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    Predefinito La resa dei conti. Il partigiano Giorgio...

    ...difensore di tutti tranne che del Cav.

    di Giancarlo Perna

    È un Giorgio Napolitano pimpante quello dell’intervista all’Unità, il giornale del suo partito.
    Ritemprato dalla vacanza a Stromboli, il presidente ha difeso con fermezza istituzioni e legislatura.
    Ci mancherebbe che il capo dello Stato non tenesse a entrambe. L’istituzione in questione è la presidenza della Camera, incarnata da Gianfranco Fini.
    C’è contro di lui - ha detto l’intervistato - «una campagna gravemente destabilizzante. È ora che finisca».
    Piglio affascinate con uno spruzzo di gollismo.
    Ricorda «la ricreazione è finita», l’interdetto del Général contro i moti del ’68.
    Ma ci sono alcuni però.

    Come molti in questo strano Paese, il Presidente considera istituzioni degne di tutela Camera, Senato, Csm, ecc. Tutte, salvo la Presidenza del Consiglio del Cav.
    Oggi, infatti, si erge severo in difesa di Fini e la sua carica ma l’anno scorso non gli uscì un fiato quando il premier Berlusconi fu crocifisso su «papi» e l’escort.
    Vi ricordate la grancassa?
    E chi voleva sapere se aveva colto le grazie della pubere Noemi, chi esigeva particolari della notte con Patrizia, chi insisteva per un ricovero del Cav in una clinica del sesso.
    L’avventura privata divenne una sordida epopea internazionale che mise sotto assedio Palazzo Chigi.

    Anche nell’agosto scorso, Napolitano andò a Stromboli e ritornò rinvigorito. Ma prima e dopo fu indifferente agli sberleffi di Repubblica, ai proclami dell’immobiliarista Di Pietro, alle vesti stracciate della vergine Bindi.
    In una parola, al massacro dell’«istituzione».
    Perché questa su Fini sarebbe «una campagna destabilizzante» e quella sul Berlusca un’inezia su cui sorvolare?
    Forse che fare giochi d’alcova in camera propria è più grave che le tre carte sulla casa del partito finita nella disponibilità del cognatino monegasco?
    Delle due l’una: o Napolitano è reattivo a estati alterne per ragioni meteoropatiche; o pensa che il Cav sia un corpore vili sui cui fare impunemente tiri al bersaglio, intollerabili invece su altri che non sia lui.

    Se le cose stanno così, Giorgio non è credibile né ieri, né oggi.
    Personalmente mi sarei aspettato che il capo dello Stato convocasse riservatamente il Presidente della Camera per suggerirgli di fare chiarezza.
    O, se non ama gli incontri segreti, che attraverso l’intervista gli ingiungesse di dire la verità per rispetto dell’istituzione che rappresenta.

    Vedo già l’obiezione.
    Può l’inquilino del Colle mettere platealmente in riga un così esimio collega?
    Entrare nel merito è contro l’etichetta e Giorgio, signore d’altri tempi, tiene al galateo istituzionale.
    Ma allora perché un mese fa ha pubblicamente sbugiardato il neo ministro Brancher il quale, per evitare il processo, invocava il legittimo impedimento con la scusa che era occupato organizzare il ministero?
    Di che cianci?, replicò con una nota ufficiale Napolitano, «non c’è nessun ministero da organizzare in quanto Brancher è stato nominato semplicemente ministro senza portafoglio».
    Insomma, quando vuole, Giorgio non le manda a dire. Ma lo fa solo se di mezzo c’è un uomo del Cav, salvo mummificarsi se deve tirare le orecchie al suo avversario.
    Conclusione: i silenzi nel 2009 per l’attacco al Berlusca e la loquacità quest’anno per puntellare Fini, sono perfetti esempi di partigianeria.
    E questo da un capo dello Stato, tra i migliori degli ultimi lustri, è un’autentica delusione.
    Di colpo, riaffiora l’opportunismo dell’antico militante del Pci.

    Nell’intervista all’Unità, Napolitano fa capire di essere contro le elezioni anticipate.
    Nessuno gliele ha chieste - anche se il Cav ci pensa - ma mette le mani avanti.
    Non ci vedo, per ora, dell’antiberlusconismo preconcetto.
    È piuttosto il riflesso di un uomo della prima Repubblica per il quale il Parlamento è sovrano e gli elettori molto meno.
    Lo stesso che spinse Scalfaro - corroborato nel suo caso da dosi cavalline di odio per il Cav - al ribaltone del 1995.
    Non credo che Napolitano arriverà a tanto.
    Dopo anni di bipolarismo, è patrimonio comune che la scelta del capo del governo sia affare dell’elettore, non del trasformismo parlamentare.
    La cautela di Giorgio è il frutto di innato timore, al limite della pavidità, per le decisioni secche.

    Anche nel 2007 quando Prodi, col suo governo alle corde, andò al Colle per dimettersi, Napolitano lo rinviò alle Camere e lo costrinse a vivacchiare tra i marosi.
    Poi, prese atto della sciocchezza e indisse le elezioni. Farà la manfrina pure col Cav ma finirà per arrendersi.

    È stato detto che Giorgio è strutturato su tre livelli.
    Se pensa, lo fa con coraggio. Se parla, è a mezza bocca. Se deve agire, si blocca.
    Da comunista, dopo la sbornia giovanile che gli fece applaudire l’occupazione sovietica dell’Ungheria, Napolitano si occidentalizzò e divenne un moderato.
    I suoi lo consideravano un «destro» e lo chiamarono con disprezzo «migliorista».
    Aveva il coraggio delle idee, non delle decisioni e al primo ruggito dei fanatici si ritraeva.
    Faceva coppia, come Bibì e Bibò, con Giorgio Amendola, napoletano pure lui.
    Per districarsi dall’omonimia, li chiamavano «Giorgio ’o sicco», alludendo al longilineo Napolitano, e «Giorgio ’o chiatto», parlando dell’armadiesco Amendola.
    Dodici anni dopo il plauso per l’Ungheria, ’O sicco dissentì dall’aggressione alla Cecoslovacchia.
    A esporsi però furono altri, tra cui il responsabile Pci degli Esteri, Carlo Galluzzi, incoraggiato da Napolitano.
    Ma quando Breznev alzò la voce e chiese la testa dei dissenzienti, Galluzzi fu rimosso e dalla bocca timorosa di Giorgio ’o secco non uscì un fiato.

    Idem a metà degli anni ’70, quando il leader Cgil, Luciano Lama, in piena crisi economica, sproloquiava sul salario come «variabile indipendente».
    I miglioristi la pensavano all’opposto.
    Toccò ad Amendola prendere Lama per il bavero e spiegargli che anche il sindacato doveva imparare a fare i conti.
    La teoria, in quell’ambiente, era però impopolare. E puntualmente, ’O sicco si defilò, lasciando solo ’O chiatto nella sua battaglia.
    Oggi, Napolitano difende - sia pure strabicamente come abbiamo visto - le istituzioni.
    Ma quando nel 1978 Berlinguer, l’onesto, volle la defenestrazione di Giovanni Leone dal Quirinale per colpe mai commesse, ’O sicco si mise obbediente dalla parte dei golpisti.
    Giunto Craxi al potere, i miglioristi - Chiaromonte, Macaluso, Colajanni, ecc - si prodigarono per avvicinare il Pci al riformismo del Cinghialone.
    Ma il grosso del partito non ci stava e ’O sicco, spaventato, si mimetizzò in quelle frasi buone per tutte le interpretazioni di cui è maestro.
    Poiché Colajanni continuava ad agitarsi, lo mollò dicendo: «È un cane sciolto».
    L’altro replicò: «E tu sei un cane da grembo».
    Aggiunse: «Sei un vile». E uscì dal Pci dove invece, adattabile come una gommapiuma, Napolitano è sempre rimasto.
    E' fatto cosi: mette la vela dove tira il vento.

    da ilgiornale.it del 14 08 2010 pg.6

    saluti

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    Predefinito Rif: La resa dei conti. Il partigiano Giorgio...

    Quando l'arbitro gioca per una squadra.

    Come sarebbe andata a finire, in fondo, lo si poteva intuire già dall’inizio. Non questo inizio, e cioè non il settennato di Giorgio Napolitano. Ma quello, di inizio, quel 1994 che, volenti o nolenti i protagonisti della storia politica italiana, quella storia avrebbe cambiato. È da allora che si ripete lo scontro. Da una parte i presidenti della Repubblica, prima Oscar Luigi Scalfaro, poi Carlo Azeglio Ciampi, oggi Giorgio Napolitano. Dall’altra parte Silvio Berlusconi, non importa se in veste di premier o di leader dell’opposizione. Temi diversi, stesso filo conduttore: il fastidio. Innegabile il suo, di fastidio, quello del Cav, per un paese che non fa mistero di considerare obsoleto con l’aggravante di essere gattopardesco e di voler ribaltare con quella «rivoluzione liberale» che non smette di evocare, una riforma su tutte, il presidenzialismo. Ed evidente il fastidio degli inquilini del Colle, per quello che continuano a considerare un corpo estraneo alla politica, peggio, l’innovatore che ha costretto a guardare in faccia una Costituzione obsoleta in un Paese che ormai e sempre di più alle urne ci va per votare un leader, e non semplicemente una maggioranza che lo scelga.
    Fu chiaro dal principio, infatti. Era il 1994, a dicembre il ribaltone di Umberto Bossi rovesciava dopo soli sei mesi il primo governo Berlusconi. Scalfaro finì nel mirino del centrodestra. La defezione leghista fu letta come frutto delle manovre del Quirinale, che avrebbe ricevuto informalmente notizia da Francesco Saverio Borrelli dell’imminente invio dell’avviso di garanzia ricevuto a Napoli dal premier. La gestione della crisi non sopì i sospetti. Invece di sciogliere le Camere dopo le dimissioni del governo, come con insistenza chiedeva Berlusconi, Scalfaro tentò con successo di formare un nuovo governo, affidandolo a Lamberto Dini. E lo fece invocando il dettame costituzionale per cui, una volta eletto dal popolo sovrano, la sovranità è esercitata dal Parlamento. E sta proprio qui uno dei motivi del perenne scornarsi, la sovranità di un popolo che non vota più solo un parlamento, ma un premier, e insomma la costituzione formale rispetto a quella materiale.
    Non se ne esce e quindi il braccio di ferro peggiora. Se le critiche a Scalfaro furono forse le più violente, l’accusa di non essere arbitri, ma giocatori, è stata rivolta con veemenza anche ai suoi successori, in un crescendo che ha portato Berlusconi, meno di un anno fa, a puntare il dito così: «Il capo dello Stato sapete voi da che parte sta. Abbiamo giudici della Corte Costituzionale eletti da tre capi dello Stato di sinistra che fanno della Corte costituzionale non un organo di garanzia ma politico». Era l’ottobre 2009, la Consulta aveva appena respinto il lodo Alfano. Il Colle reagì difendendo la propria imparzialità e quella dei giudici, ma poco tempo dopo fu costretto a smentirli, firmando il Lodo. Era già successo che il Cavaliere si lasciasse andare a uno sfogo pubblico, correva l’anno 2008, era il primo aprile ma non c’era da scherzare: «Sappiamo che il consiglio dei ministri non potrà approvare nulla che non debba passare sotto le forche caudine di un capo dello Stato che sta dall’altra parte, mi ricordo di Ciampi...».
    Quanti ricordi in effetti, di Ciampi. La legge elettorale che, accusò il premier, «fu modificata su indicazione del Quirinale» con quella ripartizione del premio di maggioranza regionale anziché nazionale che le fruttò l’appellativo di «legge porcata» da parte del suo stesso autore, il ministro Roberto Calderoli. La riforma Gasparri del sistema radiotelevisivo, era il 2003 e Ciampi non si limitò al rinvio tecnico che spetta al capo dello Stato, ma accompagnò la bocciatura con una lettera alle Camere nella quale di fatto chiedeva non semplici aggiustamenti, ma la modifica dell’impianto stesso della legge, con una «nuova deliberazione». Era la quinta legge, quella, che Ciampi bocciava. La sesta fu, un anno dopo, la riforma della Giustizia. In tutto, furono almeno otto le leggi respinte al mittente, comprese le conversioni dei decreti su mucca pazza e influenza aviaria.
    Come sarebbe andata a finire, in fondo, lo si poteva intuire già dall’inizio. Non questo inizio, e cioè non il settennato di Giorgio Napolitano. Ma quello, di inizio, quel 1994 che, volenti o nolenti i protagonisti della storia politica italiana, quella storia avrebbe cambiato. È da allora che si ripete lo scontro. Da una parte i presidenti della Repubblica, prima Oscar Luigi Scalfaro, poi Carlo Azeglio Ciampi, oggi Giorgio Napolitano. Dall’altra parte Silvio Berlusconi, non importa se in veste di premier o di leader dell’opposizione. Temi diversi, stesso filo conduttore: il fastidio. Innegabile il suo, di fastidio, quello del Cav, per un paese che non fa mistero di considerare obsoleto con l’aggravante di essere gattopardesco e di voler ribaltare con quella «rivoluzione liberale» che non smette di evocare, una riforma su tutte, il presidenzialismo. Ed evidente il fastidio degli inquilini del Colle, per quello che continuano a considerare un corpo estraneo alla politica, peggio, l’innovatore che ha costretto a guardare in faccia una Costituzione obsoleta in un Paese che ormai e sempre di più alle urne ci va per votare un leader, e non semplicemente una maggioranza che lo scelga.
    Fu chiaro dal principio, infatti. Era il 1994, a dicembre il ribaltone di Umberto Bossi rovesciava dopo soli sei mesi il primo governo Berlusconi. Scalfaro finì nel mirino del centrodestra. La defezione leghista fu letta come frutto delle manovre del Quirinale, che avrebbe ricevuto informalmente notizia da Francesco Saverio Borrelli dell’imminente invio dell’avviso di garanzia ricevuto a Napoli dal premier. La gestione della crisi non sopì i sospetti. Invece di sciogliere le Camere dopo le dimissioni del governo, come con insistenza chiedeva Berlusconi, Scalfaro tentò con successo di formare un nuovo governo, affidandolo a Lamberto Dini. E lo fece invocando il dettame costituzionale per cui, una volta eletto dal popolo sovrano, la sovranità è esercitata dal Parlamento. E sta proprio qui uno dei motivi del perenne scornarsi, la sovranità di un popolo che non vota più solo un parlamento, ma un premier, e insomma la costituzione formale rispetto a quella materiale.
    Non se ne esce e quindi il braccio di ferro peggiora. Se le critiche a Scalfaro furono forse le più violente, l’accusa di non essere arbitri, ma giocatori, è stata rivolta con veemenza anche ai suoi successori, in un crescendo che ha portato Berlusconi, meno di un anno fa, a puntare il dito così: «Il capo dello Stato sapete voi da che parte sta. Abbiamo giudici della Corte Costituzionale eletti da tre capi dello Stato di sinistra che fanno della Corte costituzionale non un organo di garanzia ma politico». Era l’ottobre 2009, la Consulta aveva appena respinto il lodo Alfano. Il Colle reagì difendendo la propria imparzialità e quella dei giudici, ma poco tempo dopo fu costretto a smentirli, firmando il Lodo. Era già successo che il Cavaliere si lasciasse andare a uno sfogo pubblico, correva l’anno 2008, era il primo aprile ma non c’era da scherzare: «Sappiamo che il consiglio dei ministri non potrà approvare nulla che non debba passare sotto le forche caudine di un capo dello Stato che sta dall’altra parte, mi ricordo di Ciampi...».
    Quanti ricordi in effetti, di Ciampi. La legge elettorale che, accusò il premier, «fu modificata su indicazione del Quirinale» con quella ripartizione del premio di maggioranza regionale anziché nazionale che le fruttò l’appellativo di «legge porcata» da parte del suo stesso autore, il ministro Roberto Calderoli. La riforma Gasparri del sistema radiotelevisivo, era il 2003 e Ciampi non si limitò al rinvio tecnico che spetta al capo dello Stato, ma accompagnò la bocciatura con una lettera alle Camere nella quale di fatto chiedeva non semplici aggiustamenti, ma la modifica dell’impianto stesso della legge, con una «nuova deliberazione». Era la quinta legge, quella, che Ciampi bocciava. La sesta fu, un anno dopo, la riforma della Giustizia. In tutto, furono almeno otto le leggi respinte al mittente, comprese le conversioni dei decreti su mucca pazza e influenza aviaria.

    La convivenza con Napolitano è cronaca più recente. Dalla riforma del lavoro dell’aprile scorso ai tagli nella manovra finanziaria del maggio, le leggi bocciate fra le polemiche non mancano, ma per dire il clima, più di tutto bisogna forse ricordarsi di Eluana Englaro.
    Per tenere in vita la donna in coma da 17 anni cui il padre Beppino aveva deciso di sospendere le cure, il premier aveva deciso di fare un decreto d’urgenza.
    Il presidente della Repubblica gli scrisse una lettera, per «consigliargli» di non farlo.
    Ma il premier procedette ugualmente, giudicando «inaccettabile» il precedente di una lettera preventiva di Napolitano, e avvertendo: «Sono io che guido il Paese».
    Napolitano non firmò.

    Paola Setti alla pg. 6 de ilgiornale.it del 14 08 2010

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Rif: La resa dei conti. Il partigiano Giorgio...

    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    ...difensore di tutti tranne che del Cav.

    di Giancarlo Perna

    È un Giorgio Napolitano pimpante quello dell’intervista all’Unità, il giornale del suo partito.
    Ritemprato dalla vacanza a Stromboli, il presidente ha difeso con fermezza istituzioni e legislatura.
    Ci mancherebbe che il capo dello Stato non tenesse a entrambe. L’istituzione in questione è la presidenza della Camera, incarnata da Gianfranco Fini.
    C’è contro di lui - ha detto l’intervistato - «una campagna gravemente destabilizzante. È ora che finisca».
    Piglio affascinate con uno spruzzo di gollismo.
    Ricorda «la ricreazione è finita», l’interdetto del Général contro i moti del ’68.
    Ma ci sono alcuni però.

    Come molti in questo strano Paese, il Presidente considera istituzioni degne di tutela Camera, Senato, Csm, ecc. Tutte, salvo la Presidenza del Consiglio del Cav.
    Oggi, infatti, si erge severo in difesa di Fini e la sua carica ma l’anno scorso non gli uscì un fiato quando il premier Berlusconi fu crocifisso su «papi» e l’escort.
    Vi ricordate la grancassa?
    E chi voleva sapere se aveva colto le grazie della pubere Noemi, chi esigeva particolari della notte con Patrizia, chi insisteva per un ricovero del Cav in una clinica del sesso.
    L’avventura privata divenne una sordida epopea internazionale che mise sotto assedio Palazzo Chigi.

    Anche nell’agosto scorso, Napolitano andò a Stromboli e ritornò rinvigorito. Ma prima e dopo fu indifferente agli sberleffi di Repubblica, ai proclami dell’immobiliarista Di Pietro, alle vesti stracciate della vergine Bindi.
    In una parola, al massacro dell’«istituzione».
    Perché questa su Fini sarebbe «una campagna destabilizzante» e quella sul Berlusca un’inezia su cui sorvolare?
    Forse che fare giochi d’alcova in camera propria è più grave che le tre carte sulla casa del partito finita nella disponibilità del cognatino monegasco?
    Delle due l’una: o Napolitano è reattivo a estati alterne per ragioni meteoropatiche; o pensa che il Cav sia un corpore vili sui cui fare impunemente tiri al bersaglio, intollerabili invece su altri che non sia lui.

    Se le cose stanno così, Giorgio non è credibile né ieri, né oggi.
    Personalmente mi sarei aspettato che il capo dello Stato convocasse riservatamente il Presidente della Camera per suggerirgli di fare chiarezza.
    O, se non ama gli incontri segreti, che attraverso l’intervista gli ingiungesse di dire la verità per rispetto dell’istituzione che rappresenta.

    Vedo già l’obiezione.
    Può l’inquilino del Colle mettere platealmente in riga un così esimio collega?
    Entrare nel merito è contro l’etichetta e Giorgio, signore d’altri tempi, tiene al galateo istituzionale.
    Ma allora perché un mese fa ha pubblicamente sbugiardato il neo ministro Brancher il quale, per evitare il processo, invocava il legittimo impedimento con la scusa che era occupato organizzare il ministero?
    Di che cianci?, replicò con una nota ufficiale Napolitano, «non c’è nessun ministero da organizzare in quanto Brancher è stato nominato semplicemente ministro senza portafoglio».
    Insomma, quando vuole, Giorgio non le manda a dire. Ma lo fa solo se di mezzo c’è un uomo del Cav, salvo mummificarsi se deve tirare le orecchie al suo avversario.
    Conclusione: i silenzi nel 2009 per l’attacco al Berlusca e la loquacità quest’anno per puntellare Fini, sono perfetti esempi di partigianeria.
    E questo da un capo dello Stato, tra i migliori degli ultimi lustri, è un’autentica delusione.
    Di colpo, riaffiora l’opportunismo dell’antico militante del Pci.

    Nell’intervista all’Unità, Napolitano fa capire di essere contro le elezioni anticipate.
    Nessuno gliele ha chieste - anche se il Cav ci pensa - ma mette le mani avanti.
    Non ci vedo, per ora, dell’antiberlusconismo preconcetto.
    È piuttosto il riflesso di un uomo della prima Repubblica per il quale il Parlamento è sovrano e gli elettori molto meno.
    Lo stesso che spinse Scalfaro - corroborato nel suo caso da dosi cavalline di odio per il Cav - al ribaltone del 1995.
    Non credo che Napolitano arriverà a tanto.
    Dopo anni di bipolarismo, è patrimonio comune che la scelta del capo del governo sia affare dell’elettore, non del trasformismo parlamentare.
    La cautela di Giorgio è il frutto di innato timore, al limite della pavidità, per le decisioni secche.

    Anche nel 2007 quando Prodi, col suo governo alle corde, andò al Colle per dimettersi, Napolitano lo rinviò alle Camere e lo costrinse a vivacchiare tra i marosi.
    Poi, prese atto della sciocchezza e indisse le elezioni. Farà la manfrina pure col Cav ma finirà per arrendersi.

    È stato detto che Giorgio è strutturato su tre livelli.
    Se pensa, lo fa con coraggio. Se parla, è a mezza bocca. Se deve agire, si blocca.
    Da comunista, dopo la sbornia giovanile che gli fece applaudire l’occupazione sovietica dell’Ungheria, Napolitano si occidentalizzò e divenne un moderato.
    I suoi lo consideravano un «destro» e lo chiamarono con disprezzo «migliorista».
    Aveva il coraggio delle idee, non delle decisioni e al primo ruggito dei fanatici si ritraeva.
    Faceva coppia, come Bibì e Bibò, con Giorgio Amendola, napoletano pure lui.
    Per districarsi dall’omonimia, li chiamavano «Giorgio ’o sicco», alludendo al longilineo Napolitano, e «Giorgio ’o chiatto», parlando dell’armadiesco Amendola.
    Dodici anni dopo il plauso per l’Ungheria, ’O sicco dissentì dall’aggressione alla Cecoslovacchia.
    A esporsi però furono altri, tra cui il responsabile Pci degli Esteri, Carlo Galluzzi, incoraggiato da Napolitano.
    Ma quando Breznev alzò la voce e chiese la testa dei dissenzienti, Galluzzi fu rimosso e dalla bocca timorosa di Giorgio ’o secco non uscì un fiato.

    Idem a metà degli anni ’70, quando il leader Cgil, Luciano Lama, in piena crisi economica, sproloquiava sul salario come «variabile indipendente».
    I miglioristi la pensavano all’opposto.
    Toccò ad Amendola prendere Lama per il bavero e spiegargli che anche il sindacato doveva imparare a fare i conti.
    La teoria, in quell’ambiente, era però impopolare. E puntualmente, ’O sicco si defilò, lasciando solo ’O chiatto nella sua battaglia.
    Oggi, Napolitano difende - sia pure strabicamente come abbiamo visto - le istituzioni.
    Ma quando nel 1978 Berlinguer, l’onesto, volle la defenestrazione di Giovanni Leone dal Quirinale per colpe mai commesse, ’O sicco si mise obbediente dalla parte dei golpisti.
    Giunto Craxi al potere, i miglioristi - Chiaromonte, Macaluso, Colajanni, ecc - si prodigarono per avvicinare il Pci al riformismo del Cinghialone.
    Ma il grosso del partito non ci stava e ’O sicco, spaventato, si mimetizzò in quelle frasi buone per tutte le interpretazioni di cui è maestro.
    Poiché Colajanni continuava ad agitarsi, lo mollò dicendo: «È un cane sciolto».
    L’altro replicò: «E tu sei un cane da grembo».
    Aggiunse: «Sei un vile». E uscì dal Pci dove invece, adattabile come una gommapiuma, Napolitano è sempre rimasto.
    E' fatto cosi: mette la vela dove tira il vento.

    da ilgiornale.it del 14 08 2010 pg.6

    saluti
    Spero che così non sia : ho stima per napolitano, mi fasrebbe molto male se la dovessi perdere.

    Staremo a vedere.

    Io da napolitano non m'aspetto una difesa di berlusconi ma soltanto equilibrio nei giudizi ed equidistanza dalle parti.

  4. #4
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    Predefinito Rif: La resa dei conti. Il partigiano Giorgio...

    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    ... È piuttosto il riflesso di un uomo della prima Repubblica per il quale il Parlamento è sovrano e gli elettori molto meno...

    ... Dopo anni di bipolarismo, è patrimonio comune che la scelta del capo del governo sia affare dell’elettore, non del trasformismo parlamentare...
    Questi passaggi sono verità.
    Ultima modifica di acquazzurra; 14-08-10 alle 09:45

  5. #5
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    Predefinito Rif: La resa dei conti. Il partigiano Giorgio...

    Citazione Originariamente Scritto da acquazzurra Visualizza Messaggio
    Questi passaggi sono verità.
    Perfettamente in linea con la Vs. indignazione,stiamo assistendo ,per ora solo stupefatti,alle prime scene di un film di horror politico.

    Non avendo molto tempo disponibile ho trovato un articolo che esprime
    compiutamente il mio pensiero su questa vicenda.

    Perché Fini non può scaricare sul cognato. Napolitano come Scalfaro?
    Scritto da Bartolomeo Di Monaco
    giovedì 12 agosto 2010


    ""Stiamo a quanto dichiarato da Fini, ossia che egli ha autorizzato l’operazione fidandosi in pratica del cognato, per cui se qualcosa di malsano è stato compiuto, Fini era in buona fede.
    In buona fede in questa operazione credo che non ci sia nessuno, meno che mai Fini. Perché?
    Perché ha avuto sfortuna. Quella operazione è stata firmata, su sua procura generale, da Francesco Pontone. Descritto da Donna Assunta come un galantuomo. Domandiamoci se sia possibile che Pontone, che oggi si scopre molto bravo nel condurre affari (qui), abbia potuto condurre l’operazione sotto la regia di Giancarlo Tulliani.

    Quella telefonata in cui Fini rimprovera al cognato: Che cosa mi hai combinato? non può essere credibile. Ossia, non può essere che Pontone non lo abbia messo al corrente di ciò che stava intrallazzando Giancarlo Tulliani. Ammettiamo che sia accaduto così: Fini telefona a Pontone e gli dice: Guarda, mio cognato ha un compratore per la casa di Montecarlo. Lo mando da te, e vedi di concludere l’affare. Di mio cognato puoi fidarti.

    Pontone riceve Tulliani, il quale propone l’affare: Il compratore offre 300 mila euro.
    Pontone ascolta. Poi domanda: Chi è il compratore? Risposta: è una società off-shore perché il compratore vuole mantenere l’anonimato.

    Pontone, oculato e avveduto amministratore, chiede scusa a Tulliani e si apparta per fare una telefonata a Fini.
    Che c’è? domanda il presidente della Camera. Quel tuo parente, risponde Pontone, propone una cifra ridicola, 300 mila euro. Quella casa ne vale almeno cinque volte tante. E poi c’è di mezzo una società off-shore che ha la sua sede nei paradisi fiscali. Una faccenda poco pulita. Direi di non farne nulla. A vendere a questa cifra e a quella società ci potremmo mettere nei guai.
    A questo punto Fini s’impone e ordina di procedere alla vendita.

    Dalle distanze che sta prendendo Pontone da questa operazione possiamo pensare che suppergiù le cose siano andate in questo modo.
    A meno che non sia stato direttamente Fini a condurre l’intera operazione. Questa seconda ipotesi sarebbe certamente ancora più grave, ma grave è anche la prima ipotesi, giacché, se Pontone, come credo, ha espresso le sue perplessità molto fondate, l’imposizione di Fini equivale alla sua partecipazione diretta.

    Posso anche sbagliare, ma mi sa tanto che Fini ci ha propinato un bel mucchio di bugie. Tenta di scaricare sul cognato, ma ci sono di mezzo le pesanti parole di Pontone a mettergli i bastoni tra le ruote: Chiedete a Fini. Ho solo eseguito un suo ordine. Questa è la sostanza della sua breve dichiarazione di qualche giorno fa. Di bastoni, Fini ne ha messi tanti a Berlusconi. Ma a lui ne è bastato uno, il bastone di Pontone per metterlo Ko.

    Scrissi che mi affido a Donna Assunta Almirante per scoprire la verità. Una chiave importante è il tesoriere Pontone, reputato un ottimo uomo d’affari e finito a combinare una svendita clamorosa. Pontone ha vissuto la sua vita sotto l’usbergo e la stima di Almirante. Non credo che se Donna Assunta, che ha scaricato Fini perentoriamente, gli consiglierà di parlare, egli si tirerà indietro.

    Intanto Napolitano rompe il silenzio con un’intervista all’Unità e sembra voler coprire Fini (ce ne accerteremo meglio leggendo l’intervista integrale). Cosa assolutamente grave ed inaccettabile. Una parzialità scandalosa, se fosse così. Dalle anticipazioni del Corriere della Sera, si legge:

    “Quanto a Fini, Napolitano ha parlato, spiega la De Gregorio, di «campagna gravemente destabilizzante», mentre sul voto anticipato il capo dello Stato ha ricordato che le sue responsabilità entrerebbero in gioco solo se la maggioranza risultasse dissolta in Parlamento e se, dunque, si aprisse una crisi.”

    Come fa Napolitano a dire che si tratta di una campagna destabilizzante? Non si rende conto di ciò che ha fatto Fini approfittando della sua carica istituzionale? Non ha letto nulla sulle raccomandazioni Rai? Non ha capito bene cosa è successo in quel di Montecarlo?
    Se questo fosse il suo atteggiamento, anche lui finirebbe per contribuire a destabilizzare le Istituzioni.

    Abbiamo sempre sospettato che ci fosse una sorta di intesa con Fini per mandare a casa il governo eletto dal popolo italiano. Ora siamo alla prova dei fatti. Le malefatte di Fini sono lì, concrete, ineccepibili. Si provi lei, Napolitano, a spiegarci le ragioni grazie alle quali lei sembrerebbe assolverlo. Ce le spieghi, perché noi non riusciamo a trovarle. Fini non può ricoprire quella carica perché ne fa un deplorevole abuso. Se anche lei, al vertice dello Stato, giustifica Fini vuol dire che l’Italia è perduta. Altro che festeggiare i 150 dall’unità!

    Caro Presidente, non ci faccia vergognare del nostro Paese. Sospettare, oltre che di Fini, anche di lei, significherebbe condannare l’Italia ad un marciume perpetuo.

    E poi, veda di non trovare scuse. Di che vuoto politico parla? Preferisce il governicchio, che sarebbe punito dai mercati? Se il suo carissimo Fini si mette in mezzo e non fa governare, vuole mandare al governo chi mette i bastoni tra le ruote? È dunque d’accordo con Fini? È questo il modo corretto di ragionare, o non è più giusto dare di nuovo la parola agli elettori, perché siano essi a decidere, con il loro voto, chi ha sbagliato e chi è ancora degno di fiducia? Con quale pretesa lei si arroga il diritto di sostituire il Palazzo al popolo? Si giustifica con le norme della vecchia Costituzione? Non sa che c’è una Costituzione di fatto, grazie alla quale gli elettori hanno scelto la coalizione ed il premier che devono governarlo? Intende riproporci lo scandaloso ribaltone di Scalfaro? È questo il fiore all’occhiello del suo mandato? Assolvere Fini e ribaltare il risultato elettorale? Se questi sono i suoi propositi, Dio ce ne scampi e liberi. Credevamo che il Napolitano che aveva approvato l’invasione dell’Ungheria, si fosse convertito al metodo democratico. Invece ora ne dubitiamo. Visto che il popolo per Napolitano sembra non contare nulla. Napolitano come Scalfaro. Sarebbe una fine ingloriosa. Staremo a vedere, sperando di esserci sbagliati.

    Da registrare, inoltre, le stupidaggini di Luca Cordero di Montezemolo, a cui i dati economici che ci riguardano deve averglieli dati l’usciere della Ferrari. Le ha dette al momento giusto. Ha atteso il rientro di Napolitano quasi per offrirgli una sponda. Ci pensate: lui in politica? Venga pure e ci farà sbellicare dalle risate. Purtroppo. Che cosa ha saputo mai combinare nella sua vita? Mi pare assai poco. È vissuto sotto la luce di altri riflettori.""


    Il Legno storto, quotidiano online - Politica, Attualità, Cultura - Perché Fini non può scaricare sul cognato. Napolitano come Scalfaro?


    afm

    :826272384::909345276:
    "La vita è un suono tra due silenzi"

    Gli amici vanno e vengono, i nemici si accumulano

  6. #6
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    Predefinito Rif: La resa dei conti. Il partigiano Giorgio...

    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    Oggi, infatti, si erge severo in difesa di Fini e la sua carica ma l’anno scorso non gli uscì un fiato quando il premier Berlusconi fu crocifisso su «papi» e l’escort.
    saluti
    Fu crocifisso dalla moglie che lo ha mollato per via del suo vizietto di andare a puttane a 74 anni suonati, non da Repubblica.
    Ultima modifica di brunik; 15-08-10 alle 00:35

  7. #7
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    Predefinito Rif: La resa dei conti. Il partigiano Giorgio...

    Citazione Originariamente Scritto da brunik Visualizza Messaggio
    Fu crocifisso dalla moglie che lo ha mollato per via del suo vizietto di andare a puttane a 74 anni suonati, non da Repubblica.
    A Veronica Lario in Berlusconi

    Bellezza del soccorso
    sensuale ironia
    vigore dell’amore
    intrepida solitudine

    S.B.
    Il problema non è Berlusconi , il problema sono gli italiani!

    DISSIDENTE POLITICO IN REGIME DA OPERETTA!
    OH CINCILLA' ... OH CINCILLA'!

  8. #8
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    Predefinito Rif: La resa dei conti. Il partigiano Giorgio...

    Citazione Originariamente Scritto da brunik Visualizza Messaggio
    Fu crocifisso dalla moglie che lo ha mollato per via del suo vizietto di andare a puttane a 74 anni suonati, non da Repubblica.
    lei trombava col giardiniere da 10 anni

  9. #9
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    Predefinito Rif: La resa dei conti. Il partigiano Giorgio...

    Citazione Originariamente Scritto da brunik Visualizza Messaggio
    Fu crocifisso dalla moglie che lo ha mollato per via del suo vizietto di andare a puttane a 74 anni suonati, non da Repubblica.
    Ed il presidente marrazzo? La moglie lo ha perdonato?


    Si perchè le avrebbe detto che ce lo mandava RAI 3 : lo faceva per lavoro lui.

 

 

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