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Quella che vedete è una suggestiva foto autunnale di una grande area boschiva denominata Monte Rufeno.
Si tratta di una area collinare aspra e scoscesa, occupata da oltre 3.000 ettari di querceta, attualmente inserita tra le aree protette del Lazio con la denominazione di Riserva di Monte Rufeno.
E' una zona selvaggia al confine con l'Umbria ad est e Toscana a nord.
Puoi camminare per ore senza incontrare anima viva (uomini), popolata da fauna anche di media taglia, i cinghiali abbondano. E ci sono anche lupi.
Il tutto fa parte di un comprensorio molto ampio, al di là del confine umbro, denominato Selva di Meana, che insieme a Monte Rufeno costituisce una superficie boscata e selvaggia dove è facile perdersi in un labirinto di alberi senza fine intervallati da radure popolate di arbusti spinosi, la classica terra da cinghiali.
Il suolo è marnoso (i geologi le chiamano “Serie Liguridi”) con affioramenti ofiolitici in forma di banchi silicatici verdastri fortemente fratturati, resti dell'antico fondale di un oceano estinto più o meno una quindicina di milioni di anni fa, che separava la placca africana da quella eurasiatica.
Quando l'oceano ligure è stato sostituito dal Tirreno, sono avvenuti importanti eventi tettonici che hanno generato la morfologia del paesaggio come è oggi: due grandi fratture orientate nord-sud (la Val di Paglia e la Val di Chiana) e l'avvento del vulcanesimo quaternario tirrenico, prima della serie toscana e successivamente della serie laziale con una fase intermedia ibrida tra i due vulcanesimi.
Questi eventi hanno fatto sì che una striscia di crosta più resistente e dura sia rimasta in posto mentre sui fianchi avveniva una distensione con abbassamento crostale, si è venuto a determinare un sistema fossa-pilastro tettonico, in cui le due fosse adiacenti oggi occupate dalle valli di Paglia e Chiana hanno isolato il pilastro costituito da una catena che parte dal monte Cetona (lato ovest di Chiusi), prosegue lungo un crinale fino al sistema Monte Rufeno-Selva di Meana separando il pilastro tettonico dall'altopiano vulcanico dei Volsini a sud e la piana di Orvieto ad est.
Da queste righe si capisce che si tratta di un'area tettonicamente turbata che ospita un sistema forestale di dimensioni enormi, praticamente una gigantesca fabbrica di legname.
E' qui che volevo arrivare.
Scusate la lunga presentazione, ma era indispensabile per capire con cosa abbiamo a che fare: tante migliaia di ettari di mondo selvaggio, tra boschi e radure.
Durante lo Stato Pontificio Monte Rufeno era chiamato la Bandita, perchè confinando col Granducato di Toscana era il nascondiglio perfetto dei contrabbandieri (la Selva di Meana no, perchè secondo voi? Perchè l'Umbria era parte dello Stato Pontificio, l'unico confine di Stato era Monte Rufeno, la Bandita, appunto).
Per avere il controllo del territorio, a cavallo tra 7 e 800 vennero costruiti poderi affidati in enfiteusi a contadini disposti a fare i coloni.
Questi poderi furono abitati fino al secondo dopoguerra, quando mano a mano sono stati abbandonati.
Il grosso degli abbandoni è stato negli anni 60.
Poi, dopo un ventennio di abbandono, venne istituita la Riserva Regionale.
Perchè ho deciso di aprire questa trattazione (questo thread sarebbe, ma perdonatemi, sono Italiano e parlo e scrivo in Italiano) ?
Perchè vorrei portare un contributo alla conoscenza della gestione delle risorse boschive, e quanto siano importanti nell'economia italiana di aree che il progresso ha relegato nella marginalità.
Una volta, fino a tutto l'800 e anche nei primi decenni del Novecento, i boschi erano governati a ceduo.
Cosa significa?
Voi saprete che ci sono due tipi di propagazione vegetale, quella sessuata da seme, e quella agamica, da polloni (la cacciata, in gergo) che originano dalla ceppaia formando una corona di tronchi uniti dallo stesso ceppo, la pianta madre.
Le conifere propagano esclusivamente per via sessuata, le latifoglie in entrambi i modi.
Le querce appartengono a quest'ultima categoria: si tagliano e dal ceppo l'anno successivo partiranno le nuove piantine.
Nei tempi andati il bosco si utilizzava non solo per la produzione di legna, ma anche e soprattutto, direi, di carbone di legna (la carbonella), che si faceva direttamente nel bosco, ed aveva un prezzo superiore alla legna tal quale.
Per la carbonella si utilizzavano le cacciate di 10-20 cm massimo, cioè tronchetti di una ventina d'anni.
Allora si prendeva una particella nel bosco, la si tagliava a raso lasciando le ceppaie raso terra in modo da non costituire ostacolo, e nelle piazzole, aree pianeggianti appositamente costruite, si faceva la catasta a forma di piramide col vertice aperto da cui si possa regolare la quantità di aria e dunque la combustione. Si voleva una combustione lenta in carenza di aria, ossia una carbonizzazione.
Nel secondo dopoguerra è cambiato il mercato del legname.
Dopo una crisi di domanda negli anni 60 e 70, la domanda ha ripreso quota e si è alzata sempre di più fino ad arrivare all'impennata degli ultimi anni.
Ma è cambiata la tipologia merceologica: non si chiede più carbonella, ma legna in tronchetti spaccati da stufa.
Cosa è cambiato per i boschi?
Che sono nati per l'ottimizzazione della pezzatura piccola, da carbone, ed ora si chiedeva pezzatura più grossa.
Adesso tutte le ceppaie da carbonella negli anni di crollo della domanda hanno continuato a crescere e i tronchi originati dalla medesima ceppaia si sono ingrossati, raggiungendo anche il mezzo metro in diametro.
Questo non è un bene, perchè più il tronco cresce più asporta dal terreno i nutrienti e l'acqua.
I tronchi dipendono dalla stessa ceppaia, cioè sono figli della stessa pianta madre, della quale condividono l'apparato radicale.
E' come se una donna che prima allattava, diciamo, due bambini, poi se ne trova quattro-cinque, e pure più grandi.
Avrà latte per tutti ? No.
Dunque una parte di quei bambini saranno denutriti e rischieranno di indebolirsi e morire di stenti.
Lo stesso succede al bosco nel passaggio dal governo a ceduo all'abbandono conseguente al crollo della domanda di carbone vegetale e dell'abbandono dei poderi dei contadini attratti dagli stipendi delle fabbriche del nord.
Dunque l'inselvatichimento del bosco non è foriero di situazioni positive, come erroneamente può credere un profano, ma porta all'indebolimento della biocenosi, la comunità forestale.
Indebolimento che può portare all'invecchiamento prematuro del bosco con perdita della sua funzionalità ecologica.
Altro punto da considerare: gli incendi boschivi.
Tutte queste ceppaie nate dal ceduo in abbandono, hanno sviluppato per anni una quantità eccessiva di tronchi, parte di questi saranno indeboliti e soggetti a malattie, e dunque moriranno seccando, formando quello che si chiama necromassa, massa legnosa secca di alberi morti.
Una certa quantità di necromassa è utile in quanto ospita organismi decompositori, ma una quantità eccessiva, patologica, è senz'altro dannosa, perchè i tronchi secchi non cadono a terra per l'eccessivo infoltimento, e restano agganciati a tronchi vivi, costituendo un livello di materia secca aerea facilmente incendiabile, in cui la propagazione delle fiamme è fulminea.
Se l'incendio interessa la vegetazione del terreno, è lento ed ha fiamme basse, ma se interessa la parte aerea di necromassa, la propagazione avviene da chioma a chioma, ed in una manciata di minuti il fuoco risale i pendii non consentendo il tempo necessario a far fuggire gli animali: l'incendio sarà distruttivo.
Come si può ovviare a questo ?
Si può fare in più modalità, fondamentalmente modificando la forma di governo del bosco.
Da ceduo (il ceduo semplice da carbonella) al ceduo composto o a fustaia.
La fustaia è una forma di governo ad alto fusto, in cui la propagazione è sessuata, per seme.
Questo è molto importante: nel ceduo la propagazione è agamica, nella fustaia è sessuata.
Tralascio spiegazioni che mi farebbero dilungare eccessivamente.
Nella fustaia abbiamo alberi più distanziati con tronchi più larghi, in modo che il cielo sia sempre coperto di chiome.
Ceduo composto significa che la maggior parte delle piante è governata a ceduo, cioè recisa a turni regolari (di 18 anni, per la precisione), e ogni tot metri in funzione della pendenza e del tipo di terreno si lascia crescere un tronco ad alto fusto in modo da avere un piano di chiome alte venti metri ed uno inferiore (una decina di metri) che copre il cielo tra un alto fusto ed i confinanti.
In tal modo il suolo è coperto dalle chiome, legato dal reticolo radicale che lo racchiude come in una gabbia ed impedisce lo smottamento e l'erosione superficiale.
Ogni turno di 18 anni, un ettaro governato a ceduo composto fornisce una resa in legna da ardere di un migliaio di quintali per ettaro e anche di più, in funzione anche della fertilità e scioltezza del suolo.
Ma non tutti i boschi sono in grado di reggere un governo a ceduo composto, i terreni più poveri come quelli marnosi scarsamente umificati e scoscesi, e quelli lontani dalle vie di comunicazione, si preferisce tenerli a fustaia senza ceduo.
Passare dal governo a ceduo alla fustaia non è cosa semplice, ed occorre intervenire in due fasi: una prima fase di sfoltimento delle ceppaie, raggiunta selezionando i tronchi da crescere ed abbattendo gli altri in soprannumero.
Al termine di questa fase avremo delle ceppaie più sfoltite e senza necromassa sospesa, tutto il secco deve stare a terra e fare da casa ad organismi decompositori saprofitici (organismi che si cibano metabolizzando materia vegetale morta trasformandola in humus).
Queste ceppaie avranno tronchi di media pezzatura, da una quarantina di cm al metro.
A questa seguirà una seconda fase di taglio sfoltendo ulteriormente le ceppaie residue fino ad arrivare a ceppaie singole o fino tre massimo quattro tronchi di dimensioni anche notevoli posizionati a corona, nelle zone periferiche della ceppaia e l'interno vuoto ma senza incavi per evitare ristagni d'acqua che la farebbero marcire.
Anche qui la resa dell'avviamento a fustaia, che richiede almeno una ventina d'anni, varia da 500 anche fino a 1000 quintali per ettaro, di pezzatura più grossa (dunque si tratta di legna che richiede anche la lavorazione con spaccalegna meccanici, non solo di segatura con sega a nastro).
Alla fine dei trattamenti, a fustaia avviata, che aspetto avrà il bosco?
Sarà costituito di tronchi grossi intervallati in grado di coprire il cielo con le fronde come per il ceduo composto, e di legare il terreno in una gabbia di reticolo radicale.
Perchè il cielo deve essere coperto dal fogliame?
Perchè quando piove forte, le fronde svolgono un'azione frenante sulla pioggia torrenziale, e sotto di esse l'acqua goccia lentamente, senza violenza, e non sarà pertanto in grado di denudare il suolo privandolo dello stato organico superficiale.

Mi sono un po' perso in questa discussione.
Quello che volevo farvi capire è che l'uso razionale delle risorse boschive apporta un miglioramento al bosco, non un impoverimento come troppo spesso si sente dire dai profani, in particolare gli eco-catastrofisti.
L'industria del legname per prima cosa fornisce un ottimo combustibile rinnovabile che non aumenta la CO2 atmosferica e ci dà un grande aiuto ad alleggerire la dipendenza energetica dai combustibili fossili importati, lasciatemelo dire, da PAESI ISLAMICI DEL CAZZO generando posti di lavoro e distribuendo stipendi nelle zone che l'industrializzazione del secondo dopoguerra ha relegato ai margini abbandonandole, e per seconda cosa una forestazione ben fatta è la CURA DEL BOSCO, è la sua salute per le cause che ho descritto sommariamente in questa discussione.
E la salute del bosco comporta anche la salute dei terreni coltivati a valle, oltre che dei centri abitati (ormai tutti hanno imparato il significato dell'espressione “dissesto idro-geologico”).
Gestire bene i nostri boschi è anche lo specchio della nostra civiltà.
Abbiamo un guadagno in termini commerciali ed anche in termini ecologico-naturalistici, cosa potremmo volere di più ?

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Bone le pappardelle ! Dicesse l'omo al cignale.
Vaffanculo, rispose il cignale all'omo.