Renzo De Felice (Rieti, 1929 - Roma, 1996)



Di Renzo De Felice – “Per Giovanni Spadolini”, “Nuova Antologia”, a. CXXIX, fasc. 2192, Ottobre-Dicembre 1994, Le Monnier, Firenze, pp. 149-152.



Nella premessa al suo Spadolini e la storia dell’Italia contemporanea Leo Valiani ha affermato a proposito del concorso di storia contemporanea (“il primo, rivoluzionario concorso di quella disciplina”) vinto agli inizi degli anni Sessanta da Spadolini, che con lui risultarono vincitori “altri due insigni storici”: Gabriele De Rosa e Aldo Garosci. Ho voluto rileggere il passo preciso perché il mio “rapporto” con Spadolini – allora tutto e solo mio, ché Spadolini l’ho conosciuto personalmente anni dopo e ne divenni amico ancora più tardi – ha, se così si può dire, in quel concorso il suo primo punto di riferimento e perché il contrasto tra il giudizio sui tre studiosi in questione dato quarant’anni dopo da Valiani e i miei ricordi d’allora, testimonia bene le trasformazioni che da allora ad oggi si sono verificate nella nostra contemporaneistica e nel modo di guardare ad essa.
Giovane studioso di storia alle prime armi e assistente volontario di Federico Chabod, avevo occasione di frequentare (si fa per dire) gli storici più in vista dell’Università romana e qualcuno di quelli di altre sedi che di tanto in tanto capitavano a Roma. E ricordo benissimo la battuta, acre o accondiscendente a seconda dei casi, ma pur sempre critica, con la quale fu accolta la conclusione del concorso vinto da Spadolini: “hanno vinto tre giornalisti”. Altro che “insigni storici”…
In una serie di xilografie di non molti anni precedenti quel concorso e che considero una sorta di divertente summa dei rapporti tra gli intellettuali del nostro tempo appaiono il lupo (homo homini lupus), la tigre (medicus medico tigris) e il serpente-naja (academicus academico naja). Che la definizione “tre giornalisti” fosse in parte frutto dell’ “amore” che legava e lega tutt’ora i professori universitari tra loro e fa fare loro fronte comune contro gli “intrusi”, gli “irregolari”, i non appartenenti per nascita o scuola alla “corporazione”, anche se studiosi di valore, è fuor di dubbio. In essa vi era però anche altro. Oltre all’ “imperialismo” dei modernisti e dei risorgimentisti che non volevano rinunciare ad un pezzo del loro “impero”, vi era, e aveva un peso notevole, una duplice convinzione: che solo un’approfondita, “sudata” ricerca d’archivio potesse consentire di pervenire ad una valida ricostruzione storica e che, mancando in gran parte la possibilità di accedere agli archivi che conservavano la relativa documentazione (la consultabilità delle carte di Stato relative al ‘900 non era stata ancora liberalizzata o muoveva solo allora i primi passi), la storia contemporanea o si riduceva a pochi e particolari temi che non giustificavano la sua erezione in disciplina autonoma o, peggio, a giornalismo storico più o meno intelligente (come era stato quello di Missiroli), ma pur sempre giornalismo, fondato pressoché unicamente sulle fonti ufficiali edite, su quelle memorialistiche e soprattutto su quelle giornalistiche. Sicché non di storia si doveva parlare per l’età contemporanea, ma di più o meno brillanti ricostruzioni di tipo giornalistico, inevitabilmente portate ad affrontare il passato senza quel necessario distacco storico che poteva essere dato soprattutto dal tempo e da un habitus scientifico in grado di preservare la ricostruzione dai condizionamenti della vicenda politica del momento.
Se si pensa alla contemporaneistica di quegli anni e, ancora, a buona parte di quella dei successivi, ci si rende conto che all’origine di questo atteggiamento rispetto alla storia contemporanea e, ancor più, rispetto ai suoi cultori “irregolari”, specie se giornalisti impegnati nella battaglia politico-culturale, non erano solo pregiudizi o piccole meschinità accademico-corporative. Ma non è questa la sede per intrattenermi sui caratteri prevalenti della nostra contemporaneistica. Ciò che però mi interessa mettere qui in luce è quanto questo atteggiamento si sia, per quel che concerne Spadolini, dimostrato del tutto ingiustificato.
In tutta la sua lunga ed intensa attività di storico – mai trascurata anche allorché le sue energie potevano sembrare tutte assorbite prima dal giornalismo, poi dalla politica attiva e dalle responsabilità di governo – non vi sono sbavature politiche o cadute ideologiche. Al contrario, a caratterizzare la sua produzione scientifica, anche quella maggiormente rapportabile alla sua azione politica, e a costituirne l’originalità è stata – insieme al rifiuto di ogni suggestione ideologica o delle scienze sociali – la costante fedeltà ad una visione etico-politica della storia non asfitticamente di maniera, ma sorretta, per un verso, da una forte carica realistica, per un altro, da una sistematica cura a rintracciare e a mettere in luce le radici dalla quali traevano effettivamente origine le vicende che stava ricostruendo. Ché, senza essere in nulla un seguace delle “Annales”, egli sentiva profondamente il valore decisivo che per comprendere veramente la storia italiana e le sue manifestazioni politiche più “nuove” e recenti hanno certi flussi sotterranei, meglio sarebbe dire carsici, tanto più che, se non vado errato, è proprio in questo “carsismo” la chiave per capire l’ottimismo di fondo della storiografia e con essa dell’azione politica di Spadolini – che in un certo qual modo la caratterizzano da molto più tempo di quanto comunemente si creda e che, nel bene e nel male, hanno costituito e plasmato la nazione italiana.
Un altro aspetto della personalità di Spadolini e, dunque, della sua attività di studioso è quello al quale, nel già citato saggio, ha fatto riferimento Valiani scrivendo: “Lo sforzo di Spadolini è teso verso la ricerca d’una sintesi fra gli insegnamenti, spesso divergenti, dei suoi maestri di idealità politiche”. Il tutto nella prospettiva di quel partito della democrazia nel quale – a meno di accettare la riduzione della tradizione nazionale prefascista ad una parentesi ormai chiusa (ché della caratterizzazione della Resistenza come secondo Risorgimento Spadolini non è mai stato in sede storica un convinto sostenitore) e di considerare le forze politiche (e la cultura della quale esse sono espressione e portatrici al tempo stesso) irrimediabilmente superate e destinate ad essere schiacciate e messe fuori giuoco dallo scontro tra una destra e una sinistra che con tale tradizione nulla ormai hanno veramente in comune – per Spadolini avrebbero dovuto confluire tutte le scuole e tutte le forze, laiche e no (tipici sono a questo proposito il suo giudizio e la sua personale stima per De Gasperi), le cui radici affondano nell’esperienza storica risorgimentale e postunitaria.
Se non si capisce il valore profondo, decisivo direi, che Spadolini attribuiva a questo sforzo e l’impegno che vi metteva come uomo politico, ma per lui cultura e politica costituivano un tutto unico che solo una vera consapevolezza storica poteva tenere insieme e rendere interreattive, è facile fraintendere la ragione che lo spingeva a considerare fondamentali anche certe tradizioni che fondamentali non solo e a ricercare la collaborazione di studiosi – basta sfogliare le annate della sua “Nuova Antologia” per rendersene conto – non solo tra loro diversissimi, ma che non si trovano in accordo tra loro su questioni anche essenziali, ma che egli pensava avessero in comune la consapevolezza della necessità di non gettare, con l’acqua sporca di decenni di regimi non democratici o solo in parte democratici, anche il bambino della liberaldemocrazia quale le peculiarità della storia nazionale italiana hanno dato luce.
Allo stato dei fatti, anche a chi, come me, gli fu per anni vicino e amico (ricambiato) anche nel dissenso talvolta, è oggi impossibile dire se lo sforzo e l’impegno di Spadolini avrebbero potuto avere uno sbocco positivo. Quello che mi sembra di poter dire è che egli vi si dedicò con tutte le sue forze, che, almeno al momento, non si vede chi altro possa prendere il suo posto e che infine, se egli non è stato quello storico “giornalista” quale da molti fu considerato quando arrivò in cattedra, ma uno storico originale di cui si sentirà la mancanza sia nel mondo degli studi sia da parte del pubblico dei lettori di storia, ciò è dovuto alla sua capacità di sostanziare la sua storiografia con una profonda cultura, oggi rara, e con la sua lunga esperienza politica. Per non dire del rigore morale.


Renzo De Felice