Le vignette, le più sconce e le più blasfeme, non mi hanno mai offeso; ridere è un’altra storia e io fatico un po’ a farlo con cazzi e culi, e putes e pédés, per indole, più che per inclinazione al politically correct. Per intenderci: questo finto-Maometto qui, sul set di un film hard costretto a scoparsi una testa di maiale “per mancanza di troie di 9 anni” non mi piace un granché, ma non perché è Maometto, fosse anche il Commissario Rocca o Lino Banfi sarebbe lo stesso.


Allora preferisco Maometto affranto, con le mani nell’immancabile turbante, che deplora la qualità dei suoi proseliti – C’est dur d’être aimé par des cons (e ancora più tosta, forse, è essere odiato dai coglioni, così coglioni che un giorno vengono a trovarti a sorpresa e finiscono per farti secco).

Non ho avuto nessun sussulto per le illustrazioni di Charia Hebdo, per le vignette danesi ripubblicate da Charlie, né di fronte alle consuete caricature dei miei correligionari, ritratti di solito in versione barbus(gli uomini) o niqab (le donne, generalmente maldestre, impossibilitate a farsi la ceretta come si deve, incapaci di trovare il punto G, e più spesso incinte per meglio procacciarsi i sussidi destinati alle famiglie numerose).
Ma CH non è e non è stato negli anni solo un giornale di vignette di buono e cattivo gusto. È stato anche un giornale di editoriali (comequesto di Val, che nel 2002 rimproverava Chomsky di essere un traditore della patria, alias “l’un de ces Américains qui détestent le plus l’Amérique) e di prese di posizione (come questa, sempre Val, all’epoca della guerra in Libano nel 2006 :”Se guardiamo una carta geografica, muovendoci verso Est, [vediamo] che oltre le frontiere dell’Europa, cioè oltre la Grecia, il mondo democratico cessa di esistere. Resta solo un coriandolo in Medio Oriente, lo Stato di Israele, e poi nulla fino ad arrivare in Giappone. Tra Tel-Aviv e Tokyo regnano solo poteri dispotici, che riescono mantenersi in piedi alimentando, presso popolazioni analfabete all’80 per cento, un odio feroce nei confronti dell’Occidente, perché composto di democrazie”); parole che non condivido oggi, più di quanto non riuscissi a condividerle ieri.
Non ero Charlie nemmeno nel 2006 quando il giornale pubblicava ilManifeste des douze contro il totalitarismo islamico, firmato dal direttore (Val), insieme a Bernard Henry Levy, Ayan Hirsi Ali e Caroline Fourest tra gli altri – per chi non li conoscesse googlare per credere.
Né ero Charlie quando, a luglio del 2008, Val, sempre lui, decideva di licenziare Siné, un collaboratore storico della testata, per colpa di unachronique pubblicata due settimane prima, che commentava così le nozze di Jean Sarkozy, figlio di Nicholas, con Jessica Sarah Fanny Sebaoun, ereditiera della famiglia Darty.
“Jean Sarkozy, digne fils de son paternel et déjà conseiller général de l’UMP, est sorti presque sous les applaudissements de son procès en correctionnelle pour délit de fuite en scooter. Le Parquet a même demandé sa relaxe ! Il faut dire que le plaignant est arabe ! Ce n’est pas tout : il vient de déclarer vouloir se convertir au judaïsme avant d’épouser sa fiancée, juive, et héritière des fondateurs de Darty. Il fera du chemin dans la vie, ce petit !”
Il vignettista, accusato di antisemitismo, era stato immediatamente espulso dalla redazione. L’iter giudiziario avrebbe scagionato Siné e condannato Charlie a risarcirlo cospicuamente, ma intanto un gesto del genere, da parte di un giornale che si è sempre vantato di cantarle a tutti e non risparmiarle a nessuno, avrebbe suscitato più di qualchereazione sgomenta in redazione e fuori. Alcuni già allora rimpoveravano a Val, di lì a poco destinato a essere nominato dall’allora presidente Sarkozy alla guida di France Inter, di aver punito l’antisarkozismo di Siné piuttosto che il suo presunto antisemitismo. E nel momento in cui CH progressivamente scompare dalla rassegna stampa dell’emittente radiofonica France Inter, lo stesso Charb se la prende con il suo predecessore accusato di obbedire supinamente ai precetti dell’Eliseo: “Da quando la rassegna stampa [….] è in mano a sarkozisti impomatati, Charlie Hebdo non è più stato citato. Boycottaggio quasi totale.[…] Si vede che non serve essere iscritti all’albo dei giornalisti per fare la rassegna a France Inter, basta avere la carta dell’UMP».
Nato sulle ceneri di Hara Kiri, censurato dal ministero degli interni nel 1970 per unacopertina poco ossequiosa pubblicata in occasione della morte di De Gaulle, e cresciuto all’indomani del maggio francese con spirito anarco-rivoluzionario, persecutore irriverente dei potenti e del potere, CH è stato un settimanale di culto per una generazione, e forse più di una, di gauchistes impenitenti che preferiscono ricordarlo per come era agli inizi.