da: Ragionpolitica - I «secondi Fini»
I «secondi Fini»
di Aldo Vitale
vitale@ragionpolitica.it
mercoledì 04 agosto 2010
Sarebbe fin troppo facile rimuginare sulle trame sinistre di chi si professa di destra, ma sarebbe fin troppo noioso leggere simili osservazioni per chi, ritenendosi davvero di centrodestra, predilige la politica dei contenuti a quella dei tiri mancini del palazzo così tipici della storia della sinistra. Del resto non si può mica tirare in ballo ancora il motto «Dio, Patria e Famiglia», perché la cesura con quella dimensione spirituale della politica sembra oramai, purtroppo, più che sepolta.
Si può, tuttavia, tentare di comprendere quali siano i contenuti, le cosiddette «questioni politiche» che Fini ed i finiani avrebbero posto, sebbene con metodi più consoni ad un novellino della politica che a quelli dei grandi statisti, all'attenzione del Pdl. Le tematiche sono varie, sebbene fino ad ora sostanzialmente siano state portate avanti con allusioni e colpi alle spalle, ma quel tanto che basta per essere udite da chi riesce ad ascoltare gli spartiti dei singoli strumenti nel bel mezzo del pieno d'orchestra.
In premessa non si possono non ricordare da un lato le esortazioni rivolte a Fini dal Presidente Emerito Cossiga in una intervista a Il Tempo dello scorso 8 settembre 2009, e dall'altro la giusta osservazione critica di Ernesto Galli Della Loggia su Il Corriere della Sera dello scorso 16 aprile 2010. Il Presidente Cossiga già più di sei mesi or sono invitava Fini a fare i bagagli e costituire gruppi e movimenti diversi dal Pdl, non condividendo più, tra le tante prospettive, l'impalcatura assiologica del Pdl, che non è inspirata dal relativismo etico, dall'anti-clericalismo o dal furore laicista. In questo senso Cossiga definì Fini: «Direi che è un radicale. Intendo dire un radicale del vecchio partito radicale, un laicista». Nonostante, infatti, il Pdl nasca dall'intreccio di culture differenti, il piano dei valori condiviso dall'elettorato è omogeneo, ben saldo ed espressamente identificato.
Galli Della Loggia, dal canto suo, criticava giustamente la strategia di Fini: «Se era davvero quella di diventare l'erede della leadership del Pdl, non sembra proprio che sia stata la strategia più adatta. Principalmente per un motivo: e cioè che si è trattato di una strategia rivolta in modo troppo esclusivo e - sia detto senza cattiveria - in modo talvolta troppo ingenuo, soltanto a mutare di 180 gradi la posizione ideologica del presidente della Camera, senza tuttavia dare a tale mutamento alcuna sostanza politico-programmatica che fosse in qualche misura congrua all'area politica di appartenenza dell'autore. Senza la capacità di colloquiare con tale area, di mantenere un rapporto reale con il suo elettorato».
Non si può non ignorare, quindi, la profonda distanza che separa Fini dal resto della base e dell'elettorato del Pdl, anche e soprattutto in temi di bioetica. In materia di immigrazione, per esempio, Fini sembra voler fare la rima alla politica del laissez faire immigratorio che tanto contraddistingue la sinistra; sembra volersi smarcare ad ogni costo dalla politica della Lega, e perfino da quella che lui stesso determinò con la buona legge che prese il nome suo e di Bossi, cioè la tanto famosa Bossi-Fini del 2002.
Fini lamenterebbe, infatti, una violazione della dignità umana degli immigrati perpetrata tramite la politica del Governo e della maggioranza. Certo, però, sembra quanto meno strano che una simile recriminazione sia avanzata da parte di chi, come Fini, propose la castrazione chimica per determinati tipi di efferati criminali come i pedofili o gli stupratori. Verrebbe da chiedersi come mai in questi casi la dignità umana, nonostante la mostruosità dei crimini, non sia lesa.
Su questioni attinenti più strettamente alla bioetica, lo si era già visto con il referendum sulla legge 40/2004 in tema di procreazione medicalmente assistita e nel caso Englaro, Fini aveva preso una via che letteralmente si metteva a perpendicolo, di traverso rispetto al Pdl, alla tradizione ed ai valori etici, giuridici e filosofici del centro-destra italiano.
Sui temi di bioetica Fini, sostanzialmente, caldeggia l'aborto senza se e senza ma; auspica se non proprio l'eutanasia, quanto meno il suicidio assistito; preferirebbe la maternità eterologa (quella a causa della quale non si potrebbe effettivamente sapere chi sia la madre del bambino) fortunatamente vietata dalla legge 40/2004; ambirebbe ad ottenere la selezione embrionale (passo prodromico per una concezione eugenetica della scienza e della vita); supporta i matrimoni omosessuali tramite la retorica sui cosiddetti diritti civili in uno stile che si potrebbe definire «in salsa zapatera». Insomma, in materia di bioetica la posizione di Fini, lungi dal rappresentare l'eredità dell'Msi prima e di An poi, o dell'attuale centro-destra in genere, e ben che meno del Partito Popolare Europeo, sembra potersi incastrare perfettamente nel blocco del relativismo etico che tanto contraddistingue la sinistra e che così pervicacemente è portato avanti da gruppuscoli minori, ma rumorosi come i Radicali.
Infine la laicità: nonostante un tempo difendesse le radici cristiane della cultura europea e la Chiesa stessa contro gli assalti ideologici dei partitelli della galassia comunista italiana e dei Radicali anti-cattolici, da qualche anno sembra aver invertito drasticamente rotta, e, se non si conoscesse la sua provenienza, non si potrebbe distinguere, per ciò che sostiene, da un Diliberto o da una Bonino. Senza dilungarsi in troppi esempi, sia sufficiente ricordare ciò che ebbe a dichiarare l'anno scorso, mentre imperversava la furia anti-clericale, che voleva convincere l'opinione pubblica dei presunti silenzi della Chiesa in genere e di Pio XII in particolare durante l'olocausto anti-semita della seconda guerra mondiale; la Chiesa, secondo l'attuale Presidente della Camera Fini, non si oppose alle leggi razziali. Gli storici hanno smentito a gran forza questa enorme falsità a cui Fini, inspiegabilmente, si è accodato in modo del tutto acritico e pedissequo, evidentemente per un ideologico e premeditato attacco alla Chiesa.
A ciò si aggiunga una ulteriore considerazione di carattere metodologico. Fini, per celare lo stridore acuto tra le sue vecchie idee e queste sue nuove posizioni, ha reclamato una maggiore democrazia all'interno del Pdl, ma per cercare la pagliuzza nell'occhio altrui, non si è accorto della trave nel proprio. Fini, infatti, per circa trenta anni è stato alla presidenza dell'Msi prima e di An poi; non si è mai premurato di organizzare un congresso che mettesse in discussione o assicurasse un turn over alla presidenza dei due predetti partiti; e, come se non bastasse, in An ha operato una vera e propria epurazione dei dissenzienti: sia sufficiente, in proposito, ricordare i casi di Storace, della Mussolini, della Santanchè, o di Gustavo Selva. Adesso non vuole lasciare nemmeno la poltrona di Presidente della Camera, nonostante sia venuto meno quel supporto politico grazie al quale ha potuto ricoprire la funzione di terza carica dello Stato..
Infine, non può non suscitare dubbi e sbigottimenti il calore con cui la sinistra accoglie le nuove posizioni ed il nuovo ruolo di Fini, anche oltre i tatticismi politici del divide et impera; ad un ex missino, per la prima volta nella storia italiana, sono stati chiesti innumerevoli autografi ai convegni del Pd, ex feste dell'Unità!
Qualcosa evidentemente non funziona più. E' giusto, quindi, che, anche a seguito del crescente malumore dell'elettorato del Pdl in genere e di quello dell'ex An in particolare, ad assumersi le conseguenze delle proprie azioni e delle proprie dichiarazioni sia lo stesso Fini, senza che ulteriori danni, e non solo in termini di immagine o di consenso, possano essere arrecati all'azione del Governo, e, ancor di più, all'elettorato di centrodestra ed al suo piano di valori.




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