Le banche: «Adesso Renzi paghi il debito dei DS»
Il tribunale ha emesso i decreti ingiuntivi per 110 milioni a favore delle banche che prestarono i soldi a L’Unità e, come mostriamo in esclusiva, i Ds si adoperarono perché a pagare fosse Palazzo Chigi.
Come è possibile? Grazie ad un legge, varata nel 1998 dal governo Prodi, che permette di trasferire la garanzia posta dallo Stato fin dal 1987 sui debiti dei quotidiani di partito «anche a soggetti diversi dalle editrici concessionarie» (cioè, in questo caso ai Ds). Specifica la legge: «La garanzia concessa a carico dello Stato è escutibile a seguito di accertata e ripetuta inadempienza da parte del concessionario». Tradotto: siccome la Fondazione Ds è inadempiente, allora paga lo Stato, con tanto di interessi di mora.
D’altronde la Fondazione, che ancora oggi garantisce circa 4 milioni di euro di contributo pubblico a l’Unità, è la bad company del vecchio partito della sinistra italiana. Ha ancora una montagna di debiti, ma prima della nascita del Pd ha ceduto tutto il suo patrimonio a un gruppo di 55 fondazioni locali. Alcune banche, tra cui Unicredit, per avere indietro i propri soldi oggi contestano proprio questa operazione di “sparizione”. E chiedono alle fondazioni locali di entrare in possesso di alcuni immobili (due in Friuli, uno a Bergamo, uno a Pomigliano).
La cattiva pratica di far debiti - e non pagarli - a l’Unità non è passata di moda. Oggi la Nie (Nuova iniziativa editoriale, la società che edita il quotidiano) è in liquidazione. Lascia un conto salatissimo a banche e creditori: 35 milioni di passività, di cui 10 con le banche (di cui 4 con Unicredit) e 6,5 milioni verso i fornitori. Per le imprese editrici de l’Unità è il quarto fallimento in vent’anni. Ed è proprio in questi repentini crack e cambi societari che il debito de l’Unità passa in capo ai Ds. L’editrice storica - l’Unità Spa - attiva fin dal 1944, va in liquidazione nel 1994; le subentra Arca Spa, controllata al 99,9 per cento dai Ds, che finisce a gambe all’aria nel 1998; poi arriva la Uem Spa, di cui il partito controlla la quota di maggioranza, ma a cui partecipano anche privati come la Tosinvest degli Angelucci e la Asset Spa di Marchini, oltre alla fondazione Italiani europei di Massimo D’Alema. Ma nel 2000 anche la Uem è costretta a chiudere bottega. Prima, però, cede il marchio - e il contributo pubblico - alla Nie spa. Oggi nuovamente in liquidazione.
Il rosso del giornale non dovrebbe però colpire il Pd, il cui bilancio ha “solo” 10 milioni di debiti, nessuno dei quali provenienti dal quotidiano. Il premier Matteo Renzi ha promesso di salvare l’Unità e ha ridato alle feste del partito il nome dell’antico giornale della sinistra.
Ma il conto, ora, rischia di pagarlo proprio Palazzo Chigi. Gramsci non avrebbe approvato.