
Originariamente Scritto da
Bisentium
L'Unione Sarda
Cultura
Biografie.
A un anno dalla morte Delfino pubblica la storia avventurosa dell'ausiliaria nuoresePasca Piredda, la ragazza della DecimaIl principe Borghese la volle sua addetta stampa Scampò alla fucilazione salvata dal partigiano Neri
Sabato 23 gennaio 2010
Scomparsa un anno fa all'età di novantadue anni Pasca Piredda passa alla storia come la "ragazza della Decima Mas", il corpo di Marina guidato dal principe Junio Valerio Borghese che dopo l'8 settembre combattè una personalissima guerra in nome dell'onore d'Italia. Oggi, in tempo di revisionismi e di rilettura critica di quei tragici giorni, le vicende della Decima Mas appaiono con una nuova luce grazie al lavoro di alcuni storici, ai documenti usciti dagli archivi e alla diaristica emergente. Non più, dunque, sbrigativi giudizi ideologici, ma un'analisi più distaccata dei fatti. Così i marò della Decima Mas, dipinti da una storiografia consolidata come bande di fascisti ad oltranza, possono essere visti quali erano in realtà: militari che fecero una scelta di coerenza e di onore. Una scelta dalla parte del regime morente, ma per loro - considerati i tempi e gli eventi - assolutamente comprensibile.
Col principe Borghese andarono uomini e tanti giovanissimi che non vollero tradire il giuramento al re e alla bandiera passando con i badogliani e gli alleati. Per coerenza decisero di continuare a combattere contro gli angloamericani, mentre al nord si schierarono contro i partigiani delle brigate comuniste e i titini jugoslavi. Seppure etichettati come fascisti, non difesero Mussolini e non si schierarono apertamente con Salò, scegliendo una politica di non belligeranza con i nazisti. «Nella Decima non si parlava e non si faceva politica, la nostra fu solo una scelta militare, una decisione presa con la propria coscienza consapevoli del destino a cui andavamo incontro», afferma Pasca Piredda nel libro autobiografico appena uscito con l'emblematico sottotitolo "Una giovane nuorese nella bufera della guerra civile".
Nipote di Grazia Deledda, di una nota famiglia barbaricina con zii rettori di scuola e alti magistrati, quasi tutti antifascisti e militanti del Partito sardo d'azione di Lussu e Berlinguer padre, Pasca fu invece una fascista convinta. Considerata dai parenti una "testa calda" e cresciuta come tutti i ragazzi di allora nelle scuole del regime, nel 1940 a sedici anni vinse un concorso scolastico e si trasferì in collegio a Roma. Nella capitale frequentò la scuola di mistica fascista dove fu notata dal ministro del Minculpop (il ministero della cultura popolare), il professor Fernando Mezzasoma che la volle come segretaria personale. Dopo l'8 settembre nasce la repubblica di Salò e il ministro chiama la giovanissima sarda a continuare il lavoro al nord. E qui, mentre il paese è nel caos della guerra civile con gli alleati che incalzano da sud, questa ventenne nuorese diventa un vero personaggio. Come racconta lei stessa nel volume "La ragazza della Decima", pubblicato da Carlo Delfino con la prefazione del giornalista Luciano Garibaldi (ex direttore di Gente). Si tratta di un'originale autobiografia che raccoglie le memorie di un'originalissima sarda. Per scelta stilistica dell'autrice (non dichiarata nelle pagine) il racconto si sviluppa sotto forma di intervista in cui Pasca è nello stesso tempo intervistatore e intervistata.
Cresce nel culto del fascismo e di Mussolini, diventando un'attivista del partito con l'incarico, nonostante l'età, di lavorare tra le donne delle campagne. La sua vita avventurosa ha una svolta a Salò dove negli uffici del ministro incontra gli ufficiali inviati dal principe Borghese. I repubblichini non vogliono fare propoganda per la Decima Mas (arriverà a contare 30 mila uomini) considerata un corpo ribelle e non allineato con le direttive di Mussolini. Pasca che già lavora all'ufficio stampa del ministero, viene "rapita" da comandante Mario Arillo, medaglia d'oro ed eroico incursore della Marina che aveva affondato con i "maiali" subacquei alcune navi inglesi. Solo quando arriva a La Spezia, dove ha sede il comando della Decima, capisce quale sarà il suo destino di ausiliaria a fianco di questo manipolo di romantici combattenti, molti decorati per le loro imprese e decisi a continuare la guerra contro gli angloamericani. Il principe assegna a Pasca l'incarico di stampare il giornale "La Cambusa", voce della Decima, e di organizzare l'ufficio stampa e la propoganda. Nel libro Pasca spiega che «la repubblica di Salò ebbe una funzione di filtro con i tedeschi, evitando che facessero terra bruciata...Nessuno di noi voleva i tedeschi nella nostra patria. Anche noi come la maggioranza degli italiani c'eravano stufati del fascismo, però non volevamo tradire. Il nostro onore era sopra ogni altra cosa». Così in quei due anni tragici fu testimone diretta degli eventi che videro protagonisti gli uomini della Decima.
Una scelta che a molti, scampati alla guerra, costò poi la fucilazione. Anche Pasca, il 28 aprile (giorno dell'uccisione di Mussolini) è arrestata e sottoposta a un processo sommario. Come in un film viene salvata da un capo partigiano, quel comandante "Neri" che aveva catturato il Duce in fuga verso la Svizzera, proprio la sera prima dell'esecuzione. «Certo che avevo paura, ma mi consideravo già morta dal momento della sentenza pronunciata da uno di quei tribunali del popolo che in quei giorni ordinavano esecuzioni in massa. Però ero talmente disgustata da tutto ciò che stava accadendo che pensavo alla morte come alla soluzione migliore».
Pasca viene consegnata agli inglesi. Dopo un nuovo processo, grazie alle numerose testimonianze a suo favore e anche all'intervento dello zio procuratore a Genova, è prosciolta per insufficienza di prove. Rientrata a Nuoro, in quell'ambiente provinciale teso alla defascizzazione generale, si ritrova al centro di critiche e accuse di ogni genere. Così decide di tornare a Roma per seguire da vicino i processi contro Borghese e gli altri ufficili della Decima. Resta a fianco a donna Daria, la nobildonna russa moglie del principe, e alle altre mogli, madri e figlie dei marò. E lì è rimasta per tutti questi anni. Ora il libro consegna la sua memoria a una nuova storiografia ancora tutta da scrivere.
CARLO FIGARI