da Ragionpolitica - Quo vadis Fini?
Quo vadis Fini?
di Alessandro Gianmoena
gianmoena@ragionpolitica.it
martedì 10 agosto 2010
La vicenda legata alla compravendita della casa monegasca, eredità della vecchia Alleanza Nazionale, che ha coinvolto Gianfranco Fini mostra come il giustizialismo sia un’arma a doppio taglio. Nelle intenzioni dei gruppi parlamentari fondati dal Presidente della Camera vi è la volontà di distinguersi sul piano morale ed etico dal Pdl rappresentato da Silvio Berlusconi. Ma il giustizialismo ed il moralismo sono un’involuzione culturale dell’etica politica. Il loro uso a scopi politici, cioè, è solo uno strumento di lotta tra la classe dirigente. Può capitare, quindi, che chi spesso si erge a paladino della legalità, mosso dalla volontà di discernere gli «impuri» nella classe dirigente, cada vittima della stessa cultura del sospetto che egli ha contributo ad alimentare.
Gianfranco Fini poteva forse non essere a conoscenza delle questioni che legano suo cognato all’abitazione monegasca eredità di Alleanza Nazionale? Dalla sua debole difesa pare alquanto inverosimile. Se egli fosse coerente con le sue convinzioni giustizialiste, comprenderebbe che anche l’ombra di un sospetto potrebbe ledere il suo profilo integerrimo. O forse esiste nel nostro Paese un giustizialismo a corrente alternata? L'inchiesta sull’abitazione di Montecarlo farà il suo corso, certo è che qualche spiegazione in più il presidente Fini dovrebbe darla, anche perché è difficile pensare che tutto si dissolva in una tirata di orecchie al cognato distratto.
Sul fronte politico questa vicenda è deflagrata sul neonato gruppo Futuro e Libertà. Quanto sarà difficile, per i finiani, dimostrare d’ora in poi la loro superiorità morale! Il giustizialismo e il moralismo sono espressione di un approccio culturale secondo cui la società è intrinsecamente corrotta ed occorrono quindi paladini della legalità e della «purezza» per poterla salvare dalle secche dell’impurità. Ma la vicenda monegasca ha il merito di immergere in un bagno di realtà tutti coloro che hanno celato un mero atteggiamento personalistico attraverso l'affermazione di un principio ideologico. D'ora in poi tutti i nodi verranno al pettine. Se il programma elettorale è stato condiviso anche da Bocchino & CO., aver affermato una differenziazione politica, di certo, è un modo per creare difficoltà alla sua stessa realizzazione e pone Fini ed i finiani sulla via del velleitarismo politico che può alimentare qualche ambizione tattica di manovra di palazzo, ma risulta una strategia fallimentare di fronte al popolo.
Riuscirà il presidente della Camera a mantenere il suo incarico di fronte alla vicenda monegasca che lo vede coinvolto ed essendo, oltretutto, anche capo fazione di un gruppo parlamentare la cui genesi non scaturisce da una tornata elettorale? Le dimissioni sono un argomento che Fini dovrebbe prendere realmente in considerazione. Altrimenti dovremmo dare fondatezza ai dubbi di chi ritiene che questa sua ostinazione sia dettata da un tentativo disperato di conservazione del potere, la stesso modus vivendi a cui ci hanno abituato i postcomunisti alla D’Alema. Più che pensare al futuro, quindi, ai finiani converrebbe riflettere sul presente tenendo fede al patto stipulato con gli elettori senza alterarne il contenuto. Ma le affermazioni dell’on Della Vedova (Fli), ad esempio, appaiono più come una volontà di stravolgere il programma elettorale proponendo temi come quello delle coppie di fatto per creare frizioni di carattere culturale all'interno della maggioranza di governo.
Il Governo sta lavorando bene, lo dimostrano i sondaggi positivi circa la sua attività. Ma fino a quando potremo subire il logoramento derivante dal personalismo di coloro che cercano, in realtà, solo farfalle sotto l’arco di Tito? Per coerenza e chiarezza nei confronti del popolo sarebbe utile tornare al voto evitando il logoramento del Governo Berlusconi. Non sarà di certo il futurismo intellettualista e da salotto di Fare Futuro che fa riferimento al Presidente della Camera a condizionare le scelte dell'Esecutivo. La cultura politically correct e radical chic non è mai stata gradita dal popolo ed i personalismi, i giochi di palazzo sono stati sempre puniti dalle elezioni. Non c’è futuro per il centrodestra e per l'Italia senza Silvio Berlusconi e la sua storia: Fini sarà costretto a prendere atto del fallimento della sua differenziazione politica.




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