Roma, 15 dic – L’Italia non è certo una terra riconoscente verso i suoi grandi uomini, del presente e del passato, tanto che non è raro vedere eminenti personalità nazionali cadute nella totale dimenticanza. L’orientalista Carlo Formichi è uno di questi. Classe 1871, nato a Napoli da Giuseppe e Vincenza Pisa, Formichi si rivela già in giovane età appassionato agli studi: laureatosi in giurisprudenza a 20 anni, nel 1891, e in lettere, nel 1893, a soli 22 anni, prende parte al IX Congresso Internazionale degli Orientalisti, che si tiene a Londra. Nel 1897 ottiene a Napoli la libera docenza di filologia sanscrita che eserciterà dapprima a Bologna e poi a Pisa, dove insegnerà anche inglese. Nel 1913 viene chiamato come titolare per la cattedra di sanscrito presso l’università di Roma, dove resterà fino a fine carriera, nel 1941. Il periodo romano è per lui sicuramente fra i più produttivi, mentre nel frattempo le sue qualità cominciano a essere riconosciute anche fuori dalla patria. Dopo aver ottenuto dall’accademia dei Lincei, nel 1922, il premio reale per la filologia, nel 1925 viene invitato in India dall’università di Viśbahāratī a tenere corsi di sanscrito e, con l’occasione tiene numerose conferenze in altre università e istituti culturali sia presentando i suoi studi sul sanscrito, sia illustrando la filosofia, la letteratura e l’arte italiana. Nel 1929 ottiene sia la cattedra per la cultura italiana a Berkeley, in California, ma viene anche nominato membro della neonata Accademia d’Italia, di cui diventa vicepresidente per la classe delle lettere.

Sin dal principio dei suoi studi, si interessa sul pensiero indiano antico, specialmente quello antecedente al Buddha, e di come tutte quelle correnti e dottrine politiche si sintetizzarono nella filosofia buddhista e da questa vennero catalizzate. Riguardo al suo Il pensiero religioso dell’India prima del Buddha, l’enciclopedia Treccani ci dice: “L’opera, considerata la sua più completa e meditata, lo vede impegnato in un riesame di testi già noti della tradizione vedica e upanishadica, tale da consentire il recupero dei percorsi di ‘un pensiero dinamico che vietò alla casta sacerdotale di irrigidire la religione nel formalismo del culto’, e che, nonostante la sua determinante importanza, non era stato adeguatamente rilevato dai ricercatori occidentali (p. VIII). Un originario ‘politeismo sgorgato spontaneamente dal cuore dell’uomo che osserva la natura e sente di dipendere da essa’, attestato dalla tradizione vedica, sarebbe stato ridotto a convenzione dal formalismo culturale (ibid., p. 57) se non gli si fosse opposto un pensiero dinamico e laico grazie al quale ‘già nelle Upanishad non c’è più posto per gli dèi o per un Dio personale trascendente’ (ibid., p. 286). Indice di questo confronto tra orientamenti speculativi sarebbe il doppio valore del concetto di ‘karman’, già testimoniato nel X libro dei Ṛgveda dove al ‘karman’-sacrificio, funzionale alla casta sacerdotale, si sarebbe opposto il ‘karman’-azione, funzionale alla casta guerriera e futura conquista del pensiero laico.”

Formichi, convinto fascista che, fra l’altro, aggiornò il Duce in più di una occasione anche sui suoi studi e sulla letteratura inglese dell’epoca, coniugò la visione fascista di lotta e vittoria con la visione laica, dinamica, sempre volta all’azione e distaccata della cultura indiana, mettendo in discussione l’errata visione esotica e un po’ selvaggia che sia aveva in Italia dell’oriente indiano. Nel 1935, proprio a questo proposito, Formichi organizzò a Roma il XIX Congresso internazionale degli Orientalisti, per volontà del Duce e sotto l’alto patronato del Re. Nel suo discorso inaugurale , disse: “La frase del poeta che ha avuto tanta fortuna: «East is East and West is West, never the twain shall meet» (R. Kipling, “La ballata dell’Est e dell’Ovest” , trad.: “L’Est è Est, e l’Ovest è Ovest, e mai i due si incontreranno”, ndr), ergente una barriera fra Oriente e Occidente, sconfortante, desolata, equivale alla scoperta d’un gas asfissiante. A che pro le conquiste scientifiche ci avranno permesso di raggiungere l’India, la Cina, il Giappone in uno spazio di tempo miracolosamente breve, se poi la distanza risorgerà, e nella sua forma peggiore, la spirituale, tra noi e gli abitanti di quelle remote contrade? Finché crederemo diverso da noi l’Orientale perché invece che il cappello duro o a cencio porta il turbante o il fez, e invece della bouillabaisse mangia il curry, allora sì, East is East and West is West nella consumazione dei secoli. Ma se avvicinando l’Oriente scopriremo che onora il padre e la madre, ha orrore del furto, non insidia la donna d’altri, aborrisce la menzogna, serve con fedeltà il suo capo, è pronto a far getto della vita per la salvezza della sua patria e adora con abbandono sincero il suo Dio, allora cadranno come per incanto le barriere fra Oriente ed Occidente e, magari, ci sentiremo più fratelli di molti Orientali remotissimi da noi che non di molti Occidentali vicinissimi a noi. A che serve indagare le differenze formali quando le qualità fondamentali umane risultano le medesime? E più si studia l’Oriente e più si scoprono queste qualità fondamentali umane. Bisogna continuare a studiare, studiare l’Oriente”.

L’avvicinamento che auspicava non riguardava, come una prima, odierna, lettura cristiana, new age o post-hippie potrebbe suggerire, l’abbattimento delle “barriere” e l’appiattimento egualitario dell’individuo, ma, al contrario, la differenziazione dell’uomo su base etica, politica e spirituale; avvicinare il lontano oriente escludendo l’avvicinamento spirituale sarebbe inutile, e avvicinandoli scopriremmo che anche loro hanno le stesse nostre radici che, fra l’altro, sono quelle indoeuropee: rispetto della tradizione e rispetto degli avi, vivere nella società costituita nel rispetto della Comunità, avere come unica opzione la verità e disprezzare la menzogna, senso della gerarchia e rispetto del capo, abnegazione e impersonalità attiva nel fare il proprio dovere per la Patria, avere una salda componente sacra. Allora, e solo allora, ci sentiremmo più fratelli di molti orientali che di molti connazionali. Una sorta di proto-razzismo spirituale evoliano, se vogliamo.

Probabilmente, è proprio grazie a lui, da molti definito giustamente come primo orientalista italiano, se noi, oggi, abbiamo la consapevolezza di cosa possano essere state le antiche dottrine arie diffuse, più di recente, da autori che sono suoi “figli” spirituali: Pio Filippani Ronconi e Julius Evola. Il filo che lega Carlo Formichi a questi nomi a noi più noti è presto svelato: l’esploratore del fascismo Giuseppe Tucci, considerato anche il più grande tibetologo del mondo, fu suo allievo. Da lui apprese la storia, la politica e la dottrina delle religioni orientali, si formò sulla immensa mole di libri scritti da Formichi fino ad arrivare, nel 1933, a fondare insieme a Giovanni Gentile, l’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, la cui biblioteca vanta circa 180,000 volumi, all’interno del quale lo stesso Tucci formerà Pio Filippani Ronconi. Evola lo ricorda nel suo libro Oriente e Occidente a proposito della missione “dell’illustre sanscritista Carlo Formichi, vice-presidente della Reale Accademia d’Italia, in Giappone, dove questi, nell’estate del 1939, nella veste di inviato di un popolo amico, venne calorosamente ricevuto dal Tennō”. Inoltre, è ragionevole pensare che la maggior parte degli indoeuropeisti e studiosi di civiltà solari (India, Iran e Giappone) dello scorso secolo si siano formati se non su tutte, su una buona parte delle sue ricerche e delle sue numerose pubblicazioni, data sia la scarsità di materiale disponibile che la difficoltà nel reperire traduzioni di dottrine politiche e spirituali. Carlo Formichi ha reso possibile, fra i primi, il ricongiungimento non infondato e illegittimato, ma fondato e accademico, di questi mondi che, nel corso degli ultimi due millenni, si erano allontanati, arrivando quasi a non comunicare più pur avendo una radice in comune, quella delle popolazioni indo-arie, che ora noi ben conosciamo anche grazie ad un lavoro di divulgazione e di ricerca dei suoi già citati allievi che ne hanno magistralmente saputo raccogliere l’eredità politica, filosofica, spirituale.

Guglielmo Pannullo



Geni italiani dimenticati: Carlo Formichi e quell'Oriente eroico che è in noi