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    Predefinito Nessuno Tocchi Caino: il rapporto 2010 sulla pena di morte nel mondo

    Nessuno Tocchi Caino: il rapporto 2010 sulla pena di morte nel mondo

    Copertina del rapporto 2010 sulla pena di morte di Nessuno Tocchi CainoIl 31 luglio 2010 è stato presentato a Roma il Rapporto 2010 sulla pena di morte nel mondo,.

    Durante la conferenza stampa è stato consegnato il premio "Abolizionista dell'anno 2010" a Jean Ping, Presidente della Commissione dell'Unione Africana.

    Hanno partecipato Emma Bonino, Vice Presidente del Senato; Gianni Letta, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio; Vincenzo Scotti, Sottosegretario agli Esteri; Marco Pannella, Presidente di Nessuno tocchi Caino; Aldo Ajello, Presidente d’onore di Nessuno tocchi Caino; Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino ed Elisabetta Zamparutti. Erano inoltre presenti ambasciatori e rappresentanti di numerose ambasciate straniere.

    Il Rapporto 2010 di Nessuno tocchi Caino, curato anche quest’anno da Elisabetta Zamparutti ed edito da Reality Book, da conto dei fatti più importanti relativi alla pratica della pena di morte nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010. I dati confermano l’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte, mentre, sul fronte opposto, Cina, Iran e Iraq sono risultati essere nel 2009 i primi tre Paesi-boia del mondo.
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

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    Predefinito Rif: Nessuno Tocchi Caino: il rapporto 2010 sulla pena di morte nel mondo

    I FATTI PIÙ IMPORTANTI DEL 2009 (E DEI PRIMI SEI MESI DEL 2010)

    LA SITUAZIONE AD OGGI

    L’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre dieci anni, si è confermata nel 2009 e anche nei primi sei mesi del 2010.
    I Paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 154. Di questi, i Paesi totalmente abolizionisti sono 96; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 8; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 6; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 44.
    I Paesi mantenitori della pena di morte sono scesi a 43, a fronte dei 48 del 2008, dei 49 del 2007, dei 51 del 2006 e dei 54 del 2005.
    Nel 2009, i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali sono stati 18, notevolmente diminuiti rispetto al 2008 e al 2007 quando erano stati 26.
    Il graduale abbandono della pena di morte è anche evidente dalla diminuzione del numero di esecuzioni nei Paesi che ancora le effettuano. Nel 2009, le esecuzioni sono state almeno 5.679, a fronte delle almeno 5.735 del 2008 e delle almeno 5.851 del 2007.
    Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, non si sono registrate esecuzioni in 9 Paesi che le avevano effettuate nel 2008: Afghanistan, Bahrein, Bielorussia (che però ne ha effettuate due nei primi mesi del 2010), Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Mongolia (che nel frattempo ha deciso una moratoria delle esecuzioni), Pakistan, Saint Kitts e Nevis e Somalia.
    Viceversa, 3 Paesi hanno ripreso le esecuzioni: Thailandia (2) nel 2009, dopo uno stop nel 2008; Taiwan (4) e Autorità Nazionale Palestinese (5) nel 2010, dopo cinque anni di sospensione.

    Dei 43 mantenitori della pena di morte, 36 sono Paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In 15 di questi Paesi, nel 2009, sono state compiute almeno 5.619 esecuzioni, circa il 99% del totale mondiale. A ben vedere, in tutti questi Paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili.
    Sul terribile podio dei primi tre Paesi che nel 2009 hanno compiuto più esecuzioni nel mondo figurano tre Paesi autoritari: la Cina, l’Iran e l’Iraq.
    Dei 43 Paesi mantenitori della pena capitale, sono solo 7 quelli che possiamo definire di democrazia liberale, con ciò considerando non solo il sistema politico del Paese, ma anche il sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello Stato di diritto.
    Le democrazie liberali che nel 2009 hanno praticato la pena di morte sono state solo 3 e hanno effettuato in tutto 60 esecuzioni, circa l’1% del totale mondiale: Stati Uniti (52), Giappone (7) e Botswana (1). Nel 2008 erano state 6 (con Indonesia, Mongolia e Saint Kitts e Nevis) e avevano effettuato in tutto 65 esecuzioni.

    Ancora una volta, l’Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se stimiamo che in Cina vi sono state circa 5.000 esecuzioni (più o meno come nel 2008 e, comunque, in calo rispetto agli anni precedenti), il dato complessivo del 2009 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 5.608 esecuzioni (il 98,7%), in calo rispetto al 2008 quando erano state almeno 5.674.
    Le Americhe sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, l’unico Paese del continente che ha compiuto esecuzioni (52) nel 2009.
    In Africa, nel 2009 la pena di morte è stata eseguita solo in 4 Paesi (con la Somalia, erano stati 5 nel 2008) dove sono state registrate almeno 19 esecuzioni – Botswana (1), Egitto (almeno 5), Libia (almeno 4) e Sudan (almeno 9) – come nel 2008 e contro le almeno 26 del 2007 e le 87 del 2006 effettuate in tutto il continente.
    Nel settembre 2009, la Commissione Africana per i Diritti Umani e dei Popoli ha organizzato nella capitale ruandese Kigali una conferenza sulla pena di morte nella regione centrale, orientale e meridionale del continente africano. I 50 partecipanti hanno chiesto ai Paesi africani di seguire l’esempio del Ruanda e di abolire la pena capitale, attraverso l’istituzione di moratorie formali e l’adozione di un protocollo alla Carta Africana sui Diritti Umani e dei Popoli sull’abolizione della pena capitale in Africa. “Invitiamo tutti i Paesi membri dell’Unione Africana che non l’avessero ancora fatto a sottoscrivere gli Strumenti sui Diritti Umani che proibiscono la pena capitale, vale a dire il Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e lo Statuto di Roma (della Corte Penale Internazionale), adeguando la propria legislazione nazionale”, è scritto nel documento finale.
    Tra il 12 e il 15 aprile 2010, il gruppo di lavoro sulla pena di morte della Commissione Africana sui diritti umani ha organizzato un secondo incontro regionale a Cotonou, nel Benin. Alla conferenza, che si è concentrata sui paesi africani settentrionali e occidentali, hanno partecipato circa 50 rappresentanti provenienti da 15 paesi della regione. La sessione plenaria e i gruppi di lavoro si sono soffermati sulla questione della pena di morte in Africa e sui mezzi per realizzare l’abolizione.
    All’incontro regionale di Cotonou, il secondo dopo quello di Kigali, seguirà una conferenza continentale con esperti e rappresentanti degli stati membri dell’Unione Africana. Il Commissario Sylvie Kayitesi, che presiede il gruppo di lavoro, ha in mente di presentare ai capi di Stato e di Governo africani una proposta di protocollo aggiuntivo alla Carta Africana sui Diritti Umani e dei Popoli, relativo alla pena di morte. Questo darebbe all’Africa la possibilità di adottare uno strumento vincolante che comporti la sua abolizione.

    In Europa, la Bielorussia continua a costituire l’unica eccezione in un continente altrimenti totalmente libero dalla pena di morte. Nel 2009 non sono state effettuate esecuzioni, ma nel marzo 2010 due uomini sono stati giustiziati per omicidio. Nel 2008, erano state effettuate almeno 4 esecuzioni. Ne era stata effettuata almeno 1 nel 2007 e, secondo i dati OSCE, almeno 3 nel 2006 e 4 nel 2005.
    Una risoluzione per una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte è stata adottata durante la sessione annuale dell’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), che si è tenuta a Vilnius, in Lituania, tra il 29 giugno e il 3 luglio 2009. La risoluzione invita la Bielorussia e gli Stati Uniti ad adottare un’immediata moratoria sulle esecuzioni e chiede al Kazakistan e alla Lettonia di modificare la loro legislazione nazionale che ancora prevede la pena di morte per alcuni tipi di reati commessi in circostanze eccezionali.

    Dopo che nel 2008, 3 Paesi hanno cambiato status rafforzando ulteriormente il fronte a vario titolo abolizionista, altri 6 lo hanno fatto nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010.
    Nell’aprile 2009 il Burundi ha adottato un nuovo codice penale che abolisce la pena di morte. Nel giugno 2009, il parlamento del Togo ha votato all’unanimità la legge che abolisce la pena di morte. Nel luglio 2009, il Presidente del Kazakistan ha promulgato la legge che limita la pena di morte a crimini terroristici che provocano la morte di persone e a reati particolarmente gravi commessi in tempo di guerra. Nel luglio 2009 Trinidad e Tobago ha superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi va considerata abolizionista di fatto. Nel gennaio 2010 le Bahamas hanno superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi vanno considerate abolizioniste di fatto. Nel gennaio 2010, il Presidente della Mongolia ha introdotto una moratoria sulle esecuzioni capitali.

    Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, ulteriori passi politici e legislativi verso l’abolizione o fatti comunque positivi come commutazioni collettive di pene capitali si sono verificati in numerosi Paesi.
    Nell’aprile 2009, il ministro della Giustizia ha annunciato che la Giordania abolirà la pena di morte per tutti i reati eccetto che per omicidio premeditato. Nel giugno 2009, una Conferenza nella Repubblica Democratica del Congo si è conclusa con l’annuncio da parte del Presidente dell’Assemblea Nazionale e del Presidente del Senato dell’avvio del processo legislativo volto ad abolire la pena di morte nel Paese. Nel giugno 2009, il Vietnam ha approvato la eliminazione della pena di morte per otto reati. Nell’agosto 2009, il Ministero della Giustizia del Libano ha lanciato una campagna nazionale a sostegno della proposta di abolizione della pena di morte. Nel settembre 2009, il governo della Corea del Sud si è detto d’accordo a non applicare la pena di morte, come chiesto dal Consiglio d’Europa. Nel novembre 2009, il governo del Benin ha presentato una proposta di legge all’Assemblea Nazionale per inscrivere l’abolizione della pena di morte nella Costituzione. Nell’aprile 2010, già abolizionista per tutti i reati, Gibuti ha approvato un emendamento che introduce l’abolizione della pena di morte nella Costituzione.
    Nel 2009, per la prima volta nella storia del Paese non sono state registrate esecuzioni in Pakistan.
    Il 7 gennaio 2009, nel suo ultimo giorno come Presidente del Ghana, John Kufuor ha graziato oltre 500 detenuti. Nel gennaio 2009, la Corte Suprema dell’Uganda ha stabilito la commutazione in ergastolo delle condanne a morte dei prigionieri che si trovano in carcere da più di tre anni. Nel gennaio 2009, il Presidente dello Zambia ha commutato le condanne capitali di 53 prigionieri del braccio della morte. Nel luglio 2009, in occasione del 10° anniversario della sua incoronazione, il Re del Marocco Mohammed VI ha concesso un’ampia amnistia che ha riguardato circa 24.000 detenuti, molte decine dei quali hanno ricevuto la commutazione della condanna capitale in ergastolo. Nell’agosto 2009, il Presidente del Kenia, Mwai Kibaki, ha annunciato la commutazione in ergastolo della pena capitale per gli oltre 4.000 prigionieri del braccio della morte. Nell’agosto 2009, lo Stato di Lagos in Nigeria ha commutato la pena capitale nei confronti di 40 prigionieri del braccio della morte, 3 dei quali sono stati amnistiati e liberati. Nel novembre 2009, il presidente della Tanzania ha commutato in ergastolo le condanne a morte di 75 prigionieri.

    Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il 18 marzo 2009, il New Mexico ha abolito la pena di morte, divenendo così il secondo Stato USA in oltre quarant’anni a farlo, dopo che il New Jersey l’aveva abolita il 13 dicembre 2007. Molto vicino all’abolizione è arrivato anche il Connecticut, dove Camera e Senato hanno votato l’abolizione, ma la governatrice M. Jodi Rell ha posto il veto il 5 giugno 2009.

    Sul fronte opposto, la Thailandia ha ripreso le esecuzioni nell’agosto 2009 dopo circa sei anni di sospensione.
    Nell’aprile 2010, in Palestina il Governo di Hamas a Gaza si è reso responsabile della ripresa delle esecuzioni dopo una moratoria di fatto durata cinque anni. Alla fine di aprile 2010, anche Taiwan ha ripreso le esecuzioni dopo cinque anni di sospensione.


    Le informazioni contenute in questo Rapporto sono il frutto di un monitoraggio quotidiano delle notizie sulla pena di morte nel mondo e della sua evoluzione. Il Rapporto offre un quadro complessivo dei fatti più importanti avvenuti nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010. Le informazioni qui riportate sono disponibili – complete di date e fonti – nella banca dati online di Nessuno tocchi Caino al sito NESSUNO TOCCHI CAINO CONTRO LA PENA DI MORTE NEL MONDO FIRMA ANCHE TU! o HANDS OFF CAIN against death penalty in the world
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

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    Predefinito Rif: Nessuno Tocchi Caino: il rapporto 2010 sulla pena di morte nel mondo

    CINA, IRAN E IRAQ I PRIMI PAESI BOIA DEL 2009

    Dei 43 mantenitori della pena di morte, 36 sono Paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In 15 di questi Paesi, nel 2009, sono state compiute almeno 5.619 esecuzioni, circa il 99% del totale mondiale.
    Un Paese solo, la Cina, ne ha effettuate circa 5.000, circa l’88% del totale mondiale; l’Iran ne ha effettuate almeno 402; l’Iraq almeno 77; l’Arabia Saudita almeno 69; lo Yemen almeno 30; il Sudan e Vietnam almeno 9; la Siria almeno 8, l’Egitto almeno 5; la Libia almeno 4; il Bangladesh 3; la Thailandia 2; la Corea del Nord almeno 1; Singapore 1. E’ possibile che esecuzioni siano state effettuate anche in Malesia, anche se non ne risultano ufficialmente.

    Molti di questi Paesi non forniscono statistiche ufficiali sulla pratica della pena di morte, per cui il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto.
    In alcuni casi, come la Cina e il Vietnam, la questione è considerata un segreto di Stato e le notizie di esecuzioni riportate dai giornali locali o da fonti indipendenti rappresentano una minima parte del fenomeno.
    Anche in Bielorussia vige il segreto di Stato, retaggio della tradizione sovietica, e le notizie sulle esecuzioni filtrano dalle prigioni tramite parenti dei giustiziati o organizzazioni internazionali molto tempo dopo la data dell’esecuzione.
    In Iran, dove pure non esiste segreto di Stato sulla pena di morte, le sole informazioni disponibili sulle esecuzioni sono tratte da notizie selezionate dal regime e uscite su media statali o da fonti ufficiose o indipendenti.
    Ci sono poi situazioni in cui le esecuzioni sono tenute assolutamente nascoste e le notizie non filtrano nemmeno dai giornali locali. È il caso della Corea del Nord, della Malesia e della Siria.
    In Iraq le esecuzioni segrete non si sono mai fermate, nemmeno sotto il governo di Nouri al-Maliki.
    Vi sono, infine, Paesi come Arabia Saudita, Botswana, Egitto, Giappone e Singapore, dove le esecuzioni sono di dominio pubblico solo una volta che sono state effettuate, mentre familiari, avvocati e gli stessi condannati a morte sono tenuti all’oscuro di tutto.
    A ben vedere, in tutti questi Paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili.

    Sul terribile podio dei primi tre Paesi che nel 2009 hanno compiuto più esecuzioni nel mondo figurano tre Paesi autoritari: la Cina, l’Iran e l’Iraq.

    Cina, primatista di esecuzioni (anche se in diminuzione)

    Anche se la pena di morte continua a essere considerata in Cina un segreto di Stato, negli ultimi anni si sono succedute notizie, anche di fonte ufficiale, in base alle quali le condanne a morte emesse dai tribunali cinesi sarebbero via via diminuite fino al 30%, rispetto all’anno precedente.
    Tale diminuzione è stata più significativa a partire dal 1° gennaio 2007, quando è entrata in vigore la riforma in base alla quale ogni condanna a morte emessa in Cina da tribunali di grado inferiore deve essere rivista dalla Corte Suprema.
    Il quotidiano China Daily ha reso noto che la Corte Suprema cinese ha annullato il 15% delle condanne a morte che ha esaminato nel 2007 e il 10% nel 2008.
    Secondo le stime della Dui Hua Foundation, il numero dei detenuti giustiziati in Cina potrebbe essere diminuito della metà rispetto ai 10.000 giustiziati di cui ha parlato per la prima volta nel 2004 un delegato al Congresso Nazionale del Popolo. Tuttavia dati e percentuali non sono verificabili fintanto che permane il segreto di Stato sul numero reale di condanne a morte ed esecuzioni.

    La Fondazione Dui Hua, diretta da John Kamm, un ex dirigente d’affari che si è votato alla difesa dei diritti umani e che continua a mantenere buoni rapporti con funzionari governativi cinesi, stima che in Cina siano state effettuate “circa” 5.000 esecuzioni nel 2009, in lieve calo rispetto al 2008 quando, secondo la Fondazione, il numero delle esecuzioni ha superato le 5.000 e può essersi avvicinato alle 7.000. Nel 2007, secondo la Fondazione Dui Hua, le esecuzioni sarebbero state circa 6.000, una riduzione pari a un 25-30% rispetto al 2006, anno per il quale ne aveva stimate almeno 7.500.
    Neanche Amnesty International è a conoscenza del numero esatto di condanne a morte eseguite nel 2009, tuttavia, “secondo una stima degli anni precedenti associata alle informazioni indicate dalle attuali fonti di ricerca,” per Amnesty “il numero è nell’ordine di migliaia”. Amnesty International ne aveva registrate almeno 1.718 per il 2008, pur ritenendo che il numero reale potesse essere molto più alto.

    Il 29 luglio 2009, il vice presidente della Corte Suprema del Popolo, Zhang Jun, ha dichiarato che la Cina intende ridurre le esecuzioni capitali a “un numero estremamente esiguo”, aggiungendo che in futuro la Corte pronuncerà un maggior numero di condanne a morte con sospensione. Citato dal China Daily, Zhang ha detto che la legislazione penale sarà riformata al fine di ridurre il numero di condanne capitali e che la stessa Corte Suprema restringerà ulteriormente l’uso della pena capitale. “Se per ora è impossibile per il Paese abolire la pena capitale – ha detto Zhang – è di fondamentale importanza controllare rigorosamente l’applicazione della stessa da parte degli organi giudiziari.”
    Nel febbraio 2010, la più alta corte cinese ha emesso nuove linee guida sulla pena di morte che indicano ai tribunali minori di limitarne l’applicazione a un numero ristretto di casi “estremamente gravi”. La Corte Suprema ha detto alle corti di adottare la politica della “giustizia mitigata dalla clemenza” che tenga conto della gravità del crimine, ha riportato il 9 febbraio l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua citando Sun Jungong, portavoce della Corte. Le linee guida riflettono la richiesta del luglio 2009 della Corte che la pena di morte sia imposta meno spesso e solo nei casi penali più gravi.

    L’11 marzo 2010, presentando il suo rapporto alla sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il Presidente della Corte Suprema del Popolo, Wang Shengjun, si è rigorosamente attenuto alla linea governativa di tradizionale segretezza, non fornendo statistiche sul numero delle condanne a morte o delle esecuzioni. Wang ha solo reso noto che i tribunali cinesi hanno definito 767.000 casi penali nel 2009, condannando 997.000 persone, lo 0,2 per cento e l’1,1 per cento in meno, rispettivamente, in confronto al 2008. Ma ancora una volta non ha rivelato quanti di questi casi fossero relativi a condanne capitali e, per la prima volta, non ha neanche comunicato – o i media ufficiali non hanno riportato – quante persone sono state “condannate a morte, all’ergastolo o a oltre cinque anni di carcere”, che era la formula onnicomprensiva nella quale in passato la Corte Suprema racchiudeva le “pene severe” comminate nei processi. “I tribunali hanno tenuto rigorosamente sotto controllo il numero delle sentenze capitali e applicato la pena di morte con prudenza”, ha solo detto Wang nel suo rapporto, nel quale è scritto che le corti hanno messo in atto la politica della “giustizia mitigata dalla clemenza”.
    Da parte sua, la Corte Suprema del Popolo ha trattato 13.318 casi di vario tipo e ha definito 11.749 casi nel 2009, un incremento, rispettivamente, del 26,2 per cento e del 52,1 per cento, rispetto all’anno precedente.
    E’ da ritenere che per la stragrande maggioranza di questi casi (per trattare i quali la Corte ha dovuto assumere centinaia di nuovi giudici) si tratta di revisione delle condanne a morte, considerato che la Corte Suprema non ha giurisdizione su molti altri casi. Un esperto cinese valuta che il riesame delle sentenze capitali nel e dopo il 2007 costituirebbe oltre il 90 per cento del carico di lavoro della Corte Suprema. “I casi di pena di morte comporranno oltre il 90 per cento del totale complessivo dei casi trattati dalla Corte”, ha detto Ni Jian in un editoriale comparso il 21 novembre 2007 sul The Beijing News.
    Se le cose stanno così e considerato che Corte Suprema del Popolo ha trattato 13.318 casi di vario tipo definendone 11.749, una stima approssimativa ma realistica sarebbe quella che fissa il numero delle condanne a morte definitive del 2009 intorno alle 10.000.

    Nella stessa sessione dell’Assemblea Nazionale, il Presidente della Corte Suprema Wang Shengjun ha detto che i tribunali avrebbero perseguito la corruzione nel sistema giudiziario per prevenire abusi di potere. La Corte “rafforzerà il suo funzionamento e agirà come modello per le corti locali”, ha detto Wang. L’impegno è giunto dopo che un ex vice presidente della Corte Suprema, Huang Songyou, era stato condannato il 19 gennaio 2010 all’ergastolo per aver preso mazzette e per appropriazione indebita. Wang ha reso noto che circa 800 funzionari giudiziari erano stati puniti per violazioni di legge nel 2009.

    La riforma entrata in vigore il 1° gennaio 2007 è ritenuta una delle più importanti riforme degli ultimi vent’anni sulla pena di morte in Cina e segna un’inversione rispetto alle campagne del “colpire duro” avviate negli anni 80 e che avevano portato nel 1983 a consentire alla Corte Suprema di delegare alle corti provinciali la definizione in ultima istanza dei casi capitali.
    Secondo la nuova disposizione, la revisione di ogni caso giudiziario è effettuata da un panel di tre giudici della Corte Suprema, che devono riesaminare tutte le prove, la legge applicata, la commisurazione della pena, il dibattimento del precedente processo e devono sentire l’imputato di persona, o per lettera, prima di giungere alla decisione finale. Se i giudici reputano insufficienti le prove, impropria la commisurazione della pena o illegale il dibattimento, devono sottoporre il caso al comitato giuridico della Corte Suprema. Il comitato giuridico è tenuto a esaminare il caso con un magistrato della Procura Suprema del Popolo. I casi capitali che non abbiano avuto un processo d’appello pubblico non sono rivisti dalla Corte Suprema ma sono rinviati alla corte di seconda istanza per lo svolgimento di un pubblico processo.
    A partire dal 1° luglio 2006, infatti, tutti i processi d’appello relativi a casi capitali devono svolgersi in Cina con udienze pubbliche. Gli avvocati difensori possono pronunciare le loro arringhe e gli imputati rendere deposizioni. Le udienze devono essere videoregistrate, in modo da poterle riesaminare. Fino ad allora le Alte Corti provinciali approvavano condanne capitali solo sulla base dei fascicoli relativi ai diversi casi giudiziari, senza ascoltare avvocati e imputati.
    Il 22 maggio 2008, la Corte Suprema e il Ministero della Giustizia cinesi hanno emanato congiuntamente un regolamento relativo al ruolo degli avvocati difensori nei casi capitali, al fine di garantire il rispetto dei diritti degli imputati. Il regolamento dispone che le istituzioni di sostegno legale debbano designare avvocati esperti di casi capitali e che questi ultimi non possano trasferire questo genere di casi ai propri assistenti, oltre a dover incontrare l’imputato prima del processo. Il tribunale ha obbligo di informare la difesa e l’accusa su cambiamenti di data delle udienze almeno tre giorni prima, e sempre il tribunale deve informare gli avvocati se l’accusa presenta nuove prove o chiede la riapertura del caso.
    Dopo la riforma, si sono registrate anche notizie di persone graziate e casi di risarcimento per l’ingiusta detenzione, il più recente dei quali è stato riportato il 15 novembre 2009 dal giornale China Youth Daily e riguarda due uomini ingiustamente condannati a morte con l’accusa di traffico di eroina. Lo Stato ha versato a Mo Weiqi 50.507,49 yuan (7.398,20 dollari USA) mentre Xie Kaiqi ha ricevuto 48.491,67 yuan, dopo che una corte d’appello dello Yunnan a luglio aveva riconosciuto i due non colpevoli, ordinando la loro liberazione. Il 17 settembre 2008, Mo era stato condannato a morte dal Tribunale Intermedio del Popolo della prefettura autonoma di Dehong Dai e Jingpo. Il risarcimento è stato calcolato sulla base dello stipendio medio giornaliero del 2008 per i lavoratori cinesi moltiplicato per il numero dei giorni che Mo e Xie hanno trascorso in prigione, rispettivamente 451 e 433 giorni. I due sono stati scagionati a seguito della confessione del trafficante di droga Xiong Zhengjiang, secondo cui Mo e Xie non sapevano che nei loro bagagli fosse stata nascosta droga.
    Il 30 maggio 2010, due nuovi regolamenti sono stati emessi congiuntamente dalla Corte Suprema, dalla Procura Suprema e dai ministeri di Pubblica sicurezza, Sicurezza dello Stato e Giustizia, e rappresentano le prime regole specifiche in Cina su raccolta di prove e relativa revisione nei casi penali. Le prove ottenute illegalmente – ad esempio usando mezzi di tortura durante un interrogatorio – non possono essere usate, soprattutto nei processi che possono concludersi con la condanna a morte dell’imputato. Il primo dei due regolamenti riguarda principi e regole per valutare le prove nei casi capitali, l’altro dispone dettagliate procedure per escludere evidenze ottenute illegalmente. Secondo gli esperti la loro applicazione servirà a ridurre sensibilmente le condanne a morte e le confessioni forzate. Oltre a fornire la definizione di prova illegale, i regolamenti stabiliscono con chiarezza che le prove di origine incerta, le confessioni ottenute per mezzo della tortura o testimonianze ottenute con la violenza e intimidazioni non sono valide, particolarmente nei casi capitali. Lu Guanglun, giudice della Corte Suprema del Popolo, ha detto che disposizioni del genere non esistono nel Codice di Procedura Penale e nelle sue interpretazioni giuridiche. “Questa è la prima volta che una legge chiara ed esplicita stabilisce che le prove ottenute con mezzi illegali sono non solo illegittime, ma anche inutili”, ha osservato Zhao Bingzhi, rettore della facoltà di legge dell’Università di Pechino. “Fino a ora in molti casi prove raccolte in questo modo erano di fatto considerate valide. Si tratta di un importante passo in avanti, sia per il nostro sistema legale sia per la tutela dei diritti umani. Servirà a ridurre il numero delle esecuzioni.”

    In base alla Legge di Procedura Penale cinese, dopo aver ricevuto dalla Corte Suprema un ordine di esecuzione di una sentenza capitale, il Tribunale del Popolo di livello inferiore provvederà a eseguire la sentenza entro sette giorni. Il che può avvenire nel campo destinato alle esecuzioni oppure nel luogo di custodia designato. L’ufficiale giudiziario preposto all’esecuzione verifica l’identità del condannato, gli chiede se ha le ultime parole da dire o delle lettere da lasciare e poi lo consegna al boia. Le esecuzioni possono essere annunciate ma non effettuate pubblicamente. Dopo l’esecuzione, un impiegato del tribunale prepara un rapporto scritto, sulla base del quale il tribunale che ha provveduto all’esecuzione della sentenza sottoporrà un suo rapporto alla Corte Suprema e provvederà a notificare l’avvenuta esecuzione ai familiari del condannato.

    Nonostante questi primi segnali di un, almeno apparente, approccio garantista, nel tritacarne giudiziario cinese sono continuati a finire imputati di reati violenti e non violenti, i quali sono stati processati e giustiziati senza la dovuta trasparenza, secondo gli avvocati cinesi che denunciano di non aver accesso ai loro clienti e il fatto che molte confessioni sono ancora estorte. Secondo gli avvocati e i dati processuali, esiste inoltre un doppio standard: funzionari pubblici che si appropriano indebitamente di miliardi di yuan sono condannati a morte con sospensione della pena che gli risparmia la vita, mentre comuni cittadini condannati per aver rubato molto meno muoiono con l’iniezione letale o con un colpo alla nuca.
    Il 5 agosto 2009, una donna d’affari della provincia di Zhejiang è stata giustiziata per frode. Du Yimin era stata riconosciuta colpevole di “raccolta fraudolenta di fondi pubblici” e condannata a morte nel marzo 2008. Il suo appello era stato respinto il 13 gennaio 2009. In base alla sentenza, aveva tirato su illegalmente circa 700 milioni di yuan (102 milioni di dollari) da centinaia di persone che avevano investito nella sua catena di saloni di bellezza. Secondo il suo avvocato, avrebbe dovuto essere condannata per il reato meno grave di “raccolta illegale di fondi bancari” che comporta una pena massima di di 10 anni di detenzione e una multa di 500.000 yuan (circa 73.000 dollari). L’esecuzione di Du Yimin ha provocato una polemica circa la coerenza nell’applicazione della pena di morte in Cina. Il giorno prima della sua sentenza capitale, un funzionario cinese che aveva usato 15,8 miliardi di yuan di fondi pubblici per coprire i suoi debiti era stato condannato a una pena detentiva.

    I momenti più caldi per le esecuzioni sono quelli in prossimità delle festività. Il governo cinese è solito “celebrare” le feste nazionali giustiziando un grande numero di condannati e, come di consueto, numerose esecuzioni hanno preceduto anche le “celebrazioni” della Festa Nazionale Cinese e la giornata mondiale anti droga, oltre che l’apertura delle sessioni dell’Assemblea Nazionale del Popolo.

    Nel nome della “guerra al terrorismo”, il Governo cinese ha continuato a usare il pugno di ferro contro tutte le forme di dissenso politico o religioso nel Paese. In particolare, la Cina fa passare la repressione dei Tibetani e degli Uiguri come lotta contro il terrorismo ed esercita pressioni su Paesi confinanti come il Kirghizistan, il Kazakistan, il Nepal e il Pakistan per costringerli a rimpatriare i militanti dell’etnia uigura, turcofona e musulmana. Molti degli Uiguri rimpatriati hanno subito gravi violazioni dei diritti umani, tra cui torture, iniqui processi e anche esecuzioni.
    Arresti e processi per “minaccia alla sicurezza nazionale” sono lievemente diminuiti nel 2009 rispetto ai “livelli storici” raggiunti nel 2008 in vista dei Giochi Olimpici di Pechino, ma sono risultati comunque elevati. Secondo le stime prodotte dalla Fondazione Dui Hua, nel 2009 sono state arrestate 1.150 persone e circa 1.050 imputate di reati relativi alla sicurezza nazionale. Secondo la fondazione, l’escalation di arresti negli ultimi due anni riflette il tentativo del governo cinese di tenere sotto controllo regioni come Tibet e Xinjiang, dove hanno avuto luogo rivolte su base etnica, e di reprimere più duramente le opinioni “sovversive”.
    In base alla stampa ufficiale sono 26 le persone finora condannate a morte per aver partecipato alla rivolta nello Xinjiang del luglio 2009 e almeno nove quelle già giustiziate, per la maggior parte di etnia uigura, a giudicare dai loro nomi.

    In Cina, una condanna a morte può essere eseguita sia tramite plotone sia tramite iniezione letale. In molte Province sono state allestite anche delle unità mobili su dei furgoni, opportunamente modificati, che raggiungono il luogo dove si è svolto il processo per praticare l’iniezione letale. E’ facile immaginare che il passaggio dal colpo di pistola all’iniezione letale nelle unità mobili possa favorire il traffico illegale di organi dei condannati. Il rifiuto della Cina a consentire che estranei possano esaminare i cadaveri dei giustiziati ha aumentato i sospetti su quello che accade dopo l’esecuzione: normalmente i corpi senza vita sono portati a un crematorio e bruciati prima che parenti o testimoni indipendenti possano esaminarli.
    Il 26 agosto 2009, la stampa ufficiale cinese ha riportato che in due casi su tre gli organi trapiantati in Cina vengono prelevati da prigionieri condannati a morte e giustiziati.

    Nel febbraio 2009, l’Assemblea Nazionale del Popolo ha ratificato un trattato di estradizione con il Messico. Sulla questione della pena di morte, le due parti si sono messe d’accordo nel cercare soluzioni a partire dai singoli casi, invece che scrivere nel trattato che essa può costituire motivo di rifiuto dell’estradizione.

    Iran, di nuovo secondo sul podio della disumanità

    Anche nel 2009, l’Iran si è piazzato al secondo posto quanto a numero di esecuzioni e, insieme a Cina e Iraq, sale così sul terribile podio dei primi tre Stati-boia al mondo.
    In base a un monitoraggio dei principali quotidiani iraniani e alle notizie direttamente fornite da organizzazioni umanitarie come Iran Human Rights, in Iran sono state calcolate almeno 402 esecuzioni nel 2009, 339 delle quali sono state riportate da media ufficiali iraniani. E’ il numero più alto dal 2000. Nel 2008 erano state messe a morte almeno 350 persone (282 riportate da media ufficiali iraniani).
    Secondo l’agenzia di stampa HRANA (Human Rights Activists News Agency), sono 562 le esecuzioni per omicidio, stupro, droga e reati di opinione praticate nella Repubblica Islamica nell’anno iraniano che va dal 21 marzo 2009 al 20 marzo 2010.

    Secondo le notizie riportate da media ufficiali iraniani nel 2010, al 30 giugno, erano già state effettuate almeno 132 esecuzioni.
    Ma i dati reali potrebbero essere ancora più alti, perché le autorità iraniane non forniscono statistiche ufficiali e i numeri riportati sono relativi alle sole notizie pubblicate dai giornali iraniani o da fonti indipendenti, che evidentemente non riportano tutte le esecuzioni.
    L’11 maggio 2009, Mohammad Mostafaei, un avvocato iraniano che si occupa di molti detenuti nel braccio della morte del Paese e, in particolare, del caso di 25 prigionieri condannati a morte per crimini commessi quando erano minorenni, ha detto che secondo lui il numero reale delle esecuzioni è di molto superiore alle stime fatte dai gruppi internazionali dei diritti umani. “Ho calcolato che nel 2008 ci sono state almeno 400 esecuzioni, ma potrebbero essere anche 500 o 600”, ha detto l’avvocato.
    Secondo la NGO con sede in Norvegia, Iran Human Rights, il maggior numero di esecuzioni è stato praticato nei mesi immediatamente prima e dopo le elezioni presidenziali di giugno (a maggio, 50 esecuzioni; a luglio 94, di cui 50 solo a Teheran). Le città in cui sono avvenute più esecuzioni sono Teheran (77), Ahwaz (41), Zahedan (41), Isfahan (40), Shiraz (30), Kermanshah (19) e Kerman (17).
    La maggior parte dei giustiziati sono stati identificati solo con le iniziali del nome o non identificati affatto. Per lo più non è nota né l’età dei condannati né la data del reato.
    Tra i reati per cui sono stati giustiziati il più diffuso è il traffico di droga (140 esecuzioni); seguono l’omicidio (56), lo stupro (24) e moharebeh (31). Moharebeh (fare guerra a Dio) è un termine comunemente usato dal regime iraniano per le persone giudicate colpevoli di attività armata contro le autorità. Ventisette dei 31 giustiziati per moharebeh erano stati condannati in quanto membri del gruppo Baluchi Jundullah. Tuttavia, molte di queste persone non avevano alcun legame con Jundullah oppure svolgevano solo delle attività via Internet.
    Tra le accuse per cui sono state eseguite condanne a morte figurano anche l’adulterio (2), atti contro la castità (1) e imputazioni vaghe come “disturbo dell’ordine”. Un uomo imputato per adulterio e condannato alla lapidazione è stato impiccato nel carcere di Sari.
    Molti dei giustiziati sono stati processati da “Tribunali Rivoluzionari” in dibattimenti a porte chiuse.
    Tra i 339 giustiziati, secondo quanto riportato dai media ufficiali iraniani, vi erano almeno 13 donne e 5 minorenni al tempo del reato.

    La trasparenza del sistema iraniano e l’informazione sulla pratica reale della pena di morte sono diventate ancora più opache dopo che, il 14 settembre 2008, nel tentativo di arginare le proteste internazionali, le autorità iraniane hanno vietato ai giornali del Paese di pubblicare notizie non ufficiali relative a esecuzioni capitali, in particolar modo di minorenni.

    Nel 2009, sono state giustiziate almeno 5 persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato, fatto che pone l’Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato.
    Nel 2008, l’Iran era stato l’unico Paese al mondo in cui risulta sia stata praticata la pena di morte nei confronti di minori (almeno 13 i giustiziati). Nel 2007, ne erano stati impiccati almeno 8.
    A seguito delle pressioni internazionali, il regime dei Mullah ha annunciato una parziale e, di fatto, ininfluente revisione di una pratica che pone l’Iran, anche su questo e da solo, fuori dalla comunità internazionale. Il 18 ottobre 2008, il Vice Procuratore di Stato, Hossein Zabhi, ha reso noto che, in base a una direttiva dell’autorità giudiziaria emanata più di un anno prima, sarebbe proibita nel Paese l’esecuzione di minorenni riconosciuti colpevoli di reati di droga, mentre sarebbe mantenuta la pena di morte per quelli colpevoli di omicidio che, secondo lo stesso Zabhi, erano 120 e per i quali il nuovo provvedimento non avrebbe avuto alcun effetto.

    L’impiccagione è stato il metodo preferito con cui è stata applicata la Sharia in Iran, ma è stata praticata anche la lapidazione in almeno due casi nel 2008 e uno nel 2009 e, in un caso, anche la fucilazione.
    L’impiccagione in versione iraniana avviene di solito tramite delle gru o piattaforme più basse per assicurare una morte più lenta e dolorosa. Come cappio viene usata una robusta corda oppure un filo d’acciaio che viene posto intorno al collo in modo da stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungando il momento della morte. L’impiccagione è spesso combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione.
    Nel novembre del 2006, l’allora Ministro della Giustizia Jamal Karimi-Rad aveva assicurato che l’Iran non effettua lapidazioni, ma i fatti degli anni successivi lo hanno smentito. Il 5 luglio del 2007 era stato lapidato un uomo condannato a morte per adulterio. Nel dicembre 2008, altri due uomini sono stati lapidati per adulterio, mentre un terzo si è salvato riuscendo a tirarsi fuori dalla buca in cui era stato interrato, evitando così di essere ucciso dal lancio delle pietre. L’ultima esecuzione tramite lapidazione risulta quella del 5 marzo 2009, quando un uomo di 30 anni è stato lapidato, sempre per adulterio, nel carcere di Lakan a Rasht, nel nord dell’Iran. Con queste ultime esecuzioni, sono state almeno 6 le persone lapidate per adulterio, da quando nel 2002 è stata chiesta la moratoria sulle lapidazioni dall’allora capo della magistratura iraniana, l’Ayatollah Mahmoud Hashemi-Shahroudi.
    Il 20 dicembre 2009, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione adottata a novembre dalla Terza Commissione dell’ONU che chiede al governo iraniano di abolire le esecuzioni effettuate senza un processo equo. Inoltre, si chiede la fine delle esecuzioni di minori e della lapidazione come mezzo di esecuzione.

    A riprova della recrudescenza del regime iraniano, anche nel 2009 sono continuate le esecuzioni di massa. Tra il 20 e il 21 gennaio, in soli due giorni, in Iran sono state impiccate diciannove persone. Nel solo mese di maggio sono state impiccate 52 persone, di cui 21 tra il 2 e l’8 maggio. Il numero delle esecuzioni è drammaticamente aumentato dall’inizio delle manifestazioni pro-democrazia dell’estate 2009. Nel solo mese di luglio, sono state impiccate almeno 95 persone, il numero più alto di impiccagioni praticate in un singolo mese da diversi anni a questa parte. Nella maggioranza dei casi le autorità iraniane non hanno fornito le generalità dei giustiziati, né è stato possibile sapere se le accuse formulate contro di loro fossero fondate o meno. Il 4 luglio, venti persone sono state impiccate nel carcere di Karaj per acquisto, vendita e possesso di droghe. Altre 24 persone sono state impiccate il 30 luglio nello stesso carcere di Karaj, sempre per “traffico di droga”.
    Nel 2010, non vi è stato alcun segno di una inversione di tendenza. Le esecuzioni di massa sono continuate. Nel mese di aprile, sono state impiccate almeno 28 persone. Tra l’8 e il 9 maggio, sono state impiccate 11 persone. Tra il 18 e il 31 maggio, sono state giustiziate 26 persone in sette diverse città. Il numero delle esecuzioni è notevolmente cresciuto in vista del primo anniversario della sollevazione popolare del 12 giugno seguita alle elezioni presidenziali in Iran. Fra il 3 e il 9 giugno 2010, sono state impiccate 22 persone in cinque diverse città.

    Il 30 gennaio 2008, il portavoce della magistratura, Ali Reza Jamshidi, citando un decreto emesso dall’allora capo dell’apparato giudiziario, Ayatollah Mahmud Hashemi Shahroudi, ha comunicato che vi sarebbero state esecuzioni pubbliche solo se autorizzate dallo stesso Shahroudi “sulla base di esigenze di carattere sociale”. Dopo il decreto di Shahroudi le esecuzioni effettuate sulla pubblica piazza in effetti sono diminuite: nel 2008 sono state almeno 30, di cui 16 avvenute dopo l’annuncio del decreto. Nel 2007 erano state almeno 110.
    Ma le esecuzioni pubbliche sono continuate nel 2009: almeno 12 persone sono state impiccate sulla pubblica piazza. Nel 2010, al 30 giugno, sono state impiccate in posti aperti al pubblico almeno 16 persone.

    Nel 2009, l’Iran ha continuato ad applicare la pena di morte per reati chiaramente non violenti. Il 5 ottobre 2009, Rahim Mohammadi è stato impiccato a Tabriz, nel nord-ovest del Paese, dopo essere stato riconosciuto colpevole di rapporti sessuali con una donna e un uomo, vicino di casa. Accuse che secondo il suo legale “non sono state provate”.

    Come pure è continuata nel 2009 la repressione nei confronti di membri di minoranze religiose o di movimenti religiosi o spirituali non riconosciuti dalle autorità. Il 12 luglio 2009, un seguace della religione Ahl-e Haq (una congregazione sciita seguace del primo Imam Ali) è stato giustiziato a Orumieh dopo essere stato riconosciuto come mohareb (nemico di Dio).

    L’ideologia proibizionista in materia di droga, imperante nel mondo, ha dato un contributo consistente alla pratica della pena di morte in Iran. Nel nome della guerra alla droga, secondo Iran Human Rights, sono state effettuate almeno 140 esecuzioni nel 2009 contro le almeno 87 del 2008, mentre secondo un monitoraggio effettuato dal Ministero degli Esteri olandese sarebbero state addirittura 172, quasi il doppio rispetto alle 96 del 2008. Le stesse autorità ammettono che molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma osservatori sui diritti umani ritengono che molti di quelli giustiziati per questo tipo di reato possano essere in realtà oppositori politici.

    L’applicazione della pena di morte con condanne ed esecuzioni per motivi essenzialmente politici, è continuata in Iran anche nel 2009. Ma è probabile che molti altri giustiziati per reati comuni o per “terrorismo” siano stati in realtà oppositori politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche iraniane, tra cui azeri, kurdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere mohareb, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte.
    Nel corso del 2009 sono state emesse le prime condanne a morte per la partecipazione alle manifestazioni di piazza contro i risultati truffaldini delle elezioni presidenziali del 12 giugno che hanno portato alla riconferma di Mahmoud Ahmadinejad. Nel 2010 sono state effettuate le prime esecuzioni.

    Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati e avvengono in aperto contrasto con il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che l’Iran ha ratificato e queste pratiche vieta.
    Migliaia di ragazzi subiscono ogni anno frustate per aver bevuto alcolici o aver frequentato feste a cui partecipano maschi e femmine o per oltraggio al pubblico pudore. Le autorità iraniane considerano le frustate una punizione adeguata per combattere comportamenti ritenuti immorali e insistono perché siano eseguite in pubbliche piazze come “lezione per chi guarda”.
    Il regime si è abbattuto in particolare nei confronti delle donne. La loro segregazione ha avuto un’accelerazione dopo la prima elezione di Mahmoud Ahmadinejad il quale già durante il suo mandato di sindaco della capitale inaugurò la separazione di donne e uomini negli ascensori.
    A giugno 2010, le autorità iraniane hanno iniziato pattugliamenti di polizia nella capitale per arrestare le donne vestite in un modo giudicato sconveniente. I sostenitori della linea dura dicono che un velo inappropriato è una “questione di sicurezza” e che una “moralità spregiudicata” mette in pericolo l’essenza della Repubblica Islamica. Il Ministro degli Interni iraniano ha annunciato un “piano castità” per promuovere un abbigliamento appropriato “dall’asilo alle famiglie”. La polizia di Teheran ha arrestato donne che indossavano soprabiti corti o veli inadeguati o addirittura perché troppo abbronzate. Alcuni testimoni hanno parlato di multe fino a 800 dollari per abbigliamento giudicato indecoroso.
    Il 3 marzo 2010, una sentenza di amputazione e un’altra di fustigazione sono state eseguite su due diverse persone. Una persona identificata come Shoghi Z. ha subito un’amputazione nel carcere Karoun di Ahvaz, in seguito a una condanna per rapina a mano armata e per mohareb (guerra contro Dio). Un’altra persona, identificata come Mehdi H., è stata frustata in pubblico nella piazza Laleh di Sosangerd, per una condanna per disturbo dell’ordine pubblico.
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

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    Predefinito Rif: Nessuno Tocchi Caino: il rapporto 2010 sulla pena di morte nel mondo

    Iraq

    Nel 2009, per la prima volta dalla caduta di Saddam Hussein il 9 aprile 2003 e il successivo ripristino della pena di morte, l’Iraq si classifica tra i primi Stati-boia al mondo, terzo dopo Cina e Iran.
    Sono state effettuate almeno 77 esecuzioni, secondo i dati comunicati dalla Corte Suprema irachena.
    “Nel 2009 sono state eseguite settantasette condanne capitali”, ha dichiarato il 5 gennaio 2010 in un comunicato Medhat al-Mahmud, capo della Corte Suprema. In base alla Corte, i prigionieri erano stati riconosciuti colpevoli in “casi legati al terrorismo” e l’esecuzione delle loro condanne capitali è stata ritenuta una questione prioritaria.
    Secondo Amnesty International, invece, sono stati almeno 120 i prigionieri messi a morte in Iraq nel 2009, mentre i condannati a morte sarebbero stati almeno 366.
    Le esecuzioni nel 2008 erano state almeno 34. Nel 2007 si sono registrate almeno 33 esecuzioni.

    Dopo la caduta del regime di Saddam, la pena di morte era stata sospesa dall’Autorità Provvisoria della Coalizione. E’ stata reintrodotta dopo il trasferimento di poteri alle autorità irachene, avvenuto il 28 giugno 2004. L’8 agosto 2004, a poco più di un mese dal suo insediamento, l’allora Governo iracheno ad interim guidato da Iyad Allawi ha varato una legge che ripristina la pena di morte per omicidio, sequestro di persona, stupro e traffico di stupefacenti.
    Il 30 maggio 2010, il Consiglio dei Ministri iracheno ha esteso l’applicazione della pena capitale per reati economici (art. 197 del Codice penale del 1989) anche al furto di elettricità. La pratica di attaccarsi abusivamente alla rete elettrica nazionale è molto comune nelle aree rurali dell’Iraq o in quelle urbane non servite.

    Con l’esecuzione dell’ex rais Saddam Hussein avvenuta per crimini contro l’umanità il 30 dicembre 2006, sono state in tutto 65 le esecuzioni compiute in Iraq nel corso dell’anno. A queste hanno fatto seguito nel 2007 quelle di altri esponenti del deposto regime: Barzan al-Tikriti, Awad Hamed al-Bandar e Taha Yassin Ramadan.
    Il 2 marzo 2009, il Tribunale speciale iracheno ha assolto l’ex vice primo ministro irachene Tareq Aziz in relazione ai “fatti della preghiera del venerdì”, vale a dire le uccisioni a Baghdad e Najaf di decine di sciiti, avvenute nel 1999 durante le proteste popolari scoppiate a seguito dell’uccisione dell’allora autorità religiosa sciita Muhammad Sadeq al-Sadr.
    L’11 marzo 2009, il Tribunale speciale iracheno ha condannato all’impiccagione per crimini contro l’umanità due fratellastri dell’ex dittatore Saddam Hussein, Watban Ibrahim al Hassan, ex ministro degli Interni, e Sebawi Ibrahim al Hassan, direttore dei servizi di sicurezza. Nello stesso processo, iniziato nell’aprile 2008, l’ex vice premier Tareq Aziz e Ali Hassan al Majid, detto “Ali il Chimico”, sono stati condannati a 15 anni di carcere. Si tratta della prima condanna emessa nei confronti di Tareq Aziz. Gli imputati erano accusati a vario livello di aver favorito le uccisioni – avvenute al termine di un processo sommario – di 42 commercianti accusati di speculare sul prezzo del cibo all’epoca dell’embargo Onu.

    Il 25 gennaio 2010, è stato giustiziato Ali Hassan al-Majid, detto “Alì il chimico”, il braccio destro dell’ex dittatore iracheno Saddam Hussein. Lo ha riferito un portavoce del governo iracheno, secondo cui l’esecuzione è stata effettuata mediante impiccagione.
    La settimana prima, Alì Hassan al-Majid era stato condannato a morte per aver dato ordine, nel marzo 1988, di usare gas letali per reprimere la rivolta del villaggio curdo di Halabja. Cinquemila persone, tre quarti delle quali donne e bambini, persero la vita in pochi minuti, soffocate da un micidiale cocktail di Tabun, Sarin e VX. Per Alì il Chimico questa era la quarta condanna alla pena capitale. Il cugino di Saddam era già stato condannato a morte nel giugno 2007 per la repressione della ribellione curda, la campagna militare di Anfal del 1987-1988, che aveva fatto quasi 180.000 morti. Nel dicembre 2008 era stato condannato in relazione alla repressione di un’insurrezione sciita nel 1991. Nel marzo 2009 era stato riconosciuto tra i responsabili delle uccisioni, avvenute 10 anni prima, di sciiti del quartiere Sadr City di Baghdad.


    DEMOCRAZIA E PENA DI MORTE

    Dei 43 Paesi mantenitori della pena capitale, sono solo 7 quelli che possiamo definire di democrazia liberale, con ciò considerando non solo il sistema politico del Paese, ma anche il sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello Stato di diritto.
    Le democrazie liberali che nel 2009 hanno praticato la pena di morte sono state solo 3 e hanno effettuato in tutto 60 esecuzioni, circa l’1% del totale mondiale: Stati Uniti (52), Giappone (7) e Botswana (1). Nel 2008 erano state 6 (con Indonesia, Mongolia e Saint Kitts e Nevis) e avevano effettuato in tutto 65 esecuzioni.
    In Indonesia, il 2009 è stato il primo anno senza esecuzioni dal 2004, mentre l’India non ha eseguito condanne a morte per il quinto anno consecutivo.

    Stati Uniti, continuano a diminuire le condanne e i detenuti nel braccio della morte

    Le esecuzioni

    Rispetto ai due anni precedenti, parzialmente attraversati da una moratoria, le esecuzioni sono aumentate.
    Nel 2009 sono state 52 contro le 37 del 2008 e le 42 del 2007. Il dato però non è omogeneo, perché nei due anni precedenti per diversi mesi (dal settembre 2007 al maggio 2008) è stata in vigore una moratoria de facto in attesa della sentenza della Corte Suprema sulla costituzionalità del protocollo dell’iniezione letale (caso Baze v. Rees del Kentucky, 16 aprile 2008).
    Le 52 esecuzioni sono avvenute in 11 Stati diversi: Texas (24), Alabama (6), Ohio (5), Georgia (3), Oklahoma (3), Virginia (3), Florida (2), South Carolina (2), Tennessee (2), Indiana (1) e Missouri (1). La pena di morte è in vigore in 35 Stati, e se 11 hanno compiuto esecuzioni significa che in altri 24 Stati retenzionisti non è stata compiuta nessuna esecuzione. Rispetto al record di esecuzioni registrato nel 1999 (98) nel 2009 si è avuto una diminuzione del 47%.
    51 esecuzioni sono avvenute per iniezione letale, 1 sulla sedia elettrica (Virginia). Tutti i giustiziati erano maschi: 23 bianchi, 22 neri e 7 latino-americani.

    Casi rilevanti

    Nel corso del 2009 le esecuzioni più rilevanti sono state quelle di John Allen Muhammad e di Kenneth Biros.
    John Allen Muhammad, detto “Il cecchino di Washington”, è stato giustiziato il 10 novembre in Virginia. Era accusato di almeno 10 omicidi avvenuti nel 2002 nell’area intorno a Washington.
    L’esecuzione di Kenneth Biros, avvenuta l’8 dicembre in Ohio, è stata la prima a essere effettuata con un nuovo protocollo dell’iniezione letale. Secondo la nuova formulazione, l’iniezione letale è composta da una overdose di barbiturico, il sodio tiopentale. Il sodio tiopentale era già presente nella formulazione precedente e costituiva il primo dei tre farmaci iniettati, a cui facevano seguito un paralizzante muscolare e un veleno cardiaco.

    Le condanne a morte

    Il 2009, per il 7° anno consecutivo, ha registrato una diminuzione delle condanne a morte, che quest’anno si sono fermate a 106, il numero più basso da quando, nel 1976, gli USA hanno reintrodotto la pena di morte. Erano state 111 nel 2008 e 119 nel 2007. Le 106 condanne del 2009 costituiscono una diminuzione di due terzi rispetto al record che venne registrato nel 1994 con 328 condanne a morte.
    Il calo più vistoso è quello del Texas, che quest’anno ha avuto 11 condanne, contro le 34 di media negli anni ’90. Un ex vice procuratore distrettuale a Houston, Vic Wisner, attribuisce il dato a un “costante tam tam dei media sul tema di condanne sospette e condanne ribaltate in assoluzioni (exonerations), che ha veramente modificato le scelte dei giurati popolari”. Wisner ha ricordato che se da un lato i sondaggi continuano a confermare il favore “teorico” nei confronti della pena di morte, quando poi il singolo viene chiamato a far parte di una giuria popolare, il rischio che venga commesso un errore giudiziario che una esecuzione renderebbe irreversibile frena l’utilizzo effettivo della pena di morte.
    Oltre a quello del Texas, l’altro dato di assoluto rilievo è quello della Virginia, Stato che di solito è secondo solo al Texas per numero di esecuzioni. Mentre negli anni ’90 la Virginia condannava a morte in media 6 persone l’anno, nel 2009 è stata emessa una sola condanna a morte e, negli scorsi 5 anni, sono state messe in tutto solo 6 condanne a morte.
    In controtendenza rispetto al dato nazionale è stata la California, dove le condanne a morte sono aumentate: sono state 29 nel 2009, mentre erano state 20 nel 2008. Di queste condanne, 13 sono state emesse nella Contea di Los Angeles, la quale da sola ha emesso più condanne a morte dell’intero Stato del Texas.

    I bracci della morte

    Nei primi 9 mesi del 2009 i detenuti dei bracci della morte sono diminuiti di 34 unità, passando dai 3.297 ai 3.263. Il numero massimo di detenuti nei bracci della morte si registrò nel 2000, con 3.593. Da allora è diminuito costantemente.
    Come accade ormai da molti anni, il braccio della morte della California è il più grande degli Stati Uniti. Il 1° ottobre 2009 aveva 694 detenuti. Se è vero che nel 2009 la California ha emesso più condanne a morte di tutti gli altri Stati, la ragione principale dell’ampiezza del suo braccio è che le procedure di appello in questo Stato sono più lunghe che in altri Stati, e alcune Corti sono particolarmente garantiste, e questo porta a un numero basso di esecuzioni (sono state 13 dal 1976). Dopo la California, sono la Florida (395), il Texas (339), la Pennsylvania (223) e l’Alabama (201) ad avere i bracci della morte più popolati. Bracci della morte con oltre 100 detenuti sono quelli di Ohio (170), North Carolina (169), Arizona (132) e Georgia (108).
    I bracci della morte più piccoli sono quelli di New Hampshire e Wyoming (1 detenuto), New Mexico e Montana (2 detenuti). Il braccio della morte dello Stato di New York è vuoto.
    Negli ultimi 10 anni il braccio della morte che proporzionalmente è cresciuto di più è quello Federale: nel 2000 aveva 19 reclusi, alla fine del 2009 ne contava 58, mentre 8 uomini sono detenuti nel braccio della morte Militare.
    Divisi per razza, il 44,4% dei detenuti è bianco, il 41,6% nero, l’11,6% latino-americano e il 2,4% di altri gruppi etnici. Divisi per sesso, nei bracci della morte statunitensi ci sono 53 donne e 3.224 uomini. Le donne costituiscono oggi l’1,6% del braccio della morte USA. Nel 2008 le donne erano 58.

    La politica legislativa

    Nel corso dell’anno 11 diversi Stati hanno discusso proposte di legge abolizioniste, con i parlamentari che spesso hanno citato gli alti costi legati alla lunga procedura nel corso della quale al condannato a morte devono essere garantiti un numero significativo di diritti e gli elevati costi di detenzione, considerevolmente più alti rispetto ai penitenziari di massima sicurezza per i detenuti condannati “solo” all’ergastolo. Alcune proposte hanno avuto vita parlamentare breve, altre hanno avuto più successo.
    Il 18 marzo 2009, il New Mexico ha abolito la pena di morte, divenendo così il secondo Stato USA in oltre quarant’anni a farlo, dopo che il New Jersey l’aveva abolita nel dicembre 2007. Per quanto sia uno Stato del Sud, confinante con “campioni” della pena di morte come il Texas e l’Oklahoma, negli ultimi 49 anni il New Mexico aveva compiuto una sola esecuzione.
    In Colorado una legge che aboliva la pena di morte e destinava i fondi così risparmiati alla polizia perché riaprisse i 1.300 casi di omicidio non risolti è stata approvata dalla Camera il 21 aprile 2009, ma non è passata per 1 voto al Senato il 6 giugno. Si è calcolato che in Colorado 3 omicidi su 10 non trovano soluzione. La legge aveva avuto il supporto dei familiari di oltre 500 vittime i cui casi non sono stati risolti. L’ultima esecuzione in Colorado risale al 1997.
    In Montana una legge abolizionista è stata approvata dal Senato il 16 febbraio 2009, ma bocciata dalla Camera in sede di Commissione Giustizia il 30 marzo. L’ultima esecuzione in Montana risale al 2006, ma si trattava di un “volontario”, ossia di un condannato che ha volutamente rinunciato a presentare i ricorsi possibili. L’esecuzione precedente era del 1998.
    In Maryland per alcune settimane è sembrato possibile che passasse una legge abolizionista sulla spinta della raccomandazione in tal senso che era stata espressa il 13 dicembre 2008 dalla Commissione sulla Pena di Morte, e che era stata fatta propria dal Governatore Martin O’Malley. Ostacolata al Senato, la proposta abolizionista si è dovuta trasformare in una legge di compromesso che rende più difficile emettere condanne a morte. Le nuove restrizioni prevedono che una condanna a morte possa essere emessa solo in presenza di prove inconfutabili come test del Dna, videoregistrazioni del reato o confessioni videoregistrate. Al momento della ratifica il Governatore O’Malley ha confermato quanto aveva più volte dichiarato in precedenza, e cioè che avrebbe preferito l’abrogazione della pena di morte, ma intanto la legge è un passo nella giusta direzione. L’ultima esecuzione è del 2005.
    In Kansas la senatrice repubblicana Carolyn McGinn ha presentato un disegno di legge abolizionista, che ha superato il vaglio della Commissione Giustizia del Senato, la quale però, con una decisione di compromesso, ha deciso alcuni approfondimenti e il rinvio del proseguimento della legge al 2010. Il 19 gennaio 2010 la legge è stata di nuovo approvata in Commissione al Senato, ma poi bocciata il 19 febbraio dall’aula, seppure con un voto di parità (20-20). Da quando è stata reintrodotta la pena di morte nel 1994, nel Kansas non è stato giustiziato nessuno.
    In Connecticut una legge abolizionista è passata alla Camera il 13 maggio 2009 e al Senato il 22 maggio, ma è stata poi bloccata dalla governatrice Jodi Rell che il 5 giugno 2009 ha posto il veto. I tre candidati democratici alle elezioni a governatore del novembre 2010 (Ned Lamont, Mary Glassman e Dannel Malloy) hanno dichiarato che loro, invece, la legge l’avrebbero firmata. L’ultima esecuzione del Connecticut risale al 2005, ma si trattava di un “volontario” che aveva insistito per essere giustiziato. Prima di questa esecuzione, l’ultima risaliva al 1939.
    In New Hampshire la Camera ha approvato il 25 marzo 2009 un disegno di legge abolizionista, che poi il Senato ha accantonato dopo che il governatore John Lynch, Democratico, aveva preannunciato il veto. Come soluzione di compromesso Camera e Senato hanno approvato un disegno di legge che istituisce una “Commissione di Studio” sulla pena di morte. In New Hampshire non è stata compiuta nessuna esecuzione dal 1939, e attualmente c’è una sola persona nel braccio della morte.

    Leggi intese non a limitare l’uso della pena di morte ma a espanderlo sono state approvate in Virginia, dove però il Governatore Timothy M. Kaine ha posto il veto il 27 marzo 2009. Tre diverse leggi prevedevano la pena di morte anche per i complici di chi materialmente commette un omicidio (la cosiddetta “Triggerman rule”), per chi uccide poliziotti ausiliari e per chi uccide vigili del fuoco in servizio. È il terzo anno consecutivo che il Governatore pone il veto sulla “Triggerman rule”.
    Nello Utah la Camera ha bocciato il 12 marzo 2009 il progetto di legge SJR14 che era stato approvato dal Senato e che avrebbe ristretto le opzioni e i tempi di appello per i condannati, soprattutto nel caso di condanne a morte.
    Il 10 marzo 2010, il Senato del New Hampshire ha respinto 14-10 il disegno di legge SB 472 che avrebbe esteso la pena di morte introducendo l’aggravante specifica di “irruzione nell’abitazione di una vittima”.
    Il 18 marzo 2010, in Maryland, la Commissione Giustizia della Camera ha respinto un emendamento che avrebbe esteso la pena di morte, rendendola possibile per i molestatori recidivi di minorenni anche senza morte della vittima.

    Comunque, reggono ancora le moratorie che, negli anni recenti, sono state stabilite de jure come in Illinois o che si sono determinate de facto come negli Stati di Kansas, New York, North Carolina, South Dakota e nell’Amministrazione Militare o che si sono venute a creare a causa di ricorsi contro i protocolli di esecuzione come in California, Kentucky, Maryland, Nebraska e nel sistema federale.

    I metodi di esecuzione

    Il 28 maggio 2009, il Nebraska ha adottato l’iniezione letale come principale metodo di esecuzione, mentre prima era l’unico Stato ad avere ancora la sedia elettrica come protocollo di esecuzione primario.
    Dopo la scelta del Nebraska, oggi tutti gli Stati hanno l’iniezione letale come primo metodo di esecuzione. In alcuni Stati rimangono in vigore i “vecchi metodi”, disponibili su richiesta del condannato e di solito solo per i reati commessi prima dell’entrata in uso dell’iniezione.
    La sedia elettrica rimane disponibile in Alabama, Arkansas, Florida, Illinois, Kentucky, Oklahoma, South Carolina, Tennessee e Virginia. La camera a gas in Arizona, California, Maryland, Missouri e Wyoming. La fucilazione in Oklahoma e Utah. L’impiccagione in New Hampshire e Washington.
    Il 17 novembre 2009, in Virginia, Larry Bill Elliott è stato giustiziato su sua richiesta con la sedia elettrica.
    Il 17 giugno 2010, nello Utah, Ronnie Lee Gardner è stato giustiziato tramite fucilazione nel carcere di Salt Lake City. L’esecuzione, la prima nello Stato dal 1999 e la prima tramite plotone negli Stati Uniti dal 1996, è avvenuta a mezzanotte. Lo Utah ha abolito le esecuzioni per fucilazione nel 2004 ma coloro che erano già stati condannati in quella data hanno conservato il diritto di scegliere se morire con il plotone o con l’iniezione letale. La fucilazione, ormai rarissima, segue un preciso rituale. Il condannato viene legato a una sedia. Cinque volontari, rappresentanti delle forze dell’ordine, si sistemano a otto metri da lui armati di fucili Winchester caricati con una cartuccia calibro 30: solo uno ha l’arma caricata a salve. Un obiettivo in tessuto bianco viene appuntato all’altezza del cuore del detenuto, un recipiente è posto ai suoi piedi per raccogliere il sangue. Dopo avere pronunciato le ultime parole, la testa viene coperta con un cappuccio e i boia fanno fuoco, senza sapere chi tra loro causerà la sua morte. Nel caso di Gardner sono stati tutti e quattro. I testimoni presenti non possono vedere il viso dei cecchini. Gardner era stato condannato a morte nel 1985 per duplice omicidio.
    Con quella di Gardner, sono 1.216 le esecuzioni negli Usa dal 1976 a oggi: 1.042 per iniezione letale, 157 con la sedia elettrica, 11 con camera a gas, 3 per impiccagione, 3 per fucilazione.

    Nel novembre 2009, l’Ohio è il primo Stato ad aver adottato un nuovo protocollo dell’iniezione letale basata su un singolo farmaco. Il protocollo è stato modificato a seguito della fallita esecuzione di Romell Broom il 15 settembre 2009. L’esecuzione era stata sospesa dopo che per due ore gli addetti avevano compiuto 18 tentativi, tutti falliti, di infilare l’ago nelle vene in varie parti del corpo. Il nuovo protocollo prevede che la classica iniezione composta da tre diversi farmaci (un sedativo, un anestetico e un paralizzante) venga sostituita da una singola, massiccia iniezione di anestetico, il sodio tiopentale. Nel protocollo precedente, praticamente uguale a quello di tutti gli Stati che adottano l’iniezione letale, il sodio tiopentale costituiva il secondo farmaco in ordine di tempo a venir iniettato. Il nuovo protocollo, inoltre, prevede una opzione di riserva: nel caso non fosse agevole trovare vene adatte per l’iniezione, una combinazione di due diversi farmaci (midazolam e hydromorphone) verrà iniettata in un muscolo.
    Il 2 marzo 2010, anche lo Stato di Washington ha aggiornato il suo protocollo, adottando lo stesso dell’Ohio. Diversi altri Stati hanno avviato la procedura di modifica del protocollo.

    La Corte Suprema

    Negli scorsi anni la Corte Suprema ha preso decisioni “miliari” nel vietare le esecuzioni di minori, di malati mentali o confermando la costituzionalità del protocollo dell’iniezione letale. Le sentenze del 2009 hanno invece riguardato tematiche meno generali, anche se alcune di loro sembrano avere un carattere “interlocutorio” rispetto a punti nodali che arriveranno in evidenza nei prossimi anni.

    Il 9 marzo 2009, con la sentenza Thompson v. McNeil, la Corte Suprema ha respinto il ricorso di William Thompson incentrato sul fatto che dopo aver trascorso 32 anni nel braccio della morte della Florida questo ormai costituiva “punizione crudele e inusuale”, che come è noto è espressamente vietata dalla Costituzione. È un argomento presentato più volte dai detenuti nel braccio della morte, ma sempre respinto. Stavolta però due giudici – John Paul Stevens e Stephen Breyer – hanno votato in dissenso. Il giudice John Paul Stevens ha definito il trattamento subito dal condannato “disumanizzante”, aggiungendo che una pena capitale applicata dopo così tanto ritardo “è totalmente priva di giustificazione penalistica e finisce per essere una gratuita inflizione di sofferenza”.
    Prima o poi la Corte Suprema si troverà a dover discutere un caso ancora più clamoroso, quello di Romell Broom che, come abbiamo visto, doveva essere giustiziato in Ohio il 15 settembre 2009. Dopo aver legato il condannato a morte al lettino e aver tentato per due ore di infilare gli aghi in vene che risultavano difficili da trovare o fragili, l’esecuzione venne sospesa. Il fallimento ha indotto lo Stato dell’Ohio a modificare il proprio protocollo di esecuzione, ma la difesa ha preannunciato un ricorso alla Corte Suprema sostenendo che dopo l’angoscia e lo stress della fallita esecuzione, un nuovo tentativo costituirebbe “punizione crudele e inusuale”.

    Il 17 agosto 2009, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ordinato a una Corte Distrettuale della Georgia di riesaminare il caso di Troy Davis. La decisione è stata considerata da molti osservatori “eccezionale”, dato che per la prima volta in 50 anni è stato accettato un ricorso presentato direttamente alla Corte e non un ricorso proveniente da Corti di grado inferiore. In Georgia infatti è in vigore una speciale legge antiterrorismo che limita i diritti d’appello dei condannati per, tra l’altro, l’omicidio di poliziotti, e Davis è accusato proprio di aver ucciso un poliziotto nel 1989. I ricorsi di Davis erano stati tutti dichiarati “nulli in quanto presentati in ritardo” proprio in base alla legge antiterrorismo, senza entrare nel merito di nuove evidenze che scagionavano il condannato, tra cui dichiarazioni scritte di quasi tutti i testimoni che avevano deposto contro di lui, i quali hanno rivelato di aver subito forti pressioni da parte della polizia (Davis, nero, è accusato dell’omicidio di un poliziotto bianco avvenuto 20 anni fa). Il parere di maggioranza, firmato dai giudici John Paul Stevens, Ruth Bader Ginsburg e Stephen Breyer, sancisce che “il rischio che un uomo innocente venga messo a morte fornisce giustificazione adeguata per concedere all’imputato una nuova udienza in cui discutere le nuove prove, anche quando questo contrasta con la formalità della legge”. In dissenso hanno votato i 2 membri più conservatori della Corte Suprema, Antonin Scalia e Clarence Thomas.

    Il 30 novembre 2009, nel caso Porter v. McCollum, la Corte Suprema ha annullato all’unanimità una condanna a morte nei confronti di un veterano della Florida che aveva combattuto la Guerra di Corea, riconoscendo importanza, per la prima volta, alla circostanza attenuante del “post-traumatic stress disorder”. George Porter, 76 anni, bianco, era stato condannato a morte nel 1988 dopo aver confessato di aver ucciso, nell’ottobre 1986, la ex fidanzata Evelyn Williams e il nuovo compagno della donna, Walter Burrows. Ma i suoi difensori non sapevano, né la pubblica accusa vi aveva fatto cenno, che Porter aveva combattuto in Corea, riportando diverse onorificenze e una ferita grave. La Corte Suprema ha riconosciuto che “purtroppo il suo stato di servizio lo ha lasciato traumatizzato, un uomo cambiato”. Questa sentenza appare molto importante in un momento in cui nel paese diverse migliaia di veterani delle guerre in Iraq o in Afghanistan stanno ottenendo dagli psichiatri militari il riconoscimento di “affetti da disordine da stress post-traumatico”.

    I proscioglimenti e le commutazioni

    “Esonerato” è un termine tecnico che, nella giustizia statunitense, indica chi viene condannato in primo grado, ma poi assolto in appello. Come è noto l’appello negli Stati Uniti non è un atto unico e irripetibile, ma può essere ripresentato ogni volta che la difesa ritiene di aver trovato elementi probatori nuovi. Non è raro che alcuni ‘appelli’ si tengano anche 20 anni o più dopo il primo grado. In alcuni casi gli “esonerati” sono palesemente innocenti (quando ad esempio dei test del Dna dimostrano la colpevolezza di qualcun altro), in altri casi si arriva al proscioglimento in appello per “insufficienza di prove” o perché, a tanti anni di distanza dai fatti, la Pubblica Accusa non ha più testimoni attendibili per rifare un processo.
    Nel corso del 2009 sono stati esonerati complessivamente 9 condannati a morte, tutti maschi, portando il numero complessivo di “prosciolti” a 139 dal 1973 al 31 dicembre 2009. Tre sono stati assolti: Daniel Wade Moore (bianco) in Alabama; Herman Lindsey (nero) in Florida; Nathson Fields (nero) in Illinois. Nei confronti degli altri 6 la Pubblica Accusa ha ritirato le imputazioni: Ronald Kitchen (nero) in Illinois; Yancy Douglas (nero) in Oklahoma; Paris Powell (nero) in Oklahoma; Paul House (bianco) in Tennessee; Michael Toney (bianco) in Texas; Robert Springsteen (bianco) in Texas.

    Oltre ai proscioglimenti totali, 3 condannati a morte hanno avuto la pena ridotta all’ergastolo con provvedimento politico e non giudiziario.
    Il 12 febbraio 2009, in Ohio, il Governatore Ted Strickland ha commutato la condanna a morte di Jeffrey D. Hill in ergastolo con la possibilità di libertà condizionale non prima dei 25 anni.
    Il 19 maggio 2010, in Oklahoma, il Governatore Brad Henry ha concesso “clemenza” a Richard Tandy Smith, commutando la sua condanna a morte in ergastolo senza condizionale.
    Il 4 giugno 2010, in Ohio, il Governatore Ted Strickland ha concesso “clemenza” a Richard Nields, commutando la condanna a morte in ergastolo senza condizionale.

    Il 22 luglio 2009, l’associazione Innocence Project ha pubblicato un rapporto sull’alta percentuale di errori nei riconoscimenti effettuati da testimoni oculari. Il rapporto, dal titolo “Rivalutare i confronti: perché i testimoni commettono errori e come operare per ridurre il rischio di errata identificazione” (Reevaluating Lineups: Why Witnesses Make Mistakes and How to Reduce the Chance of a Misidentification), conta in almeno 175 le persone che sono state condannate, alcune anche a morte, in base al riconoscimento di testimoni oculari, che in seguito sono stati smentiti da test del Dna. Ma i test del Dna sono possibili solo nel 5/10 per cento dei casi, e quindi non possono essere sufficienti a impedire le condanne sbagliate. Il rapporto segnala che: nel 38% dei casi in cui l’identificazione si è dimostrata errata, erano stati almeno due i testimoni oculari che avevano identificato la persona sbagliata; nel 53% dei casi di errore esaminati, le vittime dell’errata identificazione erano di razza diversa da quella dei testimoni; nel 50% dei casi di errore esaminati, la testimonianza oculare era l’elemento principale usato dall’accusa per chiedere e ottenere la condanna, in mancanza di altri elementi di riscontro importanti.

    I costi della pena di morte

    Oltre alla questione degli errori giudiziari, che ha animato il dibattito politico negli anni recenti, sta prendendo piede la questione dei “costi della pena di morte”. Come è noto, a differenza dei sistemi giudiziari europei, negli Stati Uniti i vari uffici giudiziari hanno bilanci ben precisi che devono essere rispettati al centesimo. Se un procuratore vuole istruire un processo in cui poter chiedere la pena di morte deve portare più prove, più analisi di laboratorio, più testimoni, e lo Stato deve garantire all’imputato avvocati di ufficio di miglior livello. E questo ha dei costi, i quali aumentano anche nelle fasi successive del procedimento giudiziario, perché chi rischia una condanna a morte ha diritto a maggiore assistenza legale gratuita, a fare delle controanalisi di laboratorio a spese dello Stato, ad assumere esperti di vario tipo sempre a spese dello Stato e, inoltre, a presentare tutta una serie di ricorsi e appelli che invece per legge non vengono concessi per le condanne detentive. Questo significa che un procuratore che inizia un processo capitale mette in moto un meccanismo che drena molti fondi dalle casse dello Stato, e che spesso, a causa di queste alte spese, rimangono pochi fondi per altre attività.
    In molte interviste a politici e nei disegni di legge presentati nei vari Stati, la discussione sui “costi” sta sempre più prendendo piede e avanza un’idea alternativa: rinunciare ai processi capitali, che di solito si svolgono contro persone sulle quali esistono già prove convincenti, e dedicare i fondi risparmiati alla riapertura di casi archiviati, per andare alla ricerca di assassini non ancora individuati.
    Alcuni studi hanno calcolato che circa il 50% delle condanne a morte emesse in primo grado vengono poi, nei gradi successivi, annullate e convertite in condanne all’ergastolo. Questa percentuale non rientra tra quelle delle assoluzioni, e non si può quindi parlare di errori giudiziari, ma si tratta certamente di procedure giudiziarie che producono uno spreco di denaro pubblico. Il sospetto è che i procuratori distrettuali, che spesso poi tentano la carriera politica, puntino sulle condanne a morte per una questione di prestigio personale, incuranti dei costi. Altri studi hanno accertato che, anche nei casi in cui una condanna a morte “regge”, tenere una persona all’ergastolo tutta la vita costa circa 10 volte di meno che tenercela solo qualche anno e poi giustiziarla. Certo, quasi immancabilmente i media registrano che dopo una esecuzione i parenti della vittima si dicono “molto soddisfatti e finalmente sollevati”, ma a questo argomento, che fa presa sui politici alla ricerca di consensi, alcune associazioni di parenti delle vittime stanno rispondendo che, proprio nell’interesse delle vittime, sarebbe meglio dirottare i fondi verso i “cold cases”, i casi archiviati (molte migliaia ogni anno). La soddisfazione di poche decine di parenti delle vittime che vedono giustiziati i “loro colpevoli”, contrapposta al dolore di molte migliaia di altri parenti delle vittime che non vedono identificato il “loro colpevole” perché non ci sono i fondi per cercarli. Questo argomento “quantitativo”, e non poteva essere diversamente nella cultura statunitense, sta avendo successo, e anche molti politici tradizionalmente favorevoli alla pena di morte stanno prendendo posizioni più articolate. L’argomento dei “costi” è certamente destinato a montare ulteriormente nei prossimi anni, e unito a quello degli errori giudiziari dovrebbe portare a importanti cambiamenti.

    Un studio del Death Penalty Information Center dell’ottobre 2009 valuta in centinaia di milioni di dollari il risparmio che si avrebbe ogni anno se venisse abolita la pena di morte.
    Richard Dieter, direttore del DPIC e autore dello studio, così riassume i dati: “Dubito molto che nel clima economico di oggi un qualsiasi parlamento introdurrebbe la pena di morte se fosse messo davanti al fatto che per ogni esecuzione i contribuenti spendono 25 milioni di dollari o che lo Stato potrebbe spendere nel giro di pochi anni 100 o più milioni di dollari e produrre poche o nessuna esecuzione. Perché, a guardare i dati, solo 1 su 10 delle condanne a morte emesse arriva a esecuzione. Ne deriva che uno Stato spende per una singola esecuzione fino a 30 milioni di dollari.” Lo studio constata che con in media poco più di cento nuove condanne a morte ogni anno e 3.300 detenuti nei bracci della morte, “la pena di morte si sta trasformando in una versione molto costosa dell’ergastolo senza condizionale”.
    Uno studio del 2008 in California ha rilevato una spesa annua di 137 milioni di dollari relativa ai processi capitali. Un sistema comparabile che però prevedesse come pena massima l’ergastolo senza condizionale costerebbe 11,5 milioni di dollari l’anno. Lo Stato di New York ha speso 170 milioni di dollari in nove anni per perseguire i reati capitali, prima che la sua legge fosse dichiarata incostituzionale, e nel frattempo non è stata eseguita nessuna condanna. In New Jersey, dal 1983 a oggi, i contribuenti hanno pagato un sovrapprezzo di 253 milioni di dollari per avere delle condanne a morte piuttosto che delle condanne all’ergastolo, ma a fronte dei 253 milioni non hanno avuto nessuna esecuzione, giungendo infine all’abolizione. Alcuni ritengono di poter tagliare i costi della pena di morte ma, ricorda Dieter, gli alti costi sono imposti dagli standard di garanzie per i condannati che la Corte Suprema ha ribadito più volte. In Maryland, uno studio effettuato dall’Urban Institute ha stimato in 186 milioni di dollari il costo complessivo dei casi capitali trattati dal 1978 al 1999. Considerate le 5 esecuzioni effettuate dal 1978, sono costate ognuna oltre 37 milioni di dollari. La Duke University del North Carolina calcola che lo Stato risparmierebbe 11 milioni di dollari l’anno se sostituisse la pena di morte con l’ergastolo senza condizionale. La stessa università aveva calcolato in precedenza che un singolo processo in cui viene chiesta la pena di morte costa 2,1 milioni di dollari di più rispetto a uno in cui viene chiesto l’ergastolo senza condizionale. In Nebraska tra il 1973 e il 1999 solo 3 degli 89 processi in cui era stata chiesta la pena di morte si sono conclusi con una esecuzione, facendo sì che le 3 esecuzioni siano costate nel complesso 45 milioni di dollari. In Tennessee una agenzia governativa, la Tennessee Comptroller of the Currency, ha calcolato un sovraccosto del 48% dei processi in cui la pubblica accusa chiede la pena di morte. In Kansas, uno studio commissionato dallo Stato calcola al 70% il sovraccosto di un processo capitale, mentre in Florida, lo Stato con il secondo braccio della morte più grande del Paese, l’abolizione della pena di morte porterebbe a un risparmio di 51 milioni di dollari l’anno.

    Anche la polizia ha preso clamorosamente posizione. Nell’aprile 2010 il Capo della Polizia di Los Angeles, Charlie Beck, in una intervista al Los Angeles Times, ha ricordato che in uno Stato che spende 137 milioni di dollari l’anno per la pena di morte, molte indagini per omicidio devono fermarsi per mancanza di fondi. Beck racconta che a Los Angeles mancano fondi per pagare gli straordinari, i turni di notte e i turni festivi degli investigatori della Sezione Omicidi. Un calcolo fatto dal quotidiano valuta che a causa della mancanza di fondi è come se ogni mese 290 agenti siano stati tolti dalle strade. Questo mentre in California è in discussione un piano per il rinnovo del braccio della morte che porterebbe a un costo di altri 400 milioni di dollari oltre ai 137 l’anno già in budget. L’intervista al Capo della Polizia si conclude poi ricordando il dato non casuale che la Los Angeles County è quella che in tutti gli USA ha emesso più condanne a morte nel 2009.

    Ma forse le prese di posizione più inattese sono quelle dei parenti delle vittime. Come abbiamo visto, in Colorado una legge abolizionista non è passata per un solo voto. Aveva il pieno appoggio di “Families of Homicide Victims and Missing Persons”, una associazione che rappresenta i familiari di oltre 500 vittime di omicidio i cui casi non sono stati ancora risolti. Il direttore dell’associazione, Howard Morton, che da tempo partecipa a iniziative assieme alle associazioni abolizioniste “classiche”, ritiene che si spendano troppi soldi per arrivare a poche condanne a morte, mentre sarebbe meglio risparmiare i costi dei processi capitali e utilizzare quel denaro per riaprire i casi archiviati. Morton spiega chiaramente che, proprio partendo dal punto di vista delle vittime, è ben poca cosa la soddisfazione che ricavano alcune persone dalle sporadiche esecuzioni che vengono effettuate, rispetto all’assoluta incertezza, e spesso paura, che provano i tanti parenti delle oltre 1.300 vittime i cui casi non vengono risolti.

    Il bilancio crimine/repressione

    Un sondaggio condotto tra i principali esponenti di tutte le più importanti associazioni di criminologia negli Stati Uniti (Radelet & Lacock, 2009), segnala che l’88% ritiene che le esecuzioni non abbiano effetto deterrente sul tasso di omicidi, il 5% ritiene che invece questo effetto deterrente esista, mentre il 7% non ha un’opinione certa in materia.
    In un sondaggio tra 500 capi della polizia dei vari Stati il 57% concorda con la dichiarazione che la pena di morte ha scarso potere dissuasivo, perché i criminali raramente pensano alle conseguenze dei loro gesti quando hanno una reazione violenta.

    Il rapporto annuale del FBI (Uniform Crime Report) pubblicato nel settembre 2009 (con i dati però riferiti al 2008) segnala una diminuzione del tasso di omicidi nel 2008. Rispetto all’anno precedente è sceso del 4,7%. Il Sud rimane la zona con il tasso di omicidi più alto: 6,6 ogni 100.000 persone, rispetto alla media nazionale che è di 5,4. Il tasso più basso è quello del Nord-Est, con 4,2. Nel 2008 sono stati registrati 16.272 omicidi volontari o comunque non preterintenzionali. Dal 1976 l’80% delle esecuzioni si sono avute al Sud (971 su 1.176), mentre il Nord-Est ha effettuato meno dell’1% delle esecuzioni (4 su 1.176). Dei 20 Stati con il più alto tasso di omicidi, tutti hanno la pena di morte in vigore. Il numero di vittime tra bianche e nere è risultato essere uguale, con entrambe i gruppi attestati al 48%. Ma nei casi di omicidio definiti con la pena di morte, il 78% delle vittime erano bianche.
    Tutte le ricerche confermano che è più probabile ricevere la pena di morte in un processo in cui la vittima di un omicidio era un bianco rispetto a processi in cui la vittima era un nero.

    I sondaggi

    In questi ultimi anni i sondaggi sono caratterizzati da una ambivalenza di fondo: davanti alla domanda “secca” se si è favorevoli alla pena di morte, i sì rimangono elevati, e il loro calo, anno per anno, è molto lento. Quando invece nel sondaggio viene inserita esplicitamente una domanda sull’ergastolo senza condizionale, allora le cose cambiano. Sostanzialmente, molte persone dichiarano di rimanere “in linea di principio” favorevoli alla pena di morte ma poi, chiamate a riflettere sul rischio che vengano condannati degli innocenti, allora dicono di ritenere la condanna all’ergastolo senza condizionale la più adatta. Sommando i contrari alla pena di morte “convenzionali” a quelli che, pur approvandola in linea di principio, preferiscono però l’ergastolo senza condizionale si ottengono allora cifre positive. In effetti il discrimine è sottile, e per riassumere la situazione degli Stati Uniti possiamo dire che calano lentamente i “favorevoli per principio” alla pena di morte, mentre aumentano con costanza e più velocemente i “contrari in pratica” alla pena di morte.

    La Gallup, una multinazionale dei sondaggi, dal 1936 registra il parere degli statunitensi sulla pena di morte. È il principale punto di riferimento a livello nazionale. Il sondaggio del 2009, condotto tra l’1 e il 4 ottobre 2009 con 1.013 telefonate, segnala stabilità nell’atteggiamento sulla pena di morte. Circa il 65% è favorevole alla pena di morte, mentre il 31% è contrario. Come al solito, le percentuali cambiano quando viene prospettata l’opzione dell’ergastolo senza condizionale. Il 48% degli statunitensi infatti ritiene che l’ergastolo senza condizionale sia la punizione più adatta per gli omicidi (lo scorso anno erano il 47%). Il sondaggio annuale Gallup si è mantenuto molto costante nei suoi risultati durante i decenni. Nel 1936 i favorevoli alla pena di morte erano stati il 59%, mentre il 65% di oggi è la stessa percentuale del 2006. Un picco venne registrato nel 1994, quando la criminalità divenne un’emergenza nazionale, e il supporto alla pena di morte raggiunse l’80%. Quest’anno il 49% ha risposto che la pena di morte non viene applicata abbastanza spesso, secondo il 24% è applicata “nella giusta misura”, e per il 20% “troppo spesso”. Apparentemente il dato contrasta con il fatto che per il 59% è verosimile che “almeno un innocente possa essere stato giustiziato negli ultimi 5 anni”. Divisi per schieramento politico, i Repubblicani risultano essere favorevoli alla pena di morte all’81%, i Democratici al 48%. La percentuale di errore è del 4%.
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

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    Predefinito Rif: Nessuno Tocchi Caino: il rapporto 2010 sulla pena di morte nel mondo

    Giappone, nessuna esecuzione con il nuovo governo

    L’escalation di esecuzioni registrata in Giappone negli ultimi anni potrebbe fermarsi grazie al nuovo governo, guidato dal Partito Democratico, entrato in carica nel settembre del 2009.
    Da allora, non sono state effettuate esecuzioni sotto il ministro della giustizia Keiko Chiba, apertamente contraria alla pena di morte sulla quale ha chiesto subito di aprire un pubblico dibattito.
    Prima del cambio di governo a settembre, 7 detenuti erano stati giustiziati in Giappone nel 2009. Meno della metà rispetto al 2008, quando in Giappone sono state giustiziate 15 persone, il massimo in un solo anno a partire dal 1999 – anno in cui il Governo ha iniziato a rendere noto il numero delle esecuzioni – e molto vicino al record assoluto del lontano 1975, quando le persone impiccate furono 17.
    Nel 2007, erano state giustiziate 9 persone, a fronte delle 4 del 2006. Una escalation mai vista, se si considera che dal 1998 al 2005 in Giappone si sono registrate 16 esecuzioni in tutto, una media di due all’anno.
    In Giappone c’è stata una moratoria di fatto delle esecuzioni durata 15 mesi, fino al 2006, che ha coinciso con il mandato del Ministro della Giustizia dell’epoca, Seiken Sugiura, contrario alla pena capitale per il suo credo buddista.
    Nel 2009 sono state comminate 34 condanne a morte.

    Il Giappone ha mantenuto il massimo riserbo sulle esecuzioni fino al dicembre 2007, quando l’allora Ministro della Giustizia Kunio Hatoyama ha rotto con la tradizione, che voleva il segreto sulle esecuzioni, pubblicando i nomi e i crimini di tre prigionieri giustiziati. Anche la tradizione di non eseguire sentenze capitali mentre il parlamento è in sessione, nel tentativo di evitare inutili controversie, è stata rotta. Ciascuna delle quattro serie di esecuzioni, decise dal primo governo Fukuda ed effettuate tra il dicembre 2007 e il giugno 2008, hanno avuto luogo quando l’assemblea legislativa era in corso.

    La pena di morte è prevista per 13 reati ma, in pratica, viene applicata solo per omicidio.
    La morte avviene tramite impiccagione: i detenuti, incappucciati e bendati, vengono messi sopra una botola che poi viene aperta all’improvviso. I detenuti di solito non sono informati sulla data della loro esecuzione fino al giorno dell’impiccagione. Poiché vengono avvertiti solo un’ora prima dell’esecuzione, i detenuti non possono incontrare i parenti o presentare un appello finale. Familiari e avvocati sono generalmente informati dopo l’esecuzione, alla quale non possono assistere nemmeno gli avvocati.
    I detenuti sono rinchiusi in strette celle isolate e monitorati da telecamere 24 ore al giorno. È vietato che parlino con altri detenuti. A meno di recarsi alla toilet, i prigionieri non possono muoversi all’interno della cella e devono restare seduti, inoltre risultano fortemente limitati gli accessi all’aria aperta e alla luce naturale. Rischiano anche pene supplementari per la loro condotta che può violare le strette regole a cui sono sottoposti.
    Il loro contatto con il mondo esterno è limitato a scarse, controllatissime visite di parenti e avvocati che in alcuni casi possono essere limitate a meno di cinque minuti. Non sono consentiti passatempi o televisione, è consentito possedere tre libri soltanto, anche se altri possono essere presi a prestito con il permesso del direttore purché il loro contenuto non sia giudicato “sovversivo dell’autorità”. L’esercizio fisico è limitato a due brevi sedute alla settimana fuori dalle celle, quattro pareti massicce e una piccola finestra.
    “Tali disumane condizioni fanno aumentare l’ansietà e l’angoscia del prigioniero e in molti casi lo spingono oltre ogni limite fino a uno stato di vera e propria malattia mentale”, ha detto James Welsh, principale autore del Rapporto di Amnesty International “Appesi a un filo: salute mentale e pena di morte in Giappone”. Il documento, pubblicato il 10 settembre 2009, riporta i casi di cinque prigionieri con malattie mentali detenuti nel braccio della morte giapponese, compresi due casi che presentano ampie documentazioni mediche.
    Con il trattamento riservato ai detenuti nel braccio della morte, il Giappone sta violando precisi obblighi che gli derivano dall’essere parte del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Inoltre, si è impegnato in sede internazionale a proteggere detenuti con gravi malattie mentali dalla pena capitale, ma è evidente che il Giappone sta contravvenendo ai suoi impegni a evitare l’esecuzione di persone malate di mente.
    Al 31 dicembre 2009, erano 106 le persone rinchiuse nel braccio della morte in attesa di esecuzione. Ma il numero esatto di prigionieri affetti da malattie mentali resta sconosciuto, a causa del segreto che avvolge la pena di morte e la salute dei prigionieri, oltre che per la preclusione a effettuare esami da parte di esperti indipendenti.

    Quando è entrato in carica nell’agosto 2007, il Ministro della Giustizia Kunio Hatoyama aveva promesso di “svuotare il braccio della morte”. Nel corso del suo mandato, durato un anno, Hatoyama ha ordinato 13 esecuzioni, un numero record che gli è valso l’appellativo di ‘Spietato Mietitore’ affibbiatogli dai media. Dopo l’esecuzione di tre uomini il 7 dicembre 2007, la prima in cui le autorità giapponesi hanno comunicato i nomi dei giustiziati, una fonte del Ministero della Giustizia ha tenuto a precisare che la decisione di dare maggiori informazioni è stata presa dal ministro della giustizia Hatoyama “per guadagnare consenso popolare nei confronti della pena di morte”.

    Il 29 gennaio 2009, quattro uomini sono stati impiccati all’alba per omicidio, in tre diverse città: Tokyo, Fukuoka e Nagoya (due esecuzioni). Sono state le prime esecuzioni capitali praticate nel Paese dall’inizio dell’anno. I nomi dei quattro giustiziati sono: Tadashi Makino, 58 anni, Yukinari Kawamura, 44, Tetsuya Sato, 39, e Shojiro Nishimoto, 32. “Si tratta di crimini efferati che hanno spezzato preziose vite umane”, ha dichiarato alla stampa l’allora ministro della giustizia Eisuke Mori, aggiungendo di aver “autorizzato queste esecuzioni dopo un attento esame dei casi”. In Giappone i detenuti del braccio della morte attendono generalmente dieci anni o più prima di essere giustiziati, tuttavia questa volta, secondo quanto ha riferito lo stesso ministero, tre dei quattro prigionieri sono stati messi a morte a meno di tre anni dalla condanna a morte definitiva.
    Il 28 luglio 2009, tre uomini sono stati impiccati dopo essere stati condannati a morte per omicidio plurimo. Hiroshi Maeue, 40 anni, è stato giustiziato a Osaka per aver ucciso nel 2005 tre persone conosciute su un sito internet dedicato ai suicidi. Yukio Yamaji, 25 anni, è stato messo a morte sempre a Osaka per l’omicidio e stupro di due sorelle nel 2005. Chen Detong, 41enne cittadino cinese, è stato impiccato a Tokyo per aver ucciso tre suoi connazionali nel 1999, nella città di Kawasaki.

    Il 16 settembre 2009, Yukio Hatoyama, un cristiano battista, è stato eletto dal parlamento nuovo primo ministro del Giappone. Alle elezioni politiche del 30 agosto, dopo oltre 50 anni di praticamente ininterrotto governo dei conservatori, il suo Partito Democratico era riuscito a impossessarsi della maggioranza assoluta della Camera Bassa. Il giorno successivo, 17 settembre, il nuovo ministro della Giustizia, Keiko Chiba, ha chiesto un ampio dibattito pubblico sull’eventualità di abolire nel Paese la pena di morte. Alla sua prima conferenza stampa che ha seguito la prima riunione del nuovo Governo Hatoyama, Chiba ha detto che la sua “personale opinione” è che “sarebbe una cosa buona” se ci fossero dei passi verso una moratoria delle esecuzioni o l’abolizione della pena di morte. Ma ha aggiunto: “Rimane il fatto che il ministro della giustizia è sottoposto al dovere professionale di rispettare la legge vigente. Sono pienamente consapevole che è istituzionalmente obbligato a occuparsi di esecuzioni.” “La pena capitale mette in gioco la vita della persona, quindi gestirò ogni caso con cautela, rispettando i doveri del Ministro della Giustizia”, ha concluso Chiba, ex avvocatessa di 61 anni e membro della Lega Parlamentare per l’Abolizione della Pena di Morte.
    Ogni tentativo di effettuare un’esecuzione potrebbe incontrare anche la fiera resistenza da parte di altri membri del governo Hatoyama, a partire da Shizuka Kamei, leader del Nuovo Partito Popolare e della lega contro la pena di morte, e Mizuho Fukushima, leader del Partito socialdemocratico, un altro fiero oppositore della pena capitale. Nobuto Hosaka, segretario generale della lega parlamentare anti pena di morte, è ottimista sul nuovo ministro della giustizia. “Penso che probabilmente stabilirà una moratoria. Di sicuro sarà posto un freno alle esecuzioni”, ha dichiarato.
    Il 30 settembre 2009, il nuovo ministro della Giustizia ha ribadito la necessità di un dibattito nel Paese sulla pena di morte e che su questa realtà ci sia maggiore trasparenza.
    Il 2 dicembre 2009, Shizuka Kamei, ministro ai Servizi finanziari e alla Riforma postale del governo guidato da Yukio Hatoyama, ha detto che il governo giapponese lavorerà per abolire la pena di morte nel Paese, ma ha ammesso che “il percorso non è facile e la strada è in salita”, considerato che l’80% dei cittadini è favorevole alle esecuzioni capitali. Kamei era ospite d’onore di un simposio sulla pena capitale nella prospettiva europea e asiatica, promosso a Tokyo dalla Delegazione dell’Unione Europea in Giappone, dall’ambasciata di Svezia e dalla Waseda University. “E’ la prima volta che un ministro si esprime in termini così netti in pubblico”, ha detto Hirotami Murakashi, il segretario della Lega contro la pena di morte di cui fanno parte un centinaio di iscritti, tra deputati e senatori, di ogni schieramento politico. Il Ministro ha spiegato che ci sono le condizioni “per una nuova e straordinaria era e per la scrittura di un nuovo capitolo dei diritti umani in Giappone”. Criticando le politiche dell’ex premier liberal-democratico Junichiro Koizumi, Kamei ha detto: “Dobbiamo andare oltre e puntare a una vita migliore: Hatoyama ha lanciato il concetto di ‘fraternità’, inoltre c’è un nuovo ministro della Giustizia, Keiko Chiba (formalmente uscita dalla Lega dopo essere diventata ministro).” Ci sono tutte le condizioni perché ci si avvii a una moratoria di fatto, primo passo per l’approvazione di una legge che introduca il carcere a vita senza possibilità di liberazione anticipata. “Sarebbe una pietra miliare perché a quel punto il carcere a vita renderebbe inutile la pena di morte. Continuerò a fare del mio meglio per arrivare all’abolizione, allineandoci al trend internazionale.”
    Il 2 giugno 2010, Yukio Hatoyama si è dimesso, a seguito della lunga controversia sulla risistemazione della base Usa di nell’isola di Okinawa. Al suo posto il parlamento ha eletto come nuovo premier Naoto Kan, il quale l’8 giugno ha nominato il suo nuovo governo confermando 11 dei 17 ministri in carica, tra i quali il Ministro della Giustizia Keiko Chiba.

    Il 7 febbraio 2010, il governo giapponese ha reso noto che, in base a un sondaggio effettuato, oltre l’85% dei giapponesi ritiene la pena di morte necessaria in certe circostanze. Il sondaggio ha rilevato che solo il 5,7% è contrario alla pena capitale. Il favore alla pena di morte è cresciuto del 4% dal 2004. Il sondaggio cita come fattori chiave la paura dell’aumento della criminalità e di reati atroci come conseguenza dell’abolizione.
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

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    Predefinito Rif: Nessuno Tocchi Caino: il rapporto 2010 sulla pena di morte nel mondo

    Botswana

    La pena di morte è in vigore in Botswana da quando il Paese è divenuto indipendente dalla Gran Bretagna nel 1966. Da allora sono state messe a morte 43 persone.
    Sono crimini capitali omicidio, pirateria, tradimento, attentato alla vita del capo dello Stato e reati militari come ammutinamento e diserzione di fronte al nemico.
    Il numero delle esecuzioni, spesso effettuate in segreto, è sempre stato molto basso, una o al massimo due all’anno. Per la prima volta dopo molti anni, nel 2004 e nel 2005, non si è registrata alcuna esecuzione. Tra il 2006 e il 2009 sono state effettuate quattro esecuzioni, una all’anno. Nel 2009 sono state comminate solo due condanne a morte.
    Le esecuzioni non possono avvenire senza un mandato firmato dal Presidente, ma nessun Presidente ha mai concesso la grazia.
    Il 31 ottobre 2008, il Presidente del Botswana, Seretse Khama Ian Khama, ha dichiarato che il Governo non intende cambiare la sua attuale posizione sulla pena di morte. Questo, ha detto, non significa che il governo si diverta ‘a farlo’ ma è l’unico modo per scoraggiare le persone a uccidere. “La paura di rischiare la pena di morte può portare un possibile omicida a pensarci due volte prima di uccidere qualcuno”, ha detto. “Nessuno vuole morire.”
    Il 7 aprile 2009, il Ministro del Lavoro e degli Affari Interni del Botswana, Peter Siele, ha detto in Parlamento che il ruolo del boia non è definito. Il parlamentare Akanyang Magama ha chiesto se non sia traumatico per le guardie “la cui occupazione principale è di riabilitare i prigionieri, che gli venga chiesto di giustiziarli”. Siele ha detto che il Dipartimento Prigioni e Riabilitazione predispone un programma di consulenza continuo per i funzionari coinvolti i questi casi.
    Il 18 dicembre 2009, un cittadino dello Zimbabwe, Gerald Dube, è stato impiccato in Botswana dopo essere stato condannato a morte per omicidio plurimo.

    Indonesia

    In Indonesia, il 2009 è stato il primo anno senza esecuzioni dal 2004.
    Nel 2008, erano state messe a morte almeno 10 persone, il numero più alto negli ultimi anni. Almeno una persona era stata giustiziata nel 2007, mentre tre uomini erano stati giustiziati nel 2006. Nel 2005, erano state messe a morte due persone.

    Dall’anno dell’indipendenza nel 1945, in Indonesia sono state giustiziate 62 persone.
    Le esecuzioni sono state abbastanza rare fino al 2004 quando, nel quadro di una campagna nazionale contro l’abuso e lo spaccio di droga lanciata dall’allora Presidente Megawati Sukarnoputri in vista delle elezioni di ottobre, tre cittadini stranieri sono stati fucilati per traffico di eroina.
    Il numero delle esecuzioni è aumentato notevolmente sotto la presidenza di Susilo Bambang Yudhoyono. Sono 19 le persone giustiziate da quando nel 2004 Yudhoyono è diventato Presidente, mentre sono state un totale di quattro i condannati messi a morte durante le presidenze di Megawati Sukarnoputri e Abdurrahman Wahid. Da quando Yudhoyono è stato eletto, i tribunali indonesiani hanno condannato a morte 57 persone, compresi tre cittadini australiani.

    A metà del 2009, in base ai dati forniti dall’Ufficio della Procura Generale, erano 111 i prigionieri nel braccio della morte del Paese. Di questi, erano 56 quelli condannati per traffico di droga, mentre i restanti 53 erano stati riconosciuti colpevoli di omicidio, terrorismo e altri crimini. Provenienti da 16 Paesi, i cittadini stranieri nel braccio della morte indonesiano erano 41, tutti condannati per traffico di droga. La Nigeria è in cima alla lista con 12 detenuti, seguono Australia con 6 e Cina con 5.
    Il 16 marzo 2009, la Corte Suprema ha preparato un nuovo ordine che dà ai procuratori il diritto di accelerare le esecuzioni dei condannati a morte. “La procura deve informare i condannati a morte che tutte le vie legali devono essere percorse. Se, dopo gli opportuni limiti temporali, il condannato non ha esercitato i suoi diritti, i procuratori hanno il diritto di giustiziarlo”, ha detto il giudice della Corte Suprema, Joko Sarwoko, che ha steso l’ordine. Secondo il giudice, un limite appropriato può essere “uno o due mesi”.

    Il codice penale prevede la pena di morte per omicidio, reati relativi alle armi illegali, alla corruzione, alla droga e al terrorismo.
    In base alla legge indonesiana le richieste di grazia sono automatiche e inoltrate dai tribunali stessi quando i condannati a morte non provvedono da soli.
    Le esecuzioni di solito avvengono tramite fucilazione di primo mattino su una spiaggia deserta o in una foresta remota. Il condannato riceve la notizia della sua esecuzione soltanto 72 ore prima. Con la testa coperta da un cappuccio e indosso una camicia bianca con un segno rosso all’altezza del cuore, il condannato affronta un plotone i cui membri – una dozzina – sono disposti in fila a breve distanza. Alcuni dei fucili sono caricati a salve, di modo che nessuno di loro sarà in grado di capire chi ha sparato il colpo fatale. Dopo la fucilazione, un dottore controlla che il corpo crivellato di colpi non dia più segni di vita. Se dovesse essere ancora vivo, il comandante del plotone sparerà un colpo di arma da fuoco alla testa del condannato.

    Il 14 settembre 2009, la provincia indonesiana di Aceh ha approvato una legge che rende l’adulterio punibile con la lapidazione. In Base alla legge, approvata all’unanimità dal parlamento locale, gli adulteri sposati – musulmani e non – potranno essere condannati alla lapidazione, mentre gli adulteri non sposati potranno subire 100 colpi di canna. La controversa legge è stata approvata in una sessione plenaria due settimane prima dell’insediamento del nuovo parlamento dominato dal Partito di Aceh di ispirazione islamica moderata, dopo la pesante sconfitta dei partiti islamici conservatori nelle elezioni locali del settembre 2009. Il Partito di Aceh ha annunciato che avrebbe rivisto la legge nella nuova assemblea provinciale una volta insediata.
    Il 28 settembre 2009, anche leader religiosi indonesiani hanno criticato la legge sulla lapidazione per gli adulteri passata dal consiglio legislativo provinciale di Aceh. Amidhan, capo del consiglio nazionale dei dotti islamici, ha detto: “l’ordinanza deve riconoscere e rispettare i diritti umani e non deve essere in conflitto con la legislazione nazionale e la costituzione del 1945.” “Non concordo con questa legge poiché va contro la dignità umana”, ha detto Padre Sebastianus Eka.
    Il 27 ottobre 2009, il portavoce del Governo della provincia di Aceh, Abdul Hamid Zein, ha annunciato che la legge che prescrive la lapidazione per gli adulteri sarebbe stata ridiscussa. “Il Governatore provinciale Irwandi Yusuf si è rifiutato di firmare la legge per via della parte che prevede la lapidazione”, ha detto il portavoce, aggiungendo che “sin dall’inizio il Governo di Aceh non ha condiviso la legge. Ora confidiamo che il Parlamento locale la discuta di nuovo”.
    India

    Per il quinto anno consecutivo l’India non ha eseguito condanne a morte.
    Il 14 agosto 2004, è stata effettuata la prima – e per ora unica – esecuzione in India dopo nove anni di una moratoria di fatto. L’India non tiene statistiche ufficiali sul numero delle condanne a morte e delle esecuzioni né sul numero dei detenuti nel braccio della morte. Secondo il Rapporto “Lotteria letale: La pena di morte in India”, presentato dall’Unione Popolare per i Diritti Civili e da Amnesty International e reso pubblico il 13 settembre 2008, tra il 1950 e il 2006 la Corte Suprema indiana ha approvato più di 700 condanne a morte.
    Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state comminate almeno 50 sentenze capitali.

    In India, sono considerati reati capitali la cospirazione contro il Governo, la diserzione o la tentata diserzione, intraprendere o tentare di intraprendere una guerra contro il Governo centrale, l’omicidio o il tentato omicidio, l’induzione al suicidio di un minorenne o di un ritardato mentale.
    Le corti speciali stabilite in base al Terrorist Affected Areas Special Courts Act del 1984 e in base al Prevention of Terrorism Act (POTA) del 2002, avevano il potere di imporre la pena di morte per atti di terrorismo.

    Le condanne devono essere confermate dalla Corte Suprema, la quale nella storica sentenza “Bachan Singh contro lo stato del Punjab” del 9 maggio 1980 ha sostenuto che la pena di morte può essere applicata solo se il caso rientra tra quelli “più rari tra i rari”.
    L’11 agosto 2008, affrontando il caso di Murli Manohar Mishra alias Swami Shraddhananda, la Corte Suprema Indiana ha ribadito questa linea stabilendo che, al fine di ridurre al minimo l’uso della pena di morte, potrà sostituire le condanne a morte con l’ergastolo. I giudici B N Agrawal, G S Singhvi e Aftab Alam, applicando quanto stabilito in passato dalla Corte Suprema, hanno deciso che Murli Manohar Mishra doveva essere condannato all’ergastolo invece che alla pena di morte. La Corte Suprema ha sottolineato nel suo verdetto che “la formalizzazione di questa speciale categoria di sentenze, per un numero ristretto di casi, avrà il grande vantaggio di mantenere la pena di morte nei codici, ma di usarla, di fatto, il meno possibile, solo nel più raro tra i rari dei casi”. Swami era stato condannato a morte per aver sepolto viva sua moglie nel giardino dietro casa dopo averle somministrato alcuni sedativi.
    Il 18 agosto 2009, la Corte Suprema ha affermato che molti giudici, nel comminare la pena di morte in maniera meccanica rispetto alle linee guida del 1980 sulla sua applicazione solo nel caso “più raro tra i rari”, sembrano aver perso di vista i due elementi fondamentali: il caso in cui “l’alternativa minore (l’ergastolo) è assolutamente da escludere” e “gli standard di imparzialità”. Queste due condizioni devono essere pienamente soddisfatte dai giudici prima di emettere una condanna a morte, ma nel recente passato non sono state accuratamente rispettate, hanno detto i due giudici costituzionali S B Sinha e M K Sharma.
    Preoccupata per le diverse interpretazioni delle linee guida sulla applicazione della pena di morte contenute nella sentenza Bachan Singh, la Corte Suprema ha detto che è giunto il momento di arrivare a una lettura univoca al fine di introdurre “un po’ di oggettività nella giurisprudenza sulla pena capitale che si sta sbriciolando sotto il peso delle più disparate interpretazioni”.
    Questo giudizio è stato espresso nella sentenza con cui la Corte Suprema, nel comminare l’ergastolo a quattro membri di una banda responsabile di aver ucciso tre impiegati del partito di estrema destra “Shiv Sena” a Mumbai nel marzo 1999, ha rigettato il ricorso del governo di Mahrashtra che chiedeva la pena capitale per tre di loro. Un giudizio, quello della Corte, che sembra tener conto delle preoccupazioni dei commentatori giudiziari secondo i quali il ricco e potente scampa sempre alla pena capitale, mentre “alla fin fine è sempre l’emarginato e il povero a subire la pena estrema”.

    Il 10 febbraio 2010, la Corte Suprema indiana ha chiarito che l’aver già scontato una lunga detenzione e le precarie condizioni socio-economiche sono circostanze attenuanti che possono condurre alla commutazione in ergastolo di una condanna capitale. Nel caso relativo a due imputati identificati come Mulla e Guddu, i giudici supremi P. Sathasivam e H.L. Dattu hanno stabilito la commutazione in ergastolo delle loro condanne capitali, emesse in origine per aver causato la morte di cinque lavoratori agricoli sequestrati a scopo di riscatto. Il crimine sarebbe avvenuto il 22 dicembre 1995 nel distretto Sitapur dello Stato indiano di Uttar Pradesh. I giudici hanno affermato: “Nel caso in esame, i condannati hanno un retroterra estremamente povero e hanno evidentemente commesso questo orribile crimine per un bisogno economico. Nonostante lo shock provocato dalle loro azioni, non ci sono ragioni per cui non possano nel tempo correggersi.” Uno degli appellanti ha 65 anni, il secondo 64, ed entrambi si trovano in carcere da più di 14 anni, hanno sottolineato i giudici. “Nonostante la natura del crimine, le circostanze attenuanti ci consentono di sostituire la condanna a morte con l’ergastolo. Tuttavia la pena dell’ergastolo deve coprire la loro intera vita e non deve essere soggetta ad alcuna remissione da parte del governo.”
    Il 20 maggio 2010, con una sentenza che pare essere in linea con quella della Corte Suprema indiana, l’Alta Corte di Gauhati, nello stato di Assam, ha commutato in ergastolo la condanna a morte di un guidatore di risciò, Sujit Biswas, 24 anni. I giudici Amitava Roy e P.K. Mushahary hanno stabilito che la condanna a morte non fosse la sentenza appropriata per il ragazzo, riconosciuto colpevole dello stupro e omicidio di una bambina di tre anni, commessi a ottobre del 2007 nella zona Nepali Mandir della città, dal momento che Sujit “è giovane e vive in povertà”.

    Il 16 settembre 2009, un Ministro dell’Unione ha chiesto di ripensare alla questione della pena di morte. “Sono pochi i paesi nel mondo che ancora si vendicano degli assassini uccidendoli. Noi abbiamo ancora la pena capitale”, ha detto il Ministro per le minoranze Salman Khurshid.
    Il 9 novembre 2009, in occasione di una cerimonia organizzata dal Consiglio Sikh del Punjab, il giudice Ajit Singh Bains, presidente dell’Organizzazione per i Diritti Umani del Punjab, ha rivolto un appello in favore dell’abolizione della pena di morte in India.





    EUROPA LIBERA DALLA PENA DI MORTE, SE NON FOSSE PER LA BIELORUSSIA E LA RUSSIA

    L’Europa sarebbe un continente totalmente libero dalla pena di morte se non fosse per la Bielorussia, Paese che anche dopo la fine dell’Unione Sovietica non ha mai smesso di condannare a morte e giustiziare i suoi cittadini. La Russia, sebbene ancora Paese mantenitore, è impegnata invece ad abolire la pena di morte in quanto membro del Consiglio d’Europa e dal 1996 rispetta una moratoria legale delle esecuzioni.
    Per quanto riguarda il resto dell’Europa, a parte la Lettonia che prevede la pena di morte solo per reati commessi in tempo di guerra, tutti gli altri Paesi europei hanno abolito la pena di morte in tutte le circostanze.
    Nel luglio del 2009, l’Assemblea Parlamentare dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha approvato una risoluzione “sulla moratoria della pena di morte nella prospettiva della sua abolizione”.

    Bielorussia

    La pena capitale in Bielorussia è prevista per 14 reati che vanno dall’omicidio a una serie di reati militari e contro la sicurezza dello Stato, ai crimini contro l’umanità. Nell’articolo 24 della Costituzione si legge che “la pena di morte può essere applicata come misura eccezionale di punizione solo in caso di gravi crimini, nel rispetto della legge e in base a sentenza di tribunale, fino a che non sarà abolita”.
    Le informazioni sulla pena di morte sono considerate segreto di Stato. Gli stessi parenti dei giustiziati non sono informati sulla data delle esecuzione né sul luogo della loro sepoltura.

    Secondo stime non ufficiali, circa 400 persone sono state giustiziate in Bielorussia a partire dal 1991. In base a dati ufficiali, oltre 160 sentenze capitali sono state eseguite dal 1997 fino al 2008. In questo periodo, una sola persona condannata a morte è stata graziata dal Presidente Alexander Lukashenko.
    Nel 2009 non sono state effettuate esecuzioni, ma nel marzo 2010 due uomini sono stati giustiziati per omicidio. Nel 2008, erano state effettuate 4 esecuzioni. Nel 2007 ne era stata effettuata una.
    Per quanto riguarda gli anni precedenti, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha riportato informazioni da fonti ufficiali secondo cui ci sarebbero state cinque esecuzioni tra il 30 giugno 2005 e il 30 giugno 2006. Tenuto conto che il Presidente della Corte Suprema, Valyantsin Sukala, l’8 febbraio 2006, aveva dichiarato che nel 2005 erano state effettuate 2 esecuzioni, dai dati dell’OSCE si ricava che tre persone sono state giustiziate nel 2006. Secondo il Ministro dell’Interno della Bielorussia Uladzimir Navumaw nel 2004 “sono state condannate a morte e giustiziate cinque persone”. Secondo l’OSCE, almeno una persona è stata giustiziata nel 2003 e 5 nel 2002. Sette persone erano state giustiziate nel 2001 e 10 nel 2000. Secondo l’allora Procuratore Generale Oleg Bozhelko, nel 1999 erano state eseguite 14 condanne a morte, mentre l’OSCE aveva riportato 40 esecuzioni nel 1998.

    In un referendum del 1996, non riconosciuto dalla comunità internazionale a causa di gravi irregolarità, la maggioranza dei votanti (80,44%) si era espressa a favore della pena capitale. Il Presidente Alexander Lukashenko è stato aspramente criticato in occidente per il suo ruolo autoritario e nel gennaio del 1997 l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) ha sospeso la Bielorussia dallo status di osservatore speciale, anche a causa della sua posizione sulla pena di morte.
    Le autorità bielorusse non hanno preso nessuna misura decisiva volta ad abolire la pena di morte o a stabilire una moratoria legale. Il dibattito si è sostanzialmente limitato alle prospettive dell’adesione della Bielorussia al Consiglio d’Europa, il quale pone come condizione tra l’altro l’abolizione della pena capitale.
    Nello stesso tempo, i sociologi registrano una considerevole evoluzione in senso umanitario dell’opinione pubblica bielorussa riguardo alla pena di morte. In particolare, secondo i dati del sondaggio nazionale effettuato nel settembre 2008 dall’Istituto Indipendente di Studi Socio-economici e Politici, il 44,2% degli intervistati si è espresso per l’abolizione della pena capitale nella Repubblica di Bielorussia, mentre il 47,8% è per il suo mantenimento. Ciò significa che ogni riferimento al referendum del 1996 non riflette più l’opinione pubblica attuale ed è usato solo per giustificare la riluttanza delle autorità a prendere decisioni politiche.

    Il 21 gennaio 2009, Grigory Vasilevich, Procuratore Generale del Paese, ha detto in una conferenza stampa: “Se ci stiamo muovendo per entrare a far parte del Consiglio d’Europa, dovremmo accettare le regole del Consiglio.”

    Il 6 marzo 2009, Yevgeny Smirnov, presidente della Commissione Giustizia dell’Assemblea Nazionale, ha dichiarato: “Le autorità bielorusse difficilmente decideranno di abolire la pena di morte, tuttavia l’introduzione di una moratoria sul tipo di quella vigente in Russia potrebbe rappresentare un’opzione possibile.”

    L’11 marzo 2009, il presidente della Corte Costituzionale della Bielorussia, Pyotr Miklashevich, in una conferenza stampa, ha dichiarato: “Sono il Parlamento e il Presidente a poter iniziare il processo di abolizione in Bielorussia.” Ma ha aggiunto: “La clausola sulla pena di morte è contenuta nella prima sezione della Costituzione che è sotto speciale protezione. Qualunque emendamento o aggiunta sono possibili solo tramite referendum.”

    Il 25 marzo 2009, il vicepresidente della Corte Suprema bielorussa, Valery Kalinkovich, ha dichiarato: “Siamo in pratica a un passo dall’abolizione della pena di morte.” Ha precisato però che eventuali provvedimenti relativi alla pena capitale non rientrano tra le competenze della Corte Suprema.

    Il 19 agosto 2009, il Procuratore Generale Ryhor Vasilevich ha dichiarato che i crimini più gravi devono essere puniti con la pena capitale. “La misura è grave, ma giusta”, ha detto Vasilevich nel corso di una conferenza stampa a Minsk.
    Il 10 ottobre 2009, Giornata Mondiale contro la Pena di Morte, il centro d’informazione del Consiglio d’Europa a Minsk ha lanciato una campagna sull’abolizione. Il direttore del centro, Ihar Horski, ha spiegato che un video di 45 secondi andrà in onda su tutte le televisioni bielorusse. Il messaggio essenziale del video è che la pena di morte non è un deterrente per i criminali. Il video verrà trasmesso anche su schermi a cristalli liquidi nei palazzi governativi e nei centri commerciali della capitale. Il messaggio verrà diffuso anche sui tabelloni pubblicitari di Minsk, delle capitali regionali e delle università. L’Unione Europea e il Consiglio d’Europa hanno chiesto molte volte alle autorità bielorusse di abolire la pena capitale o dichiarare una moratoria sull’uso della pena di morte nel Paese. L’ultima volta nel giugno 2009, quando l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha adottato una risoluzione secondo cui il parlamento bielorusso avrebbe potuto riguadagnare il suo status di Osservatore Speciale nell’Assemblea Parlamentare se avesse imposto una moratoria sulla pena di morte.
    Il 30 novembre 2009, il presidente Alexander Lukashenko ha detto che le autorità bielorusse avrebbero avviato presto una campagna d’informazione sull’abolizione della pena di morte. “Si terranno delle audizioni parlamentari e discuteremo dell’argomento sugli organi d’informazione. Il popolo deciderà se la pena capitale debba essere o no abolita”, ha detto Lukashenko. “La stragrande maggioranza dei cittadini bielorussi – ha aggiunto il Presidente – ha approvato la pena di morte in un referendum del 1996 e soltanto un nuovo referendum può cambiare questo stato di cose.” “Se convocassimo un referendum adesso, otterremmo lo stesso risultato del precedente.”
    Il 23 marzo 2010, il Consiglio d’Europa ha espresso dura condanna per le esecuzioni di Andrei Zhuk, 25 anni, e Vasily Yuzepchuk, 30 anni, entrambi riconosciuti colpevoli di omicidio. Nel comunicato congiunto del Segretario Generale Thorbjørn Jagland (norvegese), della Presidente del Comitato dei Ministri Micheline Calmy-Rey (svizzera) e del Presidente dell’Assemblea Parlamentare Mevlüt Çavusoglu (turco), si legge: “La pena di morte è una pena crudele e degradante, che è stata abolita dal Consiglio d’Europa attraverso il Sesto Protocollo alla Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali. Le autorità bielorusse sono ormai le uniche in Europa a giustiziare persone. Le esecuzioni […] costituiscono un serio ostacolo alla nostra aspirazione di avvicinare la Bielorussia ai valori europei. Siamo pronti ad aiutare la Bielorussia a uscire dall’isolamento che si è imposto. Ma il Paese deve scegliere tra l’attuale sistema e il valore della democrazia e dei diritti umani. Ecco perché chiediamo l’immediata abolizione della pena di morte.”
    Il 14 maggio 2010, due uomini sono stati condannati a morte in Bielorussia per tre omicidi commessi nell’ottobre del 2009 nel corso di una rapina a mano armata. Si tratta di Aleg Gryshkautsou, di 29 anni, e Andrei Burdyka di 28, riconosciuti colpevoli dal giudice Pyotr Bandyk del tribunale di Grodno di aver ucciso due uomini e una donna nell’ottobre 2009, per poi rubare 520 dollari e dare alle fiamme l’abitazione delle vittime.

    Russia



    Diversa la situazione della Russia che dal 28 febbraio 1996 è impegnata all’abolizione della pena di morte come membro del Consiglio d’Europa. Nell’agosto del 1996, l’allora Presidente Boris Eltsin, per adempiere agli obblighi internazionali, ha imposto una moratoria sulle esecuzioni, tuttora in vigore, anche se esecuzioni sarebbero state effettuate in Cecenia tra il 1996 e il 1999.
    La moratoria ha aggirato il costante rifiuto da parte della Duma di Stato russa (Camera bassa) di abolire la pena di morte.
    La Russia ha firmato nel 1996 il Sesto Protocollo della Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, relativo all’abolizione della pena di morte, ma il parlamento non lo ha ancora ratificato.
    Nel 2000, la Corte Costituzionale ha stabilito che non possono essere pronunciate nuove condanne a morte fino a che non sia stato messo in pratica il nuovo sistema di giurie in tutto il Paese. L’8 dicembre 2006, la Duma di Stato ha approvato l’estensione di tre anni della moratoria sulla pena di morte, fissandone il termine al 2010 e non più nel 2007, come precedentemente stabilito, per guadagnare il tempo necessario a introdurre in Cecenia le giurie popolari al posto del collegio di tre giudici, come stabilito dalla Corte Costituzionale. La procedura istitutiva delle giurie popolari si è conclusa in tutta la Federazione il 1° gennaio 2010.
    Il 19 novembre 2009, la Corte Costituzionale ha stabilito che in Russia la moratoria sulla pena di morte proseguirà dopo il 1° gennaio 2010, lasciando chiaramente intendere la volontà di eliminare la pena capitale dall’ordinamento giudiziario russo. La Corte Costituzionale ha affermato che l’introduzione su tutto il territorio del Paese delle giurie popolari “non da’ il via libera all’applicazione della pena di morte, anche sulla base di sentenze pronunciate da giurie popolari”. “La Corte Costituzionale ha con ciò posto il punto finale al dibattito sulla sorte futura della pena capitale”, ha detto a Interfax Pavel Odintsov, portavoce della Corte. Il presidente della Corte Costituzionale, Valeri Zorkin, ha motivato la decisione riferendosi tra l’altro a una serie di norme internazionali sottoscritte anche da Mosca e che vietano o raccomandano di vietare l’applicazione della pena di morte.

    Da parte sua, il Primo Ministro Vladimir Putin si è più volte dichiarato contrario alla pena di morte, spiegando che “lo strumento più efficace nella lotta contro il crimine è la certezza della pena, e non la sua crudeltà”. Secondo il leader del Cremlino, tuttavia, per arrivare all’abolizione della pena di morte “serve una educazione generale, è necessario che la gente capisca”. Il riferimento è evidentemente al fatto che secondo i sondaggi in Russia la maggioranza della popolazione sarebbe favorevole al ripristino della pena di morte. “Però non bisogna unirsi al populismo – ha dichiarato Putin – e credo anche che oggi in Russia non ce ne sia bisogno.”
    L’8 settembre 2009, la portavoce del presidente russo Dmitry Medvedev, Nataliya Timakova, ha dichiarato che la Russia continuerà a mantenere la moratoria sulla pena di morte, precisando che “la questione dell’abolizione della moratoria non era esaminata né dall’amministrazione presidenziale né dalla magistratura”. La Timakova è intervenuta in risposta alla notizia comparsa sulla edizione russa del settimanale Newsweek, secondo cui il Cremlino starebbe considerando la fine della moratoria.

    Il 23 marzo 2010, il presidente della Duma di Stato, Boris Gryzlov, ha dichiarato che la Russia ha evitato di ratificare il Sesto Protocollo alla Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, relativo all’abolizione della pena di morte, considerate le minacce terroristiche presenti nel Paese. “Le circostanze non ci permettono di farlo. Il motivo è legato alle attività terroristiche in Russia”, ha detto Gryzlov in un incontro con Andreas Gross e Georgy Frunda, membri della Commissione di monitoraggio dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), svoltosi alla Duma. Gryzlov ha ribadito che la Russia ha soddisfatto la maggior parte degli obblighi assunti al momento della sua adesione al Consiglio d’Europa nel 1996. Mosca è pronta a continuare a lavorare sulla questione “sebbene altri Paesi, pur trovandosi secondo noi in una situazione peggiore, hanno interrotto il monitoraggio”, ha detto Gryzlov ai membri della PACE.
    Il 31 marzo 2010, Sergei Mironov, presidente del Consiglio della Federazione russa (Camera Alta del Parlamento) ha dichiarato di non essere favorevole alla pena di morte per i responsabili di azioni terroristiche. Mironov ha detto ai giornalisti che “la proposta di Lyskov, presidente della Commissione Affari giudiziari e legali del Consiglio della Federazione, di punire con la morte i terroristi le cui azioni provochino la perdita di vite umane, costituisce una sua opinione personale”. Dopo aver precisato che “non sono in vista iniziative legislative del genere” nel Consiglio della Federazione e che “sul tema non c’è alcun gruppo di lavoro”, Mironov ha detto di sostenere l’ergastolo, e di essere favorevole a integrazioni legislative in modo da precludere la grazia. L’ergastolo “non dovrebbe essere mitigato per nessun motivo, neanche per motivi di salute”, ha spiegato il Presidente del consiglio federale, aggiungendo che, se ci fosse la pena capitale, a causa di errori giudiziari persone innocenti potrebbero perdere la vita.

    Secondo un sondaggio del Centro di Ricerca Russo dell’Opinione Pubblica reso pubblico il 19 febbraio 2010, il 44% dei russi pensa che la pena di morte dovrebbe rientrare in vigore ed essere applicata. Il 18% è dell’opinione che andrebbe abolita del tutto mentre il 29% vorrebbe che si mantenesse la moratoria.




    ABOLIZIONI LEGALI, DI FATTO E MORATORIE

    Il trend mondiale verso l’abolizione di diritto o di fatto della pena di morte in corso ormai da oltre dieci anni ha trovato una decisa conferma anche nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010.
    Dopo che nel 2008, 3 Paesi hanno cambiato status rafforzando ulteriormente il fronte a vario titolo abolizionista, altri 6 lo hanno fatto nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010.
    Nell’aprile 2009 il Burundi ha adottato un nuovo codice penale che abolisce la pena di morte.
    Nel giugno 2009, il parlamento del Togo ha votato all’unanimità la legge che abolisce la pena di morte.
    Nel luglio 2009, il Presidente del Kazakistan ha promulgato la legge che limita la pena di morte a crimini terroristici che provocano la morte di persone e a reati particolarmente gravi commessi in tempo di guerra.
    Nel luglio 2009 Trinidad e Tobago ha superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi va considerata abolizionista di fatto.
    Nel gennaio 2010 le Bahamas hanno superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi vanno considerate abolizioniste di fatto.
    Nel gennaio 2010, il Presidente della Mongolia ha introdotto una moratoria sulle esecuzioni capitali.
    Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il 18 marzo 2009, il New Mexico ha abolito la pena di morte, divenendo così il secondo Stato USA in oltre quarant’anni a farlo, dopo che il New Jersey l’aveva abolita il 13 dicembre 2007. Molto vicino all’abolizione è arrivato anche il Connecticut, dove Camera e Senato hanno votato l’abolizione, ma la governatrice M. Jodi Rell ha posto il veto il 5 giugno 2009.

    Burundi

    Il 22 aprile 2009, il Presidente del Burundi ha promulgato il nuovo codice penale che abolisce la pena di morte e stabilisce l’ergastolo come pena massima. Tutti gli attuali prigionieri del braccio della morte riceveranno quindi la commutazione della pena.
    Il nuovo codice, composto da 620 articoli, recepisce anche norme di diritto internazionale relative al genocidio, ai crimini di guerra e ai crimini contro l’umanità, non considerati finora come reati. Introduce inoltre delle misure per la protezione di donne e bambini da ogni forma di violenza, in particolare quella di natura sessuale. La nuova legge prevede per il reato di tortura pene detentive da 10 anni all’ergastolo, mentre per lo stupro da 20 anni all’ergastolo.
    L’aspetto negativo del nuovo codice è che esso rende l’omosessualità un reato punibile in Burundi con la detenzione. Infatti, in base all’articolo 567 del Codice Penale, chi ha una relazione omosessuale rischia ora da tre mesi a due anni di carcere e una multa da 42 a 84 dollari USA. A marzo, la Camera ha ribaltato il voto con cui il Senato aveva precedentemente respinto l’emendamento al codice penale che prevede il carcere per gli omosessuali. Contro la decisione del Senato, il Governo aveva convocato una manifestazione di protesta, svoltasi il 12 marzo, che ha visto la partecipazione di migliaia di cittadini.
    Più di 60 organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali hanno denunciato la misura discriminatoria nei confronti degli omosessuali. “Il Governo afferma di sostenere i diritti umani, ma ha fatto passare una legge che non solo viola il diritto alla privacy, ma discrimina anche un gruppo di cittadini vulnerabili all’HIV/AIDS”, ha dichiarato David Nahimana, presidente dell’organizzazione umanitaria burundese Ligue Iteka. “Queste previsioni del Codice Penale devono essere riviste immediatamente.”
    Il 21 novembre 2008, l’Assemblea Nazionale del Burundi aveva approvato la nuova legge penale che abolisce la pena di morte con 90 voti a favore, nessuno contrario e 10 astensioni, approvando però anche un emendamento che rendeva l’omosessualità un reato. “Si tratta di una legge rivoluzionaria, dal momento che abolisce la pena di morte in Burundi per la prima volta”, aveva dichiarato il deputato estensore della legge Didace Kiganahe, già ministro della giustizia. “Questo voto ha richiesto coraggio, poiché i parlamentari hanno votato a favore dell’abolizione della pena capitale pur sapendo che il proprio elettorato vorrebbe mantenerla”, aveva aggiunto Kiganahe. Di parere diverso la deputata Catherine Mabobori, che motivando la propria astensione legata all’introduzione del reato di omosessualità, aveva dichiarato: “Purtroppo questa legge rappresenta un passo indietro poiché rende l’omosessualità un reato penale, mentre finora l’atteggiamento è stato di tolleranza.”
    Il 17 febbraio 2009, il Senato del Burundi ha votato la riforma del codice penale del Paese, che abolisce la pena di morte, respingendo però l’emendamento che dichiarava illegale l’omosessualità. Dei 43 senatori presenti, 36 hanno votato contro l’emendamento sull’omosessualità. “Non sono dispiaciuto che (l’emendamento) sull’omosessualità sia stato respinto”, ha detto il Ministro della Giustizia Jean-Bosco Ndikumana, che era contrario alla proposta.
    Il disegno di legge, rivisto dal Senato, è tornato all’Assemblea Nazionale che a marzo ha ribaltato il voto del Senato contrario alla criminalizzazione dell’omosessualità. In base alla Costituzione del Burundi, l’Assemblea Nazionale prevale in caso di conflitto tra le due camere.

    Sin dall’indipendenza dal Belgio nel 1962, il Burundi è stato teatro di scontri tra la minoranza dei Tutsi al potere nel Paese e gli Hutu che costituiscono la maggioranza della popolazione. Il conflitto etnico si è ulteriormente aggravato nel 1993, dopo l’assassinio da parte di estremisti Tutsi del Presidente Hutu Melchior Ndadaye, il primo Presidente del Paese eletto democraticamente. Oltre 500.000 persone sono morte nel corso di massacri, ribellioni e colpi di stato che si sono susseguiti per una decade.
    Il 28 agosto 2000 è stato firmato ad Arusha, in Tanzania, un accordo di pace tra il Governo, i principali partiti politici e alcuni gruppi armati dell’opposizione. Come stabilito nell’Accordo, il leader dei Tutsi Pierre Buyoya ha guidato il governo per i primi 18 mesi e il 30 agosto 2003 ha lasciato il potere al suo Vice Presidente, l’Hutu Domitien Ndayizeye, per gli altri 18 mesi del periodo di transizione.
    Nell’aprile del 2003 il Parlamento nazionale di transizione ha votato all’unanimità il riconoscimento della Corte Penale Internazionale, il tribunale permanente delle Nazioni Unite per i crimini di guerra. Nel gennaio 2005, è stata istituita la Truth and Reconciliation Commission (Commissione Verità e Riconciliazione) con un mandato di due anni per investigare sui crimini politici commessi tra il 1962 e il 2000.
    Una nuova Costituzione che stabilisce un sistema di ripartizione del potere gradito sia all’esercito dominato dalla minoranza Tutsi sia ai ribelli Hutu, è stata approvata con un referendum popolare che si è tenuto nel marzo 2005. L’ex leader ribelle Pierre Nkurunziza era il candidato unico alle elezioni presidenziali dell’agosto 2005, le prime democratiche tenute nel Paese dall’inizio della guerra civile.

    Prima della riforma del codice che ha abolito la pena di morte, in Burundi erano considerati reati capitali omicidio premeditato, stregoneria, tradimento, spionaggio, attentato alla vita del Capo dello Stato e cannibalismo. Più di 600 persone sono state condannate a morte in Burundi per crimini violenti commessi tra il 1993 e aprile 2003.
    Nel 1999 vi sono state 62 esecuzioni. Nel 2000 due soldati sono stati giustiziati per omicidio. E’ dal 2001 che non si registravano esecuzioni.
    Secondo organizzazioni per i diritti umani locali, alla fine del 2008 erano circa 800 i prigionieri nel braccio della morte del Burundi, la cui condanna deve essere ora commutata.

    Togo

    Il 23 giugno 2009, il parlamento del Togo ha votato all’unanimità la legge che abolisce la pena di morte nel Paese. In base alla nuova legge, i condannati a morte avranno la loro pena commutata in ergastolo.
    La legge, composta da cinque articoli, afferma il principio dell’abolizione della pena di morte, stabilisce la sua sostituzione con l’ergastolo e prevede la sostituzione in tutta la legislazione togolese di ogni riferimento alla pena di morte con le parole “reclusione a vita”.
    Alla votazione dell’Assemblea Nazionale, riunita in seduta plenaria e presieduta dal Presidente El Hadj Abass Bonfoh, ha assistito anche il Primo Ministro spagnolo Josè Luis Rodriguez Zapatero, impegnato nella campagna per una moratoria universale della pena di morte nella prospettiva della sua abolizione completa. “Il parlamento Togolese ha levato una voce a favore della giustizia e della dignità umana”, ha dichiarato Zapatero, che ha definito l’abolizione della pena di morte “un passo da gigante per il Togo”. Da parte sua, il Ministro della Giustizia, Kokou Tozoun, ha detto: “Penso sia stata la decisione migliore che abbiamo preso quest’anno... noi non abbiamo il diritto di dare la morte a nessuno se siamo convinti, come siamo, che la morte non è una cosa buona da dare.”

    La decisione di abolire la pena di morte era stata presa dal Consiglio dei Ministri del Togo il 10 dicembre 2008. In un comunicato ufficiale emesso al termine della riunione del Consiglio e letto dal ministro per la Comunicazione e la Cultura, Oulegoh Keyewa, si spiegava che “l’abolizione della pena capitale, considerata come una pena umiliante, degradante e crudele dalla comunità delle nazioni rispettose dei diritti umani, si è imposta alla coscienza collettiva dei togolesi dopo trent`anni di moratoria”. Una tale pena, continuava il comunicato, è “irrimediabile” e “incompatibile” con la scelta del Paese di dotarsi di “una giustizia che limiti gli errori giudiziari, corregga, educhi e garantisca i diritti propri della persona”.
    L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Navi Pillay, aveva accolto favorevolmente la decisione del Togo di cancellare la pena di morte dal proprio codice penale. Pillay ha detto che l’abolizione della pena capitale in questo stato dell’Africa occidentale dimostra il rispetto del Togo per il diritto alla vita, affermando inoltre che la decisione del Consiglio dei Ministri dimostra che il Togo sta mettendo in atto un “sistema obiettivo di giustizia che non ricorre alla violenza”.

    Prima dell’abolizione, erano considerati reati capitali l’omicidio premeditato e i complotti contro la sicurezza dello Stato.
    L’ultima esecuzione in Togo risale al 1978, mentre l’ultima condanna a morte risale al 2003. Nel dicembre 1986, erano state condannate a morte tredici persone per il ruolo svolto nel fallito colpo di Stato del settembre 1986, ma le loro sentenze erano state commutate in ergastolo dall’allora Presidente Gnassingbé Eyadéma nell’ottobre 1987.
    Al momento dell’abolizione, i detenuti nel braccio della morte togolese erano almeno sei.

    Kazakistan

    Il 27 maggio 2009, la Camera bassa (Majilis) del Parlamento kazako ha approvato il disegno di legge “Emendamenti alla legislazione della Repubblica del Kazakistan sul tema della pena capitale”, allineando la legislazione penale alla Costituzione del Paese. Gli emendamenti prevedono la pena di morte solo per crimini terroristici che provocano la morte di persone e per crimini particolarmente gravi commessi in tempo di guerra, riconoscendo alle persone condannate il diritto di inoltrare richiesta di grazia. In base al disegno di legge approvato, sono ridotti a otto i reati che comportano la pena di morte.
    Il 24 giugno 2009, con l’approvazione da parte della Camera bassa di alcuni emendamenti introdotti al Senato, la nuova normativa è stata licenziata dal Parlamento di Astana e inviata al presidente Nursultan Nazarbaev che l’ha promulgata il 10 luglio 2009.

    Rappresentanti della Corte Suprema, della Procura Generale, del Ministero della Giustizia, del Ministero degli Interni, del Ministero della Difesa e del Comitato per la Sicurezza nazionale, hanno concorso alla elaborazione della riforma. La proposta di legge è stata esaminata anche da esperti indipendenti dell’OSCE.
    Il 21 maggio 2007, il Kazakistan aveva promulgato un emendamento alla Costituzione che limita l’uso della pena capitale ad azioni terroristiche che causano perdita di vita umana e a reati eccezionalmente gravi commessi in tempo di guerra. La riforma era stata proposta alle Camere riunite in seduta congiunta il 16 maggio dal presidente Nursultan Nazarbayev, il quale aveva detto che in tal modo “il Kazakistan diventerà un Paese in cui la pena di morte esiste solo virtualmente”. Nazarbayev aveva aggiunto che “la pena capitale non è stata usata nel Paese negli ultimi quattro anni grazie alla moratoria da me introdotta”.
    In conformità con la nuova norma costituzionale, era necessario emendare anche il nuovo Codice Penale in vigore dal 1° gennaio 1998, con il quale i reati passibili di morte in tempo di pace erano stati ridotti da 18 a 3: omicidio premeditato, genocidio e sabotaggio. La pena di morte era mantenuta anche per tradimento e per altri 7 reati militari commessi in tempo di guerra.
    Dal 1° gennaio 2004 è in vigore l’ergastolo come alternativa.
    Le ultime esecuzioni effettuate nel Paese risalgono al novembre del 2003 quando sono state giustiziate cinque persone. Il 17 dicembre 2003, il Presidente Nazarbayev aveva introdotto una moratoria sulla pena di morte.
    Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, 32 persone sono state giustiziate nel 2001, 33 nel 2002 e 14 durante la prima metà del 2003.
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

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    Trinidad e Tobago

    Trinidad e Tobago è divenuto un Paese “abolizionista di fatto” nel luglio 2009, dopo oltre un decennio che non si effettuavano impiccagioni. Infatti, le ultime esecuzioni sono state effettuate il 28 luglio 1999, quando sono stati giustiziati Anthony Briggs e Wenceslaus James, quest’ultimo mentre aveva un appello pendente di fronte all’Organizzazione degli Stati Americani.
    Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state comminate almeno 11 condanne a morte.

    Nell’ agosto 2008, 52 detenuti di Trinidad e Tobago, giudicati colpevoli di omicidio, si erano visti commutare la condanna capitale in ergastolo dopo che il giudice Nolan Bereaux dell’Alta Corte di Port-of-Spain si è pronunciato a favore della petizione di natura costituzionale promossa dai prigionieri, nella quale chiedevano di essere trasferiti dal braccio della morte. Perché, dopo la sentenza Pratt e Morgan del Privy Council di Londra, che funge da corte d’appello di ultima istanza nella regione caraibica, il limite costituzionale per eseguire la condanna a morte è di 5 anni dalla data del verdetto. I prigionieri giudicati colpevoli di omicidio passeranno il resto della loro vita in carcere.
    Dopo la decisione dell’Alta Corte, il governo di Trinidad e Tobago ha reso noto che cercherà di emendare la legge esistente per rendere più semplici le esecuzioni. Il ministro della giustizia Bridgid Annisette-George ha ribadito che il verdetto comunque “non avrà effetto sulle condanne a morte emesse a partire dall’8 luglio 2004”. Il ministro ha reso noto che almeno 30 persone rimangono nel braccio della morte e che lo Stato ha l’impegno di eseguire le sentenze capitali. Annisette-George ha detto che il governo guidato da Patrick Manning starebbe cercando di emendare la norma costituzionale per far fronte al problema creato dalla sentenza Pratt e Morgan del Privy Council.

    Trinidad e Tobago è tra gli undici firmatari dell’accordo del 2001 volto a stabilire una Corte Caraibica di Giustizia, sostitutiva del Privy Council di Londra come corte d’appello di ultima istanza nella regione. I leader dei Paesi caraibici vedono in essa la fine dell’ultimo retaggio del colonialismo, ma i militanti per i diritti umani sono preoccupati che con la nuova giurisdizione aumenteranno le esecuzioni essendo i governi caraibici per lo più a favore della pena di morte. Il 16 aprile 2005, la Corte Caraibica di Giustizia è stata inaugurata proprio a Port Spain, capitale di Trinidad, dove ha il suo quartier generale. Comunque, il governo non è finora riuscito a far passare un emendamento alla Costituzione necessario alla adesione effettiva del Paese alla nuova giurisdizione.

    Bahamas

    Nel gennaio 2010 le Bahamas hanno superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi vanno considerate abolizioniste di fatto.

    Sono reati capitali il tradimento e la pirateria. Fino al 2006, la pena di morte era una sanzione obbligatoria in caso di omicidio.
    L’arcipelago delle Bahamas è uno Stato indipendente nell’ambito del Commonwealth per il quale il Comitato Giudiziario del Privy Council di Londra rimane la Corte d’Appello di ultima istanza.
    In base a una sentenza del Privy Council del 1993, la pena di morte non può essere eseguita e va commutata automaticamente in ergastolo nel caso in cui il condannato abbia passato più di cinque anni nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione.
    L’8 marzo 2006, con un’altra importante sentenza, il Comitato Giudiziario del Privy Council ha stabilito che la condanna a morte obbligatoria per omicidio viola la Costituzione delle Bahamas e i diritti umani internazionalmente riconosciuti. Per Lord Bingham di Cornhill, uno dei cinque giudici componenti il Comitato Giudiziario, la pena di morte obbligatoria sarebbe dovuta essere considerata una sanzione inumana e degradante già dal 1973. A partire da quell’anno, sono 16 le persone giustiziate nelle Bahamas. Se il giudice avesse potuto scegliere con ogni probabilità non sarebbero state giustiziate.
    L’11 marzo 2002, il Comitato Giudiziario del Privy Council, nel confermare una decisione emessa nell’aprile del 2001 dalla Corte d’Appello dei Caraibi orientali (ECCA), aveva già unanimemente considerato incostituzionale – perché inumana e degradante – la pena di morte quale sanzione obbligatoria per omicidio.
    Negli anni precedenti, un caso particolarmente importante è stato quello di David Mitchell e John Higgs, condannati a morte per omicidio. Nel 1999, il Privy Council aveva rigettato i loro ricorsi in appello con il parere contrario di due dei cinque giudici che componevano la giuria. Lord Steyn e Lord Cook avevano affermato che per le condizioni disumane in cui i due condannati erano stati detenuti non dovevano essere giustiziati.
    David Mitchell è stato giustiziato il 6 gennaio del 2000 e questa è stata l’ultima esecuzione avvenuta alle Bahamas. John Higgs che avrebbe dovuto essere impiccato dopo di lui si suicidò in carcere poche ore prima di salire sul patibolo.
    Le Bahamas sono tra gli undici firmatari dell’accordo del 2001 volto a stabilire una Corte Caraibica di Giustizia, sostitutiva del Privy Council di Londra come corte d’appello di ultima istanza nella regione. Comunque, le Bahamas devono indire un referendum speciale per decidere l’adesione alla Corte inaugurata a Trinidad nel 2005.

    Mongolia

    Il 14 gennaio 2010, il presidente mongolo Tsakhia Elbegdorj ha introdotto una moratoria sulle esecuzioni capitali, un gesto che le organizzazioni in difesa dei diritti umani hanno accolto come passo verso una legge che abolisca nel Paese la pena di morte. “La maggioranza dei Paesi del mondo ha scelto di abolire la pena di morte. Noi dovremmo andare nella stessa direzione”, ha spiegato Elbegdorj davanti al Parlamento. “A partire da domani grazierò i prigionieri del braccio della morte.”
    Il presidente Elbegdorj propone di sostituire la pena di morte con 30 anni di prigione, tuttavia la decisione di abolirla spetta al Parlamento, controllato dall’opposizione, nelle cui fila sono molti i favorevoli al mantenimento della pena capitale.

    Dopo essere stata per 65 anni uno Stato satellite dell’Unione Sovietica, nel 1990 la Mongolia ha iniziato la transizione verso la democrazia legalizzando i partiti di opposizione e tenendo le prime elezioni multipartitiche.
    Dopo una modifica apportata nel 1994 al codice penale, i reati capitali sono stati ridotti a omicidio premeditato, stupro aggravato o su minore e reati contro lo Stato se commessi con l’uso di violenza. Le donne di oltre 60 anni e i minori di 18 anni non sono passibili di pena capitale.
    Il Governo della Mongolia non ha mai reso pubblici i dati su condanne a morte ed esecuzioni. Nel 2006 vi sarebbero state almeno 3 esecuzioni, e Amnesty International, pur in assenza di informazioni attendibili, teme che esecuzioni siano state effettuate nel Paese anche nel 2007, mentre almeno 5 esecuzioni sarebbero state effettuate nel 2008.
    Nel 2009 non si sono registrate esecuzioni nel Paese e sono almeno tre le condanne a morte commutate dal Presidente Elbegdorj da quando è entrato in carica a maggio.
    Il 15 ottobre 2009, il Presidente Tsakhia Elbegdorj ha concesso la grazia a Buuveibaatar, 33 anni, la cui condanna a morte è stata commutata in pena detentiva. Buuveibaatar era stato condannato a morte il 1° agosto 2008 dal tribunale del distretto di Bayangol della capitale Ulan Bator per l’assassinio nel gennaio 2008 del fidanzato della sua ex ragazza. Secondo il padre, il condannato sarebbe stato picchiato durante un fermo di polizia e avrebbe “confessato” il crimine durante gli interrogatori. La pena di morte nei confronti di Buuveibaatar era stata confermata dalla Corte suprema della Mongolia. Dopo di che la famiglia aveva scritto il 1° aprile 2009 all’allora Presidente della Mongolia Nambaryn Enkhbayar per chiedere clemenza, richiesta rinnovata il 2 luglio al nuovo Presidente Elbegdorj che l’ha accolta.

    Stati Uniti d’America

    Il 18 marzo 2009, il New Mexico ha abolito la pena di morte, divenendo così il secondo Stato USA in oltre quarant’anni a farlo, dopo che il New Jersey l’aveva abolita il 13 dicembre 2007.
    Il Governatore del New Mexico Bill Richardson, un Democratico che in passato era stato Ministro dell’Energia nel gabinetto del Presidente Clinton, nella conferenza stampa in cui ha illustrato la ratifica della nuova legge che sostituisce la pena di morte con l’ergastolo senza condizionale, ha spiegato perché, a differenza del passato, non è più favorevole alla pena di morte: “Firmare questa legge è stata la decisione più difficile della mia vita politica, ma ho dovuto prendere atto che la possibilità che un innocente venga giustiziato esiste, e una cosa del genere è un anatema per la nostra sensibilità di esseri umani.” Richardson ha poi spiegato di aver voluto prima visitare il braccio della morte, dove è rimasto colpito dall’alta percentuale di detenuti appartenenti a minoranze etniche, di aver visitato la “camera della morte”, e di aver poi visitato il reparto di massima sicurezza dove verrebbero messi i condannati all’ergastolo senza condizionale: “La mia conclusione è che quelle celle sono se possibile ancora peggiori della morte. Credo sia una giusta punizione.” “Di fronte al fatto che il nostro sistema che porta alle condanne a morte non è e non potrà mai essere perfetto, la mia coscienza mi impone di sostituirla con una soluzione che garantisca comunque la sicurezza della società.”
    Il Senato aveva approvato il disegno di legge il 13 marzo con una votazione 24-18 e la Camera lo aveva fatto l’11 febbraio. La legge vieta nuove condanne a morte dal 1° luglio 2009, ma non ha valore retroattivo e, quindi, non si applica ai due detenuti del braccio della morte del New Mexico. Lo Stato aveva effettuato una sola esecuzione negli ultimi 49 anni, quella di Terry Clark, il 6 novembre 2001.
    Su Richardson, perché controfirmasse la legge, avevano fatto pressione la Conferenza statunitense dei Vescovi Cattolici, l’ex Presidente Jmmy Carter e la Vice Governatrice Diane Denish. Richardson ha anche detto che dopo aver sollecitato i cittadini a contattare gli uffici del Governatore per esprimere una opinione, ha avuto 12.000 contatti, oltre tre quarti dei quali erano favorevoli all’abolizione. Parere contrario avevano invece espresso i procuratori distrettuali, che ritengono utile avere la possibilità di prospettare agli imputati la possibilità di una condanna a morte, e l’Associazione degli Sceriffi e della Polizia, che ritiene che la pena di morte trattenga la gente dal commettere crimini contro i tutori dell’ordine.
    Richardson, ricordando di essere stato prima un deputato a Washington e poi un Ministro, aveva anche rilevato che l’uso della pena di morte ha implicazioni negative anche dal punto di vista della politica estera, sia per l’alto numero di minoranze etniche nei bracci della morte, sia perché, comunque, “non è un buon segno di leadership morale”. La legge abolizionista era stata approvata sia nel 2005 che nel 2007 dalla Camera, ma entrambe le volte non era riuscita a superare la Commissione Giustizia del Senato, mentre quest’anno il voto favorevole del Senato (18-13) è stato netto.

    Il 5 giugno 2009, come aveva preannunciato durante i lavori parlamentari, la governatrice del Connecticut, M. Jodi Rell, ha posto il veto alla legge HB6578, approvata il 31 marzo dalla Camera e il 22 maggio dal Senato, che avrebbe abolito la pena di morte sostituendola con l’ergastolo senza condizionale. La Rell, 63 anni, bianca, repubblicana, in una lettera scritta ai parlamentari per comunicare la sua decisione, ha confermato il suo punto di vista: “Non tollereremo coloro che hanno ucciso nel modo più vile e disumano. Non dovremmo, e non lo faremo, sopportare coloro che hanno ucciso per il piacere di uccidere, o coloro che hanno preso una vita preziosa e devastato la vita di molti altri.” Per superare il veto del Governatore il Parlamento avrebbe dovuto rivotare la legge con una maggioranza dei due terzi, voti che ancora non sono disponibili. La legge era passata 90-56 alla Camera e 19-17 al Senato.

    Da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976, reggono ancora le moratorie de jure o de facto che, negli anni recenti, sono state stabilite o che per varie ragioni si sono venute a determinare in molti Stati della federazione americana.
    Il Kansas, il New Hampshire e l’Amministrazione Militare non hanno compiuto esecuzioni, mentre il South Dakota ne ha compiuta una sola, nel 2007, ma nei confronti di un condannato che insisteva per essere giustiziato.
    Nello Stato di New York dal 2004 sono stati dichiarati incostituzionali alcuni articoli della legge capitale, ma da allora il Parlamento ha volutamente evitato di mettere in calendario una nuova legge sulla pena di morte. Si è quindi si è realizzata una situazione di compromesso, una “vacatio legis” in cui la pena di morte non viene abolita, ma nemmeno viene reintrodotta.
    Il 6 febbraio 2009, il Governatore dell’Illinois Pat Quinn ha dichiarato che non prevede a breve di revocare la moratoria sulla pena di morte che è in vigore da 9 anni. La moratoria fu dichiarata nel 2000 dall’allora Governatore George Ryan, che tre anni dopo, citando una dozzina di casi di condanne a morte sbagliate nel suo Stato, aveva graziato tutti i 167 condannati a morte, convertendone la condanna in ergastolo senza condizionale. Dopo di lui il Governatore Blagojevic, Democratico, pur approvando alcune riforme legislative in tema di pena di morte, ha mantenuto la moratoria, così come, del resto, il Parlamento non aveva avuto fretta di esaminare dei progetti di legge che avrebbero portato alla fine della moratoria.
    In North Carolina è ancora in vigore una moratoria de facto iniziata nel gennaio 2007 e scaturita dalla posizione di assoluta non collaborazione alle esecuzioni espressa dall’associazione dei medici. Poiché però la presenza di un medico era prevista sia dalle leggi dello Stato che dalle leggi federali, la presa di posizione dei medici ha dato il via a una lunga serie di ricorsi, conclusisi, almeno per il momento, con una sentenza della Corte Suprema di Stato che il 1° maggio 2009 ha stabilito che l’associazione dei medici non può punire i propri iscritti che volontariamente decidessero di collaborare a una esecuzione. Anche in mancanza di un potere sanzionatorio da parte dell’associazione dei medici, nessun medico si è offerto volontario, nemmeno quando sono state ipotizzate variazioni del protocollo che assegnasse ai medici solo attività di monitoraggio. La situazione di stallo potrebbe protrarsi ancora per molto.
    In California è ancora in corso la moratoria de facto scaturita dall’ordinanza del giudice Jeremy Fogel che il 15 dicembre 2006 dichiarò l’incostituzionalità del protocollo dell’iniezione letale in quanto a rischio di risultare molto doloroso per il condannato. In seguito il protocollo fu modificato da un team nominato dal governatore Schwarzenegger, ma prima ancora che il giudice Fogel lo esaminasse un nuovo ricorso ha insistito sull’illegalità della nuova procedura in quanto elaborata dagli esperti senza una discussione pubblica, come invece prescrive la legge. Il 5 gennaio 2010, il California Department of Corrections and Rehabilitation, seguendo alla lettera la legge, ha reso pubblico un documento di 25 pagine contenente le proposte di modifica al protocollo di esecuzione. Si tratta solo del primo passo della procedura di approvazione e formalizzazione del nuovo protocollo. Secondo gli esperti, non è prevedibile che la California riprenda le esecuzioni a breve.
    In Maryland è ancora in vigore la moratoria de facto iniziata il 19 dicembre 2006 dopo che la Corte d’Appello aveva rilevato delle imperfezioni procedurali relative a chi deve preparare il protocollo di esecuzione, e chi lo deve visionare e approvare. Il Governatore Martin O’Malley, un Democratico contrario alla pena di morte, aveva approfittato della battuta d’arresto per tentare l’abolizione, ma il 14 marzo 2009 ha detto di rinunciare all’abolizione della pena di morte, almeno per quest’anno, perché il Senato è diviso troppo nettamente sull’argomento. Il 5 marzo infatti il Senato aveva modificato un progetto di legge abolizionista che era stato approvato dalla Camera, emendandolo per farlo diventare un disegno di legge che si limita a porre alcuni limiti alla pena capitale. Il 24 giugno 2009, l’amministrazione del Governatore Martin O’Malley, che lo aveva a lungo tenuto in stand-by preferendo sollecitare l’abolizione, ha reso noto il nuovo protocollo dell’iniezione letale. Non è comunque probabile che la ripresa delle esecuzioni sia imminente, perché il nuovo regolamento deve essere approvato da una commissione legislativa bicamerale i cui due co-presidenti sono entrambi contrari alla pena di morte, e prima di votare potrebbero indire tutta una serie di udienze pubbliche di approfondimento. Secondo gli esperti potrebbero passare addirittura anni prima di una nuova esecuzione in Maryland.
    In Nebraska è ancora in atto la moratoria de facto iniziata l’8 febbraio 2008 quando la Corte Suprema di Stato ha dichiarato incostituzionale l’uso della sedia elettrica. Il 10 febbraio 2010, il Governatore Dave Heineman ha ratificato il protocollo dell’iniezione letale, ma si ritiene che la serie di ricorsi di costituzionalità che in questi casi gli avvocati difensori presentano in tutte le sedi possa prolungare di altri due anni la moratoria de facto.
    Il 25 novembre 2009, la Corte Suprema del Kentucky ha ordinato la sospensione di tutte le esecuzioni fino a quando lo Stato non si sarà messo in regola con le sue proprie leggi. Come già accaduto in altri Stati, il Department of Correction ha apportato nel tempo modifiche ai protocolli di esecuzioni, ma secondo le leggi tali cambiamenti, compresa l’adozione dell’iniezione letale, avrebbero dovuto avvenire con una serie di passaggi pubblici e con una serie precisa di passaggi amministrativi. La Corte ha inoltre ricordato che i particolari del protocollo dell’iniezione letale devono essere resi noti, smentendo la prassi del Department of Corrections. Al Dipartimento la Corte ha riconosciuto il diritto di mantenere “riservatezza” solo su alcuni punti strettamente legati alla sicurezza dei penitenziari e all’identità dei dipendenti del Department coinvolti nelle esecuzioni.



    VERSO L’ABOLIZIONE

    Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, ulteriori passi politici e legislativi verso l’abolizione o fatti comunque positivi come commutazioni collettive di pene capitali si sono verificati in numerosi Paesi.
    Nell’aprile 2009, il ministro della Giustizia ha annunciato che la Giordania abolirà la pena di morte per tutti i reati eccetto che per omicidio premeditato.
    Nel giugno 2009, una Conferenza nella Repubblica Democratica del Congo si è conclusa con l’annuncio da parte del Presidente dell’Assemblea Nazionale e del Presidente del Senato dell’avvio del processo legislativo volto ad abolire la pena di morte nel Paese.
    Nel giugno 2009, il Vietnam ha approvato la eliminazione della pena di morte per otto reati.
    Nell’agosto 2009, il Ministero della Giustizia del Libano ha lanciato una campagna nazionale a sostegno della proposta di abolizione della pena di morte.
    Nel settembre 2009, il governo della Corea del Sud si è detto d’accordo a non applicare la pena di morte, come chiesto dal Consiglio d’Europa.
    Nel novembre 2009, il governo del Benin ha presentato una proposta di legge all’Assemblea Nazionale per inscrivere l’abolizione della pena di morte nella Costituzione.
    Nell’aprile 2010, già abolizionista per tutti i reati, Gibuti ha approvato un emendamento che introduce l’abolizione della pena di morte nella Costituzione.
    Nel 2009, per la prima volta nella storia del Paese non sono state registrate esecuzioni in Pakistan.
    Il 7 gennaio 2009, nel suo ultimo giorno come Presidente del Ghana, John Kufuor ha graziato oltre 500 detenuti.
    Nel gennaio 2009, la Corte Suprema dell’Uganda ha stabilito la commutazione in ergastolo delle condanne a morte dei prigionieri che si trovano in carcere da più di tre anni.
    Nel gennaio 2009, il Presidente dello Zambia ha commutato le condanne capitali di 53 prigionieri del braccio della morte.
    Nel luglio 2009, in occasione del 10° anniversario della sua incoronazione, il Re del Marocco Mohammed VI ha concesso un’ampia amnistia che ha riguardato circa 24.000 detenuti, molte decine dei quali hanno ricevuto la commutazione della condanna capitale in ergastolo.
    Nell’agosto 2009, il Presidente del Kenia, Mwai Kibaki, ha annunciato la commutazione della pena capitale in ergastolo per gli oltre 4.000 prigionieri del braccio della morte.
    Nell’agosto 2009, lo Stato di Lagos in Nigeria ha commutato la pena capitale nei confronti di 40 prigionieri del braccio della morte, 3 dei quali sono stati amnistiati e liberati.
    Nel novembre 2009, il presidente della Tanzania ha commutato in ergastolo le condanne a morte di 75 prigionieri.

    Giordania

    Il 5 aprile 2009, il Ministro della Giustizia Ayman Odeh ha annunciato che la Giordania potrebbe abolire la pena di morte per i crimini contro la sicurezza dello Stato, inclusi terrorismo, spionaggio e tradimento, se le proposte di emendamento al codice penale saranno approvate dalla Camera dei Rappresentanti. Sei reati contro la sicurezza dello Stato – ha spiegato Odeh – diventeranno punibili mediante l’ergastolo con lavori forzati. Dopo aver chiarito che la pena capitale resterà in vigore per l’omicidio premeditato, Odeh ha negato che le richieste internazionali affinché il Governo giordano eliminasse del tutto la pena di morte abbiano giocato un ruolo negli emendamenti proposti.
    La riduzione del numero di reati capitali è tra le proposte avanzate da una Commissione istituita dal Ministero della Giustizia al fine di aggiornare il codice penale del Paese. Composta da avvocati, magistrati e giuristi, la Commissione ha cominciato a riunirsi nell’agosto 2008.
    Nell’agosto 2006 la Giordania ha abolito la pena capitale per reati legati a droga, armi ed esplosivi.
    Il 4 marzo 2010, il Ministro della Giustizia Ayman Odeh ha dichiarato che “prossimamente” verrà sottoposto al Consiglio dei Ministri un nuovo emendamento al codice penale per sostituire la pena di morte per furto con l’ergastolo.

    Secondo dati rilasciati dalle autorità, dall’inizio del 2000 sono state giustiziate in Giordania 41 persone, tutte per omicidio, terrorismo e violenza sessuale. Nel 2004 vi è stata almeno una esecuzione. Erano state almeno 7 nel 2003 e 14 nel 2002. Almeno 15 persone sono state giustiziate nel 2005, secondo fonti della polizia giordana.
    L’ultima esecuzione in Giordania risale a marzo 2006.
    Al 21 aprile 2009, erano 45 i prigionieri del braccio della morte, incluse cinque donne, per la maggior parte riconosciuti colpevoli di omicidio, stupro di minorenni e crimini contro la sicurezza dello Stato. Lo ha riportato il giornale degli Emirati Arabi The National. Tra le cinque donne detenute nel braccio della morte – si legge nell’articolo – c’è una donna irachena, Sajeda Atrous Rishawi, che prese parte a una fallita missione suicida contro un albergo di Amman nel 2005, parte di una serie di attentati esplosivi che provocarono la morte di 60 persone e centinaia di feriti. La Rishawi, che fu arrestata quattro giorni dopo gli attacchi e condannata a morte nel settembre 2006, si trova attualmente nel carcere femminile di Jwiadeh. Il legale della Rishawi, Hussein Masri, ha detto che la donna ha presentato domanda di grazia a Re Abdullah di Giordania.
    Nel 2009, secondo Amnesty International, sono state comminate almeno 12 condanne a morte.
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

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    Predefinito Rif: Nessuno Tocchi Caino: il rapporto 2010 sulla pena di morte nel mondo

    Repubblica Democratica del Congo

    L’attuale Costituzione della Repubblica Democratica del Congo, in vigore da inizio 2006, riconosce il “diritto alla vita” e la “natura inviolabile dell’essere umano”. La proposta di abolire esplicitamente la pena di morte fu respinta dal parlamento nazionale nella fase di elaborazione del testo, nel 2005.
    L’11 giugno 2009, la Conferenza contro la pena di morte nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), organizzata a Kinshasa da Nessuno tocchi Caino sotto l’Alto Patrocinio del Presidente dell’Assemblea Nazionale e del Presidente del Senato congolesi, si è conclusa con l’annuncio da parte della Presidenza del Senato dell’avvio del processo legislativo volto ad abolire la pena di morte in Congo, stabilendo nel frattempo una moratoria legale delle esecuzioni. Negli stessi termini si era espresso nel suo intervento inaugurale il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Evariste Boshab, secondo il quale le norme penali ordinarie vanno uniformate alla nuova Costituzione congolese che non prevede più la pena di morte. A tal fine sono state già depositate due proposte di legge al Senato e alla Assemblea Nazionale, rispettivamente da Leonard She Okitundu e da Nyabirungu Mwene Songa. Intervenendo alla conferenza, il Ministro della Giustizia Luzolo Bambi ha parlato di “abolizione responsabile”, ponendo l’attenzione sulla necessità, in vista della fine della pena capitale, di migliorare le condizioni delle carceri del Paese. Positivo il giudizio della Vice Presidente del Senato italiano Emma Bonino presente a Kinshasa: “La Conferenza ha recepito in pieno metodo e contenuti della Risoluzione per la moratoria approvata dall’Assemblea Generale dell’Onu in uno dei Paesi-simbolo del martirio dell’Africa e al contempo della sua capacità di lanciare al mondo segnali di speranza e di nonviolenza.” Secondo la deputata Radicale Elisabetta Zamparutti, organizzatrice della conferenza di Nessuno tocchi Caino, “con l’abolizione della pena di morte il Congo dimostra di sapere voltare pagina, interrompendo l’assurda catena dell’odio e della vendetta che in quella parte del continente ha avuto la sua rappresentazione più tragica e attuale”. Alla conferenza ha fatto seguito un seminario di tre giorni coordinato da Oliviero Toscani e rivolto agli addetti all’informazione provenienti da diverse province del Congo con l’obiettivo di realizzare una campagna multimediale di sensibilizzazione dell’opinione pubblica contro la pena di morte.

    Il 23 settembre del 2002 la Repubblica Democratica del Congo aveva messo fine a una moratoria legale delle esecuzioni annunciata il 10 dicembre 1999 dall’allora Ministro per i Diritti Umani Leonard She Okitundu.
    Le ultime esecuzioni sono avvenute il 7 gennaio 2003, quando 15 persone condannate a morte dalla Corte d’Ordine Militare (COM) sono state giustiziate in segreto in un accampamento militare alla periferia della capitale Kinshasa.
    La Corte d’Ordine Militare è stata soppressa il 24 aprile 2003. Dalla sua istituzione ha ordinato l’esecuzione di circa 200 persone.
    Il 28 giugno 2003, in occasione di un incontro con una delegazione di Nessuno tocchi Caino in missione nel Paese, il Presidente Joseph Kabila aveva dichiarato che non avrebbe giustiziato nessuno, neanche gli assassini di suo padre Laurent già condannati a morte.
    Da allora, numerose condanne a morte sono state comminate da tribunali ordinari e militari, ma nessuna è stata eseguita.

    Il 5 maggio 2010, tre uomini sono stati condannati a morte da un tribunale militare in relazione all’omicidio di un giornalista, avvenuto nel 2008. Il sergente-maggiore Seba Tandema, il sergente Oscar Tchenda Kashama e un civile identificato solo come Mushamuka sono stati riconosciuti colpevoli dell’omicidio di Didace Namujimbo, 34 anni, commesso a Bukavu nel novembre 2008. Sono sei i giornalisti assassinati a partire dal 2005 nella tumultuosa regione orientale della RDC. La locale associazione Journalists in Danger (JED) ha da tempo denunciato “intimidazioni, denigrazioni e minacce” contro numerosi giornalisti nella regione, che da almeno dieci anni è teatro di scontri tra l’esercito regolare e gruppi ribelli.
    Il 19 maggio 2010, undici miliziani ribelli sono stati condannati a morte per aver preso parte a un attacco che ad aprile costò la vita a due membri dello staff delle Nazioni Unite nella città di Mbandaka. Nello stesso processo, altre 21 persone sono state condannate a pene detentive. Durante l’attacco la milizia prese il controllo dell’aeroporto cittadino, riconquistato il giorno seguente dalle truppe governative e dai peacekeepers dell’Onu. La provincia di Mbandaka nel 2009 è stata teatro di scontri tra le comunità Lobala e Boba, che hanno provocato più di 100 morti e 200.000 profughi.
    Il 10 giugno 2010, il tribunale militare di Kisangani ha confermato la condanna a morte per omicidio, spionaggio e cospirazione di due cittadini norvegesi, Joshua French e Tjostolv Moland. Il 22 aprile, l’alta corte militare di Kinshasa aveva annullato le condanne a morte dei due norvegesi rinviando il caso al tribunale militare di primo grado. I due erano stati condannati a morte dopo che il loro autista fu trovato morto nella giungla nei dintorni della città di Kisangani nel maggio 2009. French e Moland, i quali sostengono che l’autista Abedi Kasongo era stato ucciso a opera di banditi nel corso di una rapina, in passato sono stati membri dell’esercito norvegese, tuttavia la Norvegia ha negato che all’epoca fossero ancora in servizio e ha sempre respinto ogni accusa di spionaggio. Dopo la prima condanna a morte pronunciata l’8 settembre 2009 dal tribunale militare di Kisangani, il ministro degli esteri congolese, Alexis Thambwe Mwamba, aveva assicurato che i due uomini non sarebbero stati giustiziati in nessuna circostanza, “neanche se il verdetto verrà confermato”, perché “il governo della RDC ha adottato una moratoria sulla pena di morte che non viene più applicata nel Paese”.

    Vietnam

    Il 19 giugno 2009, il Vietnam ha votato a favore della eliminazione della pena di morte per otto reati. Gli emendamenti al codice penale, approvati l’ultimo giorno della quinta sessione della Assemblea Nazionale del Popolo durata un mese, entrano in vigore a partire dal 1° gennaio 2010.
    I lavori parlamentari erano chiusi ai giornalisti stranieri, ma secondo un comunicato diffuso dal parlamento non sarà più comminata la pena capitale ai condannati per i seguenti reati: stupro; appropriazione indebita; contrabbando; contraffazione e spaccio di banconote, assegni e titoli governativi; consumo di droghe; corruzione; dirottamento o pirateria; distruzione di mezzi militari.
    Quelli già condannati o in attesa di condanna a morte per questi reati avranno la loro pena commutata in ergastolo.
    Il 75% dei deputati dell’Assemblea Nazionale, dominata dal Partito Comunista, ha appoggiato la riforma del codice penale.
    L’Assemblea Nazionale ha rimosso il semplice uso di droga dalla lista dei reati capitali, ma ne ha mantenuto il traffico.
    Il codice penale vietnamita era stato emendato l’ultima volta nel 1999 con la riduzione dei reati capitali da 44 a 29. Dopo questa ultima riforma, il Vietnam prevede quindi nei suoi codici ancora 21 reati passibili di pena di morte.

    La pena capitale rimane in vigore per reati come omicidio, rapina a mano armata, traffico di droga, abuso sessuale di minori, produzione e vendita illegale di cibo, generi alimentari e farmaceutici. E’ prevista la pena di morte anche per sette atti di natura politica avvertiti come “minacce alla sicurezza nazionale”.
    La definizione di reati relativi alla “sicurezza nazionale” è molto ampia e le Nazioni Unite hanno spesso manifestato preoccupazione che i dissidenti vietnamiti possano essere condannati a morte in base a tali previsioni per colpire in realtà l’esercizio pacifico del diritto di espressione.

    In passato, il Vietnam era ritenuto uno dei Paesi che faceva maggior ricorso alla pena capitale. Fino al 2004, le esecuzioni si aggiravano tra le 80 e 100 per anno, molte delle quali per reati legati alla droga. Nel 2007, il numero di esecuzioni di cui si è avuta notizia si è ridotto ad almeno 25, mentre le condanne a morte riportate da media ufficiali vietnamiti sarebbero state 95 (erano state 116 nel 2006).
    Nel 2008 sono state riportate almeno 19 esecuzioni. Le condanne a morte sono state almeno 64.
    Nel 2009, secondo Amnesty International, sono state giustiziate almeno 9 persone, mentre almeno 59 sono state condannate a morte.

    Libano

    Il 29 agosto 2009, il Ministero della Giustizia libanese ha avviato una campagna nazionale a sostegno di sette emendamenti che attendono l’approvazione del Governo, compreso quello per l’abolizione della pena di morte nel Paese. Intervistato dal giornale The Daily Star, il ministro della Giustizia Ibrahim Najjar ha detto che gli emendamenti sono stati presentati al consiglio dei ministri e che la campagna è stata avviata per fare pressione sul governo affinché vengano trasmessi al Parlamento. Il Ministro ha sottolineato in particolare che l’abolizione della pena di morte, il più controverso tra gli emendamenti, dovrebbe essere approvata immediatamente nell’interesse di “una giustizia più umana e più efficiente”. Najjar chiede la cancellazione degli articoli del Codice Penale che consentono ai tribunali di emettere condanne capitali, che verrebbero sostituite con l’ergastolo ai lavori forzati.
    Il progetto di legge abolizionista era stato presentato al Consiglio dei Ministri nell’ottobre 2008. “La scienza ha provato che non vi è alcuna relazione causale tra il crimine e la presenza o assenza della pena di morte”, aveva dichiarato il Ministro Najjar, presentatore della proposta. Secondo Najjar, l’abolizione della pena di morte è in linea con i valori religiosi e umanitari così come con la cultura giuridica del Paese ed è sostenuta dagli studi di criminologia secondo i quali “le misure preventive sono molto più efficaci della pena di morte nel ridurre la criminalità”.
    Il 7 gennaio 2010, in un incontro tenuto nel più grande carcere libanese, Roumieh, il governo è stato esortato a muoversi verso l’abolizione formale della pena di morte. “È vero che in Libano non ci sono esecuzioni, per il momento, ma non vi è alcuna moratoria ufficiale”, ha detto Tanya Awad Ghorra, responsabile della comunicazione dell’Associazione libanese per i Diritti Civili (LACR).

    La pena di morte in Libano è stata reintrodotta nel 1994 ed è prevista per omicidio premeditato, tentato omicidio, collaborazione con Israele, terrorismo e atti di insurrezione e guerra civile.
    Il 26 luglio 2001, il Parlamento libanese ha approvato all’unanimità una legge che attribuisce ai giudici facoltà di condannare a morte gli imputati solo in casi estremi. La legge rimpiazza l’art. 302 del Codice Penale, che rendeva la pena di morte obbligatoria per tutti gli omicidi premeditati e aboliva la facoltà del giudice di considerare le attenuanti.
    I decreti di esecuzione devono essere firmati dal Presidente e dal Primo Ministro.
    Tra il 1994, anno della reintroduzione e la fine del 1998 quando è stato nominato Primo Ministro Salim Hoss, un convinto abolizionista che aveva bloccato le esecuzioni, sono state eseguite 14 condanne a morte.
    Nel dicembre 2001, l’allora Presidente Emile Lahoud aveva detto di sentirsi impegnato a mantenere una moratoria sulle esecuzioni per l’intera durata del suo mandato, ma il 17 gennaio 2004 tre condannati per omicidio sono stati giustiziati nel cortile della prigione di Rumieh, alla periferia di Beirut. Sono state le prime esecuzioni da quando Emile Lahoud è divenuto Presidente del Libano nel 1998. Anche se un gran numero di condanne a morte sono state pronunciate dall’indipendenza del Libano, solo 51 persone sono state giustiziate.

    Corea del Sud

    Il 4 agosto 2009, la Commissione Nazionale per i Diritti Umani coreana (NHRC), istituita nel 2001 con una legge del parlamento, ha presentato una petizione alla Corte Costituzionale che chiede la fine della pena capitale. Nella petizione, la commissione ha detto che la Repubblica non ha l’autorità di privare i cittadini della vita, poiché la vita è il più fondamentale dei diritti dell’essere umano. Secondo la Commissione, “anche nelle situazioni più estreme, la vita umana non dovrebbe essere né strumento né fine di chi ha responsabilità di governo o serve l’interesse pubblico”.
    Il 2 settembre 2009, il quotidiano coreano The Hankyoreh ha riportato che il governo della Corea del Sud è d’accordo a non applicare la pena di morte, come chiesto dal Consiglio d’Europa, nel quadro dell’adesione alla Convenzione Europea sulla Mutua Assistenza in Materia Penale. A renderlo noto è stato lo stesso Terry Davis, segretario generale del Consiglio d’Europa, in una lettera inviata all’avvocato sud-coreano Kim Hysung-tae e che quest’ultimo ha sottoposto alla Corte Costituzionale di Seoul. Nella sua lettera, Davis scrive: “Il Governo della Corea del Sud ha assicurato al Consiglio d’Europa che non applicherà la pena di morte nel momento in cui accederà alla Convenzione Europea sulle Estradizioni (ETS N. 24), ai Protocolli Addizionali (ETS N. 86 e 98) e alla Convenzione Europea sulla Mutua Assistenza in Materia Penale e relativo Protocollo (ETS No. 99).” Il Ministro della Giustizia sud-coreano ha confermato l’impegno preso dal proprio Governo sulla non-applicazione della pena capitale: la Corea del Sud non giustizierà né adesso né in futuro persone condannate a morte. L’avvocato Hysung-tae, che segue appelli presso la Corte Costituzionale sulla legittimità della pena di morte, aveva infatti chiesto un mese fa al Consiglio d’Europa di esprimere la propria posizione sulla pena capitale.

    Il 25 febbraio 2010, la Corte Costituzionale sudcoreana si è espressa nuovamente in favore della pena di morte, confermando una sentenza analoga emessa 14 anni fa sullo stesso tema.
    A rivolgersi alla Corte Costituzionale è stata la Corte d’Appello di Gwangju, il 3 ottobre 2008, accogliendo la richiesta di ‘Oh’, un pescatore settantenne riconosciuto colpevole degli omicidi nel 2007 di quattro turisti che si trovavano sulla sua barca. Il processo d’appello dell’uomo era stato sospeso fino al pronunciamento della Corte Costituzionale. E’ la prima volta che in Corea del Sud una corte locale solleva un dubbio di costituzionalità sul tema della pena capitale. Il giudice presidente della corte d’appello ha spiegato che “all’epoca dell’ultimo pronunciamento della Corte Costituzionale sul tema – avvenuto nel 1996 – la Corte stessa aveva stabilito la costituzionalità della pena di morte, indicando tuttavia la necessità di abolirla nel lungo periodo”.
    La decisione della massima corte del Paese asiatico è stata raggiunta questa volta con un margine minimo, 5 voti favorevoli e 4 contrari, rispetto al netto 7-2 con cui nel 1996 la pena capitale era stata giudicata in linea con la costituzione. Secondo i giudici del collegio, la società necessita ancora di cambiamenti profondi prima che sia possibile abolire la pena di morte, definita una “punizione legittima in grado di fungere da deterrente contro i crimini, a favore della pubblica sicurezza”, indicando il parlamento come unica sede opportuna per cambiare o dibattere in materia.

    Un disegno di legge abolizionista giace in parlamento da diversi anni. La prima volta è stato presentato nel dicembre 1999 da oltre 90 parlamentari. Una legge simile è stata presentata di nuovo all’Assemblea Nazionale nell’ottobre 2001 da 155 deputati, mentre sono stati 175 quelli che l’hanno firmata nel dicembre del 2004. Nonostante sia stata la maggioranza dei membri dell’Assemblea Nazionale a sponsorizzarla nel 2001 e nel 2004, non se ne è fatto nulla.

    Dal 1948, anno di fondazione della Corea del Sud, sono state 902 le persone messe a morte nel Paese, per lo più mediante impiccagione.
    In Corea non sono state più compiute esecuzioni dopo l’impiccagione di 23 detenuti il 30 dicembre 1997. Una moratoria non ufficiale della pena capitale è in atto dal febbraio del 1998, quando salì al potere il defunto presidente Kim Dae-jung, egli stesso condannato al patibolo nel 1980 durante gli anni del regime e poi graziato.
    Il 31 dicembre 2007, il Presidente uscente della Corea del Sud, Roh Moo-hyun, aveva commutato in ergastolo le condanne a morte di sei detenuti sudcoreani. Da parte sua, il nuovo presidente Lee Myung-Bak, che a febbraio 2008 ha preso il posto di Roh, ha già detto di voler mantenere la pena di morte. Ha precisato però di volerne fare un uso molto accorto.
    Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state comminate almeno 5 condanne a morte.

    Il 18 marzo 2010, il presidente dell’Assemblea Nazionale si è detto favorevole all’abolizione della pena di morte, a pochi giorni di distanza dalle dichiarazioni del Ministro della Giustizia secondo cui il Governo potrebbe riprendere le esecuzioni dopo più di 12 anni. “La vita umana ha dignità, valore e diritti, e il potere dello Stato mai dovrebbe essere in grado di portarla via”, ha detto il presidente della Camera, Kim Hyung-o, in un’intervista radiofonica. Kim ha detto che la Corea del Sud dovrebbe completare l’abolizione della pena capitale, piuttosto che limitarsi a proseguire con una moratoria “ambigua”. “Un Paese che si è proiettato nel 21° secolo non dovrebbe tornare alle vecchie abitudini”, ha detto Kim. “Chi commette gravi crimini può essere punito con l’ergastolo senza possibilità di liberazione.” Da parte sua, il Ministro della Giustizia Lee Kwi-nam ha dichiarato che il governo potrebbe decidere la costruzione di una struttura dove praticare le esecuzioni capitali, facendo intendere una ripresa di quest’ultime. Lee ha chiarito di non aver parlato di una ripresa immediata delle esecuzioni: “Abbiamo assunto un approccio cauto alla questione e lo stesso faremo in futuro.”
    In base ai dati forniti dal Ministero della Giustizia, sono circa 60 i prigionieri del braccio della morte del Paese, il cui metodo ufficiale di esecuzione è l’impiccagione.

    L’83,1% della popolazione sudcoreana è a favore della pena di morte, secondo un’indagine condotta su scala nazionale nel marzo 2010 da un gruppo di esperti dell’Istituto Youido del partito al governo, che ha intervistato 3.049 adulti. Secondo il sondaggio solo l’11,1% è contrario.

    Benin

    Il 28 febbraio 2009, un anno dopo la sua creazione, avvenuta per decreto presidenziale il 18 febbraio 2008, la commissione ad hoc per la revisione della Costituzione dell’11 dicembre 1990 (detta Commissione Ahanhanzo-Gléglé) ha pubblicato il suo rapporto. L’art. 15 del progetto di revisione della legge fondamentale è stato redatto in questi termini: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza e all’integrità della sua persona. (…) nessuno può essere condannato a morte.” Il progetto di revisione dovrà essere sottoposto a dibattito nazionale e a referendum.
    Il Presidente del Benin Thomas Yayi Boni ha chiesto al Parlamento di inscrivere l’abolizione della pena di morte nella Costituzione e, nel novembre del 2009, una proposta di legge in tal senso è stata presentata dal governo all’Assemblea Nazionale per la discussione e l’approvazione finale.
    Il 7 febbraio 2010, il Ministro della Giustizia Victor Tokpanou ha dichiarato: “L’esecutivo avrebbe in teoria fatto la sua parte per questa revisione della Costituzione, producendo gli studi preliminari, scrivendo la proposta di legge e depositandola sul tavolo dell’Assemblea Nazionale. Ma il governo continua a sensibilizzare i membri del parlamento perché la proposta sia messa in discussione alla sessione di aprile e, speriamo, approvata entro la prima metà dell’anno.”

    Attualmente, il Codice Penale prevede la pena di morte per omicidio, tradimento, stregoneria e altre pratiche che turbino l’ordine pubblico. Non ci sono state notizie di esecuzioni dopo le sette effettuate nel 1993. Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state comminate almeno 5 condanne a morte.

    Gibuti

    Il 14 aprile 2010, il parlamento di Gibuti ha approvato un emendamento costituzionale che introduce l’abolizione della pena di morte nella Costituzione.
    “L’Unione Europea si congratula con Gibuti per l’ulteriore rafforzamento dei suoi impegni nell’abolizione della pena capitale in linea con il trend abolizionista mondiale”, ha dichiarato Catherine Ashton, Alto Rappresentate per gli Affari Esterni e la Politica sulla Sicurezza dell’Unione Europea.

    La riforma del Codice Penale e del Codice di Procedura Penale, entrata in vigore il 1° gennaio 1995, ha abolito completamente la pena di morte. Nel 2002, Gibuti ha ratificato il Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (per l’abolizione della pena di morte).
    In precedenza, era stata condannata a morte solo una persona, per terrorismo, ma la condanna era stata commutata in ergastolo nel 1993. L’ultima esecuzione risale a prima dell’indipendenza dalla Francia, il 27 giugno del 1977.

    Pakistan

    Nel 2009, in Pakistan, sono state emesse 276 condanne a morte, ma per la prima volta nella storia del Paese non sono state registrate esecuzioni.
    Nel 2008, erano state giustiziate almeno 36 persone e almeno 159 erano state condannate a morte, un calo già significativo rispetto al 2007, quando sono state almeno 134 le persone giustiziate e almeno 309 quelle condannate a morte.
    Il 3 giugno 2010, il presidente pakistano Asif Ali Zardari ha firmato gli Strumenti di Ratifica relativi al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) e alla Convenzione contro la Tortura e i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti. I due Trattati erano stati firmati dal nuovo governo del Pakistan il 17 aprile 2008.

    Il radicale cambio di rotta nella pratica della pena di morte è iniziato il 3 luglio 2008, quando il governo federale pakistano ha approvato formalmente la proposta di conversione delle condanne a morte in ergastolo a beneficio di circa 7.000 prigionieri sparsi in tutto il Paese. La decisione è stata presa nel corso di una riunione del consiglio dei ministri, presieduta dal premier Syed Yousaf Raza Gilani.
    Il premier Gilani aveva annunciato la sua intenzione di commutare tutte le condanne a morte in Pakistan il 21 giugno 2008, nell’ambito delle celebrazioni per il 55° anniversario della nascita di Benazir Bhutto, per onorare la memoria della leader del Pakistan People’s Party, la stessa formazione dell’attuale primo ministro, uccisa in un attentato nel dicembre 2007.
    Contro la decisione del Governo si sarebbe pronunciato il Ministero della Giustizia, il quale – secondo fonti della Segreteria del primo ministro – avrebbe sconsigliato il premier dall’approvare le commutazioni, definendo il provvedimento come una violazione del diritto islamico, oltre che delle decisioni assunte dalla Corte Suprema pakistana. Secondo il Ministero della Giustizia, il Presidente del Pakistan non avrebbe alcun diritto di commutare condanne a morte emesse sulla base delle Ordinanze Hudud, che prevedono punizioni stabilite nel Corano, o della Quisas, legge che in caso di omicidio attribuisce ai familiari dell’ucciso il diritto di chiedere l’esecuzione del responsabile. Analogamente – secondo il Ministero della Giustizia – neanche alcuni tipi di condanne capitali emesse per omicidio in base alle leggi Tazir, che lasciano al giudice facoltà di decidere la pena, possono essere condonate o commutate in ergastolo senza il consenso dei familiari della vittima. Nonostante le pressioni esercitate dal Ministero della Giustizia, il Governo federale ha tuttavia deciso di approvare le 7.000 commutazioni. Sempre secondo la fonte interna alla Segreteria del Premier, il Ministero della Giustizia avrebbe comunque riconosciuto che l’articolo 45 della Costituzione pakistana attribuisce al Presidente il potere di commutare qualsiasi condanna emessa da tribunali o altre autorità.
    Il 22 novembre 2008, Rehman Malik, consigliere del Primo ministro sugli affari interni, ha informato l’Assemblea Nazionale, per iscritto, che il Ministero di Giustizia federale stava elaborando una proposta di abolizione della pena di morte.
    Il 29 gennaio 2009, il Ministero degli Interni pakistano ha sottoposto al Presidente Asif Ali Zardari la proposta di sostituzione della pena di morte con l’ergastolo. Lo ha riferito un canale TV privato, precisando che se la proposta divenisse legge non riguarderebbe le persone condannate a morte per attentati terroristici contro l’integrità nazionale. Secondo la stessa fonte, il governo federale aveva inviato la proposta al Ministero della Giustizia sei mesi prima, il quale – dopo aver apportato delle modifiche – a sua volta l’aveva sottoposta al Ministero degli Interni.
    Il 10 aprile 2009, l’Alta Corte di Lahore, nella provincia pakistana del Punjab, ha abolito la pena di morte per le donne e i minorenni sotto processo per traffico di droga.
    Il 24 giugno 2009, la Corte Suprema del Pakistan ha raccomandato ai tribunali di osservare una cura estrema nell’emettere condanne a morte. La corte, presieduta dal giudice Javed Iqbal insieme ai giudici Sayed Zahid Hussain e Muhammad Sair Ali, lo ha dichiarato nel corso dell’appello presentato da Muhammad Sharif.
    Il 16 settembre 2009, il Ministro della giustizia e degli affari parlamentari di Sindh, Ayaz Soomro, ha confermato la volontà del Presidente pachistano Asif Ali Zardari di sostituire la pena di morte con condanne dai 24 ai 30 anni di carcere e la richiesta ai governi delle province di sottoporre all’esame del parlamento le proposte in materia.
    Il 17 settembre 2009, il Ministro degli Interni, Rehman Malik, ha confermato che una proposta di legge per l’abolizione della pena di morte era stata inviata alla divisione legislativa per i relativi pareri. Il Ministro ha chiarito però che le persone condannate a morte per atti terroristici non avrebbero beneficiato dell’eventuale abolizione.
    Il 13 ottobre 2009, il Ministro della giustizia e degli affari parlamentari di Sindh, Ayaz Soomro, ha ribadito che il governo federale pachistano aveva chiesto alle province di prendere in considerazione le raccomandazioni di convertire la pena di morte in ergastolo. Il Ministro degli Interni della stessa provincia, Zulfiqar Mirza, ha dichiarato davanti all’Assemblea che erano almeno 228 i prigionieri, inclusa una donna, in attesa della condanna capitale, nelle carceri della provincia. Il Ministro ha detto che il governo stava seriamente considerando di commutare la legge sulla pena di morte in ergastolo.
    Il 17 febbraio 2010, il Ministro degli Interni Federale del Pakistan, Rehman Malik, ha confermato davanti all’Assemblea Nazionale che il governo sta seriamente considerando di porre fine alla pena di morte, eccetto che per i crimini più atroci.

    Ghana

    Il 7 gennaio 2009, nel suo ultimo giorno come Presidente del Ghana, John Kufuor ha graziato oltre 500 detenuti.
    Tutti i prigionieri del braccio della morte, circa 105 tra cui tre donne, hanno avuto la pena di morte commutata in ergastolo, ha reso noto il vice ministro dell’Informazione Frank Agyekum. In particolare, chi aveva già trascorso più di 10 anni nel braccio della morte ha avuto la pena commutata in 20 anni di detenzione.
    Questo provvedimento si colloca in una lunga scia di amnistie concesse dal Presidente John Kufuor, cattolico devoto e detto “il gigante buono dell’Africa”, da quando con le elezioni presidenziali e parlamentari del 2000 l’opposizione da lui guidata ha posto fine al Governo di Jerry Rawlings al potere da venti anni. Nel giugno 2003, il Presidente Kufuor aveva concesso un’amnistia a 179 prigionieri che avevano scontato almeno 10 anni nel braccio della morte. Il 6 marzo 2007, in occasione del 50° anniversario dell’indipendenza nazionale, Kufuor aveva commutato in ergastolo 36 condanne a morte. Il 1° luglio 2007, il Presidente Kufuor aveva commutato in ergastolo la condanna a morte di altri sette prigionieri.
    Dopo aver completato due mandati presidenziali, il Presidente Kufuor, esponente del New Patriotic Party (NPP), ha ceduto la carica a John Evans Atta Mills, del National Democratic Congress (NDC), vincitore delle elezioni del 28 dicembre 2008.

    Negli anni più recenti, molti personaggi autorevoli ghanesi hanno preso posizione contro la pena di morte, tra cui l’ex Ministro della Giustizia che nell’aprile del 2008, insieme ad alcuni membri del parlamento, ha sottolineato la necessità di aprire un dibattito sulla questione.
    Nel gennaio 2010, è stata istituita una Commissione per la revisione della Costituzione in Ghana con il compito di tenere consultazioni pubbliche sui diversi argomenti, inclusa l’abolizione della pena di morte, presentare delle raccomandazioni al governo e proporre una bozza di legge per emendare la Costituzione.

    La pena di morte è presente nei codici del Ghana sin dalla introduzione nel Paese della common law inglese nel 1874, ed è prevista tuttora per omicidio, tradimento e rapina a mano armata.
    Nel Ghana non ci sono esecuzioni dal luglio 1993 quando 12 prigionieri condannati per rapina e omicidio sono stati fucilati. Nonostante la moratoria di fatto delle esecuzioni in atto dal 1993, la pena di morte rimane nell’ordinamento del Paese e condanne capitali continuano a essere comminate.
    Nel 2009, secondo Amnesty International, sono state condannate a morte almeno 7 persone.

    Uganda

    Il codice penale dell’Uganda prevede 15 reati capitali: nove raggruppati sotto il titolo collettivo “tradimento” e reati contro lo Stato, stupro, diffusione di un morbo, omicidio, rapina aggravata e rapimento aggravato. La morte è una pena obbligatoria per sei dei reati di tradimento e facoltativa per gli altri.
    Nel marzo 2002, il Parlamento ugandese ha approvato una controversa legge che prevede la pena di morte obbligatoria per chi compie atti di terrorismo.
    Il 10 giugno 2005, la Corte Suprema ugandese aveva stabilito l’incostituzionalità della pena di morte come sanzione obbligatoria per alcuni reati, ordinando al Parlamento di emendare la legislazione in vigore. La stessa Corte aveva tuttavia respinto la petizione – presentata da tutti i 417 prigionieri del braccio della morte ugandese – che chiedeva di riconoscere la pena capitale come punizione crudele e degradante e quindi contraria alla Costituzione.
    Nell’aprile 2007, l’Uganda ha approvato una legge che prevede la pena di morte per chi, intenzionalmente, trasmette il virus dell’Aids.
    Il 3 aprile 2009, il parlamento ugandese ha stabilito all’unanimità che la pena di morte diventi la pena massima per il traffico di esseri umani.

    Il 20 gennaio 2009, la Corte Suprema ugandese ha confermato la decisione della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittima la sentenza capitale obbligatoria e ha stabilito che debbano essere commutate in ergastolo le condanne a morte imposte in via obbligatoria e quelle dei prigionieri che si trovano in carcere da più di tre anni. Pur confermando la costituzionalità della pena capitale, la Corte ha definito “eccessivo un periodo di tre anni trascorso nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione”. Era stata un’organizzazione per i diritti umani, la Foundation for Human Rights Initiative, a presentare il ricorso per conto di 417 condannati a morte che avevano firmato la petizione contro le loro sentenze capitali perché il metodo dell’impiccagione è crudele, i condannati sono sottoposti a una tortura mentale e la maggioranza di essi sono detenuti per molti anni dopo la condanna.
    Pur rigettando l’appello, il panel composto da sette giudici ha raccomandato al governo di eseguire le sentenze capitali entro i tre anni, superati i quali le condanne devono essere commutate in ergastolo.
    I giudici hanno chiesto inoltre al parlamento di rivedere il metodo di esecuzione per rispondere ai rilievi sulla crudeltà e disumanità dell’impiccagione. “Per quanto riguarda la costituzionalità dell’impiccagione, si tratta di un metodo crudele, disumano e degradante che ha un effetto deleterio sia sui condannati sia sugli esecutori”, ha affermato la corte. “Dal momento che è prevista nella Costituzione, ci preoccupa il modo in cui la condanna a morte viene eseguita.” I giudici della Corte hanno inoltre chiesto al Parlamento di “riaprire il dibattito su quanto sia desiderabile la pena di morte nella nostra Costituzione”.
    “Si tratta di uno sviluppo molto significativo dal momento che molti dei prigionieri nel braccio della morte si trovano lì da più di tre anni”, ha commentato Livingstone Sewanyana, direttore esecutivo della Foundation for Human Rights Initiative, secondo cui la sentenza della Corte Suprema riguarda circa 330 dei suoi assistiti.
    Il 25 gennaio 2009, il Presidente Museveni ha lodato i giudici supremi per essersi rifiutati di eliminare la pena di morte. Parlando in occasione delle celebrazioni per la vittoria del Movimento/Esercito di Resistenza Nazionale a Kololo, Museveni ha detto che chi uccide degli innocenti non merita altro che la morte. “Qualcuno chiede alla Corte Suprema di abolire la pena capitale. Non è compito della Corte Suprema ma del Parlamento. Sono contento che anche le corti se ne siano accorte.”

    Il 20 gennaio 2009, il presidente ugandese Yoweri Museveni ha concesso la grazia a tre condannati a morte, commutando inoltre in ergastolo la pena di altri tre prigionieri del braccio della morte. Il primo dei graziati è Chris Rwakisisi, ministro della sicurezza nel secondo governo dell’ex presidente Apolo Milton Obote tra il 1980 e il 1985, che era stato condannato a morte per omicidio. Ali Fadhul, un altro dei graziati, è stato ministro per le amministrazioni regionali durante il regime di Idi Amin Dada. Anche Fadhul era stato riconosciuto colpevole di omicidio. Ezra Kusasirwa, il terzo dei graziati, era stato condannato a morte per diserzione. Samuel Sempijja, Benon Hazimana e Wasswa Abdallah sono i tre la cui condanna capitale è stata commutata in ergastolo.
    Il 13 novembre 2009, cinque detenuti in attesa di esecuzione da più di vent’anni sono stati rilasciati dalle autorità della prigione di Luzira. Si tratta di Hajji Mohammed Birikkadde Kasoozi, che era stato condannato a morte nel 1982 per sequestro di persona; Fred Tindigwihuura, condannato nel 1987 nella città di Hoima; Isaiah Bikumu, Ben Ogwang Simba e Yowana Serunkuma. Quest’ultimo, riconosciuto colpevole di rapina a mano armata, è stato tuttavia trattenuto nel carcere per un precedente tentativo di evasione. La scarcerazione è avvenuta in seguito alla sentenza della Corte Suprema, in base alla quale le condanne capitali devono essere commutate in ergastolo se non sono state applicate entro tre anni. Il portavoce della prigione di Luzira, Frank Baine, ha dichiarato che, sebbene il rilascio abbia accresciuto l’entusiasmo dei detenuti, l’impiccagione dei condannati è ancora legale nel Paese e può essere attuata in ogni momento. “Se il governo si atterrà alla decisione della Corte Suprema, le esecuzioni saranno più frequenti rispetto al passato.”

    Almeno 377 persone, tra cui una donna, sono stati giustiziate in Uganda a partire dal 1938. Le ultime esecuzioni in Uganda risalgono al 2006.
    Il 16 settembre 2009, la Fondazione per l’Iniziativa sui Diritti Umani ha presentato a Kampala un Rapporto secondo il quale nel carcere ugandese di Luzira erano rinchiuse 17 persone condannate a morte per reati commessi quando avevano meno di 18 anni. Alcuni di loro, ora adulti, hanno passato nel braccio 12 anni.
    Al 4 novembre 2009, i detenuti nel braccio della morte erano 637. Molti di loro sono nel braccio della morte da più di 10 anni e ve ne sono alcuni che sono in attesa della morte dalla fine degli anni ‘70!
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

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    Predefinito Rif: Nessuno Tocchi Caino: il rapporto 2010 sulla pena di morte nel mondo

    Zambia

    Il 14 gennaio 2009, il Presidente dello Zambia, Rupiah Bwezani Banda, ha commutato le condanne capitali di 53 prigionieri del braccio della morte del carcere di Mukobeko, a Kabwe, capoluogo della Provincia Centrale dello Zambia. Le condanne a morte sono state commutate in ergastoli e varie pene detentive.
    Il 3 aprile 2009, il presidente Rupiah Banda ha dichiarato che non firmerà alcun ordine di esecuzione, nonostante la pena capitale sia ancora prevista dalla Costituzione. Parlando a una delegazione di parlamentari tedeschi, Banda ha spiegato di voler seguire i passi del suo predecessore, Levy Mwanawasa, che nei sette anni in cui è stato Presidente non ha autorizzato alcuna esecuzione. Rupiah Banda era stato Vice presidente dello Zambia dal 2006 fino alla morte di Mwanawasa nel 2008, quando è diventato il candidato del Movement for Multiparty Democracy al posto di Mwanawasa.

    Dal 1964, quando lo Zambia è diventato indipendente, 53 persone sono state giustiziate tramite impiccagione. L’ultima esecuzione in Zambia è avvenuta nel gennaio 1997, quando l’ex Presidente Frederick Chiluba autorizzò l’impiccagione di 8 detenuti avvenuta lo stesso giorno. Da allora, nel Paese si sono registrate anche una serie di decisioni e prese di posizione significative nel senso del rafforzamento dei diritti umani.
    Nell’agosto 2003, il Parlamento ha deciso di abolire le punizioni corporali. “Le abbiamo abolite perché barbare, ma anche per dare dello Zambia un’immagine internazionalmente accettabile”, aveva dichiarato il Ministro della Giustizia, George Kunda. “La loro abolizione è un passo in avanti verso l’abolizione dell’impiccagione, pena corporale suprema”, hanno detto durante il dibattito parlamentare due deputati della maggioranza. Nell’aprile 2003, il Presidente Levy Mwanawasa aveva istituito una commissione col compito di riscrivere la Costituzione e valutare se abolire o meno la pena di morte. Nel luglio 2005, la Commissione ha presentato le sue raccomandazioni tra le quali vi è il mantenimento della pena di morte. Sarà comunque il Parlamento a dover decidere sulla questione.
    Da parte sua, il Presidente Mwanawasa, un cristiano battista di sentimenti abolizionisti, da quando è stato eletto nel 2001 e fino alla sua morte, si era sempre rifiutato di firmare i decreti di esecuzione, commutando centinaia di condanne a morte. “Le persone non possono essere mandate al macello come fossero polli, e finché sarò Presidente non firmerò alcun ordine di esecuzione. Non voglio essere il capo dei boia”, aveva dichiarato Mwanawasa.

    Il 3 febbraio 2010, al termine di un acceso dibattito, la Conferenza Costituente Nazionale (CCN) dello Zambia ha confermato l’art. 34 (2) della Costituzione, che prevede la pena di morte. In base all’articolo, una persona non può intenzionalmente essere privata della vita se non in applicazione di una sentenza di tribunale emessa nel rispetto della legge in vigore. Nel corso del dibattito uno dei delegati alla CCN, il Colonnello Moses Phiri, ha detto che lo Zambia deve conservare la pena capitale e che la Bibbia è stata chiara nell’attribuire allo stato il potere di togliere la vita. Per Christine Mulundika la società non dovrebbe occuparsi dei diritti di una persona che ne ha uccisa un’altra, mentre Dante Saunders ha chiesto perché mai l’articolo debba essere eliminato nel momento in cui altri Paesi vogliono reintrodurre la pena capitale.

    Marocco

    Il Re del Marocco, Mohammed VI, non ha mai firmato finora un decreto di esecuzione da quando è salito al trono il 23 luglio 1999.
    Il 30 luglio 2009, il Re ha concesso un’ampia amnistia in occasione del 10° anniversario della sua incoronazione. Secondo il giornale arabo Al-Sharq Al-Awsat “molte decine di prigionieri attualmente nel braccio della morte avrebbero ricevuto la commutazione della condanna capitale in ergastolo”. Fonti della casa reale hanno fatto sapere che circa 24.000 persone avrebbero beneficiato dell’atto di clemenza: 16.000 prigionieri sarebbero stati presto liberati e 8.000 avrebbero ricevuto pene più lievi. Il provvedimento ha riguardato in particolare donne in gravidanza, giovani madri, minorenni, anziani, disabili e cittadini stranieri.
    Per molti osservatori si è trattato di un ulteriore segnale nella direzione dell’abolizione della pena capitale nel Paese. L’ultimo massiccio atto di clemenza risaliva al 2 marzo 2007, quando il Re del Marocco ha concesso la grazia a 14 condannati alla pena capitale nell’ambito di un’amnistia che il sovrano ha concesso a un totale di 8.836 detenuti, a seguito della nascita della sua prima figlia, la principessa Lalla Khadija.

    Al 19 agosto 2008, i prigionieri del braccio della morte del Marocco erano circa 150, tenuti in condizioni talmente disumane da minacciare la vita stessa, hanno denunciato attivisti per i diritti umani e ONG. “La situazione generale dei detenuti in Marocco, specialmente quelli nel braccio della morte, è assolutamente catastrofica e disumana”, ha detto all’IPS Mohamed Kouhlal, scrittore specializzato nelle questioni dei diritti umani. Le condizioni nel braccio della morte sono “anche peggio dell’esecuzione stessa”, ha aggiunto Al El Ouakili, noto scrittore e fautore dell’abolizione. Kouhlal e El Ouakili sono due tra i numerosi attivisti che hanno scritto, di recente, rapporti sulla situazione delle carceri in Marocco. I fatti sono confermati dalle fotografie fatte di nascosto in prigione che mostrano i detenuti ammassati nelle celle come sardine.

    Le autorità di Rabat hanno intrapreso una vera e propria guerra contro il terrorismo di matrice islamica all’interno del Paese all’indomani degli attentati del 16 maggio 2003, in cui morirono 43 persone a Casablanca. Una nuova legge, passata in Parlamento nel maggio 2003, ha esteso la pena capitale a reati legati al terrorismo.
    Gli attentati suicidi avvenuti a Casablanca all’inizio del 2007, hanno provocato resistenze da parte dello Stato nel processo di abolizione della pena di morte in corso nel Paese da almeno due anni.
    “L’abolizione ora dipende solo da Mohamed VI”, aveva dichiarato nel novembre 2007 Mostafa Hannaoui, membro del Partito Socialista e Progressista. “Solo il Re ha l’autorità di rompere l’attuale impasse e rimettere la questione all’ordine del giorno.” Opinione condivisa anche da Khadija al-Riadi, presidente dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani. “Eravamo vicini all’abolizione lo scorso anno, ma sfortunatamente la ripresa di attentati terroristici, che minacciano la sicurezza del Paese, ancora non ci permette di farlo”, ha detto al-Riadi.
    Nel dicembre del 2007, il nuovo ministro della Giustizia, Abdelwahed Radi, aveva confermato che il Paese era intenzionato ad abolire la pena di morte e aveva comunque ribadito che il Marocco è in procinto di abolirla. L’eliminazione della pena capitale potrebbe rientrare in una revisione del codice penale, aveva aggiunto il Ministro, riportato dal Med Basin Newsline.

    In Marocco sono 11 i reati che comportano la condanna capitale, tra cui omicidio aggravato, tortura, rapina a mano armata, incendio doloso, tradimento, diserzione, attentato alla vita del Re.
    Dal 1973, solo due delle 133 persone condannate a morte sono state giustiziate. L’ultima esecuzione è avvenuta nel 1993 quando Mohammed Tabet, questore di polizia e capo dell’intelligence generale del Paese, è stato giustiziato per abuso della sua posizione e stupro di centinaia di donne e ragazze.
    Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state comminate 13 condanne a morte.

    Kenia

    Il 3 agosto 2009, il Presidente del Kenia, Mwai Kibaki, ha annunciato la commutazione della pena capitale in ergastolo per gli oltre 4.000 prigionieri del braccio della morte. Lo stesso Kibaki ha precisato che la sua decisione, che è seguita alla raccomandazione di una commissione costituzionale, non significava che la pena di morte era stata abolita nel Paese. “La lunga permanenza nel braccio della morte causa angoscia e sofferenza eccessiva, un trauma psichico, il che potrebbe costituire un trattamento inumano”, si legge nella dichiarazione del Presidente, che ha incaricato il Governo di verificare quale sia l’effetto della pena di morte nella lotta contro il crimine.
    Al 3 giugno 2009, in base a un rapporto presentato al Parlamento dalla Commissione Amministrazione, Sicurezza Nazionale ed Autorità Locali, erano circa 5.000 i condannati a morte rinchiusi nelle prigioni del Paese, tra cui più di 900 detenuti nel solo braccio della morte di Nairobi.
    L’8 marzo 2009, il vice-presidente Kalonzo Musyoka aveva dichiarato che il governo keniota stava rivedendo la pena di morte e che il suo ufficio si stava consultando con gli uffici del Ministro della Giustizia e del Presidente Kibaki per studiare la via da seguire. “Alcuni paesi africani, come il Ruanda, hanno già abolito la pena di morte, noi potremmo andare in quella direzione se c’è consenso”, ha detto.
    L’11 maggio 2010, il governo del Kenia ha respinto la richiesta delle Nazioni Unite di eliminare la pena di morte dalla propria legislazione, avanzata nel corso del Consiglio per i Diritti Umani di Ginevra. Nel suo comunicato, l’inviato del Kenia presso la missione Onu di Ginevra, Philip Owade, ha spiegato che l’opinione pubblica del suo Paese si è espressa contro qualsiasi tentativo di abolire la pena capitale.

    Omicidio, tradimento e rapina a mano armata sono reati capitali previsti nel Codice Penale. In particolare, i tribunali applicano la pena di morte con inflessibile rigore nei confronti dei rapinatori violenti.
    Nel dicembre 2002, una vittoria schiacciante della National Rainbow Coalition (Coalizione Nazionale Arcobaleno) ha messo fine a 39 anni di monopartitismo dell’Unione Nazionale Africana del Kenia (Kanu) che governava da quando il paese aveva ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1963. Dopo la vittoria elettorale, il neo Presidente Mwai Kibaki ha annunciato di voler abolire la pena di morte e, il 25 febbraio 2003, ha commutato in ergastolo le condanne a morte di 195 detenuti, mentre altri 28 sono stati liberati dopo aver scontato dai 15 ai 20 anni di braccio della morte o per aver tenuto una buona condotta.
    Per abolire la pena di morte, il governo ha scelto la via di una riforma costituzionale. Ma la Conferenza Nazionale Costituzionale (CNC), incaricata di preparare una nuova Costituzione per il Paese, il 9 marzo 2004, ha deciso di mantenere la pena di morte per omicidio e stupro di minorenni abolendola solo per tradimento e rapina a mano armata. Il Ministro della Giustizia e degli Affari Costituzionali Kiraitu Murungi, abolizionista anche quando era all’opposizione, ha subito reagito dichiarando che il Governo era determinato nel non voler impiccare nessuno e, il 10 marzo 2004, il Presidente Kibaki ha commutato in ergastolo tutte le condanne a morte. Oltre 2.500 persone potrebbero aver beneficiato della commutazione.
    Il progetto di nuova Costituzione è stato riesaminato ed emendato dal Parlamento del Kenia, ma anche la nuova versione, approvata nel luglio 2005, manteneva la pena capitale ed è stata comunque bocciata dal referendum popolare che si è tenuto nel novembre del 2005, un voto interpretato come contrario al Presidente Kibaki piuttosto che alla Costituzione in sé. Kibaki è stato comunque rieletto presidente il 30 dicembre 2007, dopo elezioni contestate per brogli dall’opposizione.
    L’ultima esecuzione in Kenia è avvenuta nel 1987 quando Hezekiah Ochuka e Pancras Oteyo Okumu sono stati giustiziati per aver tentato un colpo di stato il 1° agosto 1982.

    Nigeria

    Il 22 marzo 2009, intervenendo ad Abuja a un forum della News Agency of Nigeria, il ministro degli Interni Godwin Abbe, aveva reso noto che erano circa 200 i prigionieri del braccio della morte in Nigeria. “Alcuni di loro si trovano nel braccio della morte da 15 o 20 anni, in attesa di essere impiccati, e chiunque può immaginare quale angoscia e quale trauma subiscano.” Il Ministro attribuisce la “lunga attesa per la morte” alla riluttanza dei governatori statali a firmare gli ordini di esecuzione: “I nostri governatori sono persone molto umane che non vogliono che sangue sia versato. Potrebbero invece usare il loro potere di grazia per commutare delle condanne capitali in ergastolo o in pene meno dure.” “Dopo gli appelli, se anche la Corte Suprema ratifica una condanna a morte, spetta infatti ai governatori confermarla o meno”, ha spiegato il Ministro. “Da parte nostra chiediamo ai governatori di assumere delle decisioni sulle condanne capitali definitive, senza per forza confermarle”, ha aggiunto. Abbe ha smentito le voci secondo cui nel Paese le impiccagioni vengono rinviate perché non ci sono boia a disposizione. “Il servizio carcerario dispone di diversi boia, tuttavia non riveliamo i loro nomi né il loro numero esatto.”
    Il 22 maggio 2009, il Procuratore generale della federazione nigeriana, Michael Kaase Aondoakaa, ha chiesto al proprio governo di liberare gli 87 prigionieri del braccio della morte con 60 o più anni d’età, nell’ambito delle misure per decongestionare le prigioni del Paese. Aondoakaa, che è anche Ministro della Giustizia, ha avanzato la proposta nel corso di un meeting svoltosi a Uyo, capitale dello Stato nigeriano di Akwa Ibom. Il Procuratore generale ha inoltre invitato i Procuratori dei vari Stati della federazione a intraprendere azioni simili, finalizzate a decongestionare le prigioni e far progredire i diritti umani dei cittadini.

    Il 3 gennaio 2009, il Governatore dello Stato di Ebonyi, Martin Elechi, ha commutato in ergastolo le condanne a morte di due prigionieri. Il Procuratore Generale dello Stato e Ministro della Giustizia, Jossy Eze, ha spiegato che il gesto era un dono, in occasione del natale e del nuovo anno, concesso ai detenuti con la speranza che possano “contraccambiare con un cambiamento positivo nel loro cuore”. Il Governatore ha esercitato il suo potere su raccomandazione del Consiglio di Stato sulla Prerogativa della Grazia, un organismo creato per questo tipo di raccomandazioni.
    Il 26 agosto 2009, il governatore dello Stato nigeriano di Lagos, Babatunde Fashola, ha amnistiato tre condannati a morte, che sono stati liberati sulla base di motivi umanitari. Altri 37 prigionieri del braccio della morte hanno ricevuto la commutazione della pena, compresi i 29 che sono stati condannati all’ergastolo. Il Governatore ha dichiarato di voler offrire ai prigionieri la “speranza di cambiare la loro condotta e di essere reinseriti nella società”. Nello Stato di Lagos continuano a essere emesse condanne capitali, nonostante non vengano giustiziati prigionieri da più di 10 anni.
    Il 1° ottobre 2009, il governatore dello Stato nigeriano di Ondo ha commutato in pene detentive le condanne all’impiccagione di quattro persone. Il governatore Olusegun Mimiko ha così deciso di seguire le raccomandazioni del Consiglio Consultivo di Stato sulla Prerogativa della Grazia, in occasione del 49° anniversario dell’indipendenza nazionale. Per Sunday Eweje e Sunday John, che erano stati condannati a morte per omicidio, la pena è stata mutata in 21 anni di carcere, mentre Ayodele Bunmi e Alonge Temitope, che erano stati condannati a morte per rapina a mano armata, dovranno ora scontare 27 anni di carcere ciascuno. “Le decisioni prese non rappresentano certo una ricompensa o incoraggiamento per il crimine, ma concedono a queste persone un’altra opportunità di voltare pagina”, ha dichiarato Mimiko, che ha invitato a “considerare la grazia concessa come un segno della benevolenza di Dio nei confronti loro e del nostro Paese, il cui anniversario di indipendenza stiamo celebrando”.
    Il 25 ottobre 2009, Alhaji Sule Lamido, governatore dello Stato di Jigawa, ha perdonato sei condannati a morte per omicidio colposo. Una dichiarazione dell’ufficio della Segreteria del Governo statale ha detto che Sale Dagayya, Isa Mato, Shabe Alhaji Galadima, Haruna Alhaji Galadima, Amadu Idi e Sambo Alhaji Galadima erano stati condannati all’impiccagione dalle Alte Corti di Hadejia, Kazaure e Kano.
    Il 3 gennaio 2010, Bukola Saraki, governatore dello Stato di Kwara, ha graziato Bayo Ajia e Olayinka Are, che erano stati condannati a morte dall’Alta Corte dello stato nel marzo 2005, con l’accusa di omicidio colposo.

    Durante il 2009, in otto Stati nigeriani – Abia, Akwa Ibom, Anambra, Delta, Ebonyi, Enugu, Imo e Rivers – sono state approvate leggi che introducono il rapimento come reato capitale.
    Le ultime esecuzioni in Nigeria sono avvenute nel 2006, quando almeno sette uomini, condannati da un tribunale dello Stato di Kano, sono stati impiccate in segreto, nonostante che il governo nigeriano avesse assicurato che nel Paese nessuno veniva giustiziato “da anni”.
    Nel 2009, secondo Amnesty International, in Nigeria sono state condannate a morte 58 persone.
    Nel maggio 2010, i detenuti nel braccio della morte erano 820. I governatori degli Stati della federazione nigeriana si sono detti favorevoli alla loro esecuzione, considerata la condizione di sovraffollamento delle carceri. “Ci siamo trovati d’accordo sul fatto che le persone condannate a morte debbano di conseguenza essere messe a morte”, ha dichiarato Theodore Orji, governatore dello Stato sud-orientale di Abia, al termine dell’incontro dei 36 governatori, svoltosi nella capitale federale Abuja il 20 aprile. I governatori, che hanno il potere di firmare ordini di esecuzione, hanno detto inoltre che più dell’80% della popolazione carceraria della Nigeria è in attesa del processo e che servirebbero misure per “lasciare andare” chi da tempo si trova in carcerazione preventiva, ha aggiunto Orji. Koyode Odeyemi del Servizio Nigeriano delle Prigioni ha detto che dei 40.106 detenuti sono 36.000 quelli in attesa di processo.
    Il 24 maggio 2010, gli 820 detenuti nei bracci della morte nigeriani hanno citato in giudizio, davanti all’Alta Corte Federale, i governatori dei 36 Stati nigeriani e il Sovrintendente-Generale delle Prigioni. I detenuti vogliono che la corte fermi le esecuzioni pianificate in quanto crudeli e disumane. Alcuni di loro hanno i casi pendenti presso la corte per contestare i verdetti di colpevolezza, le condanne e l’obbligatorietà delle norme in base a cui sono stati condannati.

    Tanzania

    Il 19 novembre 2009, il Presidente della Tanzania Jakaya Kikwete ha dichiarato di aver commutato in ergastolo le condanne a morte di 75 prigionieri “appena alcuni giorni fa”. La dichiarazione è stata resa dal Presidente nel corso di una conferenza svoltasi a Roma. Kikwete ha spiegato che molti cittadini tanzaniani sostengono la pena di morte, tuttavia – ha aggiunto – “la pena di morte è stata usata come un cane privo di denti. Sono più di 200 i detenuti nel braccio della morte ma nessuno è stato messo a morte”. “La legge che prevede la pena capitale esiste, tuttavia non viene applicata da molto tempo.”

    Il 13 e 14 luglio 2009, il Comitato Diritti Umani delle Nazioni Unite ha esaminato il quarto rapporto periodico della Tanzania sulla implementazione del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, chiedendo al Governo di prendere in seria considerazione l’abolizione della pena di morte, oltre che di assicurarsi che non vengano violati i diritti dei prigionieri del braccio della morte. La Tanzania “deve considerare seriamente di abolire la pena di morte e aderire al Secondo Protocollo Opzionale al Patto”, ha raccomandato il Comitato, aggiungendo che lo Stato parte “dovrebbe anche considerare di commutare presto le sentenze di tutte le persone finora condannate a morte”. Inoltre, nel prendere atto con piacere che nessuna esecuzione è stata effettuata dal 1994, il Comitato si è mostrato “preoccupato del numero elevato di detenuti nel braccio della morte (292 nel 2009)”, i quali “per la moratoria solo di fatto, vivono nel timore costante di essere giustiziati”. Secondo il Comitato, una tale situazione di stress mentale potrebbe configurare “una forma di trattamento inumano e degradante se non di vera e propria tortura”. Da parte sua, la delegazione della Tanzania ha assicurato che “il Governo sta procedendo lentamente verso l’abolizione della pena di morte”.
    La richiesta del Comitato Diritti Umani concorda con un rapporto sull’attuazione del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici sottoposto al Comitato da tre organizzazioni locali: la Southern Africa Human Rights Non-Governmental Organizations (SAHRINGON), la Tanganyika Law Society e il Legal and Human Rights Centre.

    Nel 2008, il Legal and Human Rights Centre in collaborazione con la rete di ONG SAHRINGON e la Tanganyika Law Society aveva presentato una petizione all’Alta Corte sostenendo che la pena capitale violi il diritto alla vita. Da parte sua, il Governo ha annunciato, attraverso il ministro della Giustizia e degli Affari Costituzionali Mathias Chikawe, che stava raccogliendo opinioni sulla opportunità di abolire o meno la pena di morte, anche se le proposte di abolizione giungevano nel momento sbagliato, considerati i recenti omicidi rituali commessi nel Paese contro persone albine.

    La pena di morte in Tanzania è prevista per omicidio e tradimento. Per chi commette omicidio la condanna a morte obbligatoria, previsione che è vietata dal diritto internazionale.
    In base alle cifre fornite dalla governativa Law Reform Commission of Tanzania (LRCT), almeno 2.478 persone sono state condannate a morte nel Paese dal 1961 al 2007. Di questi condannati, 238 sono stati impiccati, incluse sei donne.
    L’ultima esecuzione è avvenuta nel 1994. A luglio 2009, erano 292 i prigionieri del braccio della morte in Tanzania.
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

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    Predefinito Rif: Nessuno Tocchi Caino: il rapporto 2010 sulla pena di morte nel mondo

    RIPRISTINO DELLA PENA DI MORTE E RIPRESA DELLE ESECUZIONI

    Sul fronte opposto, la Thailandia ha ripreso le esecuzioni nell’agosto 2009 dopo circa sei anni di sospensione.
    Nell’aprile 2010, in Palestina il Governo di Hamas a Gaza si è reso responsabile della ripresa delle esecuzioni dopo una moratoria di fatto durata cinque anni.
    Alla fine di aprile 2010, anche Taiwan ha ripreso le esecuzioni dopo cinque anni di sospensione.

    Thailandia

    Il 24 agosto 2009, due uomini sono stati giustiziati mediante iniezione letale, dopo essere stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga. Si tratta delle prime esecuzioni dopo circa sei anni di sospensione.
    Bundit Jaroenwanit, 45 anni, e Jirawat Poompreuk, 52 anni, sono stati messi a morte nel carcere di Bang Khwang a Bangkok. I due hanno saputo il giorno stesso che sarebbero stati giustiziati, con un preavviso di poche ore. Hanno avuto solo il tempo di scrivere le ultime volontà, telefonare alla famiglia, consumare l’ultimo pasto e ascoltare il sermone di un monaco buddista. Sono stati bendati e gli sono stati dati fiori, candele e bastoncini di incenso prima di essere portati con mani e piedi incatenati nella camera della morte. Quando sono stati stesi sul lettino dell’iniezione letale, i due hanno voltato lo sguardo verso il tempio. Poi hanno ricevuto tre iniezioni: la prima un sedativo; la seconda un rilassante dei muscoli; la terza, quella fatale, una droga che ha fermato il loro cuore.
    La Presidenza di turno svedese dell’Unione Europea ha “deplorato” l’esecuzione di Bundit Jaroenwanit e Jirawat Poompreuk. L’UE si è appellata al governo thailandese “affinché abolisca completamente la pena di morte e, nel frattempo, stabilisca una moratoria sulle esecuzioni come chiesto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”.

    In base al solo codice penale i reati capitali sono 35: da quelli contro il Sovrano al tradimento, dall’omicidio alla violenza carnale quando la vittima muore all’incendio e alla rapina nel corso della quale si verifichi un omicidio. La pena di morte si può applicare anche per il traffico di eroina e anfetamine, soprattutto se i prigionieri sono giudicati colpevoli dopo essersi dichiarati innocenti all’inizio del processo.
    Dopo il giudizio finale l’esecuzione deve essere sospesa per 60 giorni per permettere al condannato di presentare la richiesta per il perdono del Re. La maggior parte delle sentenze capitali sono commutate dalla grazia reale. Se viene concesso il perdono, l’esecuzione viene commutata in ergastolo.
    Non si è mai saputo in anticipo quando un’esecuzione viene portata a termine. Di solito l’ordine di esecuzione viene trasmesso la mattina e l’esecuzione avviene il pomeriggio dello stesso giorno.
    Le esecuzioni in Thailandia sono riprese nel 1995, dopo una sospensione di fatto durata otto anni.
    Il 19 ottobre 2003, dopo 68 anni e 319 giustiziati tramite plotone (316 uomini e tre donne), è entrato in vigore un emendamento al Codice Penale che introduce l’iniezione letale come metodo di esecuzione. Prima ancora della fucilazione la Thailandia giustiziava i condannati con la decapitazione. Il 12 dicembre 2003, le prime esecuzioni tramite iniezione letale sono state eseguite nel famigerato carcere di Bang Kwang nei confronti di tre persone accusate di traffico di droga e dell’autore di un omicidio. Sono state le ultime prime di quelle dell’agosto 2009. Nel 2002 erano state 9 e 18 nel 2001.
    Al 24 agosto 2009, secondo la stampa thailandese, i detenuti nel braccio della morte del Paese erano 832, tra cui 127 condannati in via definitiva.

    Autorità Nazionale Palestinese

    Il 15 aprile 2010, due palestinesi, Mohammed Ibrahim Isma’il “al-Sab’a” di 36 anni e Naser Salama Abu Freih di 35, sono stati fucilati a Gaza perché ritenuti responsabili da un tribunale militare di Hamas di collaborazionismo con Israele. Mohammed Ibrahim Isma’il, originario di Rafah, era stato condannato a morte il 3 novembre 2009 dall’Alta Corte Militare di Gaza per tradimento e concorso in omicidio. Il 19 luglio, in prima istanza, per gli stessi fatti la Corte Militare Permanente lo aveva condannato all’ergastolo e ai lavori forzati, ma il Procuratore Generale Militare si era appellato e l’Alta Corte aveva accolto il suo ricorso con la richiesta di condanna a morte. Abu Freih, un sergente della polizia civile dell’Autorità Palestinese residente a Izbat Abed Rabbu a est della città di Jabalia, era stato incarcerato dalla procura militare di Gaza il 2 maggio 2008 e il 22 febbraio 2009 il tribunale militare di Gaza lo aveva ritenuto responsabile di tradimento e omicidio in base al Codice Rivoluzionario Palestinese del 1979 e al Codice penale militare del 2008.
    Queste sono le prime esecuzioni ufficiali da quando Hamas, nel 2007, ha assunto il controllo della Striscia di Gaza, sottraendolo ad al-Fatah del presidente Mahmoud Abbas. In base alle leggi dell’Autorità Nazionale Palestinese, le esecuzioni capitali possono essere effettuate solo con l’autorizzazione del Presidente, ma l’organizzazione integralista islamica, non riconoscendolo, si è ben guardata dall’interpellare Abbas, il quale non ha finora autorizzato nessuna esecuzione in Cisgiordania. Una pioggia di critiche si è riversata su Hamas dopo le fucilazioni: dal Ministero degli Esteri francese, all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani delle Nazioni Unite Navi Pillay.
    L’ultima esecuzione praticata a Gaza risaliva al luglio 2005.
    Il 19 aprile 2010, Hamas ha fatto sapere che nella Striscia di Gaza le esecuzioni continueranno, nonostante le critiche venute da gruppi per i diritti umani e da governi occidentali per le due esecuzioni praticate la settimana prima. “Continueremo a eseguire le condanne a morte”, ha detto Fathi Hammad, ministro degli Interni nell’esecutivo di Hamas, aggiungendo che condanne a morte saranno comminate per i reati più gravi come l’omicidio e reati legati alle droghe.
    Il 18 maggio 2010, infatti, il governo di Hamas ha eseguito la condanna a morte tramite impiccagione di tre palestinesi accusati di omicidio. Lo ha reso noto il ministero dell’Interno tramite un comunicato. Hamdi Shaqura, del Centro Palestinese per i Diritti Umani, ha identificato i tre giustiziati come Rami Mohammed Sa’id Juha, 25 anni, Matar Harb al-Shoubaki, 35, e ‘Amer Saber Hussein Jundeya, 33. Juha era stato condannato a morte da un tribunale civile il 13 aprile 2004 per lo stupro e omicidio di una ragazza di 14 anni nel 2003. Shoubaki era stato condannato a morte da un tribunale civile il 15 marzo 1996 per l’omicidio di un uomo. Jundeya, infine, era stato condannato a morte da un tribunale militare di Hamas il 10 marzo 2009 per l’omicidio di un cambiavalute nel 2008. Nei processi i tre “hanno pienamente goduto del diritto di difendersi con l’aiuto dei loro avvocati e dei membri delle loro famiglie”, è scritto nel comunicato del ministero. “Fino a pochi istanti prima dell’esecuzione della condanna”, si legge nel testo, le famiglie delle vittime hanno avuto la possibilità di perdonarli, accettando il prezzo del sangue, così come prevede la legge islamica. Anche queste condanne a morte sono state eseguite senza la ratifica prevista dalla legge palestinese da parte del Presidente dell’ANP Mahmoud Abbas.

    In Palestina vengono attualmente applicati 3 tipi di legislazione penale. Nella Cisgiordania vige il Codice penale giordano n° 16 (1960), che prevede la pena di morte nei casi di alto tradimento e omicidio. La Striscia di Gaza è sottoposta alla Legge n° 74 (1936) dell’Egitto, che prevede la pena di morte per attentati all’ordine interno. Nel resto del territorio vige la legge dell’Autorità Palestinese, che è piuttosto flessibile riguardo alla pena di morte. I colpevoli di tradimento sono condannati anche in base all’articolo 131/A del Codice Penale Rivoluzionario dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina del 1979 e in base al più recente Codice Penale Militare N° 4 (2008). E’ importante notare che il Codice Penale Rivoluzionario dell’OLP non è mai stato presentato e approvato dall’organo legislativo dell’Autorità Nazionale Palestinese, mentre il Codice Militare del 2008 è stato emanato nel contesto di crescente frammentazione politica nella leadership palestinese, con le sessioni del parlamento palestinese (PLC) partecipate solo dal gruppo maggioritario “Riforma e Cambiamento” (Hamas) e disertate dai membri di altri gruppi palestinesi.
    L’articolo 327 della Legge di Procedura Penale dell’Autorità Palestinese (N. 3 del 2001) stabilisce il ricorso in appello in tutti i casi in cui siano state emesse condanne a morte o all’ergastolo. Il ricorso va sottoposto all’esame della corte d’appello di Gaza entro 25 giorni dalla sentenza di primo grado. Se l’appello è rigettato, la sentenza capitale deve essere ratificata dal Presidente dell’Autorità Palestinese perché sia eseguita.

    Da quando l’ANP è stata istituita nel 1994, sono stati “legalmente” giustiziati 18 palestinesi, quattro dei quali condannati a morte per aver “collaborato” con Israele. Di queste esecuzioni, 2 sono state effettuate in Cisgiordania e 16 nella Striscia di Gaza.
    Ma, sotto il regime dell’ANP, oltre 100 palestinesi, sospettati di aver collaborato con Israele, sono stati linciati o fucilati per strada, la maggior parte a opera di membri delle Brigate dei Martiri di Al Aksa vicine ad al-Fatah o delle Brigate Izz al-Din al-Qassam braccio armato di Hamas, che sono andati a prenderli nelle loro case, nei commissariati, nel carcere in cui erano detenuti o nelle aule di giustizia dove venivano processati.
    La prima condanna a morte è stata eseguita il 30 agosto 1998, quando due fratelli, Ra’ed e Muhammad Abu Sultan, membri dei servizi segreti militari palestinesi accusati di un duplice omicidio, sono stati fucilati a Gaza dopo solo tre giorni essere stati incriminati del fatto per cui sono stati sommariamente processati da un tribunale militare speciale.
    Il 12 giugno 2005, l’Autorità Palestinese aveva ripreso le esecuzioni dei condannati a morte dopo una interruzione di tre anni. Quattro uomini, accusati di omicidio, erano stati giustiziati al mattino nella Città di Gaza, tre sulla forca e uno mediante fucilazione. Ma a dieci giorni di distanza da queste esecuzioni e a seguito di critiche internazionali, il 22 giugno 2005, il Presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha chiesto al suo Ministro della Giustizia di annullare le sentenze emesse dalle Corti per la Sicurezza dello Stato. Ma un’altra esecuzione, la quinta del 2005, aveva avuto luogo il 27 luglio, quando Raed al-Mughrabi è stato giustiziato per omicidio nel carcere della città di Gaza.
    Per quanto riguarda gli anni precedenti, erano state effettuate tre esecuzioni nel 2002, per omicidio. Nel 2003, erano state emesse 4 condanne a morte, ma nessuna è stata eseguita. Per il secondo anno consecutivo, nel 2004, non si era registrata nessuna esecuzione.

    Il numero totale di condanne a morte emesse sotto l’Autorità Nazionale Palestinese, al 30 giugno 2010, equivale ad almeno 103, secondo la documentazione raccolta dal Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR): 23 in Cisgiordania e 80 nella Striscia di Gaza.
    Nel 2009, le condanne a morte in Palestina sono state almeno 18, tre emesse in Cisgiordania e quindici nella Striscia di Gaza, tra cui quelle nei confronti di Naser Salama Abu Freih e Mohammed Ibrahim Isma’il “al-Sab’a”, giustiziati nell’aprile del 2010, e nei confronti di ‘Amer Saber Hussein Jundeya, impiccato a maggio.
    Il 25 gennaio 2009, il Tribunale Militare di Hebron ha condannato a morte, tramite plotone un uomo di 25 anni, Mahran Rashad ‘Abdul Rahman Abu Jouda, membro della Forza 17 (per la sicurezza del presidente) del campo profughi di al-’Arroub nel nord di Hebron. Abu Jouda era stato arrestato circa due anni prima dal Servizio di Sicurezza Generale prima di essere trasferito sotto la custodia del Servizio di Sicurezza Militare. La corte ha tenuto sei sessioni sul caso prima di emettere la sentenza. Ha condannato Abu Jouda per tradimento in violazione dell’articolo 131/A della Legge Penale Militare Palestinese del 1979, e lo ha condannato a morte.
    Il 10 marzo 2009, il tribunale militare di Gaza ha condannato a morte tre palestinesi residenti ad al-Shoja’eya nella parte orientale della città di Gaza. I tre sono stati condannati per il rapimento e l’omicidio di Fai Jameel Kamel ‘Ajjour, 40 anni, un agente di cambio, il 4 ottobre 2008. La corte ha ritenuto ‘Aamer Saber Hussein Jundeiya, un membro delle Forze di Sicurezza, responsabile del rapimento e omicidio premeditato in base al Codice Penale Palestinese del 1936 e in base al Codice Rivoluzionario Palestinese del 1979. Gli altri due imputati, Salem ‘Ali Jundieya e Mo’men Hussein Jundeiya, sono stati condannati a morte solo per omicidio premeditato.
    Il 7 aprile 2009, un tribunale militare di Hamas a Gaza ha condannato a morte in contumacia quattro palestinesi, due originari di al-Sheja’eya e due di al-Tufah, quartieri a est della città di Gaza. I quattro sono stati condannati per l’omicidio di Husein Ahmed Abu ‘Ajwa, di al-Tufah, avvenuto il 5 luglio 2006. Nello stesso caso, altri tre palestinesi sono stati condannati all’ergastolo e ai lavori forzati. I condannati a morte sono Hani Ibrahim Zeideya e tre militari del Servizio di Sicurezza Preventiva, il maggiore Bassam Kamal Rahmi e i soldati semplici Na’el Salah Juha e Mohammed Salem al-Mathloum. I condannati all’ergastolo sono Mohammed Zaher Zeideya, Hamed Mahmoud al-Sherbasi e Na’el Jamal Harb. Il tribunale ha accusato i sette di aver costituito una “associazione diabolica” e violato vari articoli del Codice Penale Rivoluzionario dell’OLP del 1979.
    Il 28 aprile 2009, un tribunale militare di Hebron, in Cisgiordania, ha condannato all’impiccagione un palestinese per aver venduto un terreno a cittadini israeliani. Il collegio giudicante costituito da tre giudici ha riconosciuto l’imputato, Anwar Breghit, 59 anni, residente nel villaggio di Beit Ummar, colpevole di tradimento. Il tribunale di Hebron ha chiarito che la condanna capitale emessa è da ritenersi definitiva e non appellabile.
    Il 24 maggio 2009, tre uomini sono stati condannati a morte per omicidio dal tribunale militare di Hamas a Gaza. Le condanne capitali sono state emesse dal giudice Mohammed Nofal nei confronti di tre membri di Fatah, in relazione al sequestro e uccisione di due giornalisti legati a Hamas, Mohammed Abdo e Suleiman al-Ashi, avvenuti il 13 maggio 2007. Shadi Khader Deeb, 30 anni, originario di Beit Lahi, era detenuto dal 10 ottobre 2007, mentre Shadi ‘Abdul Karim al-Madhoun, di Beit Lahia, e Ra’ed Sabri al-Maqqoussi, 29 anni, del campo profughi di Jabalya, sono stati condannati in contumacia. I tre imputati facevano parte all’epoca della guardia presidenziale, incaricata di proteggere il presidente Mahmoud Abbas.
    Il 7 ottobre 2009, Saleem Mohammed Saleem al-Nabahin, 27enne del campo profughi di al-Boreij, è stato condannato a morte da un tribunale di Gaza per collaborazionismo con Israele. Il Tribunale Militare Permanente di Gaza, presieduto dal giudice Ayman ‘Imad al-Din, all’unanimità, ha riconosciuto l’imputato colpevole di collaborazionismo con soggetti ostili. La condanna all’impiccagione, appellabile, è stata pronunciata alla presenza dell’imputato, che era stato arrestato il 28 dicembre 2007.
    Il 29 ottobre 2009, un poliziotto pro-Fatah è stato condannato a morte a Gaza da un tribunale militare di Hamas per aver collaborato con Israele, ha reso noto il Ministero degli Interni di Hamas. Abdulkareem Shrair, 35 anni, residente nel quartiere Az-Zaitun a Gaza, “è stato accusato di tradimento, in base al Codice Rivoluzionario Palestinese del 1979”, ha fatto sapere il Ministero ai media, aggiungendo che la sua cooperazione con Israele aveva causato l’uccisione di militanti palestinesi. Shrair era un poliziotto arruolato negli ex servizi di sicurezza facenti capo al presidente Mahmoud Abbas. Shrair è stato inoltre ritenuto colpevole di omicidio in base gli articoli dello stesso Codice Rivoluzionario.
    Il 9 dicembre 2009, il tribunale militare di Ramallah in Cisgiordania ha condannato alla fucilazione ‘Izziddin Rassem Daghra, un membro dei Servizi di Sicurezza palestinesi originario del villaggio di Kufor ‘Ein, per aver passato informazioni a Israele. Il presidente del tribunale, Ahmed Abu Dayyeh, ha dichiarato che le informazioni rivelate dall’imputato, un 41enne reclutato dagli israeliani come informatore nel 1992, avevano condotto all’arresto di diversi palestinesi.
    Il 22 febbraio 2010, un tribunale di Gaza ha condannato all’impiccagione un palestinese riconosciuto colpevole dell’uccisione di un gioielliere cristiano. Lo ha riferito l’agenzia di stampa palestinese indipendente Maan secondo cui il condannato, identificato come A.Gh, 30 anni, potrà comunque rivolgersi alla Corte d’Appello. Il gioielliere Akram Issa Ibrahim al-Amash, 34 anni, fu ucciso per contrasti di affari con il suo ex-socio il 2 agosto del 2009 a Beit Lahya, nel nord della Striscia di Gaza. L’assalitore, membro di una famiglia molto influente nella Striscia, fu presto catturato e sottoposto a processo. Una mediazione fra la famiglia della vittima e quella dell’omicida, che in apparenza era disposta a versare un cospicuo indennizzo, è fallita.

    Nel 2006, l’Autorità Palestinese ha tenuto le prime elezioni politiche che hanno visto Hamas competere e vincere a sorpresa conquistando 76 dei 132 seggi parlamentari. Nel giugno 2007, attraverso un colpo di Stato, Hamas ha preso il controllo della Striscia, estromettendo il partito di Fatah suo rivale assassinandone anche gli esponenti.
    Il 24 dicembre 2008, il quotidiano panarabo Al-Hayat, edito a Londra, ha riportato che il parlamento palestinese [Palestinian Legislative Council], controllato da Hamas, avrebbe votato a Gaza in seconda lettura a favore di una nuova proposta di legge penale che, in linea con la Sharia, prevederebbe punizioni come impiccagione, crocifissione, taglio della mano e frustate. La stessa notizia era stata ripresa e pubblicata sul sito web di Al-Arabiya e aveva suscitato critiche e preoccupazioni non solo nella comunità internazionale, ma anche da parte delle organizzazioni umanitarie della Striscia di Gaza. Hamas ha negato di aver approvato il nuovo codice islamico, anche se nei due mesi precedenti i leader di Hamas avevano annunciato con orgoglio sui loro giornali che il nuovo codice penale, ispirato al “nobile diritto religioso islamico”, era quasi pronto. D’altra parte, quando nelle elezioni del 2006 i palestinesi hanno fatto vincere Hamas, il portavoce dell’organizzazione Hamed Bitawi aveva dichiarato: “Il Corano è la nostra Costituzione, Maometto è il nostro Profeta, la jihad è il nostro cammino, e morire come martiri per amore di Allah è il nostro massimo desiderio.” Il suo discorso fu accolto da un’ovazione della folla e dall’invocazione “Allah è Grande”. E’ probabile che, con l’attacco israeliano a Gaza di fine 2008, Hamas abbia avuto altro a cui pensare.
    Sta di fatto che, a partire dal colpo di stato realizzato da Hamas nel giugno del 2007 nella Striscia di Gaza, l’influenza dell’Islam radicale sulla vita quotidiana della popolazione è andata via via crescendo. Al di là di una loro base legale, codici di comportamento islamico sono già parzialmente applicati sulla popolazione attraverso il ferreo controllo di Hamas di settori strategici, quali le scuole, le moschee, le strutture di assistenza sociale, i media, che hanno un impatto decisivo sui modi di vita corrente nella Striscia di Gaza. L’imposizione di tali codici nella vita quotidiana è curata principalmente dai servizi di sicurezza interna di Hamas, che operano come una sorta di “polizia morale” sul modello di analoghe forze di polizia esistenti in Iran, Arabia Saudita e in Afghanistan al tempo dei Talebani, assicurando, ad esempio, che le donne per strada o in spiaggia siano vestite appropriatamente.
    Nel luglio 2009, una “campagna per la morale pubblica” è stata lanciata a Gaza dal Ministero per gli Affari Religiosi con un elenco di ciò che è o non è islamicamente corretto che caratterizza manifesti sui muri e sermoni nelle moschee. Si va dalla separazione tra maschi e femmine nelle feste di matrimonio all’invito ai giovani a evitare la musica pop con frasi allusive. “Dobbiamo incoraggiare la gente a essere virtuosa e a fuggire dal peccato”, ha detto Abdullah Abu Jarbou, vice ministro degli affari religiosi.
    Hamas sostiene che l’adesione a questa “campagna morale” è sempre volontaria e risponde semplicemente alle scelte tradizionaliste dei cittadini di Gaza. Ma le regole sono vaghe e non mancano notizie di presunti trasgressori picchiati o di insegnanti a cui si chiede di fare pressioni sulle ragazze perché indossino il foulard. “Ci sono evidenti tentativi di islamizzare la nostra società”, ha detto Khalil Abu Shammala, attivista dei diritti umani a Gaza. Le smentite di Hamas “sono contraddette da ciò che vediamo per strada”.
    Pattuglie della polizia sulle spiagge dividono maschi e femmine single e intimano agli uomini di indossare maglietta e pantaloncini fino al ginocchio. Nel giugno 2009, tre ragazzi che stavano passeggiando sulla spiaggia con una amica sarebbero stati picchiati dalla polizia di Hamas, arrestati e obbligati a firmare una dichiarazione in cui si impegnavano a non compiere “atti immorali”.
    La polizia ha imposto restrizioni anche sui manichini. Negozi di lingerie sono stati costretti a coprire i manichini scandalosamente vestiti e le etichette alle confezioni di mutandine e reggiseno che mostravano donne in biancheria intima sono state strappate via. Altri negozianti sono stati pregati di tagliare o coprire le teste dei manichini per non violare la regola islamica che vieta la riproduzione di forme umane.
    Il 9 luglio 2009, ‘Abdul Ra’ouf al-Halabi, Presidente dell’Alta Corte di Giustizia e del Consiglio Superiore di Giustizia, ha ordinato alle avvocatesse di indossare in tribunale oltre alla toga anche il fazzoletto islamico, altrimenti non avrebbero potuto esercitare la professione. “Non consentiremo a nessuno di mandare in rovina la nostra morale”, ha spiegato.
    Il 30 novembre 2009, il Governo di Hamas a Gaza ha approvato una misura che consentirà l’esecuzione di persone riconosciute colpevoli di spaccio di droga, ha dichiarato il procuratore-generale locale, Mohammed Abed.

    Il Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), con sede a Gaza, ha chiesto all’Autorità Nazionale Palestinese di introdurre una moratoria sull’applicazione della pena di morte, dal momento che essa viola gli standard e gli strumenti internazionali sui diritti umani. Il Centro ha invitato l’Autorità Palestinese a rivedere anche tutta la legislazione relativa alla pena di morte e ad adottare un codice penale unico, in linea con lo spirito degli strumenti internazionali relativi ai diritti umani, in special modo con quelli relativi all’abolizione della pena capitale.
    Il 16 dicembre 2009, i partecipanti alla Seconda Conferenza Nazionale Palestinese per l’Abolizione della Pena di Morte, conclusasi a Ramallah, hanno chiesto una sospensione dell’uso della pena di morte fino alla sua totale eliminazione dall’ordinamento palestinese. La Conferenza ha inoltre espresso la raccomandazione che la magistratura militare e quella civile siano completamente separate. Il Direttore Esecutivo della Commissione Indipendente per i Diritti Umani (ICHR), Randa Siniora, aveva aperto la Conferenza esprimendo grave preoccupazione per le condanne capitali pronunciate dai tribunali palestinesi militari e civili.

    Taiwan

    Il 30 aprile 2010, quattro persone sono state giustiziate a Taiwan dopo essere state riconosciute colpevoli dei “crimini più gravi”, compresi omicidio e sequestro.
    “L’ordine di eseguire le condanne per i quattro – si legge nello scarno comunicato del Ministero della Giustizia – è stato emesso il 28 aprile dal ministro della Giustizia Tseng Yung-fu e il 30 sono state eseguite.”
    I quattro sono stati identificati come Chang Chun-hung, Hung Chen-yao, Ko Shih-ming e Chang Wen-wei.
    Queste esecuzioni sono le prime sull’Isola a partire dal 26 dicembre 2005, quando due uomini, Lin Meng-kai e Lin Hsin-hung, condannati a morte per omicidio, sono stati giustiziati nella prigione di Taichung.

    Negli ultimi anni, il Governo taiwanese aveva più volte manifestato la volontà politica di arrivare all’abolizione della pena di morte, nel quadro di una più generale attenzione alla tutela dei diritti umani.
    Nel febbraio 2006, l’allora Ministro della Giustizia Morley Shih aveva detto che il Governo si stava muovendo verso l’abolizione ma che vi era ancora una maggioranza dell’opinione pubblica che riteneva la pena capitale un deterrente. Secondo il Taipei Times, il Ministero della Giustizia avrebbe poi cercato di rinviare le esecuzioni con ricorsi straordinari alla Corte Suprema e, in caso di rigetto, con delle sospensioni delle esecuzioni.
    Il 25 aprile 2008, anche il nuovo ministro della Giustizia, Wang Ching-feng, si era dichiarata contraria alla pena di morte, attirando l’attenzione di molti media del Paese. La Wang, avvocato noto per l’impegno in campo sociale e politico, aveva già ricoperto importanti ruoli governativi, mettendosi in evidenza per abilità e visione. In un’intervista concessa all’Apple Daily, giornale in lingua cinese, la Wang aveva detto di disapprovare la pena di morte: “La vita non dovrebbe mai essere sottratta a un essere umano. Rispetto la vita e penso che la sua eliminazione non possa restituirne una persa.”
    Il 21 maggio 2008, il Ministro della Giustizia aveva ripetuto che si sarebbe attivata affinché il Paese abolisse la pena di morte, in accordo con il trend internazionale. “Il mantenimento della pena di morte ha avuto come prezzo l’immagine internazionale del nostro Paese, considerando che Taiwan sta lottando per difendere le sue fragili relazioni internazionali”, aveva detto il ministro Wang Ching-feng, aggiungendo che “l’abolizione della pena capitale è un trend internazionale … l’Unione Europea sta premendo per questo obiettivo”.
    Il 9 agosto 2008, il Ministro della Giustizia aveva ribadito che la pena di morte è crudele e fallisce nel dimostrare che le punizioni hanno anche un fine riabilitativo. Ma i parlamentari del Kuomintang di Taiwan (KMT) si erano detti contrari alla volontà del Ministro di eliminare la pena di morte, dicendo che tale decisione aumenterebbe il tasso di criminalità.

    Il 12 marzo 2010, il Ministro della Giustizia Wang Ching-feng si è dimessa a seguito delle proteste provocate nel Paese dalle sue dichiarazioni contro la pena di morte. Il 10 marzo, il Ministro aveva dichiarato che non avrebbe autorizzato nessuna esecuzione capitale e che “sarebbe stata molto felice di essere giustiziata al posto dei condannati a morte, se solo questo potesse rappresentare per loro una possibilità di riabilitazione”. “Le persone giustiziate non possono tornare in vita, quindi garantire il diritto alla vita non deve essere un’occupazione futura, ma un progresso da realizzare adesso”, aveva detto la Wang. “Piuttosto che autorizzare un’esecuzione capitale – aveva aggiunto Wang – sono disposta a dimettermi.” Le dichiarazioni dell’ex Ministro erano state duramente criticate dal Presidente, dal suo stesso partito (Kuomintang) e dai parenti di vittime di omicidi.
    Le dimissioni della Wang sono state accolte dal presidente Ma Ying-jeou e dal Premier Wu Den-yih. L’11 marzo, l’Ufficio Presidenziale di Taiwan aveva ricordato in un comunicato che il Ministro della Giustizia è tenuta a rispettare le leggi vigenti. Il comunicato, letto dal portavoce presidenziale Lo Chih-chiang, sottolinea come Taiwan sia uno stato di diritto, facendo capire che la Wang non poteva rifiutarsi di firmare ordini di esecuzione per detenuti condannati a morte in via definitiva.
    Il 22 marzo 2010, il nuovo ministro della giustizia di Taiwan, Tseng Yung-fu, si è detto pronto ad autorizzare esecuzioni nei casi in cui la colpevolezza del condannato sia stata confermata, aggiungendo di aver ordinato la revisione dei casi dei 44 prigionieri del braccio della morte. “Il Ministro della giustizia deciderà se giustiziare i prigionieri del braccio della morte e non si sottrarrà alle proprie responsabilità se la revisione confermerà la colpevolezza”, ha detto Tseng all’agenzia ufficiale Central News Agency. L’esecuzione di condanne a morte non costituirebbe una violazione delle due convenzioni Onu firmate da Taiwan, che impongono una riduzione del numero di esecuzioni. L’opzione di abolire la pena di morte resta comunque aperta, ha precisato Tseng, aggiungendo che il Ministero organizzerà diversi seminari per ascoltare l’opinione della società civile sull’argomento.
    Il 22 aprile 2010, in una dichiarazione pubblicata sul Catholic Weekly, i vescovi cattolici a Taiwan hanno esortato il governo ad abolire la pena di morte. L’arcivescovo di Taipei, John Hung, ha detto che i leader cattolici, protestanti e buddhisti si oppongono tutti alla pena di morte. “Se il governo pensa di non poter abolire la pena capitale, dovrebbe sospendere le esecuzioni e introdurre delle contromisure sull’esperienza dei paesi oltreoceano”, ha detto Hung.
    Il 1° maggio 2010, l’Unione Europea ha condannato la ripresa delle esecuzioni a Taiwan, chiedendo al Paese di ristabilire immediatamente la moratoria di fatto sulla pena di morte. “L’Unione chiede al governo di Taiwan di ristabilire immediatamente la moratoria sulla pena di morte e di lavorare verso l’abolizione della pena capitale, in accordo con il trend globale verso l’abolizione universale”, si legge in un comunicato dell’alto rappresentante della politica estera della UE, Catherine Ashton.
    Il mantenimento a Taiwan della pena capitale potrebbe diventare un ostacolo rispetto ai tentativi di ottenere l’esenzione del visto per i cittadini taiwanesi nell’Unione Europea. Il governo di Taiwan ha fatto sapere di voler spiegare la situazione in modo che i Paesi del Gruppo Schengen – 22 paesi dell’UE più altri tre – restino intenzionati a introdurre le esenzioni dei visti entro la fine del 2010.
    E’ dal 2001 che il Governo non riesce ad approvare una proposta di legge volta ad abolire la pena di morte, anche per la contrarietà dell’opinione pubblica. Un sondaggio del gennaio 2010 ha rivelato che il 74% della popolazione di Taiwan è contraria all’abolizione della pena di morte, e oltre la metà pensa che i detenuti del braccio della morte dovrebbero essere giustiziati. È la prima volta che oltre il 50% degli intervistati di un sondaggio chiedono l’esecuzione dei condannati a morte.
    Il 12 maggio 2010, il Ministro della Giustizia Tseng Yung-fu ha dichiarato che non c’è alcun bisogno di un referendum sulla pena di morte, dal momento che quasi l’80% dell’opinione pubblica a Taiwan è a essa favorevole. La dichiarazione del Ministro è giunta in risposta al parlamentare Hsieh Kuo-liang, che ha proposto di risolvere la controversia sulla pena capitale una volta per tutte attraverso un referendum. Un referendum sulla questione sarà tenuto con maggiore utilità quando l’opinione pubblica sarà divisa in parti paragonabili, ha aggiunto Tseng, secondo cui l’abolizione della pena capitale resta un obiettivo a lungo termine del Paese, sempre in accordo con l’opinione pubblica. Nel frattempo, ha ribadito, il Ministero procederà con le esecuzioni capitali, secondo quanto previsto dalle leggi.
    Il 28 maggio 2010, i giudici della Corte Costituzionale di Taiwan hanno respinto la petizione per bloccare le esecuzioni dei 40 detenuti ancora nel braccio della morte. “Non c’è alcuna violazione della Costituzione nelle condanne”, ha dichiarato la Corte. “Le esecuzioni dei prigionieri nel braccio della morte non violano i due patti delle Nazioni Unite che Taiwan ha sottoscritto”, ha aggiunto la Corte, riferendosi al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e al Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali.

    Tra il 1987 e il 2005 sono state eseguite circa 500 condanne a morte, ma nel corso degli ultimi anni vi è stata una drastica riduzione delle condanne e delle esecuzioni. Dalle 32 esecuzioni nel 1998, si è passati alle 24 nel 1999, alle 17 nel 2000, alle 10 nel 2001, alle 9 nel 2002, alle 7 nel 2003 e alle 3 effettuate nel 2004 e nel 2005. Nessuna persona è stata giustiziata nel 2006, nel 2007, nel 2008 e nel 2009. Le condanne a morte nel 2009 sono state 7.
    Dopo le esecuzioni del 30 aprile 2010, secondo il Ministero della Giustizia, nel braccio della morte ci sono ancora 40 condannati a morte.



    PENA DI MORTE IN BASE ALLA SHARIA

    Nel 2009, almeno 607 esecuzioni, contro le almeno 585 esecuzioni del 2008, sono state effettuate in 10 Paesi a maggioranza musulmana (erano 16 nel 2008), molte delle quali ordinate da tribunali islamici in base a una stretta applicazione della Sharia.
    Sono 18 i Paesi mantenitori che hanno nei loro ordinamenti giuridici richiami espliciti alla Sharia.
    Ma il problema non è il Corano, perché non tutti i Paesi islamici che a esso si ispirano praticano la pena di morte o fanno di quel testo il proprio codice penale, civile o, addirittura, la propria Carta fondamentale. Il problema è la traduzione letterale di un testo millenario in norme penali, punizioni e prescrizioni valide per i nostri giorni, operata da regimi fondamentalisti, dittatoriali o autoritari al fine di impedire qualsiasi processo democratico.
    Dei 48 Paesi a maggioranza musulmana nel mondo, 23 possono essere considerati a vario titolo abolizionisti, mentre i mantenitori della pena di morte sono 25, dei quali 10 l’hanno praticata nel 2009.
    Impiccagione, decapitazione e fucilazione, sono stati i metodi con cui è stata applicata la Sharia nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, ma in Iran è stata praticata anche la lapidazione (in almeno un caso nel 2009).

    LA LAPIDAZIONE

    Tra le punizioni islamiche, la lapidazione è la più terribile. Il condannato viene avvolto da capo a piedi in un sudario bianco e interrato. La donna viene interrata fino alle ascelle, mentre l’uomo fino alla vita. Un carico di pietre viene portato sul luogo e funzionari incaricati o in alcuni casi semplici cittadini autorizzati dalle autorità, effettuano la lapidazione. Le pietre non devono essere così grandi da provocare la morte con uno o due colpi in modo da poter provocare una morte lenta e dolorosa. Se il condannato riesce in qualche modo a sopravvivere alla lapidazione, verrà imprigionato per almeno 15 anni ma non verrà giustiziato.
    Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, sono state emesse condanne a morte tramite lapidazione solo in Iran, dove un uomo condannato per adulterio è stato effettivamente lapidato il 5 marzo del 2009. Almeno tre persone sono state lapidate in Somalia nel 2009, ma erano state condannate a morte in via extra-giudiziaria da un tribunale islamico per aver praticato sesso extra-matrimoniale.

    Iran

    L’impiccagione è stato il metodo preferito con cui è stata applicata la Sharia in Iran, ma è stata praticata anche la lapidazione almeno in un caso nel 2009.
    Nel novembre del 2006, l’allora Ministro della Giustizia Jamal Karimi-Rad aveva assicurato che l’Iran non effettua lapidazioni. “Non c’è stata nessuna lapidazione. Tribunali di grado inferiore possono aver emesso questo tipo di condanna, ma nessuna è stata messa in pratica”, aveva detto ai giornalisti Karimi-Rad.
    I fatti degli anni successivi lo hanno smentito. Il 5 luglio 2007, un uomo condannato a morte per adulterio, Jafar Kiani, è stato giustiziato dopo aver trascorso 11 anni in carcere. Il 25 dicembre 2008, due uomini sono stati giustiziati tramite lapidazione, mentre un terzo si è salvato riuscendo a tirarsi fuori dalla buca in cui era stato interrato, evitando così di essere ucciso dal lancio delle pietre. Le esecuzioni hanno avuto luogo a Mashad, nel cimitero di Behesht Zahra. Le tre condanne alla lapidazione erano state emesse per adulterio. L’uomo salvatosi – identificato come Mahmoud, cittadino afghano – ha riportato delle ferite non gravi, e in base al codice penale iraniano non potrà essere lapidato una seconda volta.
    Il 5 marzo 2009, un uomo è stato lapidato per adulterio nella città settentrionale di Rasht. La magistratura iraniana ha confermato la notizia il 5 maggio 2009. “La lapidazione è stata effettuata nel mese iraniano di Esfand”, che si conclude il 20 marzo, ha detto il portavoce della magistratura Ali Reza Jamshidi. La Resistenza Iraniana ha identificato l’uomo come Vali Azad, 30 anni, dipendente del Dipartimento del Commercio e originario di Parsabat Moghan, vicino al confine con l’Azerbaigian. Secondo la Resistenza, “la sua esecuzione è avvenuta nella prigione Lakan a Rasht, in seguito la magistratura locale si è rifiutata di restituire il corpo alla famiglia, seppellendolo in una località segreta”. Ulteriore conferma è giunta il 5 maggio dal giornale Aftab-e Yazd, che fa risalire al 5 marzo la lapidazione di un dipendente statale 30enne identificato solo come ‘V’, giustiziato a Rasht.
    “Considerando l’indipendenza dei giudici è possibile che finché il divieto sulle lapidazioni non diventerà legge le raccomandazioni del capo della magistratura non vengano seguite”, ha spiegato il Portavoce Jamshidi, in relazione alla richiesta del 2002, disattesa, dell’Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, capo allora dei magistrati iraniani, di sospendere le lapidazioni. La donna coinvolta nell’adulterio – ha aggiunto Jamshidi – “ha mostrato pentimento, di conseguenza non è stata lapidata”.
    Con queste ultime esecuzioni, sono state almeno 6 le persone lapidate per adulterio, da quando nel 2002 è stata chiesta la moratoria sulle lapidazioni dal capo della magistratura iraniana.

    Il 21 giugno 2009, l’agenzia ufficiale IRNA ha riportato l’ennesimo annuncio dell’intenzione del Parlamento iraniano di eliminare la lapidazione e l’amputazione della mano dalle punizioni previste da una nuova versione del codice penale islamico. “In linea con gli interessi del Paese, la Commissione Giustizia del Parlamento ha deciso di non inserire nella nuova legge alcune forme di punizione islamica, compresa la lapidazione”, ha dichiarato all’agenzia di stampa il capo della commissione Ali Shahrokhi, aggiungendo che la commissione propone anche l’abolizione delle amputazioni e considera la possibilità di un “tribunale speciale per i minori di 18 anni”. Una volta che la Commissione avrà approvato la nuova versione del codice penale, spetterà al Parlamento decidere se applicarla per un periodo di prova. Successivamente il provvedimento sarà discusso per l’approvazione finale dal Consiglio dei Guardiani, l’organo legislativo di verifica.
    Il 5 ottobre 2009, un uomo è stato impiccato per adulterio e omosessualità, mentre sua moglie era in attesa di essere lapidata per essersi prostituita, a causa delle condizioni di povertà della famiglia. Lo ha reso noto il loro avvocato, l’attivista per i diritti umani Mohammad Mostafai. L’uomo, Rahim Mohammadi, è stato impiccato a Tabriz, nel nord-ovest del Paese. L’avvocato Mostafai ha detto che né lui né la famiglia di Rahim Mohammadi erano stati avvisati dell’imminente impiccagione e che i congiunti hanno ricevuto da un altro detenuto la notizia che l’uomo era stato messo a morte. Il legale ha spiegato che Rahim Mohammadi e la moglie Kobra Babai, sposati da circa 16 anni e con una figlia di 11, vivevano in condizioni di estrema povertà ed erano costretti a ricorrere all’assistenza economica di organizzazioni statali. Alcuni impiegati di queste organizzazioni avrebbero offerto ulteriore denaro all’uomo per poter avere rapporti sessuali con Kobra, e lui avrebbe accettato. La donna sarebbe stata quindi fatta prostituire con una quarantina di uomini, secondo quanto reso noto dall’avvocato Mostafai. E per questo è stata condannata alla lapidazione. In un primo tempo Mohammadi era stato condannato solo per adulterio, condanna che prevede l’esecuzione tramite lapidazione, poi è stato riconosciuto colpevole anche di rapporti omosessuali (Lavat) con un vicino di casa suo accusatore, il che avrebbe comportato l’impiccagione come metodo di esecuzione. Secondo il legale, l’accusa di “rapporti anali” con un uomo era stata respinta da Mohammadi e in seguito ritrattata dal suo accusatore, ed è stata mossa solo al fine di cambiare modalità di esecuzione per timore delle proteste che la lapidazione avrebbe potuto suscitare fra gli attivisti per i diritti umani e nella comunità internazionale. Rahim Mohammadi era stato anche sottoposto alla fustigazione alcuni giorni prima dell’esecuzione ed è stato impiccato con il corpo martoriato per le frustate ricevute.
    Il 6 gennaio 2010, la Corte d’Appello della provincia iraniana dell’Azerbaijan occidentale ha confermato le condanne a morte, tramite lapidazione, per Vali Janfeshani e per la sua compagna, non identificata, per adulterio.
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

 

 
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