(Quarant’anni fa. Palazzo Barberini)
di Leo Valiani – “Nuova Antologia”, a. CXXII, fasc. 2161, Gennaio-Marzo 1987, Le Monnier, Firenze, pp. 66-78.
Discorso alla seduta inaugurale (9 gennaio 1987) del congresso del partito socialista democratico italiano (PSDI).
Mi avete chiesto di ricostruire, da studioso di storia, la situazione in cui vi trovavate 40 anni fa. Bisogna inserirla nello svolgimento storico della socialdemocrazia in Europa, prima e dopo la seconda guerra mondiale.
A 40 anni di distanza, lo studioso deve giudicare con distacco, con criteri di una ricerca non faziosa, senza pretendere di giustificare quelle che furono le sue stesse preferenze o prese di posizione nelle circostanze passate che indaga. Da politico, Matteo Matteotti ha legittimamente sottolineato che la storia ha dato ragione a Saragat. L’esame degli avvenimenti non permette di dargli torto, benché si possa rimpiangere che l’accorato appello unitario di Pertini non abbia potuto avere sorte migliore. Quell’appello, che toccava il cuore anche a me, militante del partito d’azione, può costituire ancora un alto punto di riferimento. Ma, 14 mesi dopo Palazzo Barberini, col colpo di Stato dittatoriale a Praga oppure 18 mesi dopo, con la feroce scomunica del socialismo jugoslavo, la scissione nel partito socialista italiano, la cui maggioranza approvò quelle aberrazioni, sarebbe pur sempre stata inevitabile.
Lo stalinismo non tollerava dissenzienti. Li detestavano e li perseguitavano anche i maccartisti, negli Stati Uniti. Ma la democrazia americana seppe resistere, seppure con ritardo, al maccartismo. Nei paesi che si dichiaravano socialisti solo Tito ed i suoi compagni poterono resistere allo stalinismo, che li calunniava selvaggiamente ed intendeva metterli a morte. Non lo dico per una requisitoria anticomunista, che è sempre stata lontana dal mio modo di sentire. Lo ricordo solo per spiegare il tragico travaglio dell’epoca.
Saragat si ribellò, coi suoi compagni, fra i quali, oltre allo stesso Matteotti, figurava su posizioni distinte uno scrittore dell’altezza spirituale e della sensibilità sociale di Ignazio Silone, all’allineamento, ottuso e fideistico, della maggioranza del partito socialista sulle posizioni del partito comunista italiano, che allora si schierava incondizionatamente ed invariabilmente al fianco della direzione staliniana, imperante nell’Unione Sovietica e nei paesi dell’Europa centro-orientale, caduti sotto la sua brutale dominazione.
Il primo, dall’altra sponda, a dar ragione, senza volerlo, a Saragat, fu Krusciov, con la sua infuocata denuncia, pronunciata nel febbraio 1956 in una seduta a porte chiuse del congresso del partito comunista dell’URSS, degli sterminati, atroci crimini di Stalin. Krusciov può aver diminuito le enormi doti di statista di Stalin. Non ne ha esagerato i delitti. Il secondo fu Nenni, che a seguito della ribellione delle masse popolari ungheresi alla tirannide staliniana e dell’invasione militare dell’Ungheria, ordinata dal medesimo Krusciov che pochi mesi prima aveva rivelato i peggiori delitti di quella tirannide, considerò non più operante il patto d’unità d’azione fra comunisti e socialisti italiani. Il partito comunista italiano approvò lo spietato schiacciamento della rivoluzione ungherese, bollandola come controrivoluzione parafascista. Oggi, numerosi comunisti italiani, non esclusi alcuni, forse quasi tutti i loro dirigenti, sanno che tale condanna colpiva ingiustamente un genuino movimento popolare di operai, contadini, studenti, intellettuali, che reclamavano libertà democratica ed indipendenza nazionale, nel rispetto dei princìpi – validi o fragili che fossero – di un assetto economico-sociale che si voleva pur sempre collettivistico.
Il socialismo democratico che Saragat, seguace di Filippo Turati e di Claudio Treves, e continuatore della loro nobile tradizione, tornò a contrapporre, all’indomani della Liberazione, al socialismo autocratico (questa era la definizione che ne dava in quel momento) prevalente nell’Unione Sovietica, è stato rivalutato anche dal fallimento intellettuale ed economico del comunismo dittatoriale sovietico, anche se compensato dai suoi successi militari posteriori al 1945. Fuori dell’URSS e della maggior parte dei paesi sottoposti a dittatura comunista (fra i quali la Cina, la Polonia e l’Ungheria, coi loro fermenti e propositi di revisione vanno, però, considerati, su un piano diverso) gli stessi partiti comunisti, specie se agiscono in nazioni politicamente libere, si proclamano ormai fautori del socialismo democratico e non più del socialismo dittatoriale leninista e tanto meno della sua versione totalitaria staliniana. Anche il regime di Brezhnev ormai è screditato. Si può sperare, ed io spero in Gorbaciov, ma il problema di fondo è di un sistema di dittatura e non di un capo, per quanto bene intenzionato.
La denominazione di socialdemocrazia, resa popolare da Lassalle e adottata col consenso degli stessi Marx ed Engels, dai loro compagni, che ne avevano fatto, in Germania, il primo partito operaio di massa, venne violentemente ripudiata da Lenin a partire dalla prima guerra mondiale. Nel corso della rivoluzione russa, nel cui esordio i socialisti democratici avevano avuto maggior peso dei bolscevichi, quest’ultimi li misero fuori legge assieme a tutti gli altri partiti di democrazia rivoluzionaria, che pure avevano vinto alla fine del 1917 le elezioni all’Assemblea Costituente della Russia repubblicana. Dei vinti si parla poco. Dei vincitori si parla molto. Così si guardò ai bolscevichi, ossia ai comunisti, per applaudirli o per combatterli.
La socialdemocrazia sembrava di nuovo screditata nel 1945. Adesso si dicono socialdemocratici i più fra i socialisti ed i comunisti medesimi vantano, in Italia, i loro buoni rapporti, dei quali non possiamo che compiacerci, con le grandi socialdemocrazie europee. Le fondamentali realizzazioni delle socialdemocrazie, in favore delle classi lavoratrici e delle esigenze di giustizia per tutti, sul piano governativo, legislativo, sindacale, sociale, e il loro rapporto determinante per l’allargamento delle libertà democratiche, così come per la difesa della pace, non si possono più ignorare.
La superiorità politica e culturale conquistata dalla socialdemocrazia europea nei confronti del comunismo di stampo sovietico non deve farci dimenticare come fu difficile, arduo, penoso, affermare il semplice diritto alla presenza socialdemocratica fra le masse operaie già nell’Italia del primo e molto più del secondo dopoguerra. Dal 1919 al ’21, quei grandi socialisti italiani che, con Turati, Treves, Prampolini, Modigliani, Buozzi, alla ubriacatura massimalista, malamente copiata dall’esperimento sovietico russo, opponevano una seria politica di riforme attuabili, erano isolati a sinistra nel mentre, indifesi dallo Stato liberale, che avevano lealmente sostenuto per decenni, diventavano bersagli anch’essi dello squadrismo fascista. Nel 1922, avendo alla loro testa quegli che sarà l’intrepido segretario generale votato al martirio del nuovo partito socialista unitario, frutto di scissioni decretate prima da Mosca, poi dagli stessi massimalisti italiani, i socialisti riformisti si schierarono in prima linea nella difesa, purtroppo sfortunata, delle libertà democratiche minacciate e conculcate dal fascismo, anteriormente e dopo la sua andata al potere. Giacomo Matteotti pagò con la vita il suo coraggio e la sua chiaroveggenza. Fra i più giovani che si ispiravano al suo esempio militavano Sandro Pertini e Giuseppe Saragat. Era con loro Carlo Rosselli, del cui assassinio, per mano di sicari stranieri del governo fascista, che uccisero con lui anche suo fratello, Nello Rosselli, l’indimenticabile storico delle origini risorgimentali del movimento operaio italiano, ricorre il 9 giugno di quest’anno il cinquantennio.
Nessuno può dire con certezza in quale partito, successivamente al partito d’azione, che sarebbe stato, con ogni verosimiglianza, il loro partito, Carlo e Nello Rosselli avrebbero militato, se il pugnale fascista non avesse troncato le loro ancora giovani vite. Carlo era socialista, Nello di idee democratico repubblicane. Bettino Craxi, dopo aver sagacemente ammodernato, nel partito socialista italiano, l’eredità politica di Nenni, col quale la maggioranza del partito d’azione era andata, a suo tempo, ha rivendicato l’eredità ideologica del socialismo liberale di Carlo Rosselli, dimostrandone egregiamente l’attualità. Di questa diffusione di idee feconde non possiamo che rallegrarci. Subito dopo Palazzo Barberini, Marion Rosselli, l’ammirevole compagna di Carlo, mi disse, tuttavia, di essere convinta che egli non avrebbe esitato a pronunciarsi per Saragat, difensore socialista della libertà nella nuova situazione storica. La dittatura sovietica Carlo Rosselli l’aveva sempre criticata, senza negare l’importanza eccezionale dell’apporto comunista alla lotta contro il fascismo. Gaetano Salvemini, il maestro dei Rosselli e di tanti altri antifascisti, ci esortava, infatti, a seguire nel movimento socialista democratico il direttore di “Critica sociale”, Ugo Guido Mondolfo. Aldo Garosci, forse il più colto e maturo dei discepoli di Rosselli, prese posizione per il partito fondato da Saragat, nel quale milita tuttora. Mi sembra, dunque, legittimo lanciare da questa tribuna la proposta di una commemorazione, a livello nazionale, del cinquantesimo anniversario del sacrificio dei fratelli Rosselli, che tanto contribuirono, in anni bui e disperati, all’opposizione intransigente alla dittatura fascista. La rilancerò in un convegno del partito repubblicano.
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