« Ecco perché il Governo è immune alla crisi»
di Stefano Feltri
PARLA LUCA RICOLFI. «Il governo preferisce conservare il consenso piuttosto che accrescerlo: ha il terrore del conflitto sociale. Ma se non perde colpi è anche colpa dell'opposizione: quale elettore oggi volterebbe le spalle al centrodestra per affidarsi al Pd di Franceschini?».
Il Governo sembra immune alla crisi, perfino ai dati dell’Istat sul Pil italiano che potrebbe crollare del 6 per cento nel 2009.Nonostante la finanziaria sia stata impostata prevedendo una crescita del Pil dello 0,3 per cento. Più di sei punti di differenza. Ne parliamo con Luca Ricolfi, sociologo dell’università di Torino ed editorialista.
Professor Ricolfi, perché la crisi non ha effetto sul governo?
Girerei la domanda: perché dovrebbe averne?
Perché il Pil scende, aumentano i disoccupati, le imprese soffrono, in queste situazioni si tende sempre a prendersela con chi comanda, magari anche solo perché “piove governo ladro”.
Gli italiani non sono così cretini da pensare che qualunque cosa succeda è colpa del governo. Questa crisi è soprattutto internazionale, non è stata causata da nessuno in Italia.
Ma il governo viene valutato anche sulla base delle scelte di politica economica che ha fatto.
Bisogna considerare che i consumi hanno sostanzialmente tenuto, non hanno subito un calo in termini reali. Se consideriamo anche la diminuzione di alcuni prezzi, negli ultimi mesi c’è stato un aumento del potere d’acquisto. Secondo i dati Isae, il numero di famiglie in difficoltà è tornato quello del 2006, l’ultimo anno in cui la nostra economia è andata non troppo male. Poi, io non sono un economista ma rubo un concetto agli economisti: il costo opportunità. A quale scopo prendersela con Berlusconi? Per mandare al Governo Dario Franceschini? Il centrosinistra ha dimostrato di non essere all’altezza della prova del governo. Gli italiani cominciano a pensare che l’alternativa non esiste.
Però il governo ha cambiato idea più volte sulla crisi: prima è una catastrofe epocale e pochi mesi dopo il peggio è già passato. A novembre promette 80 miliardi che non arrivano, riforme che non si fanno, piani casa che non partono.
Questo è rilevante solo per una piccola minoranza di elettori. Quelli che leggono i giornali sono pochi, quelli che si interessano di politica economica ancora meno e quelli che pensano di capirla una frazione ancora più piccola. Gli unici problemi per il governo possono venire da chi ha perso il lavoro o rischia di perderlo, i soli che pagano davvero la crisi. Ma anche in questo caso si tratta di una minoranza e già si intravede qualche segnale di ripresa. Comunque adesso stiamo sottovalutando i rischi: tra sei mesi le cose torneranno a essere difficili. L’unica vera riforma che il governo avrebbe dovuto fare non è stata fatta e neppure sollecitata dall’opposizione: uno scambio tra l’aumento dell’età pensionabile e la concessione di ammortizzatori sociali seri, automatici e universalistici. E si poteva fare. Ma Franceschini non ha avuto il coraggio di sostenerla anche se ha avuto il suo unico momento felice propriò quando sfidò apertamente Berlusconi sulla questione degli ammortizzatori e del sostegno ai disoccupati.
Niente riforme, quindi. Con quali effetti?
Noi usciremo dalla crisi più o meno bene a seconda di quanta distruzione creatrice opererà in questi mesi. Se riusciamo a far chiudere le imprese che devono chiudere e rivitalizzare quelle che sono in grado di resistere sul mercato permettendo loro di tagliare i costi, allora saremo competitivi. Se invece il Governo continua a ipegnarsi per lasciare i lavoratori attaccati a imprese decotte, fra due anni saremo appesantiti da queste aziende che continueranno a essere inadeguate anche quando la crisi sarà passata. Per questo serviva una riforma degli ammortizzatori sociali, per rendere la ristrutturazione indolore e incoraggiarla.
Ma il governo non l’ha fatto. Eppure aveva e ha il consenso necessario per fare qualsiasi cosa, stando ai sondaggi.
Salvo qualche ministro, come Renato Brunetta, questo governo pensa che il consenso vada conservato e non prodotto. Cambiare qualcosa significa avere un’infinità di problemi, quindi è meglio non toccare niente. Sono terrorizzati dal creare tensioni sociali. Gli unici che provano a fare qualcosa non hanno la sponda dell’opposizione. Lo spiega anche Brunetta nel suo libro: molti leader dell’opposizione lo incoraggiano in privato, ma in pubblico lo attaccano per non creare problemi all’interno del proprio partito. Hanno ancora la stessa doppia verità dei tempi di Stalin. Come fa un ministro a porsi il problema di modernizzare l’Italia se poi lo trafiggono appena parla in pubblico? L’Italia si cambia in due, Problemi che non ci sarebbero se a guidare l’opposizione fosse Enrico Letta o Francesco Rutelli. O Pietro Ichino. Ecco, con Ichino si farebbero tutte le riforme.
E intanto gli operai sembrano voler votare a destra.
Perché i ministri Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi stanno attentissimi a tutelare i posti di lavoro. Come il sindacato. Sacconi, quando ha presentato il libro bianco sul welfare si è subito premurato di assicurare che per ora non cambierà nulla. Se domani chiudessero alcuni stabilimenti della Fiat succederebbe il finimondo: non ci sono gli ammortizzatori necessari e l’opposizione soffierebbe sul fuoco. Questo il governo lo sa molto bene.
Anche il ministro Claudio Scajola lo ha ribadito ieri in un'intervista: la Fiat ha promesso di non chiudere nessuna fabbrica e in cambio ha ricevuto gli incentivi alla rottamazione, adesso non si sogni di fare marcia indietro.
L'aiuto pubblico è sempre discrezionale: questo governo decide caso per caso e vuole avere facoltà di scelta su tutto. Ma non è in grado di influenzare tutto, non può condizionare più di tanto le decisioni manageriali di un’impresa. Ma ha una sola bussola nell’azione: il consenso, che in questa fase dipende dalla difesa dei posti di lavoro. Se io fossi un governante che vuole la rielezione farei esattamente lo stesso. Se volessi cambiare l’Italia, invece, farei altro.
Il Riformista




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