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    Predefinito Gobetti: "Don Sturzo" (1922)


    Piero Gobetti (Torino, 1901 - Neuilly-sur-Seine, 1926) e Luigi Sturzo (Caltagirone, Catania, 1871 - Roma, 1959)



    di Piero Gobetti – “La Rivoluzione Liberale”, anno I, n. 20-21, 2-9 luglio 1922, p. 76. Ora in P. Gobetti, “Scritti politici” a cura di P. Spriano, Einaudi, Torino 1960, pp. 383-387.



    Nel problema della personalità di Luigi Sturzo si riassumono le più insolubili difficoltà e i più sottili equivoci che impediscono al teorico e allo storico di comprendere la praxis del partito popolare. Nel quale, checché dicano gli avversari, si vengono elaborando posizioni politiche e stati sentimentali che è impossibile confondere col vecchio clericalismo. Lo stato di profondo disagio in cui l’on. Meda si è venuto trovando da qualche anno, l’improvviso tramonto della sua grande autorità di quasi-capo di governo e indiscusso capo dei cattolici non sono un caso di fortuna personale, non corrispondono a una sostituzione di idoli, ma hanno il carattere preciso di un rinnovamento ideale, di un mutamento di metodi e di concezioni. F. Meda non può sembrare oggi ad alcuno il capo del P.P.; egli rappresenta nel P.P. il vecchio clericalismo liberale e riformista. Come questo è compreso in quello, il Meda non è che un elemento nel complesso gioco politico dello Sturzo; nella storia rappresenta il precursore non ancora cosciente e perciò smarrito e travolto talora in una logica antitetica alla sua.
    Meda al governo è un uomo, un’abilità, non un’idea: è un’esperienza di cui Sturzo si servirà per costruire il suo pensiero e impostare la sua azione. Meda ha conciliato cattolicismo e liberalismo senza neanche proporsi il problema della conciliazione. La storia invece suole procedere con più ripensamento e più profondità: l’esperienza Murri non si poteva saltare così leggermente. Ma l’esigenza Murri, risolta senza escludere Meda, anzi giustificandolo, determinava problemi assai più complessi di cultura e di azione: nel chiuso cerchio dell’incertezza clericale (rimasta a vagheggiare misticamente un idillio) dovevano penetrare elementi nuovi. Il clericalismo era stato una letteratura di nostalgia e, come valore sociale, l’origine di una tecnica di diplomatici: il P.P. doveva diventare un termine della lotta politica.
    Far coesistere Miglioli e Crispolti, accettare l’eredità di Murri e di Pio X, esaltare le elucubrazioni pseudo-economiche di Toniolo e valorizzare il concretismo di Tangorra, accogliere liberamente con sovrana superiorità persino l’eresia, servirsi addirittura con sapienza regia dell’elegante dilettantismo eristico di Luigi Ambrosini (senza compromettersi, anzi compromettendolo): ecco la maestosa dialettica che il P.P. ha imposto nella disorganizzata vita italiana, ecco la verità del suo equivoco. Agevole spiegare partitamente Speranzini e Anile, Gemelli e Crispolti, Miglioli e De Rossi. In Sturzo si tratta di risolvere in una sola volta il problema di tutte queste antitesi, di trovare l’unità di tutte queste persone. Senza troppi acrobatismi dialettici si può seguire l’azione del P.P., spiegarne la natura e le forme. In Sturzo è immanente il passato e il futuro del suo partito: e non si può comprendere la sua persona se non si risale a una logica che sovrasta alla lotta empirica. Perciò egli rimane un enigma di fronte ai tecnici della politica. A Giolitti dovette sembrare un deus ex machina improvvisamente apparso a sconvolgerlo: i filosofi stessi ne sono sconcertati. Infatti Luigi Sturzo si può definire il messianico del riformismo: e la definizione, già così complessa e inafferrabile, non esaurisce tutti gli aspetti della sua figura.
    Parlando del pensiero di Luigi Sturzo il concetto del riformismo esige un doppio chiarimento. Non si può non distinguere anche in astratto tra riformismo e riforme. La riforma coincide con l’arte del governo. Invece nel concetto di riformismo riconosciamo elementi che ci inducono oggi, nella specifica situazione italiana, a un giudizio di svalutazione.
    Luigi Sturzo si inserisce nella dialettica della storia italiana inserendosi nel processo del riformismo nostro e realizzando una logica laica.
    Dal ’48 al ‘914, abbiamo spiegato altra volta, il governo italiano è un socialismo di Stato: il Centro-sinistro piemontese, il trasformismo di Depretis e di Giolitti, la monarchia socialista indicano la separazione di governo e popolo e la tragica assenza di una disciplina e di un valore laico nella vita nazionale. Il governo deve ricorrere al ricatto, alle transazioni, alle corruzioni per trovare un equilibrio in cui la sua funzione non sia travolta; le riforme come correlative all’arte del governo non sono sufficienti perché si tratta di ricreare senza posa l’instabile premessa: e questo è il compito del riformismo che fa perdere anche ai liberali la coscienza dei loro princìpi.
    Nell’illusione riformista il popolo si piega all’utilitarismo: e questa condizione allontana ancora l’unità due volte fallita. Bisogna fare questi conti con la nuova degenerazione formale. Bisogna impedire la catastrofe dell’atomismo, che i socialisti non vedono e non sanno evitare. In questo senso Sturzo è il messianico del riformismo; e accettando la formula cavouriana con la più ingenua convinzione lavora a fare che il popolo creda alla politica attraverso una pregiudiziale morale. Pensa a una vitalità democratica, ma, chiuso nei limiti del problema che deve risolvere, non vede la politica in funzione dello Stato. L’attività popolare è pensata da lui in relazione con gli elementi palingenetici dell’avvenire dei popoli. Così risolve i due problemi essenziali della vita del partito e della vita italiana. Può tentare l’opera di proselitismo, fallita ai democratici, perché agita la bandiera del riformismo messianicamente e con l’illusione religiosa fa partecipare le masse al processo della laicità. Non teme la praxis perché accettando il vecchio liberalismo monco e riformistico rende più difficile la concorrenza dello Stato panteistico e del marxismo.
    Ma oltre che nella storia d’Italia Luigi Sturzo inserisce l’opera sua della storia della Chiesa. Perciò la sua figura si fa più complessa e inafferrabile. Egli diventa per un analogo atteggiamento e per un’identica misura il riformista del messianismo. Politica e religione creano per forza propria le posizioni reciproche.
    La guerra europea ha dimostrato che la Chiesa non può lottare contro tutta l’Europa, che non può teorizzare la sua antitesi con l’eresia, ma deve anzi dialettizzarla con cautela. Sturzo che non ama le rivoluzioni trova anche qui la palingenesi pacifica e ai fermenti rumorosi oppone l’agilità di una transazione. Come in terreno politico si opponeva al materialismo storico e allo Stato liberale, s’oppone qui alla Riforma religiosa. Il Risorgimento è un risultato che bisogna accettare: ecco la premessa tacita che impedisce a Sturzo di raggiungere una soluzione integrale. La Riforma religiosa è sempre un atto che scoppia dall’esterno per soddisfare interessi che premono dalla vita contro la chiusa unità del dogma ampliatosi a Chiesa. E per sventarla non bisogna opporvi una Riforma intima, ma una agilità diplomatica, una versatilità di consensi e di simpatie: Sturzo resta per questo aspetto nella tradizionale finezza e duttilità del cattolico. Ma nel gioco è più spregiudicato: fa sboccare il cristianesimo nella politica, va al popolo attraverso il Vangelo. Hanno parlato con malizia e con scetticismo della religiosità di Sturzo. Ma egli, pur essendo un pratico e repugnando al misticismo, è una delle più grandi anime religiose del nostro tempo per il rigore con cui va oltre le apparenze, per l’assolutezza con cui vede i risultati, sicuro anche attraverso le contraddizioni e gli adattamenti. Non è la religiosità di Giuliotti: è la fede del cristiano, ottimista e sereno, che agisce come uomo e sa che la divinità non può non essergli presente perché è universale. Sturzo sente i problemi più vivi dello spirito senza averne il terrore degli asceti; la sua religiosità non è un tormento, ma, se così si può dire, goethiana serenità fatta operosa.
    È difficile trovare in Sturzo una professione di cristianesimo e se ci fosse sarebbe inadeguata perché egli non è intollerante e la preoccupazione del proselitismo lo induce ad attenuare tutti i toni. Ma il pensiero della trascendenza è presente in lui anche se non è affermato, la sua filosofia della storia è cattolica e gli permette di guardare le cose con fiducia. Realista, capisce il mito solo genericamente. Pratico, rinuncia al dogma per fissarsi al problema dell’azione considerato all’estremo.
    C’è una premessa psicologica necessaria nella via che conduce alla trascendenza e il centro dello spirito e delle intenzioni di Sturzo consiste nel far agire queste premesse. Affermare il dogma e la fede integralmente sarebbe forse un oltraggio alla modernità. Ma il verbo della fede e dell’amore parlato dalla Chiesa sorge spontaneo nella solitudine della coscienza dell’individuo. Gli elementi palingenetici in cui Sturzo confida portano indirettamente al cattolicismo e si offrono nel momento giusto alle speranze inappagate dell’umana debolezza. Bisogna creare l’aspettazione messianica in cui questi impulsi possano agire. Sturzo viene incontro ardimentosamente al mondo moderno e ne aspetta l’istante di debolezza in cui la dedizione alla Chiesa universale potrà tornare ad essere una realtà. Notate, per ora, come egli si sforzi di vedere in ogni fatto politico un valore morale; e come faccia risalire la giustificazione di ogni atto non alla realtà storica o all’autonomia dei risultati obbiettivi (Marx e Hegel), ma alla suprema dignità della morale individuale. La Chiesa potrà vincere ancora facendo conto sulla paura dei singoli di fronte alla crisi di coscienza.
    Il calcolo di Sturzo è profondo ma si converte in un gioco pericoloso. La aconfessionalità è la chiave di volta di questo piano satanico. È il tentativo di convertire le armi dei liberali contro loro stessi. La sana lotta autonomistica contro lo Stato burocratico diventa lotta contro lo Stato e il socialismo. È più facile nella praxis vincere gli spiriti singoli che gli Stati. Gli Stati non conoscono le dure vigilie della coscienza né la paura dell’eresia. Dopo due millenni la tattica che ha servito a sgretolare dall’interno l’impero romano, quando non era possibile per la Chiesa domarlo dall’esterno, ritorna valida.
    Ma sarà possibile svegliare delle coscienze senza suscitare delle responsabilità? Le volontà operanti si adatteranno ancora a chiedere la sanzione? Sturzo fa i suoi conti senza ricordarsi del rovesciamento della praxis. S’impiglia nel suo stesso giuoco. Non si può servire insieme Satana e Dio. Svegliando coscienze individuali, suscitando impulsi autonomi egli opera come un liberale e non sa più egli stesso fermarsi a mezza strada. Il messianico del riformismo pratico servirà alla Chiesa o allo Stato? Il riformista del messianismo resterà cattolico o seguirà la logica del libero esame?
    A guardare le conseguenze delle sue azioni, Sturzo non parrebbe molto lontano dalla scomunica: e anche se egli si fermerà non si fermeranno le conseguenze. Ma la cosa è assai più interessante perché Sturzo non si fermerà e in questo paradosso sta la funzione e l’importanza del partito popolare.



    https://www.facebook.com/notes/luigi...6228451090554/
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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  2. #2
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    Predefinito Re: Gobetti: "Don Sturzo" (1922)

    Non ce la faccio a leggerlo...
    Il segreto dell'uomo politico è rendersi stupido come i suoi ascoltatori facendogli credere di essere intelligenti come lui

 

 

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