Ecco chi ha fatto veramente le larghe intese
di Carmine Fotia, 3 Lug 2017
“Questo governo esiste perché c’è stato il tentativo di Bersani senza il quale il popolo del Pd non avrebbe accettato il governo delle larghe intese… Su quel tentativo non ce la facevamo, ma dovevamo provare…”. Insomma, Pierluigi Bersani “si è immolato” per fare nascere un governo insieme a Silvio Berlusconi. Siamo nel novembre del 2013 e queste non sono parole dette a caso, dal momento che a pronunciarle è l’allora capo del governo, Enrico Letta, che di Pierluigi Bersani era stato il vice e che ora è capo di un governo di grande coalizione, con Silvio Berlusconi e il suo plenipotenziario Denis Verdini. E non sono dette per criticare, bensì per elogiare il coraggio del leader dem, dal momento che sono state pronunciate alla presentazione di un libro scritto da due collaboratori di Bersani che, appena smesso di intonare coretti allo smacchiamento del Giaguaro sul tetto del Nazareno, raccontarono la versione di Pierluigi mentre il Giaguaro esibiva tutte le sue belle macchie, e qualcuna in più conquistata sul campo.
Il mantra della “non vittoria” e i franchi tiratori
Fu una delle fasi politiche più concitate della storia politica italiana. La coalizione Italia Bene Comune, guidata da Pierluigi Bersani, annunciata vincente da tutti i sondaggi non vide né la mucca nel corridoio (l’impetuosa avanzata del M5S), né il tacchino sul tetto (la clamorosa capacità di resilienza di Silvio Berlusconi).
E così cominciò il mantra della “non vittoria” e vedemmo svolgersi nell’arco di poche settimane una delle più spettacolari performance di surrealismo politico mai vista in Italia: si comincia con l’incarico a Bersani per un “governo di combattimento”, ovvero insieme ai grillini i quali, invece, usano la diretta streaming per umiliare il povero Pierluigi; poi, siccome bisogna eleggere il capo dello stato dal momento che il mandato di Giorgio Napolitano volge al termine, si parte con l’idea di eleggere Franco Marini con i voti di Berlusconi; infine, si passa all’idea opposta: Romano Prodi con i voti dei grillini e contro Berlusconi; in campo c’è anche però la candidatura di Massimo D’Alema che non viene fatta votare ai grandi elettori dem. Risultato? Prodi viene abbattuto dai 101 franchi tiratori. Chi ha organizzato la congiura? Benchè il leader maximo si infuri, è lo stesso Prodi a indicare la sua responsabilità dal momento che, dopo una telefonata con D’Alema, confida alla moglie che non sarà eletto.
Il governo con Silvio Berlusconi
Si continua con Bersani, che in quel momento suscita grande solidarietà umana, che si muove come un pugile che le abbia prese di brutto: barcolla sul ring e attende solo il gong di fine incontro. Al Quirinale viene rieletto Giorgio Napolitano e a Palazzo Chigi va Enrico Letta alla guida di un governo di grande coalizione sostenuto da Silvio Berlusconi.
Governo dal quale poi Berlusconi uscì perché il Pd, che nel frattempo era stato conquistato da Matteo Renzi, votò per la sua decadenza al senato. Restarono ad appoggiare la maggioranza di Letta, la stessa che poi ereditò Renzi, i parlamentari di Alfano e di Verdini. Tecnicamente, dunque, il governo con Silvio Berlusconi lo hanno voluto Pierluigi Bersani ed Enrico Letta, sostenuti dall’allora capo dello stato Giorgio Napolitano, e Matteo Renzi lo ha fatto saltare.
Il paradosso di Bersani
Tuttavia, se guardiamo all’indietro, troviamo lo strano paradosso di un leader che oggi si erge a guida spirituale del fronte mai con Berlusconi che in realtà, nella sua carriera di segretario del Pd, ha sempre promosso maggioranze con il capo di Forza Italia. Abbiamo già detto del 2013, ma lo stesso successe nel 2011, quando Silvio Berlusconi dovette abbandonare Palazzo Chigi sull’onda delle fibrillazioni dei mercati finanziari e il Presidente Napolitano operò affinché nascesse un governo guidato da Mario Monti e appoggiato dal Pd e da Forza Italia.
Quasi nessuno nel Pd a guida bersaniana obiettò alcunché, né tanto meno chiese che si andasse al voto, com’era giusto e necessario, in modo che fossero gli italiani a sconfiggere nelle urne Silvio Berlusconi il quale invece, forte della narrazione della congiura di palazzo contro di lui, ebbe buon gioco a presentarsi nel 2013 come vittima di una macchinazione politicante e di “quasi vincere” con le conseguenze che abbiamo già visto.
Un appoggio pienamente politico
Quello di Bersani a Monti non fu un appoggio “tecnico”, ma pienamente politico: “senza asticelle e senza giri di parole”, come disse l’allora segretario del Pd nel discorso sulla fiducia alla camera. Il governo Monti varò la riforma delle pensioni di Elsa Fornero che costò lacrime (quelle vere, dei lavoratori) e sangue; il fiscal compact; l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione. Una dura necessità dicevano allora Bersani e i suoi più stretti collaboratori, come il responsabile economico Stefano Fassina: “Il governo Monti è la migliore assicurazione che abbiamo oggi contro la speculazione finanziaria e per la credibilità dell’Italia”.
Tutti possono cambiare idea, per carità; abbiamo solo voluto ricordare il paradosso di un leader che nei suoi quattro anni di segreteria del Pd ha appoggiato solo governi con Silvio Berlusconi (e senza referendum tra gli iscritti) e che oggi attribuisce tale volontà al suo successore che non ha mai fatto un governo con il capo di Forza Italia.
Ecco chi ha fatto veramente le larghe intese





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