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    Predefinito Il "finismo" in libreria

    In alto a destra. Attorno a Fini: tre anni che sconvolgono la politica

    a cura di Giuliano Compagno
    Coniglio Editore, pp. 288, € 14,50





    Introduzione

    dal Secolo d'Italia di giovedì 22 luglio 2010

    Avremmo potuto titolare questa antologia in modo diverso e usare il termine "destra" in altro modo e in differenti contesti. Ad esempio per accompagnare la domanda "a destra de che?", detta alla romana; oppure per reiterare una questione vecchia di almeno trent'anni "oltre la destra", tanto per insistere. O persino avrebbe potuto anche non comparire affatto. E i contenuti sarebbero in ogni caso rimasti identici così come il libro avrebbe mantenuto il suo senso e la sua forza, l'uno e l'altra ispirati al desiderio di ritrovarci tutti, e con noi i lettori, liberi di pensare e di esprimerci. Da una lettura attenta di questa raccolta di articoli, ripresi soprattutto dal Secolo, e poi da Ffwebmagazine e dalla rivista Charta Minuta, si trae infatti il convincimento che la destra, quale categoria del politico, non sia più definibile con certezza, in essa albergando tanto un'ampia polisemia di riferimenti concettuali quanto un esteso richiamo a opere, a pensatori, miti, icone e idee-forza che hanno illustrato il nostro Novecento, per tacere di un passato ancora più remoto.

    D'altronde va anche da sé che un'eventuale "oltre-destra" non potesse più essere proposta attraverso auspici terzaforzisti o movimentisti, né men che meno proclamata in nome di impraticabili binomi strategici nazionalpopolari o sociali che fossero. Quella era un'altra epoca, quelle erano altre militanze, il che vorremmo sottolineare con tutto il sincero rispetto che meritano talune trascorse esperienze che hanno scritto pagine pure importanti della nostra storia politica contemporanea, poiché il sacrificio di chi, in tempi difficilissimi, non fosse omologato alla logica dominante bensì a essa estraneo e alternativo, non può essere archiviato in scioltezza. Ancor più ciò vale a partire dall'identità politica e culturale dei tanti autori di questo libro collettaneo, i quali provengono tutti da posizioni disorganiche rispetto al conformismo imperante nel corso di successivi decenni del quadro politico e culturale italiano. Sono voci che mai si sono aggiunte ai corifei di allora ma che sempre hanno battuto sentieri poco transitati, per amor proprio, per passione e per le-altà. Cioè a dire non soltanto che le storie individuali restano senza polvere ma che il comune presente appare profondamente estraneo a interessi di carriera o di cadreghino, in questo shakespeariani e sensibili al grido di Cassio: «Ho perduto il mio buon nome! Ho perduto la parte veramente immortale di me stesso!». Poi, da ognuno secondo le proprie reali competenze a ognuno secondo le proprie giuste ambizioni (vi sono citazioni che è preferibile adattare…). Ora, se si è deciso di proiettarci "verso l'alto", naturalmente è stato per non scendere in basso (come fossimo una vecchia citazione) e per non andare "in fondo a destra" (si sarebbe rischiato troppo), ma altresì per lanciarci verso quell'area extraterritoriale del pensare e dell'agire odierni che certuni paventano essere minata, ambigua, addirittura "fighetta", come se i distinguo e le contaminazioni postideologici fossero materia di tradimento intellettuale da mandare a sentenza presso una corte che - ironia del destino! - si comporrebbe degli stessi giudici che a disonor del vero hanno militato dappertutto, e sempre - stavolta ironia del caso! - dalla parte del potere, del privilegio, della convenienza. A costoro giunga un sonante "me ne frego!", a significare null'altro che questo: che la definizione non ci è mai giunta per via del mittente, sconosciuto (leggasi: non si sapeva da dove provenisse…). Né preoccupa, anzi allieta, il periodico richiamo all'identità che giunge dalle colonne di un quotidiano da parte di un illustre giornalista, postosi a guardiania di quel bidone di valori che - per chi non lo scorgesse - è visibile in centro, a destra ma anche a destrissima, a seconda del vento che tira, ossia della brezza leggera che soffia da sud e da nord, che è piacevolissimo, per il nostro, goderne gli ultimi refoli. In questo quadro il dileggiante titolo onorifico di "compagno" che il camerata di mille battaglie Vittorio Feltri ha assegnato in più di un'occasione a Gianfranco Fini rileva, oltre che del suo fine umorismo orobico, di una cronica frattura con il mondo reale, la cui visione d'insieme, dalla sua angusta prospettiva di amicus curiae, il direttorissimo ha smarrito.

    Essendo l'unico certo Compagno del gruppo, mi sentirei quasi delegato a consigliare al dotto giornalista una serie di letture che potrebbero essergli sfuggite: dal Né destra né sinistra di Zeev Sternhell (1983, era impegnato a dirigere Bergamo Oggi) al recentissimo Goodbye Prodi di Alice Oxman (2010, era preso a metter pezze sul "caso Boffo") ci passano libri e saggi mai sfogliati e una percezione della scena contemporanea che gli si è andata restringendo a mo' di vetrino per allodole. A meno che esser compagni equivalga a riflettere da persone serie sui temi e sulle emergenze italiane e mondiali: sulle grandi migrazioni e sulle strategie di accoglienza, di solidarietà e di integrazione; sull'ormai formata società multietnica e plurireligiosa e sui migliori modelli di organizzazione che essa richiede; su un ambiente sostenibile da lasciare ai nostri figli; sull'economia globalizzata e sugli enormi rischi di un'asimmetria tra i sistemi economico e giuridico (evocati da Giulio Tremonti, non da Hugo Chávez); sulla vocazione continentale di un avanzato Paese europeo; sulla bioetica e sul pericolo di riascoltare la guerra di religione manifestatasi a contorno del dramma (vero e tragico) di Eluana Englaro; sulla convivenza matura tra il sentire laico e quello cattolico, magari rilanciando l'ipotesi (sic!) di uno Stato sovrano e garante di libertà in materia di costume, di principi e di comportamenti privati; sulla moralità della vita pubblica, non già auspicando gogne e lavori forzati ma un senso del servizio da rendere allo Stato e alle sue istituzioni che sia quasi alla pari con quello, scontato, delle grandi democrazie occidentali. Infine, ultimi e giammai ultimi, sui diritti e sui doveri, non abusando né della frusta retorica conservatrice né dei contrapposti luoghi comuni di una sparuta élite di benestanti benpensanti. Piuttosto puntando l'indice su una società che non conosce e quasi mai applica quei minimi, indispensabili criteri di egualitarismo, in virtù dei quali siano garantiti a tutti i cittadini gli stessi diritti e le medesime opportunità in ogni ambito della vita civile, sia essa politica, economica, giuridica, morale, razziale, etnica o sessuale. L'idea insomma che, a prescindere da questi principi, le chiacchiere sui diritti e sui doveri stiano (quasi) a zero non ha nulla a che vedere con la destra o con la sinistra ma invece tutto ha a che fare con una civiltà moderna, estranea a quei privilegi di casta (di troppe caste) che ovunque provocano dispetto, invidie e rabbia.
    Possibile che sfugga in che misura l'evocatissimo popolo si senta disprezzato da chi gode in maniera spesso oscena di vantaggi, concessioni, benefici e immunità, come se l'altrui esistenza fosse un eterno porto franco e la loro un continuo arrancare tra pene, balzelli e soprusi? È un'aspettativa tanto rivoluzionaria quella di una società fondata sul merito più che sul riconoscimento? Di un Paese le cui decisioni non vengano prese nelle corti, nei loft o nelle parrocchiette ma nei luoghi istituzionali, persino sognando che, a fine seduta, i parlamentari rientrino a casa sulle loro gambe e non sulle spalle dei contribuenti? Non un quadretto coreano o cubano, bensì un sommario affresco di come funzionino le cose in Danimarca, in Olanda e anche altrove… In Europa.

    Ben altri nord da quello nostro, da cui talvolta certi avventurieri della parola scherniscono la nazione unita e il sacrificio dei patrioti del nostro Risorgimento. Battaglie vere e morti ammazzati quelli, altro che scampagnate a Pontida e proclami di secessione! Noi ci vergogniamo della volgarità di chi sputa sulle proprie tombe. Chiamiamo eroi gli eroi e cialtroni i cialroni. Non siamo nazionalisti d'accatto ma se ci provocano lo diventiamo della prima ora e sulla memoria e sui simboli d'Italia non trattiamo proprio. Non è un libro contro chicchessia, comunque, il nostro. Dalla sensibilità di Silvio Berlusconi ci separano una storia e una cultura assai diverse. D'altronde, sino agli inizi degli anni Novanta per lui la politica non era stata un argomento centrale. E non solo quella dei vituperati "professionisti", ma anche quella di chi, in nome di idee e di convinzioni profonde, aveva partecipato in vario modo alla ricostruzione del Paese per poi difendere la libertà dei cittadini durante, ad esempio, gli anni bui del terrorismo. E non crediamo che il Cavaliere si fosse allora infervorato per i tanti ragazzi appassionati che negli anni Sessanta lottavano per ringiovanire e cambiare la società. Forse ha avuto ragione lui e torto chi si batteva, non è questo che importa. Conta una differenza ontologica attraverso cui la sostanza, i modelli e gli stili hanno finito con l'esprimere un'alterità reale che forse va ben oltre la politica. Di fatto una cultura strettamente aziendale e di mercato ci è distante anni luce. Non ci siamo mai adattati a un'appattiamento a quella sola dimensione: ci mettevano tristezza persino le comparse che ridevano a comando a Drive in come ci immalinconisce questa finale deriva di un'immagine femminile che trapela da certi suoi discorsi e dalle sue barzellette. Ci siamo rispecchiati, piuttosto, nella terrea espressione di Fini mentre il capo del suo governo enunciava quella faticosa boutade sul deputato tedesco che gli pareva la comparsa di un nazi-film. Avremmo desiderato, come Fini, essere in un altro luogo del mondo, il più lontano possibile da quell'insulsa spiritosaggine, per nulla coinvolti da quello sciocco paragone con una pagina tragica della vicenda del Novecento. Eppure, non vi è testo di questo libro che si addentri in questi e altri imbarazzi. Ci premeva di più raccontare la nostra cultura, parlare degli artisti, degli scrittori e dei pensatori da noi amati, e delle opere che hanno segnato, indirizzato, reso felici le nostre vite. Oltre ai nomi che compaiono in copertina, il libro si è avvalso dei contributi di studiosi, saggisti e giornalisti senza i quali questa piccola impresa non sarebbe mai stata completata: Roberto Alfatti Appetiti, Omar Camiletti, Fiorello Cortiana, Claudio de Ferra, Ivo Germano, Peppe Nanni, Enzo Raisi, Antonio Rapisarda, Miro Renzaglia, Adriano Scianca, Giovanni Tarantino, Sofia Ventura e Federico Zamboni. Con loro, in tutto, siamo in venti ad aver firmato In alto a destra. Molti più lettori, speriamo, sottoscriveranno. Sembrerà loro sorprendente che un libro come questo non nasconda calcoli elettorali né esponga frasi fatte, slogan o sondaggi. Ma tant'è, non sappiamo ragionare diversamente.


    L'eminente dignitÃ* del provvisorio: "In alto a destra" (l'introduzione al volume del curatore Giuliano Compagno e la recensione di Maurizio Bruni)
    Ultima modifica di Florian; 05-08-10 alle 12:53
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    Predefinito Rif: Il "finismo" in libreria

    Tre anni di idee e scritti per una nuova politica

    di Maurizio Bruni


    Questo "In alto a destra" (Coniglio Editore, pp. 288, € 14,50) è senz’altro un libro di cui c’era bisogno. Del resto ogni fase di novità negli equilibri e nella sensibilità politico-culturale verificatasi in Italia negli scorsi decenni dal versante di destra dello schieramento è stata sempre accompagnata da bibliografie adeguate. Così, negli anni Settanta fu un saggio come "La crisi italiana e la destra internazionale" di Giorgio Galli a fornire le categorie interpretative a quanto stava accadendo, così come nei primi anni Novanta testi come "Interrogatorio alle destre" di Michele Brambilla o "Intervista sulla destra" di Ernesto Galli della Loggia aiutarono a comprendere quanto stava manifestandosi intorno a Fiuggi e ai sommovimenti successivi al crollo della Prima Repubblica.

    Ecco, questa raccolta di articoli e saggi curata da Giuliano Compagno e che in copertina fa riferimento a “scritti di Alessandro Campi, Umberto Croppi, Luciano Lanna, Flavia Perina, Filippo Rossi, Annalisa Terranova e altri”, è il primo tentativo “dall’interno” di fornire un quadro autentico e non falsato da retroscenismi o derive politichesi di sorta di quella sensibilità politico-culturale che negli ultimi tre anni ha sparigliato i giochi e affermato la possibilità che un’altra politica è possibile rispetto alle scorciatoie della propaganda e dell’antipolitica. «Gli autori del libro – si legge nella quarta di copertina – sono infatti convinti di una cosa: che destra e sinistra in quanto tali non solo rappresentino categorie politiche vecchie ma sono diventati via via luoghi intransitabili da una buona politica tutta da costruire, in cui finalmente si affermi una forza libertaria, sensibile alla modernità, capace di coniugare sul serio doveri e diritti, durissima con chi ruba e corrompe, pronta ad affrontare il cambiamento epocale della società nazionale ed europea».

    C’è n’è abbastanza per confrontarsi con quanto s’è espresso a destra negli ultimi anni senza gli schermi e i cliché pregiudiziali che hanno, magari inconsapevolmente, condizionato molti tentativi pur animati da buona fede. La maggior parte dei libri usciti sul tema negli ultimi anni – da "Il passo delle oche" di Alessandro Giuli a "La 'conversione' di Fini" di Salvatore Merlo, da "La presa di Roma" di Claudio Cerasa a "Fini: sfida a Berlusconi" di Enzo Palmesano – hanno tutti, chi più chi meno, risentito di tesi interpretative precostituite. Il libro curato da Giuliano Compagno fa invece parlare i testi, le intuizioni, le analisi che hanno via via preceduto, accompagnato, spiegato i passaggi di una presa di coscienza di un’altro modo di intervenire nella politica muovendosi “da destra”.

    Si parli di personalismo, di diritti della persona, di primato dell’immaginario dopo il tramonto dell’ideologia, di affermazione di un modello giornalistico alternativo al feltrismo, di integrazione degli immigrati, di libertà della cultura oltre del gabbie di un errato bipolarismo del pensiero, sono gli scritti apparsi sul Secolo e su altre pubblicazioni di quest’area a fare testo. Pensiamo allo “strappo” di Fini sul ’68: «Uno scossone salutare – annota Annalisa Terranova – non tanto per le sfumature dell’esegesi storiografica quanto perché rappresenta un invito a sintonizzarsi con i linguaggi giovanili, a non guardare sempre alla ribellione delle nuove generazioni come a una minaccia, a non dare sempre per scontato che la parte dei “parrucconi” sia la parte giusta, a non avere paura dell’autocritica».

    Stesso discorso sul versante della cittadinanza: «La proposta dell’allargamento ai nuovi italiani – scrive Peppe Nanni – non è soltanto la risposta a una questione sociale ed economica, ma va nella direzione di un generale ripensamento dei motivi e delle forme fondative del nostro modello di convivenza: è un’occasione che si offre ai cittadini “ospitanti”, gli italiani, di ricordare quale sia, sul piano dell’impagno civile, il loro ruolo attivo nella città». Nel complesso emerge un ambiente politico e giornalistico che non soffre di alcun complesso ma che, anzi, reclama a tutto campo la forza e l’attualità delle proprie analisi e delle proprie categorie. Inverando la capacità egemonica spiegata dal filosofo Pasquale Serra, più volte citato nel libro, soprattutto quando dice che «ha l’egemonia non chi espelle da sé i valori del proprio avversario ma chi questi valori meglio li rappresenta». Da cui – basta sfogliare l’indice dei nomi – la capacità di proporre un orizzonte culturale che va da Ezra Pound e Cristina Campo a Giano Accame e Beppe Niccolai, da Ernst Jünger e Aby Warburg a Salvador Dalì e Antoine de Saint-Exupéry, da Dino Buzzati e Jean-Marie G. Le Clézio al grande matematico “relativista” Bruno de Finetti. Per non dire anche dello sguardo aperto e in grado di includere idee e suggestioni pure da figure come Alex Langer, Guccini, Goffredo Fofi, Elvio Fachinelli, Andrea Pazienza, Elio Vittorini... Naturali, in questa luce, prese di posizione contro il “velinismo”, avverse a nostalgie per Scelba, a favore di un nuovo ambientalismo. Altro che “strappi”e tradimenti!


    L'eminente dignità del provvisorio: "In alto a destra" (l'introduzione al volume del curatore Giuliano Compagno e la recensione di Maurizio Bruni)
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    Predefinito Rif: Il "finismo" in libreria

    Enzo Palmesano
    Gianfranco Fini. Sfida a Berlusconi


    Aliberti Editore, € 18,00




    Spiegare Fini con la 'contraddizione'

    di Luciano Lanna

    Secolo d'Italia, 13 maggio 2010


    Per tanti anni ci siamo ripetuti una frase di Alain de Benoist: «Pensare simultaneamente ciò che sinora è stato pensato contraddittoriamente». Un modo come un altro per sottolineare l'irriducibile essenza contraddittoria della politica moderna. Carlo Galli ha voluto dedicarci il suo ultimo saggio, Perché ancora destra e sinistra?, Roma-Bari, Laterza 2010, sottolineando l'impossibilità di annullare la presenza del fattore-contraddizione.

    «L'intera civiltà moderna - ha scritto a suo tempo con grande efficacia Eugenio Scalfari - è una foresta di contraddizioni, una grammatica irta di ossimori. Bisognerebbe dedicare un libro, e non basterebbe, a questa nuova modalità del linguaggio, a questa rottura della forma e quindi del pensiero. In politica, nell'arte, in filosofia. E non si tratta d'un fenomeno di questi ultimi anni; è venuto in superficie da quando la verità assoluta è stata messa in discussione e con essa i canoni che la sostenevano. Picasso ha mandato in pezzi gli ideali classici della bellezza. Nietzsche quelli del sistema filosofico. Joyce l'unità dell'io. Questa è la debolezza e insieme la forza della modernità (ecco un altro ossimoro): di essere contraddittoria, aperta all'imprevisto, magmatica, pragmatica...».

    Ricordare tutto questo ci è venuto spontaneo dopo aver letto Enzo Palmesano, Gianfranco Fini. Sfida a Berlusconi, Reggio Emilia, Aliberti editore, 2010 un libro di taglio giornalistico e di buon giornalismo politico che interviene quasi in presa diretta sulle più recenti vicende del centrodestra italiano tentando di fornire un'interpretazione non superficiale della parabola politica della destra d'inizio millennio. «Questo nostro sforzo di analisi - spiega l'autore - come tutte le cose umane è incompleto e limitato». Ma, poi aggiunge, la sua originalità starebbe proprio nel valore aggiunto di chi l'ha scritto, che per trent'anni ha fatto politica attiva a destra, anche come componente del Comitato centrale del Msi-Dn e membro dell'Assemblea nazionale di An, giornalista e capo del servizio politico del Secolo fino al 1996, autore dell'emendamento di condanna del razzismo e della xenofobia al Congresso di Fiuggi, e che poi esce dal partito nel 2003. «Io - però spiega - non sono mai stato un 'uomo di destra', ho militato nel partito da 'fascista di sinistra'. Comprendo che è difficile capire il significato di questa contraddizione, ma è stata la sostanza del mio impegno politico». Pertanto Palmesano utilizza come principale 'categoria' per spiegare dall'interno l'universo antropologico ed esistenziale - ancor prima che politico - collocabile a destra nell'Italia del secondo Novecento quella di 'fascismo immaginario'. Introdotta a suo tempo dallo storico Franco Cardini, l'espressione, aggiunge Palmesano, «non sembri una formulazione intellettualistica». Si tratta invece, non solo a suo dire, della sostanza con cui tanti giovani, hanno riempito le proprie esistenze attraverso una sintesi culturale eretica, anarchica, "di sinistra", un 'fascismo immenso e rosso', appunto un 'fascismo immaginario' che non s'è mai espresso storicamente «ma che tuttavia è riuscito a calamitare anche intelligenze non banali».

    Spiega Palmesano: «Avevo e avevamo chiamato 'fascismo' la nostra ribellione giovanile, la nostra voglia di cambiamento, il nostro essere dalla parte dei più deboli, con gli operai delle fabbriche in crisi e nelle battaglie ambientaliste. Stare dalla parte degli immigrati e, allo stesso tempo, dirsi 'fascisti'. È la suprema contraddizione. è il fascino della contraddizione...».

    E torniamo al punto di partenza del nostro ragionamento. «Quando andavo a Castelvolturno a distribuire volantini a favore degli immigrati con il titolo "I rautiani contro il razzismo" - leggiamo nell'introduzione - dicevano "Palmesano è incompatibile con la destra". Ed è la vendetta della storia: adesso è Fini a essere additato come incompatibile con la destra se parla di diritti degli immigrati». Il fatto è, ne arguisce Palmesano, che il vero strappo compiuto da Fini sta proprio nell'archiviazione dell'almirantismo, definito «la declinazione missina del cesarismo».

    Da questo punto di vista, leggiamo ancora, l'accusa di 'tradimento' da alcuni settori rivolta nei confronti di Gianfranco Fini non sarebbe altro che la prova provata del superamento dell'almirantismo. A cominciare dalla radicale revisione del giudizio storico e politico sul Sessantotto. «Se oggi esiste - disse Fini in un discorso riportato nel libro - più attenzione per i diritti civili, per le donne, per le minoranze, questi sono i lasciti del primo Sessantotto. La destra non capì il Sessantotto, non capì i giovani, la destra perse una grande occasione». Parole che mandavano oggettivamente in archivio l'eredità di Almirante e dell'almirantismo, «la maschera opportunistica - dice Palmesano - del neofascismo».

    L'altro aspetto messo in evidenza da Palmesano, in controtendenza con tutti gli altri osservatori, è il controverso rapporto tra la destra e il mondo berlusconiano. Per Palmesano, infatti, il 24 novembre 1993, quando Berlusconi si espresse a favore del segretario missino nel ballotaggio contro Rutelli per la carica di sindaco di Roma, si segnava in realtà lo stop «alla possibile espansione con ambizioni maggioritarie della destra». La caduta del Muro di Berlino, con il crollo del comunismo reale, e la fine della prima Repubblica, con la scomparsa dei vecchi partiti centristi, avevano improvvisamente aperto un varco nel recinto in cui era come rinchiuso il Msi. Alle elezioni romane, già al primo turno, Fini aveva raccolto il parte il blocco sociale alternativo alla sinistra, per poi fermarsi al 47 per cento del ballottaggio. Voti ormai in libera uscita che stavano individuando una collocazione a destra. «Ma la discesa in campo di Berlusconi - rileva Palmesano - chiuse di nuovo il recinto, ora allargandone ora restringendone i confini. In maggioranza, al governo, nei consessi internazionali, Fini era comunque il rappresentante del recinto, le cui chiavi erano tenute saldamente da Berlusconi». Il paradosso, leggiamo, è che Berlusconi è dall'inizio «il muro che ha bloccato l'espanzione di An». Non mancano nel libro ulteriori pezze d'appoggio che spiegano nel profondo quanto sta avvenendo a destra. Per non dire dei documenti allegati, dal discorso di Fini alla Direzione nazionale del Pdl sino a una bibliografia appropriata.

    Tralasciando alcune frecciatine 'umane troppo umane' dell'autore (che guastano un po' la serenità necessaria alla ricostruzione), non mancano una serie di aperture di credito nei confronti di quella che viene definita «un'operazione culturale che va seguita con attenzione». Palmesano non esclude infatti la possibilità che «le affermazioni di principio di Fini non si trasformino, in tempi brevi o brevissimi, in un radicale e concreto cambiamento di politica». Al punto di citare Giuliano Ferrara, per il quale «non si può escludere che un giorno Fini possa apparire come un modernizzatore a un bacino elettorale che oggi ancora lo rifiuta. Potremmo allora trovarci di fronte a un cambiamento che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare».



    Il Forum delle Idee
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    Predefinito Rif: Il "finismo" in libreria

    Gianfranco Fini
    Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989


    Rizzoli, € 18,00





    Il manifesto - Da mercoledì in libreria «Il futuro della libertà»

    Laicità e integrazione : Nella «lettera
    ai ventenni» il programma di Fini


    Dietro i consigli ai giovani una vera discesa in campo

    di Sergio Romano

    Corriere della Sera, 31 ottobre 2009


    In questi anni abbiamo letto molti saggi o interviste di uomini politi*ci che riflettevano sulle condizio*ni del Paese e annunciavano ai let*tori il modo in cui ne avrebbero cambia*to le sorti. Alcuni erano interessanti, altri (la maggioranza) erano occasionali e det*tati dal desiderio di garantire all’autore una certa visibilità, soprattutto in vista di una scadenza elettorale. Quello di Gian*franco Fini apparso ora presso Rizzoli («Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989») appartiene a questa cate*goria e contiene alcuni degli ingredienti di questo genere politico-letterario: una inevi*tabile dose di retorica, una combinazione di analisi severe ed esortazioni ottimistiche, una lunga serie di citazioni e qualche dato statisti*co. Ma è meglio costruito, più interessante e, soprattutto, più ambizioso.

    Con un perdonabile artificio Fini dice di indi*rizzarsi ai giovani italiani che nei primi vent’an*ni della loro vita non hanno conosciuto l’Euro*pa delle ideologie contrapposte e hanno godu*to di libertà negate alle generazioni precedenti. Felicemente nati nell’anno in cui cadde il muro di Berlino, non hanno vissuto nell’incubo di un possibile conflitto nucleare, hanno potuto attraversare liberamente le frontiere del conti*nente, hanno assistito a una rivoluzione tecno*logica che ha prodigiosamente allargato l¹orizzonte delle cose possibili. Sono dunque più felici? Non necessariamente. Le ideologie — comunismo, nazionalismo, razzismo — so*no state moralmente sconfitte, ma hanno la*sciato nell’aria del Paese un «pulviscolo tossi*co » che avvelena gli animi e suscita «divisioni artificiose». Non basta. Le ideologie, con tutti i loro enormi inconvenienti e pericoli, hanno l’effetto di scaldare i cuori e dare un senso al*l’esistenza. Oggi il vuoto delle ideologie morte è stato spesso riempito da quello che un socio*logo americano ha definito narcisismo: una specie di «carpe diem» in cui ogni persona vi*ve alla giornata badando a costruire per sé, dentro le quattro mura del suo egoismo, il mag*giore benessere possibile.

    E’ una sorta di torpore in cui il giovane ri*nuncia a immaginare un futuro migliore e ce*de addirittura, qualche volta, alla tentazione della droga.

    Saremmo quindi un Paese diviso fra politici che passano gran parte del loro tempo a insul*tarsi volgarmente nell’arena della politica e una larga parte della società giovanile che guar*da dal loggione, annoiata, scettica, indifferente.

    Per rompere il brutto incantesimo del torpore e dell’«anemia morale», per invitare i giovani a scendere dal loggione e a prendere il loro posto nella vita del Paese, Fini ricostruisce per i suoi lettori, in alcune pagine molto efficaci, gli orrori del Novecento dai massacri comunisti al genocidio ebraico. Ma ricorda an*che al tempo stesso il soprassalto di coraggio e di entusiasmo con cui i lo*ro nonni e i loro padri hanno rico*struito un Paese distrutto, hanno scritto la Costituzione, hanno creato una nuova economia nazionale. Poi, gradualmente, la macchina ha cominciato a incepparsi. Il Paese delle formi*che è diventato il Paese delle cicale. I governi hanno contratto debiti che sono stati scaricati sulle spalle delle ultime generazioni. La crimi*nalità organizzata si è impadronita di alcune re*gioni. Politica e malaffare hanno stretto incon*fessabili alleanze. Il rispetto della legge si è ap*pannato. L’area dell’economia nera e dell’eva*sione fiscale si è allargata. La famiglia ha smes*so di trasmettere tradizioni e insegnamenti con la pazienza e il rigore di un tempo. E i pa*dri, anziché punire gli errori dei figli, riservano la loro collera per gli sventurati insegnanti che pretendono di educarli. Fini, dal canto suo, par*la ai giovani, ma non cede alla tentazione, così frequente nella politica italiana, del «giovanili*smo ». Anziché adulare e accarezzare i ventenni preferisce ricordare che dovranno contare su se stessi evitando «piagnistei e autocommisera*zione ». Il mondo in cui vivranno offrirà una lar*ga gamma di possibilità, ma non garantirà il posto fisso. Dovranno soprattutto attendersi «poco, in termini di provvidenze, da un appara*to pubblico che non potrà essere così generoso come lo è stato fino ad oggi».

    In altre parole l’Italia di domani sarà quella che i ventenni d’oggi vorranno costruire con il loro impegno e i loro personali sacrifici. La ri*costruzione, secondo Fini, dovrà essere «cultu*rale e morale».

    Sono parole che appartengono al linguaggio della retorica e servono spesso a decorare i di*scorsi piuttosto che a risolvere i problemi. Ma devo riconoscere che il programma di Fini è piuttosto dettagliato e convincente.

    Ecco alcuni punti. Occorre anzitutto un «pat*to costituente», perché le costituzioni non si possono scrivere o emendare «a colpi di mag*gioranza » . Occorre difendere e consolidare il bipolari*smo. Occorre una politica laica che non preten*da d’impedire alle persone il diritto di rinuncia*re alla vita o di trarre vantaggio dalla ricerca sulle cellule staminali e sulla procreazione assi*stita. Occorre una poli*tica dell’immigrazione che permetta d’integra*re i nuovi arrivati e far*ne gli italiani di doma*ni. E occorre soprattut*to credere nell’unità dell’Europa. La parte del libro dedicata alla costruzione dell’Unio*ne europea non mi sor*prende.

    Quando parte*cipò, in rappresentan*za del governo, alla Convenzione presiedu*ta da Valéry Giscard d’Estaing, Fini dette un’utile lezione di eu*ropeismo alla sua par*te politica (che era, a dir poco, euroscetti*ca,). Mi sorprende in*vece che spezzi una lancia per rivendicare le radici cristiane del*l’Europa. Ma forse è soltanto un omaggio ai nostalgici di una batta*glia perduta.

    Come il lettore avrà capito, questa non è sol*tanto una «lettera ai ventenni». E’ anche un programma di governo ed è, per molti aspetti, la discesa in campo di Gianfranco Fini. In un Paese dove molti uomini politici aspettano, pri*ma di rivelare le loro ambizioni, che venga il loro turno, questa è una buona notizia. Potreb*be aprire qualche schiarita nel cielo nuvoloso della politica italiana.

    A questo libro manca tuttavia una cosa: un breve riepilogo della carriera politica dell’auto*re. Lo dico senza malizia perché ho sempre pensato che la parabola di Gianfranco Fini, dal Movimento sociale italiano alla democrazia li*berale, sia stata convincente. Ma se avesse spie*gato, con qualche esempio personale, quali e quanti possano essere i percorsi verso la demo*crazia, il suo libro sarebbe stato ancora più at*traente. I suoi lettori avrebbero capito meglio quali e quante furono le conseguenze della ca*duta del muro di Berlino nell’anno della loro nascita.


    Sergio Romano



    Laicità e integrazione : Nella «lettera ai ventenni» il programma di Fini - Corriere della Sera
    SADNESS IS REBELLION

 

 

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