'isola di tutti gli impieghi e le cariche; 4) creazione di un Consiglio di Stato da consultare su tutte le questioni relative al regno; 5) un ministero distinto della Sardegna. Non erano richieste rivoluzionarie, ma il re le respinse, provocando un moto rivoluzionario anti-sabaudo nel 1794. La ribellione di notabili e del popolo cagliaritani portò alla cattura e all'espulsione del viceré di Sardegna e dei funzionari sabaudi. I moti sono noti come Vespri sardi e ricordati nel giorno di Sa die de sa Sardigna.

La situazione venne presa in mano dalla suprema corte del regno, la Reale Udienza, dove si confrontarono il partito dei “novatori” e quello dei “moderati”. I primi, per lo più esponenti della borghesia, intendevano approfittare del momento per ottenere riforme decisive di tipo economico, politico e sociale; i secondi desideravano semplicemente l'accettazione delle cinque richieste e per il resto il sostanziale mantenimento dello status quo. La situazione intanto tendeva a sfuggire al controllo. A Cagliari vennero linciati degli esponenti dell'aristocrazia, tra i più esposti del fronte reazionario. A Sassari la nobiltà e l'alto clero si schierarono contro i parlamenti e invocarono la protezione del re, allo scopo di ottenere un'emancipazione con l'autonomia dal governo di Cagliari e ulteriori privilegi. Nelle campagne, le popolazioni, incitate da agitatori e dal basso clero, si ribellavano, attaccavano le sedi governative, gli istituti di credito agrario, le residenze di aristocratici e di alti prelati, rifiutando di versare le imposte e le decime. La situazione era diventata così grave che a Cagliari si decise di inviare nel settentrione dell'isola uno dei personaggi più in vista della politica sarda del periodo, il magistrato della Reale Udienza, avvocato e imprenditore Giovanni Maria Angioy. Attraverso l'isola e giunse a Sassari come un liberatore, cercò di conciliare feudatari e vassalli e lavorò con emissari francesi per costituire una Repubblica Sarda, mentre Napoleone avviava la Campagna d'Italia. Tuttavia con l'armistizio di Cherasco e la successiva pace di Parigi del 1796 venne meno ogni possibile sostegno esterno, e l'Angioy decise di effettuare una marcia antifeudale e rivendicativa su Cagliari. Il tentativo rivoluzionario coalizzò le forze moderate e reazionarie, mettendo contro l'Angioy nobiltà, clero e buona parte della borghesia cittadina e rurale, timorosa di perdere, insieme agli istituti feudali, privilegi e vantaggi acquisiti. Il viceré gli tolse ogni potere e venne abbandonato dai suoi sostenitori, cosicché dovette fuggire dall'isola in Francia. Sull'isola l'ordine venne ripristinato con le armi. Furono assediati e presi d'assalto i villaggi che resistevano e furono condannati a morte tutti i capi e i maggiori esponenti del moto rivoluzionario che si riuscì a catturare.

L'invasione napoleonica dell'Italia costrinse la corte dei Savoia a trasferirsi a Cagliari nel 1799. Il tentativo rivoluzionario era stato soffocato e la nobiltà sarda decise di rinunciare anche alle cinque richieste. L'estensione del Regno di Sardegna in tale periodo coincise, come in periodo aragonese e spagnolo, con i confini dell'isola. La famiglia reale si stabilì nel Palazzo regio di Cagliari, già residenza del viceré. Ci furono ulteriori tentativi di sollevare una rivolta anti-feudale e repubblicana (nel 1802 e nel 1812), ma furono sventati e repressi, senza conseguenze. Con la fine dell'avventura napoleonica e la restituzione dei possedimenti sul continente, i Savoia rientrarono a Torino nel 1814. Era iniziata anche per la Sardegna la Restaurazione.

Il Congresso di Vienna tentò di ripristinare la situazione pre-rivoluzionaria e pre-napoleonica. I Savoia ne erano usciti rafforzati, con l'acquisto di Genova e della Liguria. L'amministrazione piemontese riprese la politica di razionalizzazione delle istituzioni e della legislazione. La Sardegna era uscita indebolita dalla fase rivoluzionaria e il governo poté imporre più facilmente una serie di riforme che si presumeva avrebbero dato una svolta all'economia e allo sviluppo complessivo dell'isola.
A cento anni dall'inizio del regno dei Savoia, nel 1820, il re Vittorio Emanuele I emanò l'Editto delle chiudende, dando la facoltà a chi ne avesse i mezzi di recintare i terreni pubblici, adibiti agli usi comunitari. In tal modo si ponevano le basi per una prima diffusione della proprietà perfetta della terra, fattore principale di un'agricoltura moderna e più produttiva. L'effetto concreto fu che chi aveva i mezzi (aristocratici e grande borghesia) si impossessò di larghe porzioni del territorio, sottraendolo all'utilizzo della popolazione, che si trovò letteralmente da un giorno all'altro privata dei mezzi fondamentali di sussistenza (nelle chiusure vennero incorporati strade, ponti, sorgenti). In più, i nuovi proprietari terrieri destinarono i fondi così ottenuti alla rendita, dandoli in affitto prevalentemente agli allevatori, che non avevano bisogno di particolari cure sul terreno. In tal modo si depresse ulteriormente il settore agricolo e si favorì l'esistenza di un latifondo non produttivo. Tali misure suscitarono in breve il malcontento popolare, che si espresse con ripetute ribellioni. L'imposizione della chiusure private sui terreni comuni, il riscatto dei feudi fatto gravare sulla popolazione rurale e le ulteriori restrizioni negli usi comunitari provocarono una lunga stagione di ribellioni e resistenze più o meno esplicite in tutta l'isola. Periodicamente si riaccendevano le rimostranze, anche violente, di chi aveva perso gran parte delle risorse su cui si basava la sopravvivenza di molte famiglie a favore della nuova classe proprietaria. Riprese inevitabilmente vigore il fenomeno del banditismo simile al Far West americano.
Rimaneva irrisolto il nodo fondamentale della persistenza del regime feudale. Nel 1827 il re Carlo Felice promosse un rinnovo normativo generale. Estese dunque alla Sardegna il nuovo Codice Civile, abrogando la Carta de Logu, in vigore fin dai tempi dei Giudicati sardi e rimasta sino a quel momento legge generale. Il nuovo re Carlo Alberto avviò l'abrogazione del regime feudale tra il 1836 e il 1838.

Le strutture socio-economiche emerse nell'età della Restaurazione in Sardegna non erano molto più dinamiche e produttive di quelle del passato. Ripresero impulso alcuni settori, come l'estrazione mineraria, e acquisirono forza l'allevamento e le produzioni ad esso collegate, nonché lo sfruttamento delle saline e dell'immenso patrimonio boschivo e di macchia mediterranea. Tuttavia le risorse dell'isola furono sottoposte ad un accentuato regime di tipo coloniale, con un flusso in uscita di materie prime, per lo più non trasformate, e un flusso in entrata di prodotti finiti. L'appalto in regime di monopolio di vasti settori produttivi favoriva i capitali stranieri e lasciava ai lavoratori locali, estromessi dalle terre privatizzate, solo la strada dell'impiego non specializzato e non regolato. La situazione generale rimaneva precaria e le comunità non traevano beneficio se non indirettamente e in misura marginale dai progressi che andavano diffondendosi sul continente.

Nella prima metà del secolo si assistette in Sardegna ad un risveglio intellettuale. Le università sarde, uscite dal periodo di crisi, cominciavano a rinnovare il corpo insegnante, anche con elementi sardi, e a fornire all'amministrazione sabauda quadri e funzionari. Il mondo degli studi veniva animato dalle ricerche e dalle elaborazione dotte di studiosi sardi e italiani. Basti ricordare l'Archivie di mapa maritimo, Carlo De Candia, l'aristocratico e militare piemontese Alberto La Marmora, che da appassionato geografo fu autore dei tomi dell'Itinerario dell'Isola di Sardegna, o lo storico Giuseppe Manno, o ancora Vittorio Angius, Giovanni Spano, Giovanni Siotto Pintor, storici, linguisti e letterati. La classe intellettuale sarda del periodo si caratterizzava per un desiderio di riscatto della storia e della lingua della Sardegna, accompagnato da una profonda fedeltà alla casa regnante. Ma le nuove prospettive intellettuali e l'aspirazione a un'integrazione col continente rimasero un patrimonio condiviso solo da un'élite, senza connessioni con la maggioranza della popolazione.


Mappa del Regno di Sardegna nel 1839

Da qualche tempo la borghesia cittadina, i quadri amministrativi e l'intellettualità si fecero portatori di un forte impulso all'omologazione istituzionale con gli Stati di terraferma. In un momento storico in cui nella penisola italiana prendevano maggior corpo le passioni risorgimentali, i ceti dirigenti di Cagliari e Sassari, nel tentativo di far estendere all'isola quelle riforme che Carlo Alberto aveva concesso ai domini continentali, richiesero l'abolizione delle istituzioni dell'Isola a favore dell'unione politico-amministrativa con gli altri territori. Nel 1847 il re proclamò solennemente l'avvenuta la così chiamata Fusione Perfetta del regno sabaudo che, da Stato composto d'Antico regime qual era prima, solo allora divenne unitario e centralista sul modello francese. L'unione portò ad una serie di conseguenze: da un lato si decretava la scomparsa delle istituzioni plurisecolari della carica viceregia, del parlamento sardo e della Reale Udienza, nonché la fine dell'autonomia stessa dell'isola; dall'altro, il regno dei Savoia aveva un'unica capitale, Torino, e istituzioni accentrate e comuni a tutti i possedimenti continentali, interni, costieri e d'oltremare. Nel 1848 Carlo Alberto concesse il suo omonimo Statuto Albertino, valido per tutte le province, compresa quindi la Sardegna, uniformando codici civili, penali e militari di tutti i precedenti domini regi. Non mancarono in merito voci contrarie, seppur in minoranza, quali quella di Federico Fenu e non tardarono neanche a presentarsi i pentiti di tale opera: emblematico è il parere di uno di coloro che più si erano adoperati per tale obiettivo, Giovanni Siotto Pintor, che parlò in merito di «follia collettiva».

«I Sardi dovranno capire che il divenir prosperi, felici, ricchi, non dipende che da loro medesimi, che se non vorranno divenirlo è tutta colpa propria.»

Federico Fenu, 1848

Con la fusione e il successivo avvento dell'unificazione politica italiana, ebbe inizio la cosiddetta «questione sarda», ossia il complesso dei problemi irrisolti nei rapporti tra la Sardegna e lo Stato unitario italiano, la presa di coscienza politica di quella parte degli isolani convinta che, solamente nella possibilità di autogoverno, si sarebbero risolti in futuro i problemi dell'isola, nonché una qual certa percezione, da parte di alcuni intellettuali, che all'isola non fosse stato riconosciuto il titolo di nazione.



La bandiera del Regno di Sardegna e poi d'Italia dal 1848

L'esito della Fusione diede adito alla prima stagione del pensiero autonomista sardo (Giorgio Asproni, Giovanni Battista Tuveri, ecc.). Pur tuttavia, durante l'intero periodo di governo sabaudo, dal 1720 al 1861, la popolazione della Sardegna crebbe dalle 312.000 unità del 1728 alle 609.000 unità del 1861 con un incremento del 95%, segno di un lento ma graduale miglioramento della struttura economica e delle condizioni sanitarie.

Tra il 1859 e il 1861 il Regno di Sardegna sotto il suo venticinquesimo e ultimo re Vittorio Emanuele II annetté quasi tutta la penisola italiana, mutando in Regno d'Italia e portando a compimento l'Unificazione. Molti sardi si arruolarono nelle Guerre d'indipendenza, nell'esercito piemontese e nella spedizione garibaldina, mentre ben undici deputati sardi sedettero nel nuovo Parlamento unitario di Torino e poi di Firenze. Ma l'isola versava ancora in una situazione critica per analfabetismo imperante, malaria diffusa, banditismo frequente e larga povertà tra le fasce più deboli.