di Giovanni Sartori – “Corriere della Sera”, 27 luglio 2007
Il ministro Arturo Parisi tuona e fulmina; e per Gianfranco Fini il modello elettorale tedesco è “una distesa di sabbia che inghiottirebbe la Seconda Repubblica”. Nientepopodimeno. Lo echeggia su queste colonne Salvatore Vassallo: “Chi invoca il sistema tedesco è nemico del bipolarismo e della democrazia che governa”. Anche perché quel sistema “aggiungerebbe al veto alternante delle estreme il veto permanente di un centro destinato a ingrassare”. Pertanto occorre adottare una legge elettorale che impedisca il “gonfiamento del centro”. Sì, questo è il problema. Ma non è un problema creato da, e risolvibile con, il sistema elettorale.
Peccato che in Italia i costituzionalisti che si interessano di queste faccende non leggano il testo classico e direi d’obbligo di Anthony Downs, Teoria economica della democrazia (Il Mulino, 1988). Davvero peccato, perché ne ricaverebbero la spiegazione di cosa è che gonfia il centro e di cosa, viceversa, lo svuota.
Il centro (partito o partiti di centro) si gonfia e diventa un “grande centro” se le ali di destra e/o sinistra che lo circondano adottano una strategia di competizione centrifuga che si propone di svuotarlo con appelli estremistici. In tal caso l’elettorato moderato o comunque tranquillo, infastidito e anche spaventato da una politica surriscaldata e troppo bellicosa, si rifugia nel partito di centro e lo ingrassa. Ma, appunto, la causa di questo gonfiamento non è il sistema elettorale; è la strategia competitiva dei partiti, e in questo caso una competizione estremizzante di “fuga del centro”. Viceversa, e correlativamente, per ridurre il centro a un partito secondario si deve adottare una competizione centripeta che si avvicina al centro e in qualche misura lo ricopre.
Ridiciamolo così: il centro si svuota se i suoi concorrenti di destra e di sinistra tranquillizzano l’elettorato che prima spaventavano. Difatti in Germania il Partito liberal-democratico (Fdp, di centro) si aggira in zona 5-6%, non ha poteri di veto e non distrugge per niente il bipolarismo; anzi, gli fornisce una preziosa ruota di scorta. Un altro punto è la riduzione della frammentazione partitica. A questo fine il miglior sistema è il doppio turno alla francese; ma anche il sistema tedesco decapita drasticamente i “nanetti”. S’intende, purché non venga storpiato. Ma se resta fermo uno sbarramento del 5% che non può essere surrettiziamente scavalcato da coalizioni elettorali, allora i partiti italiani scenderebbero da una ventina a 5 o 6. Il che andrebbe inevitabilmente a produrre aggregazioni che potrebbero consentire coalizioni di governo omogenee.
L’ultimo punto riguarda la “democrazia che governa”, altrimenti detta da Georges Burdeau “democrazia governante”. Quale ne sia la denominazione, questa democrazia è in parta una bufala, e in parte l’invenzione di quella che chiamo “democrazia ortopedica”: una democrazia che nasce in ospedale prefabbricata e assurdamente ingessata ancor prima di essere insediata. Vassallo lamenta che il sistema tedesco consente un “voto libero da patti pre-elettorali”. Sì, il sistema tedesco, e con esso il sistema di tutte le democrazie parlamentari. Perché decidere anzitempo di cose che dovrebbero essere decise dai parlamenti non è superdemocratico: è soltanto disfunzionale.
Tutto ciò detto, non dico che il modello tedesco sia il migliore. Dico che è tra i buoni modelli che possiamo benissimo accettare. Purché non sia trasformato, all’italiana, in una automobile a due ruote.
Giovanni Sartori




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