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    Predefinito Mi ricordo... gli Anni '80

    Mi ricordo che... negli anni '80 i film di Jerry Calà io non li vedevo. Li trovavo grossolani, volgarotti, generalmente dediti all'esaltazione di un presente che non mi interessava e da cui desideravo intimamente fuggire. Eppure quando ho cercato e visto quei film, a distanza di vent'anni, li ho sentiti paradossalmente parte di me, una pagina della mia vita che ho comunque vissuto pur restandone ai margini. Vacanze di Natale, Sapore di mare, Un ragazzo e una ragazza... Jerry Calà e Marina Suma li abbiamo davvero incrociati in quegli anni in cui ci si poteva ancora permettere di essere sciocchi, perché si era giovani e si pensava di poter risolvere tutto domani... allora. Gli anni '80, i miei anni del liceo, gli anni delle prime cotte e delle uscite con gli amici, gli anni della musica elettronica e dei disegni ad aerografo, dei capelli cotonati e delle spalline, enormi, sotto le giacche. Gli anni in cui essere "moderni" significava ascoltare i Duran Duran e guardare Canale 5. Quando finirono, pensai: finalmente! Oggi guardo indietro con affetto e rimpianto. Meno intensi e affascinanti dei Settanta, gli anni ottanta sono quelli del disimpegno allegro e un po' disilluso, che mi hanno visto calcare i primi passi non più da spettatore passivo, ma da protagonista...




    Jerry Calà - Arrivo a Cortina Vacanze di Natale 83

  2. #2
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    Predefinito Re: Mi ricordo... gli Anni '80

    Gli anni ottanta musicalmente furono contrassegnati dal suo dei sintetizzatori che caratterizzò la new wave, il pop commerciale e l'italo disco. Si dava forma ad un esistenzialismo celato in un abito stilizzato, meccanico, robotico. Il programma "Mister Fantasy" presentava quelli che furono i primi esempi di videomusica. Significativo questo pezzo dei Matia Bazar, con l'apporto di Mauro Sabbione:



    Matia Bazar - Elettrochoc

  3. #3
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    Predefinito Re: Mi ricordo... gli Anni '80

    La grafica e lo stile dei (primi) anni '80:



    Duran Duran, Rio (1982)



    Adam Ant (1981)

  4. #4
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    Predefinito Re: Mi ricordo... gli Anni '80

    L'unica cosa bella degli anni 80 era l'eroina che girava. Peccato non averli vissuti.

    O forse no, perché sarei morto


    Iscriviti al partito dei "buoni e giusti", siamo la prima forza politica di POL

  5. #5
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    Predefinito Re: Mi ricordo... gli Anni '80

    Un articolo sugli anni ottanta che scrissi nel settembre 2010...


    Trent’anni fa, gli Ottanta
    Ingenui, scintillanti, romantici e decadenti

    di Florian


    Gli anni ottanta sono stati gli anni del Muro. Gli anni della profezia di Orwell sul totalitarismo sovietico, gli anni in cui la Guerra Fredda tra liberalismo e comunismo sembrò ulteriormente raffreddarsi con lo scudo spaziale messo in atto da Reagan. Il Presidente americano venne assai criticato all’epoca per questa corsa al riarmo che soprattutto in Europa fu giudicata pericolosa, ma che poi risultò determinante ai fini della perestrojka di Gorbaciov e della distensione dei rapporti USA-URSS nella seconda metà del decennio.

    Chi li ha vissuti direttamente quegli anni ricorda, dietro i ciuffi e gli edonistici sfarzi, un’atmosfera sottilmente decadente dominata da due paure apocalittiche: quella del Day After e quella dell’Aids. Da un lato il pericolo sempre presente di una possibile esplosione nucleare, dall’altro la malattia per via sessuale che provocava un impressionante numero di vittime in tutto il mondo. I giovani degli anni ottanta, usciti indenni dalle contestazioni sociali dei Sessanta e Settanta, cercarono un rifugio nel privato che venne da molti analisti e commentatori militanti fortemente stigmatizzato e tacciato di “conservazione”. In realtà, a prescindere dal supposto conservatorismo, quella generazione edonista e neo-romantica era il frutto naturale di una società che dopo aver accarezzato a lungo l’utopia della rivoluzione desiderava ora solo riposarsi e se possibile godersi la vita. Un’immagine che a buon titolo può essere considerata rappresentativa del decennio è la cover dell’album “Rio” dei Duran Duran, disegnata dall’illustratore di Playboy Patrick Nagel: una top model che sorride in un quadro di colori contrastati e forme taglienti che rimandano all’iconografia giapponese.

    Politicamente, non c’è dubbio che gli anni ottanta possano oggi considerarsi come un decennio conservatore, vedi la presenza contemporanea di Ronald Reagan, Margaret Thatcher ed Helmut Kohl, i cui programmi indirizzati ad un ritorno al libero mercato si posero decisamente in discontinuità rispetto a quelli in voga negli anni passati. Come se non bastasse, la decade in questione si ricorda ancora oggi come l’unica dell’era post-sessantottina a non aver visto sulla scena un forte movimento antagonista. Tutto ciò che seppe produrre la sinistra radicale dell’epoca e oltretutto soltanto in Europa, fu una fiacca resistenza alle politiche liberiste dei governi e una poco più vivace protesta antinucleare. Poi, null’altro. La voga dei centri sociali prenderà piede solo nel decennio successivo, sull’onda del risentimento no-global originatosi nella Seattle patria del grunge e dei Nirvana.

    Per quanto simbolo del cosiddetto “riflusso”, i ragazzi degli anni ottanta erano nel complesso piuttosto disinteressati alla politica, alle manifestazioni collettive e alle rivendicazioni violente. Al contrario dei loro predecessori maturarono il sogno borghese di un mondo senza conflitti e calamità naturali, in cui a dominare fossero gli scambi commerciali e dove la libertà individuale avesse la preminenza sull’uguaglianza di condizioni. Ecco perché gli Ottanta furono gli anni del Live Aid, dei megaconcerti per l’Africa, e in egual modo gli anni di quella rinnovata voglia di esserci, di apparire, e di divertirsi che il nostro critico televisivo Roberto D’Agostino chiamò con efficace approssimazione “edonismo reaganiano” (per quanto Reagan non fosse edonista e alcuni di quei ragazzi non fossero affatto reaganiani). In Inghilterra la figura di Vivienne Westwood, la stilista britannica passata dallo sberleffo alla Regina Elisabetta all’esaltazione della Lady di Ferro, raffigurava magnificamente la direzione in cui la società britannica di fine anni settanta si era di fatto orientata. L’anarchismo dei Sex Pistols aveva in fondo ben poco di politico e ascoltato a posteriori il “no future” gridato dall’allucinato Johnny Rotten sembra rivolgersi beffardamente contro i propositi progressisti delle band hippie a lui contemporanee (non a caso il ritorno sulla scena politica della sinistra radicale si accompagnò ad un revival della psichedelia e delle atmosfere fine sixties, tornate entrambe di moda nei primi anni novanta).

    Se gli anni settanta sono stati, almeno all’inizio, un decennio “passatista”, con l’estetica dei “figli dei fiori”, gli anni ottanta, di contro, hanno manifestato subito una esplicita tensione “futurista” in tutti i campi della manifestazione artistica. Linee squadrate ed essenziali per il design, un arredamento sobrio e funzionale – tavolini bassi e pochi oggetti decorativi - in cui a predominare era il colore bianco e una luce fredda che inondava le stanze semivuote da avveniristiche vetrate. Questa freddezza si traduceva musicalmente nel forte uso di sintetizzatori e nella onnipresente batteria elettronica, con la definitiva messa in mora di ogni strumento acustico.

    La riscoperta di soluzioni minimaliste contro le ampollose orchestrazioni del rock progressivo, già messo fuori gioco dal punk, caratterizzò la nascente “New Wave”, un calderone sonoro da cui passarono più o meno tutte le famose bands del nuovo decennio. L’aggressività di fine Settanta si era attenuata all’inizio degli Ottanta tanto nel suono quanto nell’estetica: Adam Ant aveva abbandonato i pantaloni di pelle per sfarzosissimi completi da pirata settecentesco e si era messo a cantare un pop tribale di facile presa fra i giovanissimi. Grazie a lui il nuovo rock si mascherò per il ballo di corte e dappertutto fu un esibire eleganza e raffinatezza sulla scia di Bryan Ferry e David Bowie, padri nobili del nuovo movimento. Quasi a metà strada tra modelli rococò e stile samurai il giovane “new romantic” amava ossigenarsi il ciuffo e incipriarsi il volto. Alcuni si segnavano le labbra col rossetto, giocando sull’ambiguità sessuale, valvola di sfogo per coloro (e non erano pochi) che manifestavano così i loro gusti omosessuali. Non a caso gli anni ottanta, con il loro marcato individualismo e libertinismo, rappresenteranno una tappa fondamentale per quell’”orgoglio gay” che prenderà compiutamente coscienza di sé sul piano collettivo e dunque politico-organizzativo nel decennio successivo. Prima che ciò avvenisse l’apertura potè aversi solo sul piano individuale e della rappresentazione. Boy George, lìeffeminato leader dei Culture Club e idolo delle ragazzine prima dell’avvento di Madonna, non faceva paura ma tenerezza.

    Gli anni ottanta si aprirono con l’emozione diffusa per la neoprincipessa Diana, di cui nessuno osava allora immaginare i futuri scandali coniugali, e si conclusero con i video sempre più provocatori della popstar Madonna che anticipavano di fatto il decennio a venire. Sono stati gli anni di Michael Jackson, il nero che abuserà della chirurgia estetica al fine di diventare un bianco, e di Simon Le Bon, il bel ragazzo dal viso pulito che ogni ragazzina dell’epoca sognava di sposare, come era già accaduto vent’anni addietro per il beatle McCartney. Nel complesso fu una gran profusione di chiome vaporose e svolazzanti, di damerini sbarbati che giocavano a fare i dandies con le loro camicie stirate e le giacche colorate dalle enormi spalle rinforzate. La moda ha visto svettare stilisti italiani quali Armani, Valentino, Versace, Moschino. La bellezza in passerella aveva il fascino acerbo di Brooke Shields o le prorompenti misure della giunonica Carole Alt, tra le icone del decennio accanto a Brigitte Nielsen, Renée Simonsen e la giovanissima ma già affermata Linda Evangelista.

    Nella grafica a predominare, oltre al bianco, erano il fucsia, il giallo e il verde, resi particolarmente brillanti dall’uso dell’aerografo che aveva sostituito le più tradizionali tecniche pittoriche. Dal nostro piccolo schermo un Carlo Massarini interamente vestito di bianco, in uno studio avveniristico anch’esso colorato di bianco, ci presentò Mister Fantasy, una trasmissione di videoclip e videoarte che fu un cult di quegli anni facendoci per la prima volta “vedere” la musica. Forme avveniristiche anche per i fumetti dell’avanguardistico gruppo Valvoline (Igort, Carpinteri, Brolli, Mattotti), presenti su Alter Alter e poi su Fuego. Il fumetto italiano iniziò a guardare alla Francia e si scoprì d’autore. In edicola erano presenti riviste patinate quali Totem, L’Eternauta, Frigidaire, Orient Express, Corto Maltese, le cui storie a conclusione venivano poi riproposte in libri raffinati che mettevano in risalto le qualità artistiche dei vari Moebius, Bilal, Pratt, Manara, Pazienza, Magnus. Sul versante popolare si affermava contemporaneamente Martin Mystere, il detective dell’impossibile, che facendo il verso al celebre personaggio cinematografico Indiana Jones inaugurerà la nuova schiera di personaggi della casa editrice Bonelli, a cui faranno seguito il fortunatissimo Dylan Dog e Nathan Never.

    Tra le tematiche celebri negli anni ottanta, spiccavano su tutte la fantascienza e l’erotismo per le produzioni più innovative, mentre in quelle a diffusione popolare si affermò con forza il sentimentalismo dei libri Harmony (che rinnovarono i fasti di Liala e Delly), affiancatisi ai già collaudati fotoromanzi della Lancio, e alle celeberrime telenovelas brasiliane che in Italia costituirono una delle armi di punta delle tv private, insieme alle varie saghe familiari americaneggianti sulla falsariga di Dallas (Dynasty, Nord e Sud). All’amore, in tutte le sue forme, la pop band inglese ABC aveva dedicato il suo primo album, The Lexicon of Love, un “dizionario dell’amore” che resta ancor oggi tra le opere più rappresentative del decennio. Avventure sentimentali, disimpegno, con l’aggiunta per l’occasione di un pizzico di cinismo furono presenti anche sul grande schermo. A partire dal cinema italiano popolare dei Vanzina, che con Sapore di mare (Jerry Calà, Marina Suma), diede anche il via al filone-nostalgia, tipico del decennio (e proposto anche dall’album Italian Graffiti di Ivan Cattaneo e dai vari programmi curati per la tv da Red Ronnie: Be bop a lula, Una rotonda sul mare, Sapore di mare), per finire con varie pellicole americane (Ritorno al futuro, Grease...). Di qua e di là dell’oceano si ricordavano le ultime epoche spensierate, gli anni cinquanta e i primi Sessanta, le cui atmosfere si consideravano per vari versi affini a quelle imperanti nel decennio in corso.

    Il cinema degli anni ottanta fu però, innanzitutto, un cinema d’azione. Declinando il genere western, il ruolo degli antichi cowboys fu preso dai nuovi action heroes, palestrati, lubrificati e ultra-armati, che diedero il via ad una fortunata serie di film a metà strada tra la guerra e l’avventura tradizionale. Emblema dell’orgoglio americano e occidentale fu Rambo, interpretato dal reaganiano Sylvester Stallone, sul cui prototipo muoveranno gli Schwarzenegger i Chuck Norris e tanti altri, compreso il già famoso Clint Eastwood protagonista di Gunny. Idolo delle teen agers fu invece il Tom Cruise di Top Gun, un film che lanciò sul mercato anche la moda dei giubbotti da aviatore che imperversò per qualche tempo accanto ai piumini Monclear e agli scarponcini Timberland, status symbol irrinunciabili per i “paninari” italiani.

    Paninari, dark, punks, metallari… la decade in questione è stata un fiorire di tribù giovanili che si distinguevano per il look e per lo stile di vita, così come negli anni passati si faceva per l’affiliazione politica. Di queste tribù i paninari erano quelli teoricamente più tendenti a destra, di solito craxiani o finanche missini, mentre le restanti che si volevano più “alternative” erano generalmente di sinistra radicale oppure apolitiche. Punto di riferimento per la tribù paninara era, oltre naturalmente al Burghy bar, il fast food precedente all’apertura del MacDonald’s, il varietà televisivo Drive In, tra i cui personaggi imperversava, manco a dirlo, “il Paninaro” (Enzo Braschi).

    Nel complesso l’immaginario degli anni ottanta si caratterizzo fortemente in senso anglo-americano. Inglesi erano le pop bands che diedero il tono alla decade, mentre tutto il resto fu America (e come poteva essere diversamente, vista la situazione politica in corso?). Infatti, dopo un ventennio contrassegnato dall’antiamericanismo, ora era venuto il turno dell’americanismo più sfrenato in funzione antisovietica. Nel 1984 Eros Ramazzotti nell’inno generazionale che fu “Terra promessa” sottolineava il suo debito con la cultura a stelle e strisce: “Siamo ragazzi di oggi, pensiamo sempre all'America…” Pochi anni prima la bandiera americana campeggiava orgogliosa di sé dalla cover del pluripremiato album di Bruce Springsteen “Born to run”. I primi anni ottanta videro anche il tentativo di importare dagli USA la Country Music e il Southern Rock, accanto a stivaletti da cowboy e cravattini texani che ebbero il loro momento di grido verso la metà del decennio.

    Tipicamente americana fu anche la rilettura attraverso i mass media della guerra del Vietnam che costituì un altro filone tipico degli anni ottanta, insieme a un rinnovato interesse per aerei e mezzi militari. Sul Vietnam e su quello che aveva rappresentato per gli USA e l’Occidente si è riflettuto per tutto il decennio attraverso angolazioni diverse e contraddittorie. Dapprima si affermò la visione patriottica e conservatrice (Il Cacciatore, Jacknife), poi, col trascorrere degli anni e il lento declinare del reaganismo, recupererà forza la tradizionale posizione radicale (Platoon, Nato il Quattro Luglio). Ricalcando un più generale andamento del decennio che al suo scadere si vedeva già aperto alla sensibilità degli anni novanta.

    Con la caduta del muro di Berlino e quindi dell’URSS, avvenute entrambe quando alla guida della nazione americana c’era George Bush, gli Stati Uniti celebravano la vittoria universale dei valori liberaldemocratici, che erano anche i “loro” valori, in quella che verrà definita da qualcuno la “fine della storia”. Bush, un repubblicano più moderato del suo predecessore, come John Major lo fu di Margaret Thatcher, ha rappresentato anche temporalmente l’anello di congiunzione tra gli anni ottanta e i novanta. Nel 1992, allo scadere del suo mandato, con alle spalle gli onori di una guerra irakena vinta sotto le bandiere dell’Onu e le ombre di un Nuovo Ordine Mondiale che angosciava la destra non meno della sinistra, il mondo occidentale aveva nei suoi tratti essenziali già cambiato faccia, rimodellato secondo i dettami della nuova filosofia alla moda, il politically correct. Nuovi diritti e new economy per una civiltà al tempo stesso individualista e globalizzata. Era l’avvento del clintonismo, che se vogliamo è tuttora egemone fra noi, seppur sotto varie forme più o meno “conservatrici”. Questa però è un’altra storia che con i nostri anni ottanta, ingenui, scintillanti, romantici e decadenti non ha più nulla a che vedere.

  6. #6
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    Predefinito Re: Mi ricordo... gli Anni '80

    Lo stile degli anni ottanta nella copertina di Aristocratica, album dei Matia Bazar, 1984








  7. #7
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    Predefinito Re: Mi ricordo... gli Anni '80

    Un'icona glamour degli anni ottanta: Joan Collins, la celebre Alexis di "Dynasty"



  8. #8
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    Predefinito Re: Mi ricordo... gli Anni '80

    L'Italia che si piace nello spot della Ferrero Rocher, 1988



  9. #9
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    Predefinito Re: Mi ricordo... gli Anni '80

    Ogni tanto, ciclicamente, mi ritrovo a parlare degli anni ottanta e a ballare sul ritornello stupido ma trascinante dei Righeira....



  10. #10
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    Predefinito Re: Mi ricordo... gli Anni '80

    Ma se dovessi scegliere una canzone-simbolo degli anni ottanta, sceglierei questa:




    Visage - Fade to Grey (1982)

 

 
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