L'intervista - L'ex presidente di An: corrono rischi entrambi, ma forse Gianfranco li ha valutati meglio
Fisichella: i cofondatori sono fatti per litigare
«Li unì davvero soltanto la guerra a Occhetto. Fini crei un partito o sparirà»
Il Corriere della Sera, 3 agosto 2010
ROMA - «Erano fatti per litigare, Gianfranco e Silvio: incompatibili da subito. Li unì Occhetto».
La gioiosa macchina da guerra... Fu una specie di Cln alla rovescia, insomma? Compatti contro il nemico comune, i «rossi»?
«Beh, non è una definizione storicamente rigorosa, ma possiamo anche dire così».
Domenico Fisichella è fuori dai giochi da due anni: fondatore e poi presidente di An, mollò il partito per avversione al federalismo leghista; eletto da indipendente nelle liste della Margherita, rifiutò di confluire nel Pd. Ha la giusta distanza - tra i libri di una vita da professore di politica, nella casa al mare a nord di Roma - per immaginare il futuro raccontando il passato.
Ancora pochi giorni fa, lei lo aveva sollecitato in un'intervista: Fini esca dal Pdl e faccia un partito nuovo. È questa la strada?
«E' una strada. Se si va a elezioni anticipate, un gruppo parlamentare che non si candidasse non avrebbe senso: i finiani si condannerebbero alla sparizione».
La stretta di mano di Berlusconi del '93, davvero fu quella a sdoganare Fini?
«Ma no. Le cose nacquero prima. Per le amministrative di Roma ci furono colloqui coi democristiani, per fare confluire i nostri voti sul loro candidato al secondo turno. Mancino trattava, Martinazzoli disse di no».
E voi?
«Dicemmo a Gianfranco: allora vai da solo. Superò il 30 per cento. Mi chiamò la mattina dopo: "Minimo, ma è proprio vero?", non ci credeva. Berlusconi sbucò dopo, tra il primo turno e il ballottaggio, se ricordo bene».
Dopo il ribaltone del '94, Fini disse: neanche un caffè con Bossi. Non è stato un modello di coerenza, poi...
«In certi momenti Gianfranco è stato troppo condiscendente».
Con la Lega, ad esempio?
«Gli dicevo "non possiamo permettere il federalismo leghista". Lui scuoteva la testa: "Tranquillo, Mimmo, tanto non si farà mai", così mi diceva. Ha avuto torto, ma era in buonafede».
Ha avuto torto anche nel '95, quando affondò il progetto di un governissimo Maccanico: nel '96 arrivò Prodi..
«Errore clamoroso, quello. lo ero d'accordo con Berlusconi e Letta contro lo scioglimento delle Camere, cercai a lungo di mediare tra Gianfranco e Silvio. Ma Gianfranco fu irremovibile, anche per la sua ostilità verso Berlusconi».
Cosa li ha tenuti insieme?
«Il successo, un grande collante politico. Ma le due personalità sono troppo diverse. Berlusconi ha questa logica da magnate, vede tutti come suoi collaboratori».
E Fini?
«Gianfranco è abituato a dover giostrare con i suoi coetanei e sodali...».
...i famosi colonnelli.
«Loro, sì».
Gasparri, La Russa...
«...anche Matteoli. Devono molto a Fini. Ma il problema è che si sentono uguali a lui e che lui li percepiva come potenziali antagonisti. Ha sempre lavorato per metterli l'uno contro l'altro e questo ha creato risentimento».
Memorabile la conversazione sugli «amori dei capo» colta al bar «La Caffettiera» da un giovane cronista del Tempo.
«Appunto. Ciascuno di loro del capo ha sempre pensato: perché lui e non io? E Fini stesso è due persone diverse».
Si spieghi meglio, professore...
«C'è un Fini garbato, colloquiale, rispettoso ascoltatore. Poi c'era l'altro Fini, quello che, quando stava con questi coetanei e sodali, diventava aspro e sospettoso».
Pare che Fini non fosse contento quando, nel Parlamento europeo, da ministro degli Esteri, si trovò accanto a Berlusconi che si produceva nel famoso numero sul kapò...
«Sì, quel momento ha pesato. Fini è molto attento alle procedure. Berlusconi non si rende conto dell'ambiente in cui parla e delle cose che gli escono di bocca, con gravi ricadute sulla nostra credibilità internazionale».
Il Predellino è stato lo strappo finale.
«In un sistema politico organizzato è un'anomalia. Va bene il carisma, ma c'è un momento che il carisma deve farsi istituzione. Invece il carisma berlusconiano non recede mai e non prevede mai neanche una successione».
Sedici anni così, è stata dura per Fini...
«Senza mai una sicurezza. Per questo investiva nel partito. Ma il Predellino gli ha tolto anche il partito».
Gli attacchi personali del Giornale, anche alla famiglia, hanno pesato?
«Fini è un freddo dal punto di vista umano. Ma avrà fatto considerazioni politiche».
La scena del «che fai, mi cacci?» nello scontro alla direzione del Pdl, pareva un reality...
(Ride) «...piuttosto, un irreality show. Poi devo ammettere che Gianfranco ha reso credibile la cosa».
Chi rischia di più?
«Rischi ne corrono tutti e due. Ma mi chiedo se a conti fatti Gianfranco non li abbia valutati meglio di Berlusconi».
http://rassegna.governo.it/rs_pdf/pdf/T6H/T6H6C.pdf




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