Carlo Rosselli, fu vero liberale? - La Stampa


9 giugno 1937. Una raffica di proiettili falcia Carlo Rosselli e suo fratello Nello. Gli assassini: una squadraccia di fascisti francesi. I mandanti: Ciano e Mussolini. In quegli anni di dittatura e terrore, i fratelli Rosselli (e Carlo in particolare) rappresentano un punto di riferimento dell’antifascismo in tutta Europa; una speranza, per i tanti italiani che non avevano accettato di chinare il capo.


La «spada di fiamma», il simbolo di Giustizia e libertà», il movimento guidato da Carlo, firmava le accuse più violente (e più fondate) al Regime mussoliniano; intorno ai gruppi di «GL» si articolava una fitta rete semi-clandestina, di eroi grandi e piccoli disposti a rinunciare a tutto per un’Italia libera.

Una sfida che il fascismo non poteva tollerare e che fece di tutto per annientare, spingendosi fino all’omicidio in quei primi giorni di giugno. Fu tutto sommato un’illusione: l’illusione di poter troncare con il suo leader lo spirito che aveva animato «Giustizia e libertà» che invece rimase saldo e seppe farsi strada attraverso i disastri della guerra sino ai giorni della Liberazione.

Oggi, ad ottanta anni dalla scomparsa di Carlo, un volume cerca di ricostruirne il pensiero, e con esso il significato che ebbe per l’antifascismo e per la nostra storia repubblicana. Si tratta di “Carlo Rosselli - Socialista e liberale”, a firma di Gaetano Pecora, di recente uscito per i tipi Donzelli.

Nonostante il tempo passato è un volume che andrebbe distribuito con una fascetta, che a mo’ di sostanza esplosiva o infiammabile, recasse la scritta «Pericolo - Maneggiare con cura». Perchè già occuparsi di un monumento dell’antifascismo e della cosiddetta «sinistra liberale» (monumento che per di più nella memoria nazionale è stato scolpito da studiosi del calibro di Bobbio), già occuparsene - si diceva - è impegnativo. Se poi lo si fa con l’intento di andare a fondo, leggersi davvero le carte, setacciare le eventuali «magagne», allora davvero lo scenario diviene da film d’azione, con timer a meno cinque secondi e filo rosso o filo blu da tagliare.

La domanda che guida il volume è tutto sommato molto diretta: «possiamo considerare Carlo Rosselli un liberale?» La risposta, che deve fare i conti con un pensiero complesso, è ambivalente: sì e no, dove - il lettore lo avrà intuito - il «no» suona ben più forte e perentorio del «sì».

In fin dei conti, posto così il problema si è trattato per Gaetano Pecora di vagliare la coerenza interna dello stesso Rosselli, seguire l’evoluzione del suo pensiero, battendo palmo a palmo sull’edificio del suo ingegno per capire se si trattasse sempre di cemento o se, invece, qua e là, apparissero crepe, un po’ di carta pesta, qualche pilastro (o intere strutture) male in arnese con il resto dell’edificio. Quanto fu coerente Rosselli con quella magnifica definizione di liberalismo data ancora in «Liberalismo rivoluzionario» (1932)? («Il liberalismo, prima ancora che una filosofia e una politica, è un atteggiamento dello spirito ... Il liberale è un credente che afferma la libertà dello spirito umano, che proclama l’uomo unico fine, ... che è animato da una insoddisfazione perenne per tutte le posizioni acquisite, per tutte le lotte conchiuse e le mortifere quieti .... Nella sfera individuale esso reclama l’autonomia della coscienza .... Nella sfera associata ... autonomia per tutti gli spontanei raggruppamenti di uomini, gruppi, classi, chiese, nazioni e la ripulsa di ogni violenza.») Quanto ha tessuto Rosselli da questo gomitolo di «seta liberale» così lucida, così morbida, così preziosa?

Per Gaetano Pecora già in «Socialismo liberale» (1930) la seta è mista a qualche filo di lana grezza. E mano a mano che si va avanti negli anni la lana ruvida, irritante di un socialismo «socialista», più chiuso, più intollerante, più monocolore (il rosso), si fa preponderante, rendendo l’abito rosselliano pesante, diremmo soffocante, per qualsiasi liberale di sorta.

Sarà vero? Al lettore la sentenza. Certo è che Pecora cammina sempre carte alla mano e chi lo volesse contestare è lì, alle carte, che dovrebbe tornare. E questo probabilmente sarebbe il miglior favore fatto da questo libro-bomba alla memoria di Rosselli: che nell’esplodere, nel disarticolare interpretazioni acquisite, foss’anche nell’irritare, generasse una nuova stagione di studi sull’uomo, il suo pensiero e la sua epoca, che al di là dei giudizi di valore, hanno fondato e profondamente segnato la nostra storia comune.