Il “Nuovo Monitore Napoletano“ giornale online noto per il rigore la sua autorevolezza regala questa visuale sulla reale condizione della Napoli Borbonica.

L’Italia già da tutta l’era moderna era meta di viaggi di gentiluomini ed intellettuali attirati dal ricchissimo patrimonio artistico e dall’alto livello culturale del paese.
Gli innumerevoli viaggiatori che giunsero nella Napoli settecentesca riportarono testimonianze abbastanza concordi sul contrasto fra la bellezza dei palazzi e delle chiese da una parte, la moltitudine di miserabili, i lazzaroni, dall’altra.
È banale osservare che non esiste una coincidenza fra i parametri utilizzati in passato ed attualmente per definire e riconoscere la povertà. In confronto all’Europa del XXI secolo, quella del secolo XVIII appariva collettivamente più povera. Il criterio di “pauperismo” deve pertanto essere storicizzato e relativizzato, venendo posto in un determinato contesto storico in cui solo ha significato.

Tuttavia, gli stranieri che scendevano a Napoli nel loro tour de l’Italie erano colpiti negativamente dalla quantità di poverissimi che abitavano nella grande capitale, in una misura che costoro percepivano essere superiore a quella riscontrabile nei loro paesi d’origine.
Autori che descrissero le misere condizioni di vita dei napoletani furono francesi come Michel Guyot de Merville (a cui si deve la prima formulazione dell’espressione di “paradiso abitato dai diavoli”, poi ripresa da Goethe e da Croce), Charles de Brosses, Jean Jacques Bouchard, tedeschi quail Johann Georg Keyssler e Wolfang Goethe, molti inglesi come Samuel Sharp o Christopher Hervey, spagnoli quale Leandro Fernandéz de Moratìn, svedesi come Giacomo Giona Bjoernstaehl ecc. Un’enunciazione completa sarebbe inutile, sfondando la proverbiale porta aperta, cosicché si potrà evitare di citare De Sade, Tocqueville, Dumas, Byron, Dickens, Hegel e molti altri ancora.
Questo giudizio critico e stupefatto era formulato nonostante un pregiudizio positivo, poiché la sola forma di familiarità che i viaggiatori stranieri avevano con l’Italia meridionale era filtrata attraverso le lettere classiche, la letteratura e l’arte, cosicché la loro percezione era condizionata in senso favorevole. [Sul particolare atteggiamento dei viaggiatori stranieri innamorati dell’Italia cfr. l’ottimo saggio del critico letterario Mario Praz, La carne, la morte, il diavolo nella letteratura romantica, Firenze 1930]

Riscontri e testimonianze di condizioni sociali particolarmente negative anche rispetto ai parametri dei secoli XVIII-XIX si susseguono ininterrottamente per tutta l’era borbonica. Marc Monnier ha lasciato un vivido ritratto sulla camorra e sull’habitat socioeconomico in cui proliferava nel suo studio pioneristico, scritto subito dopo la fine del dominio dei Borboni. [M. Monnier, La camorra. Notizie storiche raccolte e documentate, Firenze 1862].

Non è casuale che Marx ed Engels avessero adoperato la definizione di Lumpenproletariat, il “proletariato degli stracci” o sottoproletariato per indicare la classe sociale inferiore al proletariato stesso, avendo in mente e facendo riferimento anche ai lazzaroni napoletani.

Anche viaggiatori italiani giunti a Napoli riportarono dettagliate testimonianze riguardo alla pletora di nullatenenti, poverissimi o sottoproletari che vi vivevano. Ad esempio, Benedetto Nardini in] riferisce di un particolare emblematico.
Nella piazza posta dinanzi al magnifico palazzo reale di Napoli si era formato a fine ‘700 una sorta di letamaio, creatosi in conseguenza delle feci deposte dai lazzari.
Gli appartamenti personali di re Ferdinando IV di Borbone, soprannominato “re dei lazzaroni”, erano collocati proprio sul lato in cui si trovava questo ammasso di lordure, tanto che affacciandosi alla balconata egli poteva scorgerli distintamente.

«Des milliers de lazzarronnis habitent et couchent dans les rues ; il faut donc aussi qu'ils y ' satisfassent à toutes leurs nécessités. […] Croiroit-on possible que sur la place du château , vis-à-vis le palais du roi, et tout près de l'église de Saint-Louis, on trouve un des plus grands cloaques de Naples? Le roi, dont les appartemens donnent de ce côté, ne peut venir sur son balcon', sans porter involontairement la vuesur ces ordures, et les fidèles ne peu vent pas entrer dans l'église sans salir leurs souliers.» [Benedetto Nardini, Mes périls pendant la révolution de Naples,Parigi 1806, pp. 18-20]
Questa immagine di estremo contrasto tra lo sfarzo regale e l’infima miseria offre un valido esempio del tipo di economia politica vigente nel reame dei Borboni di Napoli.

Il regime borbonico corrispondeva agli interessi di un gruppo sociale ristrettissimo, costituito in pratica dalla famiglia reale, dalla sua corte e dai latifondisti (laici ed ecclesiastici), che nonostante le sue dimensioni davvero minime possedeva direttamente o controllava la quasi totalità della ricchezza del paese.
È congruente con questo che la politica economica e sociale dei sovrani borbonici favorisse l’esiguo ceto dominante, costituito principalmente dall’aristocrazia di sangue e dall’alto clero, a discapito della stragrande maggioranza della popolazione.

Essendo impossibile in questa sede affrontare in modo esaustiva la questione, ci si limiterà a presentare in maniera sintetica alcuni casi paradigmatici dell’economia politica del regime borbonico, volto intenzionalmente ad avvantaggiare il minuscolo ceto dominante ed arricchirlo a spese del grosso degli abitanti.