Ffwebmagazine - Perché quella strana "cosa" chiamata "finiani"...


Il senso di un'evoluzione dal berlusconimo, per il futuro del centrodestra
Perché quella strana "cosa"
chiamata "finiani"...

di Alessandro Campi

Ma chi sono realmente i finiani? Una pattuglia di parlamentari rimasti senza fissa dimora e senza grandi prospettive di carriera, dopo che Berlusconi li ha estromessi dal Pdl, o l'avanguardia di un movimento politico destinato a crescere nei consensi? Una destra morente o una destra emergente? E quali solo le reali intenzioni che hanno sin qui guidato le scelte di Gianfranco Fini? Fare le scarpe a Berlusconi trovando ogni scusa per dargli addosso, come gli rimproverano da sempre i suoi avversari interni, o proporsi al Paese nei panni di un leader politico capace di innovare sul piano del linguaggio e dei contenuti e di guardare lontano? Lo hanno mosso l'ambizione e il risentimento personale o l'ansia di rinnovamento e il gusto per la sfida?
Dalle diverse risposte a queste domande dipende, come si comprende facilmente, il giudizio su un'avventura politica che molti osservatori, soprattutto quelli maggiormente prevenuti e ostili per principio, continuano a presentare come velleitaria e inconcludente o, nella migliore delle ipotesi, come confusa e potenzialmente fallimentare.

In realtà, l'esperienza e il dibattito degli ultimi due anni dovrebbero aver dimostrato a sufficienza che le posizioni assunte dal presidente della Camera e dalla galassia politico-culturale che lo sostiene, per quanto sicuramente discutibili e su certi temi persino troppo ardite, non sono state dettate dal desiderio di novità ad ogni costo o dal bisogno di ritagliarsi una piccola quota di potere all'ombra rassicurante del berlusconismo. Tantomeno dalla volontà maligna di impegnarsi in una sorta di guerriglia sterile e logorante nei confronti della maggioranza politica di centrodestra (la strategia del "controcanto" stigmatizzata a più riprese da Sandro Bondi).

Le discussioni e le polemiche sull'immigrazione, sulla laicità, sulla bioetica, sulla legalità e la questione morale, sulla natura e il funzionamento del Pdl, sui rischi di disgregazione del tessuto sociale nazionale, sui diritti civili, sui criteri di selezione e formazione della classe dirigente, sul federalismo, sulla riforma della Costituzione, sull'etica pubblica, sul populismo mediatico, sulla responsabilità e moralità degli uomini politici, sul senso dello Stato, sul pericolo insito in una visione cesarista e ipersemplificata della democrazia, sulle derive della retorica antipolitica, sulla mercificazione del corpo femminile, sul valore dell'unità nazionale, sulla giustizia e la libertà d'informazione, sul corretto rapporto tra le istituzioni e i poteri dello Stato, sul patriottismo repubblicano; tutte queste discussioni e polemiche - spesso derubricate a inutili e irresponsabili provocazioni - in realtà tendevano, e tendono ancora oggi, a definire una visione della politica, dei suoi doveri e dei suoi obiettivi, più aderente alla fase storica nella quale viviamo, profondamente diversa rispetto a quindici-venti anni fa, e alle sfide con le quali l'Italia sempre più è chiamata a misurarsi.

Secondo alcune letture, il solo fatto di avere posto all'attenzione dell'opinione pubblica - in primis quella di centrodestra - temi di questa natura avrebbe implicato, da un lato, una negazione radicale, polemica e unicamente strumentale del berlusconismo (quasi un atto di lesa maestà nella prospettiva di un movimento politico carismatico e fortemente personalistico) e avvalorato, dall'altro, l'esistenza di un'insopportabile distinzione tra una destra civile e democratica (rappresentata appunto da Fini) e una destra incivile e autoritaria (quella che si esprime in Berlusconi). Da qui l'incompatibilità politica - persino antropologica ed esistenziale - che si sarebbe alla fine creata tra la minoranza finiana e la maggioranza del Pdl. Da qui, ancora, certe interpretazioni delle posizioni di Fini nel segno della slealtà, del tradimento, dell'opportunismo, dell'avventurismo ideologico.

In realtà, a guardare le cose con attenzione e un minimo di serenità, si scopre facilmente che la "destra nuova" immaginata dal Presidente della Camera suona come un implicito riconoscimento all'irripetibile eccentricità del Cavaliere: rappresenta infatti il tentativo - per carità, discutibile, ma andrebbe discusso nel merito, non irriso o liquidato facendo il processo alle intenzioni - di dare continuità, ma su basi necessariamente nuove e originali, ad un'esperienza politica che per definizione rischia altrimenti di esaurirsi - peraltro nel modo più rovinoso - con la scomparsa dalla scena del suo indiscusso protagonista. Si potrà dire, come molti sostengono, che Fini abbia sbagliato tempi e modi, ma è difficile negare che abbia posto e affrontato un problema - quale cultura politica per il centrodestra del domani, quale centrodestra senza e dopo Berlusconi, quali visione dell'Italia e della politica dopo che si sarà esaurita l'onda lunga dell'antipolitica che Berlusconi ha incarnato e cavalcato - che esiste per così dire oggettivamente.

All'interno del Pdl, nato peraltro proprio con l'idea di includere al suo interno molte componenti sociali e molte sensibilità intellettuali e di stabilizzare l'eredità politica del berlusconismo, la componente finiana avrebbe potuto rappresentare una sorta di lievito critico, uno stimolo creativo, un polo di dibattito e confronto. Si è invece preferita, per timore che un eccesso di confronto interno minasse la solidità dell'attuale leadership, la strada della normalizzazione e della riduzione forzata all'unità, secondo modalità che nel linguaggio berlusconiano si potrebbero definire tipiche della "vecchia politica". E quello che oggi si chiede ai parlamentari che si riconoscono in "Futuro e libertà", per evitare che siano definitivamente messi al bando, è di essere leali e disciplinati in Parlamento, di smetterla con i distinguo che confondono le idee alla gente, di limitarsi a rispettare il patto sottoscritto con gli elettori e per definizione considerato immutabile (anche se la società, l'economia e la politica corrono e cambiano nello spazio di pochi mesi). Insomma, se non vogliono passare per traditori o ingrati debbono dovrebbero smettere di pensare e di fare politica.

Ma proprio perché quelle dei finiani, per come le abbiamo sommariamente descritte, non sono mai state impuntature ideologiche o forzature velenose c'è da sperare, per il loro futuro e per quello dello stesso centrodestra, che essi possano continuare nel ruolo che si sono assegnati e che sin qui hanno svolto: di critica, di cambiamento, di proposta, di apertura versi nuovi orizzonti politici e culturali, in linea con le trasformazioni e le nuove esigenze della società italiana. La destra riformista e liberale, laica ed europea, istituzionale e patriottica, inclusiva e postideologica, repubblicana e legalitaria immaginata da Fini negli ultimi due anni può essere criticata per molti versi, giudicata prematura o dai contorni ancora troppo vaghi. Ma non si può negare che abbia rappresentato un'autentica novità nel panorama politico-culturale italiano, potenzialmente destinata ad intercettare il consenso e le attese di una parte crescente dello stesso elettorato moderato. Al punto che non si può escludere che proprio questa consapevolezza sia stata l'origine e la causa prima dell'aspro scontro - travestito da disputa personale - che si è consumato nei giorni scorsi all'interno del Pdl.

Al momento, per come si sono messi i rapporti di forza all'interno del centrodestra, sembrerebbe trattarsi di un'avventura e di una scommessa destinate ad esaurirsi rapidamente. Ma è possibile - non solo sperabile - che le cose vadano diversamente. In politica, per fortuna, le idee (soprattutto le buone idee) camminano più velocemente degli uomini. E gli scenari mutano spesso in modo repentino e non previsto. Così come l'orientamento degli elettori e gli umori collettivi. Ce l'ha insegnato, pensa un po', proprio Silvio Berlusconi.

pubblicato sul Secolo d'Italia di oggi