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    Predefinito Per una storia della socialdemocrazia (1987)

    (Quarant’anni fa. Palazzo Barberini)





    di Leo Valiani – “Nuova Antologia”, a. CXXII, fasc. 2161, Gennaio-Marzo 1987, Le Monnier, Firenze, pp. 66-78.


    Discorso alla seduta inaugurale (9 gennaio 1987) del congresso del partito socialista democratico italiano (PSDI).

    Mi avete chiesto di ricostruire, da studioso di storia, la situazione in cui vi trovavate 40 anni fa. Bisogna inserirla nello svolgimento storico della socialdemocrazia in Europa, prima e dopo la seconda guerra mondiale.
    A 40 anni di distanza, lo studioso deve giudicare con distacco, con criteri di una ricerca non faziosa, senza pretendere di giustificare quelle che furono le sue stesse preferenze o prese di posizione nelle circostanze passate che indaga. Da politico, Matteo Matteotti ha legittimamente sottolineato che la storia ha dato ragione a Saragat. L’esame degli avvenimenti non permette di dargli torto, benché si possa rimpiangere che l’accorato appello unitario di Pertini non abbia potuto avere sorte migliore. Quell’appello, che toccava il cuore anche a me, militante del partito d’azione, può costituire ancora un alto punto di riferimento. Ma, 14 mesi dopo Palazzo Barberini, col colpo di Stato dittatoriale a Praga oppure 18 mesi dopo, con la feroce scomunica del socialismo jugoslavo, la scissione nel partito socialista italiano, la cui maggioranza approvò quelle aberrazioni, sarebbe pur sempre stata inevitabile.
    Lo stalinismo non tollerava dissenzienti. Li detestavano e li perseguitavano anche i maccartisti, negli Stati Uniti. Ma la democrazia americana seppe resistere, seppure con ritardo, al maccartismo. Nei paesi che si dichiaravano socialisti solo Tito ed i suoi compagni poterono resistere allo stalinismo, che li calunniava selvaggiamente ed intendeva metterli a morte. Non lo dico per una requisitoria anticomunista, che è sempre stata lontana dal mio modo di sentire. Lo ricordo solo per spiegare il tragico travaglio dell’epoca.
    Saragat si ribellò, coi suoi compagni, fra i quali, oltre allo stesso Matteotti, figurava su posizioni distinte uno scrittore dell’altezza spirituale e della sensibilità sociale di Ignazio Silone, all’allineamento, ottuso e fideistico, della maggioranza del partito socialista sulle posizioni del partito comunista italiano, che allora si schierava incondizionatamente ed invariabilmente al fianco della direzione staliniana, imperante nell’Unione Sovietica e nei paesi dell’Europa centro-orientale, caduti sotto la sua brutale dominazione.
    Il primo, dall’altra sponda, a dar ragione, senza volerlo, a Saragat, fu Krusciov, con la sua infuocata denuncia, pronunciata nel febbraio 1956 in una seduta a porte chiuse del congresso del partito comunista dell’URSS, degli sterminati, atroci crimini di Stalin. Krusciov può aver diminuito le enormi doti di statista di Stalin. Non ne ha esagerato i delitti. Il secondo fu Nenni, che a seguito della ribellione delle masse popolari ungheresi alla tirannide staliniana e dell’invasione militare dell’Ungheria, ordinata dal medesimo Krusciov che pochi mesi prima aveva rivelato i peggiori delitti di quella tirannide, considerò non più operante il patto d’unità d’azione fra comunisti e socialisti italiani. Il partito comunista italiano approvò lo spietato schiacciamento della rivoluzione ungherese, bollandola come controrivoluzione parafascista. Oggi, numerosi comunisti italiani, non esclusi alcuni, forse quasi tutti i loro dirigenti, sanno che tale condanna colpiva ingiustamente un genuino movimento popolare di operai, contadini, studenti, intellettuali, che reclamavano libertà democratica ed indipendenza nazionale, nel rispetto dei princìpi – validi o fragili che fossero – di un assetto economico-sociale che si voleva pur sempre collettivistico.
    Il socialismo democratico che Saragat, seguace di Filippo Turati e di Claudio Treves, e continuatore della loro nobile tradizione, tornò a contrapporre, all’indomani della Liberazione, al socialismo autocratico (questa era la definizione che ne dava in quel momento) prevalente nell’Unione Sovietica, è stato rivalutato anche dal fallimento intellettuale ed economico del comunismo dittatoriale sovietico, anche se compensato dai suoi successi militari posteriori al 1945. Fuori dell’URSS e della maggior parte dei paesi sottoposti a dittatura comunista (fra i quali la Cina, la Polonia e l’Ungheria, coi loro fermenti e propositi di revisione vanno, però, considerati, su un piano diverso) gli stessi partiti comunisti, specie se agiscono in nazioni politicamente libere, si proclamano ormai fautori del socialismo democratico e non più del socialismo dittatoriale leninista e tanto meno della sua versione totalitaria staliniana. Anche il regime di Brezhnev ormai è screditato. Si può sperare, ed io spero in Gorbaciov, ma il problema di fondo è di un sistema di dittatura e non di un capo, per quanto bene intenzionato.
    La denominazione di socialdemocrazia, resa popolare da Lassalle e adottata col consenso degli stessi Marx ed Engels, dai loro compagni, che ne avevano fatto, in Germania, il primo partito operaio di massa, venne violentemente ripudiata da Lenin a partire dalla prima guerra mondiale. Nel corso della rivoluzione russa, nel cui esordio i socialisti democratici avevano avuto maggior peso dei bolscevichi, quest’ultimi li misero fuori legge assieme a tutti gli altri partiti di democrazia rivoluzionaria, che pure avevano vinto alla fine del 1917 le elezioni all’Assemblea Costituente della Russia repubblicana. Dei vinti si parla poco. Dei vincitori si parla molto. Così si guardò ai bolscevichi, ossia ai comunisti, per applaudirli o per combatterli.
    La socialdemocrazia sembrava di nuovo screditata nel 1945. Adesso si dicono socialdemocratici i più fra i socialisti ed i comunisti medesimi vantano, in Italia, i loro buoni rapporti, dei quali non possiamo che compiacerci, con le grandi socialdemocrazie europee. Le fondamentali realizzazioni delle socialdemocrazie, in favore delle classi lavoratrici e delle esigenze di giustizia per tutti, sul piano governativo, legislativo, sindacale, sociale, e il loro rapporto determinante per l’allargamento delle libertà democratiche, così come per la difesa della pace, non si possono più ignorare.
    La superiorità politica e culturale conquistata dalla socialdemocrazia europea nei confronti del comunismo di stampo sovietico non deve farci dimenticare come fu difficile, arduo, penoso, affermare il semplice diritto alla presenza socialdemocratica fra le masse operaie già nell’Italia del primo e molto più del secondo dopoguerra. Dal 1919 al ’21, quei grandi socialisti italiani che, con Turati, Treves, Prampolini, Modigliani, Buozzi, alla ubriacatura massimalista, malamente copiata dall’esperimento sovietico russo, opponevano una seria politica di riforme attuabili, erano isolati a sinistra nel mentre, indifesi dallo Stato liberale, che avevano lealmente sostenuto per decenni, diventavano bersagli anch’essi dello squadrismo fascista. Nel 1922, avendo alla loro testa quegli che sarà l’intrepido segretario generale votato al martirio del nuovo partito socialista unitario, frutto di scissioni decretate prima da Mosca, poi dagli stessi massimalisti italiani, i socialisti riformisti si schierarono in prima linea nella difesa, purtroppo sfortunata, delle libertà democratiche minacciate e conculcate dal fascismo, anteriormente e dopo la sua andata al potere. Giacomo Matteotti pagò con la vita il suo coraggio e la sua chiaroveggenza. Fra i più giovani che si ispiravano al suo esempio militavano Sandro Pertini e Giuseppe Saragat. Era con loro Carlo Rosselli, del cui assassinio, per mano di sicari stranieri del governo fascista, che uccisero con lui anche suo fratello, Nello Rosselli, l’indimenticabile storico delle origini risorgimentali del movimento operaio italiano, ricorre il 9 giugno di quest’anno il cinquantennio.
    Nessuno può dire con certezza in quale partito, successivamente al partito d’azione, che sarebbe stato, con ogni verosimiglianza, il loro partito, Carlo e Nello Rosselli avrebbero militato, se il pugnale fascista non avesse troncato le loro ancora giovani vite. Carlo era socialista, Nello di idee democratico repubblicane. Bettino Craxi, dopo aver sagacemente ammodernato, nel partito socialista italiano, l’eredità politica di Nenni, col quale la maggioranza del partito d’azione era andata, a suo tempo, ha rivendicato l’eredità ideologica del socialismo liberale di Carlo Rosselli, dimostrandone egregiamente l’attualità. Di questa diffusione di idee feconde non possiamo che rallegrarci. Subito dopo Palazzo Barberini, Marion Rosselli, l’ammirevole compagna di Carlo, mi disse, tuttavia, di essere convinta che egli non avrebbe esitato a pronunciarsi per Saragat, difensore socialista della libertà nella nuova situazione storica. La dittatura sovietica Carlo Rosselli l’aveva sempre criticata, senza negare l’importanza eccezionale dell’apporto comunista alla lotta contro il fascismo. Gaetano Salvemini, il maestro dei Rosselli e di tanti altri antifascisti, ci esortava, infatti, a seguire nel movimento socialista democratico il direttore di “Critica sociale”, Ugo Guido Mondolfo. Aldo Garosci, forse il più colto e maturo dei discepoli di Rosselli, prese posizione per il partito fondato da Saragat, nel quale milita tuttora. Mi sembra, dunque, legittimo lanciare da questa tribuna la proposta di una commemorazione, a livello nazionale, del cinquantesimo anniversario del sacrificio dei fratelli Rosselli, che tanto contribuirono, in anni bui e disperati, all’opposizione intransigente alla dittatura fascista. La rilancerò in un convegno del partito repubblicano.


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    Predefinito Re: Per una storia della socialdemocrazia (1987)

    Torniamo al secondo dopoguerra. L’Unione Sovietica, vittoriosa sulla Germania nazista, assieme alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti, ma con combattimenti ancora molto più duri, che le costarono immensi sacrifici di sangue e devastazioni, era diventata l’incarnazione di un mito glorioso. Pochi, fra i socialisti, ed anche nella sinistra democratica più larga in Europa, e perfino in America, pochissimi in Italia volevano ed osavano segnalare le tare e le brutture del sistema comunista staliniano, pure visibili ad occhio nudo. Saragat fu fra quei pochissimi. Le illusioni dilagavano, sul conto dell’URSS, soprattutto là dove, come in Italia e in Francia, i comunisti erano stati in prima fila nella guerra partigiana, ma Saragat sentiva che non era giusto illudersi. Avendo partecipato a tutta la ventennale battaglia antifascista e alla Resistenza, essendo stato uno dei promotori dell’unità di lotta dei partiti di sinistra nell’antifascismo e nello schieramento repubblicano, Saragat conosceva perfettamente il peso che l’URSS ed i comunisti, italiani e di altri paesi, avevano avuto nel cimento contro gli stessi nemici dei socialisti e dei democratici. Davanti alla soppressione, che si profilava, delle libertà democratiche appena riconquistate nelle nazioni militarmente liberate dall’esercito rosso sovietico, e la fusione coatta dei partiti socialisti coi partiti comunisti, ai quali la forza soverchiante dell’URSS consegnava tutto il potere reale, insomma davanti alla liquidazione forzata della democrazia e segnatamente delle socialdemocrazie, i cui dirigenti finiranno nelle galere degli emuli di Stalin, la voce della coscienza indusse Saragat a rompere l’omertà del silenzio, prima ancora che i grandi partiti socialisti o laburisti dell’Europa occidentale si decidessero a fare altrettanto.
    Quella di Saragat, e dei suoi compagni, fra i quali vorrei ricordare alcuni che non sono più in vita – così, e chiedo scusa per le inevitabili omissioni, Umberto Calosso, Giuseppe Faravelli, Antonio Greppi, Alberto Simonini, Alessandro Schiavi, Paolo Treves, Francesco Zanardi ed i militanti di Molinella, eroica nella resistenza alla dominazione fascista – fu un’iniziativa coraggiosa, rischiosa, drammatica. Coraggiosa perché Saragat, che aveva già lasciato l’ambasciata di Parigi per tornare a battersi in Italia, nel partito socialista ancora unito, abbandonava con la scissione l’alta carica di presidente dell’Assemblea Costituente e non pochi dei deputati che lo seguirono, rinunciavano in partenza, date le caratteristiche dei loro collegi, alla possibilità di una rielezione. Rischiosa perché gli aiuti americani all’Europa non erano stati ancora neppure annunciati e non si poteva sapere quale seguito il nuovo partito, nato da una dolorosa scissione, avrebbe avuto, nel mentre il vecchio partito ed il partito comunista rimanevano al governo e disponevano di una schiacciante egemonia sul terreno sindacale. La loro certamente discutibile o criticabile estromissione dal governo, alcuni mesi dopo, non provocò le temute risposte violente, il successivo grosso errore del vecchio partito socialista di rinunciare alla sua identità elettorale, nel fronte popolare dominato dai comunisti e, infine, il sopraggiungere del clamoroso colpo di stato comunista a Praga, alla vigilia delle elezioni italiane, non erano cose facili da prevedere nel gennaio ’47. Drammatica, quella scelta, perché gli uomini di Palazzo Barberini non intendevano uscire dal campo socialista, nel quale venivano ingiustamente trattati da traditori, ma difenderne e ristabilirne l’autonomia, l’indipendenza su scala italiana ed internazionale.
    Non era popolare, anzi era difficilissimo proclamare apertamente, da posizioni socialiste minoritarie, che i pericoli per la libertà, per la libertà del movimento operaio medesimo, dopo esser venuti a lungo dal fascismo e dal nazismo, all’indomani della loro disfatta venivano dallo stalinismo al potere nell’Unione Sovietica, che aveva immensamente contribuito a sconfiggerli. Non era popolare, era difficilissimo, ma era moralmente doveroso, verso la verità, verso il futuro stesso della democrazia sociale. Averlo proclamato fu il merito di Palazzo Barberini, pur fra le insidie che ogni scissione reca in grembo. Fra coloro che, poco tempo dopo, lo riconobbero, non posso dimenticare uno degli autentici padri della Repubblica, Giuseppe Romita.
    Le questioni di strategia e tattica sono, il più delle volte, mutevoli e complesse. Su di esse ci si divise nella stessa area dell’autonomia socialista democratica. Posso ricordare ora solo di sfuggita la formazione del partito socialista unitario del 1949 e di Unità popolare del 1953, motivate da legittime preoccupazioni circa l’accettazione dell’egemonia della democrazia cristiana.
    Si doveva partecipare al governo dominato dalla democrazia cristiana o tornare ad un periodo di opposizione, sul modello allora presentato dalla rinata socialdemocrazia tedesca?
    Errori ne fanno tutti. Molto modestamente, io ne ho fatti tanti e, purtroppo, spesso continuo a farne. Ne avevano fatti, e anche gravissimi, i socialdemocratici tedeschi nella Repubblica di Weimar, sia quando partecipavano al governo, e ne avevano anzi la direzione, sia quando ne uscirono, nel 1930, in un momento sbagliato. Ne avevano fatti i capi del socialismo riformista italiano, quando non avevano osato partecipare al governo, ma anche in altre occasioni. Ne fece di fronte alla guerra di Spagna, un socialista, capo di governo eccezionalmente ben preparato e d’elevatissime doti morali e spirituali quale Léon Blum. Ne hanno fatti i socialdemocratici italiani, ancora sotto la direzione di Saragat e successivamente. Spesso il partito socialista italiano scivolò troppo a sinistra, la socialdemocrazia troppo a destra. Un partito politico, osservava, però, il primo insigne storico della socialdemocrazia tedesca, Mehring, deve sopravvivere ai propri errori; non occorre che li corregga come si fa sui compiti degli scolari.
    All’interrogativo sulla partecipazione ad un governo di coalizione hanno finito col rispondere gli stessi socialdemocratici tedeschi, aderendo, dopo anni di aspra opposizione, alla “grande coalizione” col partito democratico-cristiano, e facendone la premessa della loro futura vittoria elettorale. In Italia questa era resa impossibile dalla vastità e saldezza delle posizioni comuniste. Saragat, memore degli effetti perniciosi del rifiuto socialista di entrare nel governo nel 1920-21, accettò l’ingresso nel governo guidato da De Gasperi, che già nel ’22 e poi nel ’24 aveva voluto (ma ne fu bloccato dalle forze clericali) la piena collaborazione col socialismo democratico. Le pressioni vaticane per una lista comune delle destre e della democrazia cristiana alle elezioni comunali di Roma del 1952 e l’episodio Tambroni del 1960 confermarono la fondatezza dei moventi che avevano portato e mantenuto Saragat al governo.
    L’altro interrogativo era se riesumare il tradizionale neutralismo socialista o aderire al Patto Atlantico, l’alleanza difensiva delle democrazia occidentali, che paventavano la minaccia sovietica. Questa che, presa a cuore non leggero, poiché si trattava di una scelta militare, e non solo etico-politica, fu in definitiva la scelta di Saragat, preceduto nell’opzione, per loro più facile, dai repubblicani Tarchiani, Sforza, Pacciardi, La Malfa e, naturalmente, da De Gasperi e dal suo partito, nonché da Luigi Einaudi e dai suoi, è accettata oggi da tutti, non esclusi i dirigenti comunisti italiani, come l’unica strada realmente praticabile. Io sono contrario ad ogni cedimento alle minacce, ai ricatti. Ma continuo a sperare nella distensione internazionale e, a più lunga scadenza, persino nella democratizzazione dell’Unione Sovietica. Ci ho creduto anche quando la stessa distensione sembrava impossibile.
    Non c’erano dubbi, invece, neppure allora, sull’accettazione del Piano Marshall e dell’idea di promozione della certo difficile e lunga unificazione economica e politica dell’Europa, rifiutate solo dall’accecamento staliniano dei comunisti e, in un primo tempo, della maggioranza del vecchio partito socialista. Gli Stati Uniti d’Europa, rilanciati dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni (socialista democratico questi, caduto poi nella Resistenza) erano stati auspicati già da Turati, Treves e Modigliani, durante e dopo il primo conflitto mondiale. Anche Ignazio Silone si ispirava, in proposito, a loro. Del Piano Marshall Saragat avrebbe potuto dire che l’dea d’esso era stata anticipata, sin dalla crisi economica universale degli anni trenta, dall’altro suo grande maestro, il geniale pensatore e tragico capo politico dell’austro-marxismo, Otto Bauer.
    Il problema permanente era, ed è, quello della necessaria revisione dell’ideologia prevalente nel movimento operaio socialista: il marxismo. Anche qui, la storia ha dato ragione al primo genuino revisionista, il socialdemocratico tedesco Eduard Bernstein che, dopo essere stato allievo diretto di Engels, alla fine dell’Ottocento si era accorto che i progressi in atto dell’economia industriale non immiserivano più gli operai, non proletarizzavano i ceti medi, non conducevano, necessariamente, alla dissoluzione delle libertà sotto l’acuirsi dei contrasti di classe, non consigliavano la lotta per la dittatura del proletariato, ma le lotte, e le alleanze possibili, per l’ampliamento della legislazione sociale e della contrattazione sindacale, per l’avanzata e la difesa della democrazia politica. La storia, tutto sommato, gli ha dato ragione, ma non sempre, non in linea retta, ininterrotta. La guerra del 1914, della quale Bernstein fu, del resto, a differenza di molti suoi compagni, oppositore, con argomenti diversi, ma non molto diversi da quelli che Turati e Treves impiegavano in Italia, le profonde crisi economiche del dopoguerra, l’ascesa del fascismo e, soprattutto del nazismo, parevano dargli torto e su qualche punto gli diedero effettivamente torto.
    La storia, per l’appunto, dobbiamo ricostruirla quale davvero fu e non quale ci converrebbe che fosse stata. La forza del bolscevismo russo venne sottovalutata dal Bernstein e ancor più dal suo antagonista nelle dispute sul revisionismo originario, Kautsky, col quale si era politicamente riconciliato durante la guerra. Bernstein, pur avversando fermamente il bolscevismo, ammise, con la franchezza intellettuale che gli era propria, che Lenin e Trotski agivano nel solco originario di Marx, fautore della dittatura rivoluzionaria del proletariato. Kautsky, che si considerava fedele al metodo scientifico e alla maturazione democratica di Marx ed Engels nella Prima Internazionale, polemizzò, con argomentazioni lungimiranti, col terrorismo di Stato, di matrice giacobina, introdotto o ripristinato in Russia da Lenin e Trotski. Di quel terrorismo Stalin diventò l’erede e Trotski la più illustre e tragica vittima. Dopo il fallimento di Kerenski, dovuto anche alla sua mancanza di realismo e di durezza, la scelta effettiva in Russia non era, tuttavia, fra Lenin e l’onestissimo ed acutissimo menscevico Martov. Era diventata la scelta fra Lenin ed i generali delle guardie bianche, coi quale Martov stesso giustamente si rifiutava di cooperare e contro i quali invitava anzi i menscevichi a combattere nelle file dell’armata rossa. Questa dato di fatto, oltre alle sue capacità politiche straordinarie e la sua spietatezza rivoluzionaria, fecero vincere Lenin. Nella rivoluzione tedesca la scelta iniziale fu tra gli spartachisti, tanto generosamente quanto insensatamente insorti, ed il governo socialdemocratico capeggiato da Ebert. La lotta armata fra spartachisti e socialdemocratici minò alle radici la Repubblica di Weimar. Né i comunisti, né la socialdemocrazia seppero opporre, quando la Repubblica fu di nuovo minacciata, una resistenza efficace al nazismo. In odio alla socialdemocrazia, Stalin costrinse i comunisti tedeschi a spianare addirittura il cammino a Hitler. I socialdemocratici riscattarono onorevolmente i loro errori, i comunisti le loro follie, nell’illegalità, nei campi di concentramento, sui patiboli, in esilio.
    Anche in Italia l’opposizione antifascista fu tardiva e insufficientemente vigorosa. Ai riformisti ripugnava la lotta armata. I massimalisti ed i comunisti l’esaltavano a parole, ma non seppero praticarla, nei confronti dello squadrismo fascista, con un’organizzazione e delle decisioni adeguate. Gli Arditi del popolo non furono sostenuti. Giacomo Matteotti reclamò per primo, sin dall’inizio del 1921, che i fasci fossero considerati associazioni a delinquere, quali di fatto erano con le spedizioni punitive incendiarie ed omicide che promuovevano, ma non venne ascoltato. Turati, nel luglio 1922, cercò di sbarrare la strada al fascismo con la proclamazione dello sciopero generale legalitario, che non fu ben condotto e non ebbe il successo sperato. Anche l’Aventino Turati avrebbe voluto più combattivo. In esilio, non si stancò di spiegare ai partiti socialisti dei paesi democratici la pericolosità internazionale del regime fascista. In questo compito, reso difficile dal pacifismo prevalente nelle democrazie, Nenni e Saragat lo coadiuvarono risolutamente e ne presero il poso dopo la sua scomparsa.


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    Predefinito Re: Per una storia della socialdemocrazia (1987)

    A più lunga distanza, lo svolgimento globale è andato, nell’Europa occidentale, e un po’ dovunque si ha la libertà politica, nel senso di Bernstein. Il nobile capo del socialismo francese, Léon Blum, aggiunse lucide considerazioni al revisionismo, che in precedenza non aveva sposato, nelle sue riflessioni maturate nelle prigioni naziste. La socialdemocrazia tedesca condusse il revisionismo alle sue conclusioni logiche col programma di Bad Godesberg del 1959. S’intende che anche quel programma non poteva valere eternamente e di recente è stato a sua volta sottoposto a revisione. Nel movimento socialista italiano la revisione è avvenuta di fatto, prima e più che in sede programmatica. Essa era già implicita nel poderoso discorso di Turati del 1920, su “Rifare l’Italia!”, in cui si delineava tutta una politica di industrializzazione programmata nel mantenimento dell’economia di mercato. Il fascismo, che sembrava doverla accelerare, con le lezioni inflitte ai suoi avversari, ha dilazionato la revisione necessaria, dando priorità all’abbattimento della dittatura. Il consolidamento della democrazia repubblicana, culminato con l’elezione di Saragat a capo dello Stato, nel 1964, e di Pertini nel 1978, ha reso ineluttabile l’approfondimento del processo revisionistico, che è stato paralizzato, tuttavia, per anni, dall’irruzione di nuove illusioni, neo-marxiste, neo-libertarie, o conformi a mode contingenti.
    Il superamento del marxismo, iniziato in Italia su un piano intellettuale elevato coi saggi critici di Benedetto Croce – pensatore caro a Saragat per i suoi successivi scritti di filosofia della libertà – e proseguito politicamente da Leonida Bissolati, Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli, è talmente nelle cose, adesso, da non trovare più molti contestatori d’una seria validità. Ne trova tanti, invece, fra gli estremisti ed urlatori demagogici.
    Il Welfare State, lo Stato sociale assistenziale, che garantisce altresì il pieno impiego, promosso dalle socialdemocrazie nordiche e dal laburismo inglese, che veramente marxista non fu mai, è egualmente in crisi. Credo si tratti di una temporanea crisi di crescenza. Nel movimento operaio internazionale proprio Marx, e degli economisti suoi seguaci, così Hilferding, misero in guardia (talvolta, per esempio durante la depressione del 1930-32, aggravata dalla deflazione, persino eccessivamente col rifiuto delle proposte espansive allora opportune che poco dopo vennero a caratterizzarsi come keynesiane) dalla credenza nelle capacità di durevole propulsione produttiva e di giustizia sociale dell’inflazione. Il Welfare State nacque dalla disoccupazione di massa generata da insufficienza di domanda effettiva. È stato messo in crisi da eccessi inflazionistici di domanda.
    In Italia, in polemica con gli eccessi del sindacalismo, la questione della compatibilità la segnalò, fra i socialisti, Giacomo Matteotti, nel 1923. La via d’uscita moderna al dilemma fra pressioni inflazionistiche e disoccupazione richiede ormai l’unificazione politica, supernazionale dell’Europa. Essa deve contenere tanto socialismo quanto si renderà compatibile con la difesa della democrazia politica e coi progressi della scienza, delle tecnologie, dell’economia, della cultura, della moralità pubblica. Nel frattempo, per debellare la disoccupazione italiana, specie quella del Meridione, dovremmo rifarci alla “Nota aggiuntiva” che Ugo La Malfa stese nel 1962, s’intende rivedendola sui dati odierni.
    Il superamento del marxismo non significa che non vi sia più nulla da imparare da Marx. Egli fu geniale nell’analisi della società del suo tempo, pur non riuscendo a prevedere (per quanto lo desiderasse e ne fosse sicuro) tutto l’avvenire.
    La riscoperta dell’importanza fondamentale delle rivoluzioni tecnologiche negli strumenti di produzione, e nei rapporti sociali che ne sono condizionati, resta merito immortale di Marx. “Il mulino a vento – scriveva nel 1847, con qualche esagerazione, ma cogliendo nel segno, in polemica con Proudhon, che previde molto meglio, viceversa, i pericoli della dittatura comunista – ci ha dato la società feudale, il mulino a vapore la società capitalistica”. Usiamo già da un pezzo mulini a trazioni più raffinate. Non sappiamo quale sarà la società di domani e neppure se l’energia nucleare (che io non credo si possa scartare) o un’altra fonte di energia ne sarà la forza di trazione dominante. La problematica è, comunque, quella individuata da Marx: come favorire lo sviluppo scientifico e tecnologico e come utilizzarlo. Allorché Wilhem Liebknecht, uno dei futuri fondatori della socialdemocrazia tedesca, reduce dalle battaglie della rivoluzione del 1848-49, e speranzoso ancora nel ritorno di questa, si recò a Londra, Marx lo portò all’Esposizione Universale, e gli fece vedere il modello del locomotore più avanzato e gli disse: “la rivoluzione la farà questo qui”.


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    Predefinito Re: Per una storia della socialdemocrazia (1987)

    Dalla fantasia creatrice, in politica ed in economia occorre saper scendere alla prosa. Lo slancio industriale dell’Italia nel secondo dopoguerra, fortemente favorito dagli aiuti americani ed altresì dalle fasi iniziali della politica comunitaria europea, ha avuto parecchi padri, imprenditori, banchieri e anche politici, collaboratori di De Gasperi. Mi limito a ricordare un grande repubblicano, Ugo La Malfa, e due socialdemocratici, Roberto Tremelloni, al quale mando un fervido saluto, e Ivan Matteo Lombardo. Sarebbero state necessarie una politica dei redditi volta al pieno impiego e una programmazione realistica ed elastica, non per schemi astratti, troppo vasti rispetto alle risorse e competenze esistenti, o frettolosamente calati nell’effettiva situazione dei mercati, bensì per la continua crescente costruzione e gestione razionale, non dissipatrice e sperperatrice, di infrastrutture moderne e di “case, scuole, ospedali”, secondo l’avvertimento di Saragat. Non aver tempestivamente soddisfatto queste esigenze, o averle distorte, è stata un’enorme carenza della classe dirigente italiana. Si è andati poi all’assistenzialismo improduttivo, sicché oggi urge programmare il futuro della spesa pubblica, specie sanitaria e pensionistica e del debito pubblico.
    Il secondo insegnamento durevole di Marx e di Engels, del secondo anzi ancor più che del primo, - poiché gli sopravvisse di 12 anni – è nell’insistenza sulla necessità di organizzare politicamente e sindacalmente le grandi masse lavoratrici, al di sopra delle dispute dottrinarie o settarie. “Ogni passo in avanti del movimento reale vale più di una dozzina di programmi”, scrisse Marx nel 1875, rivolgendosi ai promotori dell’unificazione socialdemocratica in Germania. Questo monito vale tuttora per l’Italia, anche se la composizione sociale, professionale della popolazione non ci presenta più una maggioranza proletaria tendenziale incline all’aspirazione al socialismo. Il lavoro è pur sempre il fondamento della società ed i lavoratori aspirano pur sempre alla giustizia sociale. Hanno bisogno, ancor più che in passato, di una scuola moderna e della capacità di dare priorità al computer, all’informatica sugli scioperi.
    Potrei chiudere ottimisticamente con questa, che è una constatazione ed un auspicio. Non me la sento, peraltro, di tacere le preoccupazioni che nutro per la tenuta del nostro Stato democratico, che avrebbe bisogno di essere irrobustito e viene, viceversa, continuamente indebolito. Esso è minacciato dal lassismo, dall’immobilismo, dalla paralisi di una parte della pubblica amministrazione e della scuola pubblica, dal permissivismo nell’osservanza delle leggi, dalla stessa sovrabbondanza della loro mole e dal loro frequente anacronismo, o, più recente, dall’attenuazione eccessiva del loro rigore, dalla corruttela, dalle evasioni tributarie e, in questo momento, dal dilagare della criminalità organizzata, mafiosa, camorristica, che resiste tenacemente agli sforzi della polizia e della magistratura volti a debellarla e passa al contrattacco. Il terrorismo, rosso e nero, è stato sconfitto dalla fermezza dello Stato, dal sacrificio di poliziotti, carabinieri, magistrati, e dal ricorso ad una legislazione d’emergenza, a mio avviso troppo presto smantellata, poiché del terrorismo medesimo non abbiamo ancora snidato e colpito i mandanti occulti e quanto alle stragi neppure gli esecutori. Il ritorno ad una permissività dottrinaria, che non tiene conto della dura realtà, può favorire varie forme di criminalità organizzata ed in ispecie quelle che dispongono di immense ricchezze mal guadagnate con speculazioni edilizie, tangenti, traffici di stupefacenti. È molto rischioso lasciarsi distogliere dal rigore e dalla perseveranza nella difesa dello Stato repubblicano, conquistato dall’antifascismo col consenso delle masse del popolo italiano, nella congiuntura irripetibile della vittoria delle potenze antihitleriane allora unite.
    L’indebolimento dello Stato democratico conduce, contrariamente alle utopie, sovente professate anche da non utopisti, cinici o ingenui, alla decadenza della libertà, all’abbandono della laicità della scuola pubblica e al suo graduale disfacimento così come al corrompimento di ogni giustizia, da quella dei codici a quella sociale. In uno Stato democratico forte il cammino verso un assetto sociale più giusto potrà fare altri grandi passi in avanti. Con uno Stato sociale debole si è in balia dei venti.
    Rinato 40 anni fa dalle ceneri della grande stagione dei suoi fondatori, spentisi come Turati e Treves in esilio, e dei suoi massimi organizzatori, come Buozzi, ucciso dalla ferocia nazista, il socialismo riformista italiano, sotto la guida preminente, ancorché non esclusiva di Saragat, ha vinto la prova. Saragat lo vide nitidamente già 60 anni fa: contro la dittatura fascista era indispensabile la lotta rivoluzionaria, dopo sarebbe cominciata la lotta democratica per le riforme. L’impostazione della socialdemocrazia europea occidentale è condivisa ormai dalla grande maggioranza dei socialisti, quale che sia il partito di cui hanno, o spesso non hanno la tessera. Proprio la vasta diffusione, ben oltre le sue strutture organizzative, della sua ideologia, in larga parte adottata da altri partiti, rende contrastata in Italia, assieme a cause e difetti diversi che non posso esaminare adesso, la crescita della socialdemocrazia. Ciò fa parte della dialettica della storia, senza costituire una fatalità alla quale sia inevitabile rassegnarsi.
    Dipende dalle circostanze, ma egualmente dalla lucidità politica, dalla capacità d’iniziativa, dalla vivacità e dall’acume culturali, dall’esistenza di una volontà moralizzatrice, particolarmente necessaria oggi ad ogni partito, e dalla tenacia di lavoro quotidiano della socialdemocrazia medesima la sua presenza nella costruzione, in collaborazione, animata da spirito critico, col partito socialista italiano e con tutta la sinistra democratica e laica, di un avvenire degno delle sue memorabili origini. Nel cupo ottobre 1922, nella seduta notturna del secondo congresso di scissione, svoltosi a Roma, del partito socialista, Filippo Turati previde, in un discorso commosso ed angoscioso, che le due tele un giorno si sarebbero rifuse. Si riunificarono due volte, da allora, sol che con riserve mentali foriere di nuove separazioni. La prossima volta è augurabile che abbiano piena consapevolezza delle mete raggiungibili e dei metodi idonei, per garantire la durevolezza del processo unitario. Quanto all’alleanza della sinistra democratica, il primo a proporla, all’inizio del 1945, rivolgendosi, a nome del partito d’azione, ai socialisti e ai repubblicani, fu Ugo La Malfa. La sua proposta suscitò interesse nel solo Saragat. Oggi, forse, i tempi sono maturi. Ma ci vogliono riforme più realistiche, severe e lungimiranti di quelle già attuate o in cantiere.


    Leo Valiani
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 

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