Germania e Italia nel pensiero politico di Metternich
di Francesco Moricca
Franz Herre, nel suo libro “Metternich”, definisce questi un “figlio del XVIII secolo” e riconduce il suo pensiero e la sua azione politica alla filosofia di Leibniz, la sua dottrina dell’ “equilibrio” fra le potenze europee, alla teoria delle “monadi” e dell’ “armonia prestabilita”. Di quest’ultima è garante la Tradizione, in concreto salvaguardata dalla monarchia “di diritto divino” e dalla sua massima espressione, il Sacro Romano Impero Germanico, erede diretto di quello dei Cesari e a capo del quale dovrebbe restarvi l’Austria asburgica coadiuvata dalla Prussia.
Ne consegue che l’Italia e la Germania sono legate da una comune destino imperiale e la loro identità è un’identità di ordine spirituale (secondo l’allegoria del quadro “Italia e Germania” del pittore tedesco Overbeck, caposcuola dei Nazareni e generalmente sottostimato dalla critica ufficiale). Poiché l’idea imperiale romana riconosce e tutela la diversità culturale dei popoli dell’impero, riconosce e tutela in concreto anche quella degli Stati a cui le vicende storiche hanno dato luogo in Europa e in particolare in Italia e Germania. Il concetto di “nazione” come comunità etnico-culturale non si può intendere in senso politico se non per quegli stati che hanno una lunga tradizione unitaria, come la Francia, l’Inghilterra, la Spagna. Questo non è il caso né dell’Italia né della Germania. La lingua e la cultura dei popoli per eccellenza imperiali ha infatti avuto modo di esprimersi al meglio nonostante la mancanza di unità politica e anzi proprio in virtù di essa, perché gli accadimenti storici hanno il loro peso determinante né, d’altra parte, sono casuali. Gli uomini possono tentare di infrangere la necessità storica, ma devono stare molto attenti, secondo Metternich, a non ledere l’“armonia prestabilita” che è la migliore garanzia della civiltà europea.
E’ facile notare che un simile ragionamento non solo denota il “conservatorismo” di Metternich, come afferma con una certa malignità lo Herre, ma anche il conservatorismo in quanto tale, cioè quell’atteggiamento per cui, anche i rivoluzionari, una volta afferrato il potere, tendono a conservare e consolidare, magari estendendole, le posizioni acquisite.
Il modo esatto di concepire il conservatorismo nella sua dimensione metafisica, astratta dalla politica e però guida sovraordinata di essa, ce lo indica lo stesso Metternich, quando afferma che compito precipuo del conservatore non è di fare una “controrivoluzione”, bensì, “il contrario di una rivoluzione”, vale a dire esercitare l’imperium secondo giustizia, eliminando alla radice la causa della rivoluzione, ciò che della giustizia ha la seducente apparenza ma non l’austera sostanza. Inoltre, per Metternich, da qualunque parte provenga, “il dispotismo è segno di debolezza”.
Quindi, dal punto di vista di un’ obiettiva ermeneutica storica, il ricorrere alle etichette di “conservazione” e “rivoluzione” non ha senso alcuno, perché occorre piuttosto trascendere le vedute soggettive politicamente indirizzate, e tener per fermo il punto di vista superiore che tutto è in definitiva da commisurarsi all’ideale, da realizzare, di un’umanità migliore, il più possibile prossima al sistema leibniziano dell’ “armonia prestabilita”, in un mondo di “monadi” costituite sia dagli individui singoli che dalle etnie e dalle culture, in conformità alla concezione propria all’Impero Romano, sul cui modello occorrerebbe costruire l’unità futura di tutti gli Europei.
A. Cecil, nel suo libro “Metternich”, afferma: “I metodi di Metternich meritano oggi uno studio più serio da parte di tutti coloro che hanno interesse ad evitare la completa disintegrazione europea”. E ancora: “Quando si firmò la sentenza di morte contro l’antica Austria si pose anche in essere la formula per la distruzione dell’Europa”, una tesi, questa, che fu confermata da Malinsky ne “La guerra occulta”, e poi, nei fatti, da quel che accadde e accade in Europa dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.
Nella prospettiva indicata, si può allora persino verificare che un conservatore come Metternich diventi un rivoluzionario rispetto a un Albert Pike, capo indiscusso della massoneria londinese e fomentatore della “Rivoluzione nazionale europea”, secondo fini strettamente funzionali all’imposizione del capitalismo, e con mezzi che definire banditeschi è dir poco, come segnatamente avvenne nel caso dell’unificazione italiana e della violenta e predatoria conquista delle Due Sicilie.
Per quanto concerne l’unificazione tedesca, che si realizzò contro l’Austria a partire dalla Guerra austro-prussiana del 1866, è da osservare che la Prussia non aveva bisogno di chiedere soccorso, come il Piemonte, all’internazionale massonica, e che se quest’ultima ebbe un suo ruolo in Prussia, considerato l’ascendente che esercitava sui ceti borghesi, tuttavia si trovò di fronte la diga degli Junker e di Bismarck loro massimo referente politico. Bismarck era fatto della stessa pasta di Metternich e il suo “Kulturkampf “ non era in contrasto con il realismo e la duttilità politica di Metternich. Anche se negava il binomio Trono-Altare, affermava la supremazia dello Stato, in un’epoca in cui la religione non era più quella di un tempo, come in Italia aveva dimostrato la scelta neo-ghibellina dell’ultimo Gioberti. In Germania, poi, esisteva per di più l’antica contrapposizione fra protestanti del Nord e cattolici del Sud.
A sostegno della teoria di Metternich circa l’identità di destino di Italia e Germania, vanno considerati: 1), l’alleanza italo-prussiana nel 1866; 2), il patto della Triplice voluto da un Crispi ravvedutosi dalle intemperanze massoniche giovanili; 3), il Patto d’Acciaio fra fascisti e nazionalsocialisti.
Benché intimamente convinto della santità del Sacro Romano Impero Germanico di cui l’Austria era erede naturale, Metternich cercò in ogni modo di dissimulare la sua persuasione, per ragioni di opportunità politica. Dopo la risicata vittoria su Napoleone, non era possibile neanche pensare a una riunificazione di tutti i Tedeschi sotto l’egemonia di Vienna. Ciò non sarebbe stato permesso dalla Russia e men che meno dall’Inghilterra. Bisognava per il momento garantire l’equilibrio europeo con un sistema di pesi e contrappesi. Bisognava rimandare sine die la resa dei conti coi massoni inglesi (egli sapeva bene che la Rivoluzione francese non si sarebbe verificata senza il precedente di quella inglese) e con l’Inghilterra far buon viso a cattivo gioco.
Wilhelm von Humboldt, prussiano ma di mentalità europea e romana come Metternich, riteneva che un nuovo stato tedesco “collettivo” avrebbe comportato gravi rischi, perché nessuno potrebbe allora impedire che la Germania unificata “diventi uno stato espansionista, cosa che nessun vero tedesco si può augurare, dacché sappiamo benissimo quali significativi vantaggi la nazione tedesca abbia conseguito nella formazione spirituale e scientifica fintanto che non ebbe alcun orientamento politico estero”. E tale orientamento, d’altra parte, avrebbe avuto come contraccolpo un’influenza pericolosa di idee venute da fuori.
Dal canto suo Metternich sosteneva che le singole parti della Germania volevano e dovevano rimanere quello che la storia ne aveva fatto, distinte fra loro e tuttavia tutte tedesche, costituenti un corpo organico federativamente articolato nel cuore dell’Europa, di cui l’Austria fosse il centro propulsore, custode insieme dell’identità germanica, romana ed europea, contro i perniciosi influssi che erano venuti dall’Inghilterra passando attraverso la Francia: “ai territori tedeschi – dice Metternich - non rimane altra scelta se non la convivenza in un rapporto federativo attuabile soltanto sulla base dell’uguaglianza dei diritti e dei doveri di tutti i membri, come un bene comune che li protegga (…). Al di fuori di questa soluzione non ne esiste altra per il concetto di Germania una ” ( c.d.a).
Quella del II Reich di Bismark riprende esattamente l’idea e riuscirà a farla valere a livello internazionale al Congresso di Berlino con la richiesta di uno stabile equilibrio fra le Potenze europee. Per di più Bismarch escluse che la Germania s’impegnasse in una politica di espansione coloniale. Tale indirizzo anticolonialista sarà abbandonato da Guglielmo II . Ma dovrebbe essere chiaro che questi fu spinto a tale decisione dalla prepotenza imperialista della Francia e dell’Inghilterra, quella stessa prepotenza che poi darà luogo all’avvento del III Reich e al suo “criminale imperialismo”.
Circa i rapporti fra Austria e Prussia, in una lettera al collega prussiano Hardenberg del 22 Ottobre 1814, Metternich scrive: “L’idea originaria di un sistema delle potenze centrali costruito su una strettissima alleanza fra l’Austria e la Prussia, rafforzata da una lega tedesca che si trovi sotto l’influsso equamente esercitato dai due stati suddetti, senza che la Germania debba cessare di rappresentare un unico corpo politico, l’iniziativa di questa idea è partita dal gabinetto austriaco. Tutto il procedimento dell’Austria, tutti i trattati conclusi con lei sono informati da questo spirito, che nei suoi sviluppi, e grazie all’intima unione di intenti delle potenze centrali che da questi ci si potrebbe ripromettere, fornirebbe alla Germania una garanzia per il mantenimento dell’ordine e sarebbe un pegno di pace offerto all’Europa intera”.
All’intesa austro-prussiana per una restaurazione del sistema politico tedesco antecedente alla Rivoluzione francese, opposero un fiero diniego gli stati che grazie a Napoleone si erano ampliati e intendevano mantenere le loro acquisizioni territoriali. Tutte le proposte di mediazione avanzate dall’Austria e dalla Prussia furono sistematicamente respinte e si giunse così alla proclamazione della Confederazione germanica, di cui facevano parte i territori dell’antico Sacro Romano Impero, con l’esclusione della Prussia orientale e occidentale e di Posen, nonché di tutti gli stati austriaci non tedeschi, come l’Ungheria e il Lombardo-Veneto.
Ciò fu una sconfitta per Mettrnich, perché implicava una indiretta concessione ai nazionalisti figli della Rivoluzione francese, che rimasero per altro ovviamente delusi. Uno di loro, Joseph Goerres, disse che la Confederazione era “un aborto venuto alla luce con l’aiuto del forcipe e condannato prima ancora di nascere”. Tuttavia, negli intenti di Metternich, voleva essere un’ultima ratio per garantire la Germania e l’Europa da tentativi egemonici sia interni che esterni, venissero essi promossi dalla Francia o dall’Inghilterra, per mezzo delle sette segrete facenti capo alla massoneria e impegnate a fomentare moti insurrezionali e guerre civili. In questo caso la Confederazione doveva intervenire facendo parte della Santa Alleanza, il suo statuto consentendo l’uso della forza “purché sorretta dal buon diritto”. Militarmente era sufficientemente dotata per condurre una guerra difensiva ma non offensiva.
Lo statuto confederale tutelava cattolici e protestanti e riconosceva loro pari diritti civili e politici (art.16), consentiva libertà di movimento nel territorio (art.18), sanciva una costituzione per ognuno degli Stati (art. 13).
La prima costituzione ad essere emanata fu quella del Nassau (1814), poi seguirono, a titolo sperimentale, altre di Stati minori fino al 1819. Passarono invece molti anni prima che la concedessero l’Austria e la Prussia. Il motivo dovrebbe essere chiaro. Si trattò, da parte di Metternich, di una benevola concessione ai nazionalisti tedeschi per arginare la ripresa della rivoluzione, ripresa che tuttavia avrà luogo in Spagna e nelle Due Sicilie già nel 1820, poi nel 1830 in Francia, e infine, nel fatidico 1848, in quasi tutta Europa. Il Quarantotto vedrà l’uscita di scena di Metternich e il primo grande successo del suo principale avversario, l’internazionale massonica diretta dalla centrale londinese. Con la sconfitta di Napoleone prima e di Metternich dopo, l’Europa era alla mercè dell’Inghilterra.
Quanto alla visione dell’Italia nel quadro complessivo della Restaurazione, il pensiero di Metternich era il medesimo di quello riguardante la Germania; anche perché in Italia esisteva qualcosa di assai simile al Sacro Romano Impero: era il dominio, non solo temporale, dei papi. Anzi questo dominio nella storia d’Italia, a cominciare dall’Alto Medioevo per finire al neo-guelfismo ottocentesco di Gioberti, aveva avuto un ruolo assai più notevole di quello avuto dal Sacro Romano Impero nella storia della Germania. Se non fosse stato per l’Austria asburgica, questo ruolo sarebbe stato di fatto nullo (e il discorso è valido a partire dall’età di Carlo V e della Controriforma).
La molteplicità degli Stati italiani era, come in Germania, una conseguenza della storia, ma anche, secondo Metternich, una conseguenza del temperamento rissoso degli Italiani, per cui, se il fiorentino affermava una cosa, il pistoiese era istintivamente portato ad affermare l’opposto, per puro spirito di contraddizione e per attaccamento esasperato al proprio campanile.
L’innato individualismo e l’assoluta mancanza di concordia, ove non si trattasse di questioni contingenti puramente materiali, faceva sì che l’ Italia, a prescindere dalla indiscutibile comunanza di lingua, di cultura e di tradizioni, fosse una mera “espressione geografica”.
Ma noi dobbiamo considerare gli intellettuali italiani che sempre avevano avuto coscienza, a partire da Dante, Petrarca e Machiavelli, di cose fosse e potesse diventare l’italianità. Machiavelli in particolare, all’epoca della formazione degli stati nazionali nei secoli XV-XVI, aveva auspicato l’unificazione politica d’Italia, fosse anche ad opera del Valentino, figlio bastardo di un papa straniero. Con l’Illuminismo e poi con le idee della Rivoluzione francese portate in Italia sulla punta delle baionette dall’italiano Bonaparte, pareva essersi realizzato il sogno di un grande stato unitario, il Regno italico, sia pure come satellite della Francia. Il nazionalismo, grazie agli intellettuali, aveva attecchito in Italia e dopo la caduta di Napoleone era rimasto in piedi grazie alle sette facenti capo a Filippo Buonarroti, la più importante delle quali era la Carboneria, una setta che, come le altre di ispirazione socialista, era in antitesi con la massoneria.
Metternich, dal canto suo, riteneva gli Italiani il “secondo popolo dell’Impero” e aveva idee politiche assai prossime a quelle di Dante. Il successo che riscuotevano i liberali massoni da un capo all’altro della Penisola lo preoccupava non poco, specie dopo certe “aperture” della Chiesa agli inizi del pontificato di Pio IX.
“Una sola Italia – dice Metternich – è pensabile unicamente sotto l’aspetto di una convergenza delle componenti autonome che costituiscono la penisola. Una loro diversa fusione sarebbe pensabile invece nel senso di una repubblica”, che sarebbe quella di Mazzini, sempre e comunque condizionata dalle logge di Francia e Inghilterra. Bisognava dunque in Italia restaurare gli Stati preesistenti alla Rivoluzione francese, e, per contenere la frenetica attività delle sette, istituire un organo centrale di polizia, al fine di “distruggere lo spirito del giacobinismo italiano, garantendo così la tranquillità dell’ Italia”.
In Italia l’Austria dominava direttamente il Lombardo-Veneto e, indirettamente e tramite dinastie imparentate con gli Asburgo, la Toscana e l’Emilia non soggetta al papa. Il resto della Penisola, fatta salva la sua completa autonomia, doveva collaborare con l’Austria nel quadro di una Lega italiana progettata sul modello della Confederazione germanica.
Da aggiungere, in conclusione, che la Lega italiana auspicata da Metternich, e che avrebbe evitato all’Italia tanti dei problemi che oggi la attanagliano con devastante virulenza, trovò la ferma opposizione della Francia e dell’Inghilterra, per le quali si trattava non di impedire la supremazia austriaca in Italia, ma di distruggere l’idea di Europa che Metternich rappresentava.
Franz Herre, che è uno storico liberale, riconosce tuttavia che, se la Lega italiana fosse diventata realtà, “un vincolo del genere, per quanto lento, fra gli stati della penisola avrebbe condotto gl’italiani un po’ più vicino alla meta” di una più sicura unità nazionale.
Guido von Usedom aveva detto nel 1849: “E’ impossibile che uomini importanti come (Metternich), che hanno inciso in profondità nella loro epoca, siano valutati spassionatamente. Metternich è stato un principio, un vessillo che una parte del secolo ha seguito, mentre un’altra gli si è opposta e alla fine lo ha fatto cadere”.
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