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    Predefinito L'Europa se vuole risollevarsi deve tornare al modello dei Comuni



    Il modello dei Comuni contro la frammentazione

    All'Europa del futuro serve un ritorno al Medioevo

    di Paolo Della Sala
    19 Giugno 2010

    All'Europa del futuro serve un ritorno al Medioevo | l'Occidentale

    La balcanizzazione dell’Europa sembra un’epidemia inarrestabile, ogni volta i media si sorprendono per il successo di partiti definiti come “neofascisti” o “xenofobi”. In questo modo il pensiero mainstream non comprende il fenomeno, ma anzi lo favorisce.
    Le recenti elezioni in Belgio hanno sancito il fallimento di uno stato multietnico.
    Il partito separatista N-va e i liberali fiamminghi Open Vld ottengono il via libera per passare a uno stato federato, preludio a una separazione, in una nazione dove hanno sede le istituzioni dell’Unione Europea.

    In Olanda cresce il partito della Libertà, guidato da Gert Wilders, al quale il Quarto Potere politico-mediatico impedì l’ingresso nel Regno Unito, con una decisione per niente à la Voltaire. Il suo partito viene definito “xenofobo e anti islam”, ma questi toni contribuiscono al suo successo, e sono una semplificazione denigratoria e non politica.

    La crescita delle formazioni identitarie va invece posta in relazione con la crescita della UE, super-Stato a volte super-distante dalle esigenze del territorio.

    In secondo luogo le crisi identitarie vanno correlate col processo migratorio, passando da una visione da Teologia della liberazione a un approccio liberale, più utile allo sviluppo armonioso sulle due sponde del Mediterraneo.


    Cosa è un’etnia?
    È una comunità di persone che hanno in comune elementi come la lingua, la religione, la tribù, una nazionalità, il colore della pelle, o un mix di questi sememi culturali.

    Ad esempio, il Belgio è diviso tra il nord fiammingo, di lingua olandese, e il sud vallone, di lingua francese. Vi è anche una storica minoranza linguistica tedesca. A ciò si devono aggiungere comunità recenti, come gli italiani immigrati nel corso del ‘900, e i maghrebini.
    Il governo di Bruxelles ha istituito tre “Comunità” vallone, tedesca e fiamminga, con diverse amministrazioni. Inoltre Bruxelles, posta nella regione fiamminga, è a maggioranza francofona, ed è la somma di ben 19 comuni distinti. Più del 58% dei belgi è di lingua olandese, mentre il francese è parlato solo dal 34% della popolazione. Il multiculturalismo insomma nel Belgio è caos, non melting pot.

    Serve un’equazione: formazione di mega entità sovranazionali=necessità di ritornare a un modello molecolare, simile a quello dei Comuni, applicato con successo nell’Europa dei due Imperi (quello centrale politico, e quello religioso del papato).

    Se l’Europa (la Cina, la Russia etc.) non applicano una versione aggiornata del modello molecolare che nel Medio Evo ha creato il mondo moderno, aprendo l’Europa ai commerci e dando spazio all’iniziativa privata all’interno dei borghi, gli Stati-nazione continueranno a marcire, schiacciati dalla doppia spinta della UE e delle comunità interne.

    Se questa tenaglia non viene affrontata nei termini giusti, rischia di trascinare la società civile in un’inesorabile stagnazione culturale ed economica.

    L’hipster
    Ci vuole coraggio per dire la verità. In piena guerra d’Algeria, Albert Camus si rivolse allo scrittore Amrouche con linguaggio paolino: “E’ nel tuo diritto scegliere le posizioni dell’F.N.L. Io personalmente le ritengo delittuose nel presente, cieche e pericolose per il futuro. (…) Sparare, o giustificare che si spari, sui francesi d’Algeria in generale e visti come tali, equivale a sparare sui miei, che sono sempre stati poveri e privi di odio”.
    Camus si distingueva da Sartre e dal partito comunista francese, che comprendevano le “ragioni” del Fronte di liberazione algerino, senza rilevare il sangue che veniva versato anche da quella parte.

    Il politico europeo “hipster” non ha visto (razzisticamente) che tutti gli uomini sono uguali, e che pertanto i problemi possono venire sia dagli immigrati sia dai nativi. Ha scelto di mettersi da una parte, la più debole, dimenticando il tutto, col risultato che l’economia e il tessuto sociale europei non hanno saputo godere del libero scambio di persone e merci.

    Il movimento hipster iniziò negli anni ’40, periodo del be bop, ed era segnato dalla passione dei bianchi per Charlie Parker e la cultura jazz. Per i “white negroes” il jazz e il mondo dei neri era un Eden da frequentare come una sorta di bagno di purificazione. Dal punto di vista dei neri, invece essere neri significava fame, razzismo ed eroina. Negli anni '50 il romanzo Sulla strada di Jack Kerouac e il movimento beat hanno esaltato la figura dell'hipster, dando il la al sistema moda occidentale e alla cultura pop. L’hipster bianco fumava cannabis come un turco, ascoltava jazz (senza suonarlo), vestiva con colori sgargianti e abiti casual, scroccava abitazione, pranzo e sesso, si considerava uno straniero votato al nomadismo dell’autostop, derideva la cultura del lavoro. Era una profezia del ’68.

    Il multiculturalismo successivo riprende alcune degenerazioni della sottocultura hipster. Invece di integrare, ha creato dei quartieri etnici impermeabili l’uno con l’altro. L’hipster tra gli anni ’40 e ’70 tuttavia non era soltanto un radical-chic alla Juliette Greco: nei quartieri di Londra c’era una vicinanza reale tra i figli della worker class e quelli degli immigrati dalle Antille, da cui nascevano sottoculture musicali e politiche.

    Il multiculturalismo successivo ha invece sostituito le culture con le “buone leggi” e la “buona burocrazia”. L’hipster italiano del 2000 ha il volto di Walter Veltroni e della sua negritude anche nel corso della rivolta di Rosarno, in cui è venuto alla luce il conflitto tra Stato e mafia, tra poveri italiani e poveri immigrati, in un coacervo di parole dal quale non è uscito nulla di concreto, se non la perpetuazione della criminalità (locale o d’importazione) e della sua controparte: l’assistenzialismo. Gli immigrati se ne fregano della solidarietà a parole e a spiccioli, a loro interessa un lavoro e un tetto. Ma la Grande Crisi ha rovesciato tutto, denudando gli hipster e ponendo i problemi in termini nuovi e drammatici. Ormai le dinamiche mondiali stanno cambiando: il Maghreb non è più una terra pasoliniana di poveri; il porto di Tangeri sarà il più grande del Mediterraneo e finirà per uccidere quello di Rotterdam. Mentre il porto di Genova decade (senza autostrade né ferrovie alle spalle), in Turchia, Egitto, Malta e Tunisia si costruiscono porti giganteschi e tunnel sotto il mare (due a Istanbul, uno previsto tra Africa e Gibilterra).

    La Variabile islamica
    L’integralismo si è radicato in Europa più che nel Medio oriente. La jihad si propone come guerra alternativa a quelle etniche, che insanguinano l’area ex sovietica fino al Kirghizistan, e l’Oriente fino alla Cina.

    Soluzione (anti)finale
    Mosca, scrive l’agenzia Ria Novosti, sta diventando una capitale multietnica, con quartieri popolati da armeni, azeri e cinesi, così come a Londra o San Francisco (dove il sito del comune è in inglese, cinese e spagnolo).

    Secondo fonti di polizia nei primi sei mesi del 2010 ben 571.000 stranieri si sono trasferiti a Mosca. Cresce l’allarme su un ritorno della guerriglia urbana degli anni ’90, tra azeri e armeni della capitale russa.

    Anche in Russia aumentano i temi identitari, dopo il crollo dei grandi sistemi culturali, religiosi, politici e l’ipertrofia dello Stato. L’alternativa è data da Cameron, con lo slogan “Meno stato e più società civile”, simile a quanto avveniva nei Comuni medievali. A noi mediterranei serve la nascita del libero mercato in Africa, dove la decolonizzazione ha perpetuato un sistema di caste mai superato. Molti partiti identitari europei - magari senza saperlo - propongono questo tipo di soluzioni, che non vanno confuse con vecchi schemi politici.

    I veri partiti xenofobi e neofascisti sono invece poco diffusi e si confondono nei loro temi portanti con la sinistra estrema, essendo entrambi contrari al liberalismo, utilizzatori di linguaggi violenti, nemici del “sionismo” e contro ogni forma di globalizzazione e condivisione culturale.

  2. #2
    roma kaputt!
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    Predefinito Rif: L'Europa se vuole risollevarsi deve tornare al modello dei Comuni



    L'Europa delle piccole patrie

    Scritto da Marco Cavallotti
    mercoledì 02 giugno 2010

    Il Legno storto, quotidiano online - Politica, Attualità, Cultura - L'Europa delle piccole patrie

    Una salva di fucileria corona la sfilata dei "militari" in uniforme storica, appartenenti a reggimenti savoiardi ai tempi di Pietro Micca. I bambini strillano, le madri li stringono a sé un po' spaventate, i padri gonfiano il petto e spiegano come e qualmente anche loro un tempo… Intorno il borgo magnificamente infiorato festeggia la splendida giornata, e il profumo si mescola all'odore acre della polvere da sparo. Poi la variopinta processione, con parrucche, codini, tricorni e bandoliere, asce e picchi da geniere, baionette e schioppetti ad avancarica, accompagnata dalla processione dei dignitari della Compagnie de Savoie avvolti nel robone rosso – gli uomini – o nero – le donne –, si ritira a convegno. Attendono la sospirata nomina di Compagnon alcuni amici piemontesi.

    Seguirà un lauto pranzo con brindisi e abbondanti libagioni alla fraternità transalpina, alla comune ascendenza savoiarda – quindi non del tutto italiana né del tutto francese –, con grande torta finale avente al centro lo stemma della Savoia – e dunque anche dei Savoia. E l'assemblea si era aperta in modo del tutto inusuale per la maggior parte degli Italiani e dei Francesi: l'inno antico della Savoia viene suonato di fronte al pubblico in piedi, mentre sfila sullo schermo l'intera genealogia della casa reale di Sardegna: una sfilata che si conclude, un po' inopinatamente, niente meno che con Vittorio Emanuele – quello dell'isola di Cavallo.

    Questa giornata piemontese a Candelo, in quel di Biella, nella cui organizzazione ha svolto un ruolo importante, appunto, l'associazione Europiemonte, in collaborazione con la Compagnie de Savoie, non serve solo per scoprire un piccolo borgo medioevale eccezionalmente conservato calato fra le belle colline del biellese, ricco di iniziative e di attività artigianali ed enogastronomiche di qualità che si svolgono in un'atmosfera di grande fascino e di generosa ospitalità. E non serve nemmeno per scoprire particolari "sacche" di originalità – come il culto, che a noi appare un po' fuori tempo e fuori luogo, di una dinastia che per molti versi ha avuto una grande storia, ma con i suoi ultimi rampolli non ha dato molto di bene all'Italia, ed ha abbandonato la Savoia al suo destino in vista di maggiori vantaggi nella penisola.

    Essa consente piuttosto – e soprattutto – di meglio comprendere aspetti molto significativi ed anche preziosi della nostra storia, come il ruolo delle comunità e delle regioni storiche in un'Europa sempre più snazionalizzata – e questo non è un male – e sempre più incerta sul suo ruolo e sulla sua identità – e questo non è certamente un bene. La grande ricchezza e "multipolarità" dell'Europa è stata costruita attraverso la vita e l'opera di regioni e di comunità che conservano gelosamente le proprie "fedi", le proprie stranezze, i propri miti. Dopo l'accresciuta mobilità nel nostro continente, è soprattutto l'interscambio e la trama sottile, ma tenace nei secoli, che esse sanno mantenere, e che ora tendono nuovamente a sviluppare, il collante che potrebbe domani contribuire validamente alla costruzione della vera Europa.

  3. #3
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    Non mi sembra che la politica governativa della Lega Nord sia mai stata a favore dei Comuni, o delle identitá transregionali, vedi i tagli della Lega di Governo, vedi le molto tiepide reazioni di Zaia e co all Iniziativa Adriatico Ionica. La Lega é molto piű regionalista che municipalista.
    Senza considerare che proprio l UE ha promosso e promuove l autonomia dei territori, grazie ai suoi fondi di coesione che passano TUTTI per gli enti locali. E infatti, a parte la Lega e i partiti xenofobi modello Vlaams Belang, i partiti regionalisti sono tutti europeisti, e siedono nel gruppo verde compresi NVA, ERC, CiU, PNV, SNP ...
    Ultima modifica di Manfr; 01-07-10 alle 14:23

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    Citazione Originariamente Scritto da Manfr Visualizza Messaggio
    Non mi sembra che la politica governativa della Lega Nord sia mai stata a favore dei Comuni, o delle identitá transregionali, vedi i tagli della Lega di Governo, vedi le molto tiepide reazioni di Zaia e co all Iniziativa Adriatico Ionica. La Lega é molto piű regionalista che municipalista.
    La lega è ispirata alla rivolta dei comuni.......la prima cosa che ha fatto la lega al governo è stato dare ampi poteri ai sindaci, in modo da permettergli di gestire autonomamente e con efficacia i loro comuni. Per quanto riguarda le iniziative transregionali la lega nel nord-est ha cercato di sbilanciare l'equilibrio dell'euroregione verso il lombardo-veneto invece dei Balcani, mi sembra molto più coerente anche a livello storico. Con la Savoia invece Bossi ha sempre mantenuto contatti. La lega ovunque è favorevole a iniziative di valorizzazione territoriale, anche se adesso punta a cambiare le cose partecipando al bipolarismo romano.


    Citazione Originariamente Scritto da Manfr Visualizza Messaggio
    Senza considerare che proprio l UE ha promosso e promuove l autonomia dei territori, grazie ai suoi fondi di coesione che passano TUTTI per gli enti locali. E infatti, a parte la Lega e i partiti xenofobi modello Vlaams Belang, i partiti regionalisti sono tutti europeisti, e siedono nel gruppo verde compresi NVA, ERC, CiU, PNV, SNP ...
    Anche la Lega Lombarda tempo fa era su queste posizioni (prima di Maastricht), ricordo il manifesto decisamente anti-romano "Lombardia Europa da sempre" con la bandiera dell'Unione europea sullo sfondo, poi ci siamo accorti di come questa europa decida senza il consenso dei popoli sulle questioni che li riguardano (altro che devolution).
    La Lega Nord si allea con i cittadini: il Signoraggio è del Popolo e non dei banchieri privati
    Ti correggo comunque, i partiti che tu citi siedono nel gruppo Alleanza libera europea che ha accettato la federazione con il gruppo verde, la lega sta con l'Europa della libertà e della democrazia, regionalista/sovranista ed euroscettico (come i liberali di Wilders).
    Ultima modifica di Leghista; 02-07-10 alle 00:47

  5. #5
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    L’Europa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarla

    L’Europa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarla

    La Catalogna reclama l’indipendenza e nei prossimi mesi si potrebbe aprire una importante crisi diplomatica che rischia di mutare il tessuto sociale e territoriale europeo; per ottenerla è pronta ad inasprire la lotta politica interna ed internazionale.

    Barcellona, Girona, Lloret de Mar, Mirò, Gaudì e la Sagrada Familia, il Camp Nou e l’F.C. Barcellona. È molto probabile che la maggior parte degli italiani, e non solo, colleghino automaticamente queste città, persone e luoghi direttamente e unicamente alla Spagna; non è del tutto errato, ma non è neanche tutta la verità. I nomi che ho citato possiedono un importante elemento in comune: sono tutti parte della storia, del territorio o della società della Catalogna. E tra Spagna e Catalogna le differenze sono davvero abissali.

    LA CATALOGNA, QUESTA SCONOSCIUTA – Il territorio che va dai Pirenei mediterranei, compresa la regione sud della Francia con capitale Perpignan, fino a sud, Comunità Valenciana e isole Baleari comprese, nonché la regione sarda di Alghero, ha costituito per centinaia di anni uno stato indipendente e potente, la Catalugna appunto, che ha imposto per secoli il proprio dominio al Mediterraneo, conquistando anche buona parte della penisola italica ed esercitando una massiccia influenza economica e culturale a tutto il meridione d’Italia. Basti considerare che il catalano, la lingua che si parla in Catalogna insieme allo spagnolo, per un lungo periodo fù anche lingua ufficiale dell’ allora Regno delle Due Sicilie. Oggi in Italia è riconosciuta come idioma puro ed è anche lingua ufficiale minoritaria della città di Alghero. Per la comprensione della questione catalana, e il perchè essa sia così importante per la Spagna e soprattutto per la Comunità Europea, senza addentrarci troppo in questioni storiche bisogna però fare un piccolo passo indietro e ripercorrere rapidamente la storia di questa regione. Fino all’11 settembre 1714, giorno della caduta di Barcellona e del Regno di Aragona per mano di Filippo V, che inglobò il territorio catalano in quello che diventerà l’attuale Spagna, la Catalogna fu un vero e proprio stato indipendente, nato quasi un millennio prima, nel X secolo, per mano di Vilfredo I. La conquista spagnola della Catalogna si protrasse fino al 1932, quando essa, dopo la caduta del dittatore Primo de Ribera, si dichiarò autonoma. Nel 1939 il dittatore Franco conquistò ancora la regione, iniziando una repressione che durò fino alla sua morte, nel 1975. Durante questo arco temporale, i separatisti furono duramente repressi e il sangue catalano scorse a fiumi. La castello-fortezza di Montjuic a Barcellona divenne il triste simbolo della repressione franchista; migliaia di catalani vi furono imprigionati, torturati e uccisi per questioni razziali o solo erano stati sentiti parlare il catalano. La lingua catalana era proibita, tanto più lo erano i simboli e le bandiere catalane; sfidare questo divieto portava direttamente nelle segrete di Montjiuc. La morte del dittatore sapgnolo diede nuova vita alla questione separatista della Catalogna. Il 1977 è ricordato dai catalani come l’anno della prima imponente manifestazione democratica a favore dell’indipendenza. Vi fu una presa di coscienza che diede impulso al primo statuto della regione autonoma della Catalogna, la quale, con la riforma della costituzione spagnola sempre del 1977, potè finalmente ristabilire una sorta di autogoverno. Per più di 30 anni, il governo catalano ha lottato al fine di guadagnare sempre più autonomia, imponendo le proprie forze di polizia (i Mossos d’Esquadra), leggi che regolamentano l’istruzione e la sanità, ma potendo fare poco riguardo l’autonomia economica. Ed è proprio questo il punto cardine dove fa perno la nascente “questione catalana”, e che rischia di incendiare il panorama politico internazionale.

    CATALOGNA, IL MOTORE DELLA SPAGNA – Sarebbe riduttivo però parlare di motivazioni essenzialmente economiche alla base della lotta indipendentista catalana; la regione gode di una unità territoriale e culturale ben definita. La lingua catalana, ad esempio, ha poco in comune con lo spagnolo, ed è considerata dai catalani come lo strumento di integrazione per i popoli che scelgono la Catalogna e Barcellona in particolare come meta della migrazione. Il popolo catalano, a differenza di altri popoli secessionisti ed indipendentisti, non fa differenze etniche e razziali. Catalano lo è chi accetta, assorbe ed apprende lingua, cultura e mentalità locale; inoltre lo è chi approva e appoggia le questioni sociali come l’autonomia e l’unità territoriale, il rispetto per le diversità e l’integrazione, ed infine, è catalano chi, accettato tutto ciò, lavora e vive onestamente in Catalogna. I catalani quindi, a dispetto come detto di altre popolazioni, sono un insieme variegato di lingue e (passateci il termine) di “razze” completamente differenti. Il pensiero del catalano va al di la’ della persona stessa, ma si basa su un principio morale tanto semplice e scontato, quanto raro da incontrare, e cioè che la diversità è forza, e non il contrario. Forse è proprio per il mix di tutte queste ragioni che la Catalogna è diventata nell’arco di 30 anni il vero motore dell’economia spagnola. I numeri, in questo caso, parlano chiaro: più del 20 % del PIL iberico è prodotto in Catalogna, nonostante essa occupi solo per circa il 5 % del territorio spagnolo e che la sua popolazione non superi il 15 % della popolazione totale. Questa predominanza deriva anche da fattori ambientali, oltre che umani, difatti la posizione geografica affacciata sull’alto Mediterraneo e protesa verso l’Europa mediterranea, ha aiutato molto lo sviluppo industriale e soprattutto il terziario, (il settore delle piccole e medie imprese della Catalogna è uno dei più sviluppati di tutta l’Europa) essendo durante l’autarchia franchista una delle mete preferite per l’immigrazione interna, ed ora mondiale.

    10 LUGLIO, L’IMPONENTE MANIFESTAZIONE DI BARCELLONA – Sabato 10 Luglio la capitale catalana è stata il teatro della manifestazione più imponente che la città ricordi. Tema dei manifestanti uno solo: indipendenza. Più di un milione di persone, la stessa polizia ha stimato in 1.100.000 il numero dei partecipanti, è scesa per le strade di Barcellona dopo che il Tribunale Costituzionale aveva rispedito al mittente lo Statuto della regione, che tra le altre cose dichiarava la regione come nazione. La rabbia dei cittadini catalani è derivata dal fatto che questa decisione è giuta del tutto inaspettata, dopo che lo Statuto era stato approvato sia dal parlamento di Catalogna che da quello di Madrid, ovvero il governo centrale di Luis Zapatero. Quindi, a sentire i catalani, se è vero che i parlamenti rappresentano i cittadini, allora il Tribunale Costituzionale non ha rispettato la volontà di milioni di persone, sia catalane che spagnole. E il ragionamento, a dirla tutta, non fa una piega.

    LE VOCI DEI PROTAGONISTI – La manifestazione è stata totalemente pacifica, e l’isolato gesto di uno squilibrato che ha tentato di aggredire l’attuale presidente della Regione catalana, non ha minimamente influito sul senso della protesta. Durante la manifestazione abbiamo raccolto molte testimonianze di chi era giunto a Barcellona da tutta la Catalogna, e non solo. Ve ne riportiamo alcune, nel tentativo di comprendere meglio le ragioni di questo evento, che tutti, senza eccezione, hanno definito storico. Tra le varie opinioni raccolte, tutte in comune hanno una visione chiara e dal quale nessuno si discosta riguardante l’economia: l’indipendenza è necessaria per il benessere economico della Catalogna che invia a Madrid (noi diremmo a Roma Ladrona) tasse per un valore di 100 e vede ritornare sul territorio solo 10. Ma naturalmente, seppur la questione economica sia di fondamentale importanza, questa rappresenta solamente una delle ragioni per cui i catalani richiedono l’indipendenza. Interessante il commento di Sergi, 25 anni, che vede la manifestazione come un importante palcoscenico internazionale, mediante il quale la causa indipendentista catalana potrà avere maggiore visibilità e urlare all’Europa e al mondo intero che esiste una Nazione catalana. Maica, 60 anni, e Francesc, 65, sono marito e moglie. Manifestano non solo con la loro presenza, ma anche visivamente, sfoggiando bandiere e un ombrello decisamente “indipendentista”, il loro l’orgoglio dell’essere catalani. Mi dicono “Siamo stranieri, catalani, e non siamo spagnoli, perchè lo stato e il Tribunale Costituzionale non ci rappresentano. Attendiamo la nostra libertà e autonomia”. E sentirsi stranieri in terra propria potrebbe essere decisamente poco piacevole.

    SECESSIONE O FEDERALISMO? - Da anni in Catalogna si dibatte su che tipo di indipendenza e autonomia attuare. Delle due correnti di pensiero che vanno per la maggiore, l’una è secessionista, l’altra federalista. Molte persone ci dicono che dopo la bocciatura dello Statuto si sono sentite profondamente offese, moralmente violentate, e che se prima avrebbero accettato di buon grado anche un’autonomia su base di stato federale alla tedesca. “Comprendiamo che per 30 anni lo stato spagnolo ci ha preso in giro. Ora è il momento di reagire.” dice Arantxa. Dello stesso avviso anche Aslane, 35 anni, “Oggi ti direi secessione. Quello che è accaduto è incredibile. Due parlamenti che approvano una decisione di un popolo intero e poi un Tribunale di retaggio franchista boccia tutto. È qualcosa di inaccettabile”. Illuminante poi una sua dichiarazione che ci aiuta a comprendere meglio il popolo spagnolo: “da noi si dice ’sei come la spada toledana’, cioè fatta di un acciaio durissimo che non si spezza mai, se non quando il colpo è troppo forte. Ecco, il governo di Madrid sta cercando di spezzare questo acciaio, ma la strada sarà davvero lunga. E ora diciamo prou, basta!”. E aggiunge: “La Catalogna è più europeista della Spagna. Ma noi non volevamo uno stato, volevamo soltanto essere indipendenti. E chiedo a Madrid: ma perchè ce l’avete con noi?”. Forse perchè se ad un’automobile togli il motore, questa si ferma e inizia a fare la ruggine. Ma forse le motivazioni sono più complesse.

    COSA NE SARÀ DELLA CATALUGNA– Irene, 30 anni, è di avviso diverso sulla questione indipendenza, o meglio, rigurado l’autonomia della Catalogna. Dice ”Io credo nella possibilità di creare uno stato federale dove possano convivere diverse nazionalità, che siano catalane, basche o galiziane fa poca differenze, ma che siano gestite autonomamente, con la possibilità di mutuo soccorso in caso di bisogno. L’unione della diversità fa la forza”. Quindi indipendenza a tutti i costi, ma non a costo della divisione del territorio nazionale. Conclude con una dichiarazione che poi alla fine svela il perchè più di un milione di persone stiano manifestando con tanto fervore: ”Il sentimento catalano è qualcosa di piú che una lingua, un territorio, una danza; è qualcosa che si porta e si sente a pelle e si vede rinforzato ogni volta che qualcuno lo discute o tratta di bloccarlo o di distruggerlo. E facendo cosí, invece, provoca l’effetto contrario: prendiamo ancora piú conscenza di quello che significa e lo difendiamo a morte”. Insomma, qualcosa che va ben oltre i numeri, i soldi e le tasse che non tornano. La Catalogna si sente Nazione, qualcuno addirittura la sente già come Stato, tanto da aver organizzato la selezione nazionale di Catalogna, che, tanto per precisare, sarebbe composta per la quasi totalità da quei giocatori che domenica sera si laureati Campioni del Mondo in Sudafrica. Uno stato a se, o federale, però poco conta. Quello che conta davvero è che qualcosa avvenga, che questa manifestazione inneschi qualcosa di più grande che un semplice dibattito politico. Lo sperano tutti. Alcuni, come Luisa, 30 anni, sono scettici che qualcosa possa cambiare in breve tempo. “ A Madrid” dice “domani (domenica 11 Luglio, nda) si parlerà soltanto della finale Mondiale. E chi parlerà di questa manifestazione lo farà solo in tono denigratorio” cosa che in effetti è avvenuta, seppur in parte e solo da una piccola parte della stampa spagnola. La speranza di Mari, 75 anni, è che “L’unione questa volta faccia la forza. Io ho 75 anni ma sono qui, anche per una mia amica che è malata”.

    UNA LUNGA LOTTA - La manifestazione si conclude solo quando ormai è sera inoltrata. Lascia molta speranza nel popolo catalano, nell’autodeterminazione del proprio territorio ad una indipendenza questa volta reale e senza compromessi. Il prossimo ottobre si voterà il nuovo parlamento e Convergenza e Unione, il partito che ha governato la regione per 23 anni sino al 2003, sembra favorito per la riconquista del potere politico. Leggendo i giornali locali, sembra che il livello di scontro politico si alzerà e che questa volta la Catalogna non resterà a guardare e ad aspettare che il suo futuro venga costruito da altri. Si parla di disobbedienza civile, ma non vengono esplicate le eventuali modalità di protesta. Su una cosa i catalani sono tutti d’accordo: no a qualsiasi forma di violenza. Se indipendenza sarà, sarà pacifica. “La lucha serà larga”, la lotta sarà lunga, affermano quasi tutti, ma la determinazione che abbiamo visto negli occhi di chi, famiglie con bambini, giovani e anziani, catalani da sette generazioni e catalani invece per passione, ha manifestato era davvero intensa. Per la Catalogna si apre un periodo importante e l’Europa non potrà certamente snobbare la “questione catalana”. La partita, insomma, è aperta. E che vinca non il migliore, ma il buonsenso.
    Ultima modifica di Leghista; 14-07-10 alle 23:40

  6. #6
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    Predefinito Rif: L'Europa se vuole risollevarsi deve tornare al modello dei Comuni

    è catalano chi, accettato tutto ciò, lavora e vive onestamente in Catalogna

    Onestamente, mi sembra molto più in sintonia con il Fini di "è italiano chi ama l'Italia" che con le posizioni leghiste.

  7. #7
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    Predefinito Rif: L'Europa se vuole risollevarsi deve tornare al modello dei Comuni

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    è catalano chi, accettato tutto ciò, lavora e vive onestamente in Catalogna

    Onestamente, mi sembra molto più in sintonia con il Fini di "è italiano chi ama l'Italia" che con le posizioni leghiste.
    "Onestamente" è molto padano e poco itaGliano. Anche la Padania, prima che sulle varie etnie, si fonda sulla mentalità settentrionale..hefico:
    Ultima modifica di Leghista; 16-07-10 alle 17:34

  8. #8
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    "Onestamente" è molto padano e poco itaGliano. Anche la Padania, prima che sulle varie etnie, si fonda sulla mentalità settentrionale..hefico:
    Allora perchè non siete d'accordo con la proposta di Fini sulla cittadinanza ?

  9. #9
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    Allora perchè non siete d'accordo con la proposta di Fini sulla cittadinanza ?
    Lavora e vive onestamente. L'onestà in itaGlia rimane una bella parola. Fini vuole regalare la cittadinanza ad uno straniero dopo soli cinque anni che è arrivato qui da noi, con lo scopo di stravolgere, oltre al tessuto sociale, i risultati elettorali. Fini e i catalani sono due cose diverse, lui sta con Aznar e non potrebbe essere diversamente, ad ognuno il suo.iaociao:

  10. #10
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