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    Predefinito Contro i demagoghi delle “liste fiscali”: viva la Svizzera e il Liechtenstein

    Contro i demagoghi delle “liste fiscali”: viva la Svizzera e il Liechtenstein
    Oscar Giannino
    Lascia un commento Questo post farà girare le scatole a molti. A tutti coloro che invocano le manette agli evasori, cioè alla nettissima maggioranza, tra gli italiani. So di essere assolutamente minoritario io, a sdegnarmi tutti i giorni della propaganda messa in atto abilmente dall’Agenzia delle Entrate per creare consenso di massa alle pretese rapinatrici del fisco statale. Propaganda alla quale tutti i media – tutti, di qualunque orientamento – cedono volentieri, perché è ovvio che aumentano i lettori e gli ascoltatori, se li si pettina per il verso più facile, quello di presentare ogni giorno scandalosi dati e casi di evasori fiscali. Così è più facile ottenere l’obiettivo di far dimenticare a tutti il vero enorme e intollerabile scandalo: quanto e come lo Stato distrugga ricchezza, attraverso l’astronomico 48% di Pil a cui ammonta il totale delle sue entrate a vario e diverso titolo. per questo vi faccio una domanda fuori dai denti. Ma a voi stanno simpatici, Heinrich Kieber ed Hervé Falciani, i presunti erori che hanno girato ai grandi paesi europei le liste di presunti evasori annidati in banche di Paesi come Svizzera e Liechtenstein? A me, per niente. Per quanto mi riguarda, il loro posto è la galera. Non la bella vita che stanno conducendo protetti da servizi segreti e polizia in amene località marine e montane. Il loro merito, agli occhi dei grandi Stati europei che gli hanno anche allungato quasi 5 milioni di euro a testa? E’ semplice. Hanno volgarmente tradito le aziende per cui lavoravano, e la fiducia di migliaia di clienti che a quelle aziende si affidavano. Ma lo hanno fatto per una scelta cinica che si è rivelata giusta: hanno capito che, nella crisi, economica e finanziaria, gli Stati si sarebbero comportati come dei lupi famelici. E ora Kieber, Falciani e almeno un altro paio di colleghi i cui nomi non sono ancora noti, se la godono contenti. Mntre migliaia di cittadini e imprenditori incolpevoli subiscono grazie a loro brutali linciaggi mediatici, pur essendo in piena regola con le leggi tributarie. Come è appena capitato in Italia alla famiglia Aleotti, industriali farmaceutici proprietari della Menarini. Gettati tra le fauci avide del giustizialismo tributario italiano con titoloni sparati sui 475 milioni di euro all’estero. Aggiungendo sono in piccolo all’ultima riga, per i pochi che se ne sono ricordati, che i denari in questione sono perfettamente in regola e sono puntualmente rientrati con lo scudo-Tremonti.

    Quale abietto rivolgimento della legge e dell’ordine è avvenuto, se dei criminali godono oggi della riconoscenza statale, mentre le vittime dei loro reati se la devono vedere con Procure e roghi mediatici? Purtroppo, la storia dimostra che gli Stati sono sempre affamati di entrate fiscali. Nella crisi, la loro fame è cresciuta a livelli record. L’evasione fiscale era una tiritera di solito riservata alla politica e al dibattito pubblico italiano e greco. Ma da due anni a questa parte, si scopre una verità scomoda e che in Italia molti tentano ancora di negare, e cioè che l’evasione fiscale – io preferisco parlare di autoprotezione dalle esose pretese statali, quando avviene attraverso tutte le armi previste dalla concorrenza degli ordinamenti fiscali internazionali – non è affatto una prerogativa italiana, ma è diffusissima ovunque. E’ allora che sono entrati in campo i colleghi in mezzo mondo di Attilio Befera, il brillantissimo capo dell’Agenzia delle Entrate italiane, che dall’inizio della crisi sta battendo tutti i record di accertamenti fiscali e di individuazione di redditi sottratti al fisco, e ci riesce malgrado il maxi scudo di rientro dei capitali varato nell’autunno 2009 e protratto fino all’aprile scorso, grazie al quale sono stati regolarizzati oltre 100 dei circa 550 miliardi di capitali italiani stimati in “Paesi sospetti”.

    Ma naturalmente, i Paesi che fino al 2008 quasi non esistevano sui media internazionali se digitavate “evasione fiscale”, hanno deciso che se guerra all’evasione doveva essere per tagliare meno spesa pubblica, allora doveva trattarsi di guerra vera. Non la faticosissima trafila del redditometro italiano, milioni di dati presuntivi sugli indicatori di reddito disponibile da processare per arrivare poi a migliaia di ispezioni in uffici di professionisti, lavoratori autonomi e aziende. O gli inollerabili studi di settore, che aspettano ancora di essere aggiornati ai dati della crisi e alle curve di costo territoriali – lo Stato è rapido a promettere, lentissimo a mantenere, solo le tasse le vuole tutte e subito quando dice lui – col risukltato che quest’anno oltre il 50% dei soggetti sottoposti risuklteranno “non congrui”.

    No, Germania e Francia hanno scelto una via diversa. La guerra moderna nasce dai testi di Clausewitz e dalle vittorie di Napoleone. Entrambi predicano velocità e fini anteposti ai mezzi. E’ per questo, che tedeschi e francesi hanno deciso di non andare per il sottile. Hanno fatto scendere in campo i loro servizi segreti, i meglio indicati per individuare in poche settimane i traditori al miglior offerente delle banche per cui lavorano. Kieber e Falciani rappresentano un classico, sotto questo profilo. Quarantadue anni il primo e trentotto il secondo, avevano puntualmente tentato di vendere a banche concorrenti il database che avevano illegalmente trafugato relativo a migliaia di clienti degli istituti per cui lavoravano, addetti a delicate procedure informatiche. Succede regolarmente: non è che le funzioni di security tecnologica dei database “sensibili” portino a brutte tentazioni solo nelle società telefoniche italiane, come avvenne col caso Tavaroli. Polizie e servizi occidentali hanno le liste di tutti coloro che sono addetti a tali funzioni, e quando iniziano a fare strani viaggi all’estero per incontrare emissari della concorrenza e provare a vendere i dati per la cui riservatezza sono pagati, è un giochetto intervenire, minacciare di sbatterli in galera per uno dei tanti articoli del codice che stanno violando, e convincerli a dare ai servizi stessi ciò che avevano trafugato. E’ esattamente quel che i tedeschi del BND hanno fatto con Kieber, assicurandosi una lista di oltre 15 mila clienti che detenevano oltre 130 miliardi di euro presso veicoli finanziari creati e amministrati dalla LGT in Lichtenstein, e quel che i servizi francesi hanno fatto con Falciani, che se la spassa in Costa Azzurra avendo girato loro dati e consistenze di decine di migliaia di clienti della sede centrale di Ginevra del colosso HSBC, l’ottava banca mondiale britannica di nome e mezza cinese ormai di fatto. Oltre quattro milioni a testa, questo il prezzo del loro tradimento di Stato. Che vale a Falciani anche l’aggiunta di quanto ricava per sospiratissime interviste sui migliori giornali continentali, colloqui in cui si spaccia per benefattore dell’umanità e non risponde sul perché e il percome i servizi francesi lo avessero messo nel mirino dopo un abboccamento a vuoto a Beirut a nome di istituti di credito concorrenti al suo, proprio per metterne alla prova la determinazione alla frode.

    I valori e i delitti cambiano, al mutare delle circostanze. Capita così che Padre Dante riservasse ai traditori di chi si fida il nono cerchio dell’Inferno e il gelo eterno del Cocito, cioè la parte più profonda a simboleggiarne una nefandezza ben più grave di quella di incontinenti e ladri, simoniaci e barattieri. Ai tempi nostri, lo Stato si fa volentieri Dio e manda i traditori in Paradiso. Con l’imbarazzo di dover ammettere di avere nel corso di una medesima vicenda cambiato drasticamente idea. È quello che avviene per esempio in queste settimane in Germania. Dove il Land dello Schleswig Holstein ha deciso di aggiungere anche la propria iniziativa a quella dei servizi federali, e si è offerto di comprare una nuova lista di evasori presunti da un funzionario infedele della LLB, un’altra banca sempre del Liechtenstein. Il piccolo particolare è che la banca del principato aveva denunciato il furto tre anni fa, e allora le autorità federali germaniche avevano pienamente cooperato al recupero dei dati, costato 9 milioni di euro alla banca per il riscatto, nonché alla successiva condanna presso un tribunale tedesco del traditore medesimo, per la bellezza di 5 anni e 3 mesi. Si capisce bene che risulta un po’ difficile giustificare come 3 soli anni fa si finisse per anni in carcere, per lo stesso delitto che viene oggi indotto, strapagato e glorificato dai servizi segreti del medesimo Paese.

    Non solo in Italia, i media hanno potentemente contribuito coi loro titoloni alla campagna propagandistica su queste liste che il fisco nazionale tedesco e francese, italiano e britannico hanno alimentato, al fine di assicurare dovunque consenso alle pressioni fiscali in aumento. Con risultati in realtà abbastanza diversi. Il Regno Unito si è attenuto alla regola che il Revenue and Custom Service dovesse istruire regolari istruttorie, senza poter contare sulla valenza probatoria dei dati giunti da liste che Francia e Germania hanno condiviso con gli altri Paesi OCSE. Francia e Germania hanno usato il pugno di ferro, tagliando la testa a capi di grandi aziende come le Poste germaniche. In Italia, la parte nazionale della lista Kieber è stata distribuita all’inizio tra ben 23 Procure: ma le eventuali ipotesi di reato erano comunque pressoché sempre prescritte, e in ogni caso la provenienza illecita dei dati ha portato ad archiviazioni di massa. Ci hanno pensato Befera e i suoi, a integrare coi nomi delle liste i 170 Paperoni italiani sconosciuti e nel mirino dal 2009 di accertamenti straordinari, e i circa 30 mila sospettati di attività finanziaria non in regole nei paradisi societari.

    Il vero risultato è ciò che gli Stati si proponevano sin dall’inizio, oltre al consenso mediatico delle opinioni pubbliche: indurre il principato del Liechtenstein a smontare circa 15 mila tra Anstatlt e Stiftung, i veicoli fiduciari inventati ai tempi di Weimar da due geni benemeriti della finanza europea antistatalista, Wilhelm Beck ed Heinrich Kuntze; indurre la svizzera UBS a consegnare agli americani – che non hanno pagato nulla – migliaia di nomi di clienti statunitensi, mentre Credit Suisse e altri grandi istituti sono stati costretti a un giro di vite dopo il caso HSBC. In piccolo, l’Italia ha mostrato e mostra i denti a San Marino. Era la concorrenza di piccoli Paesi che assicurano la riservatezza dei dati e hanno poche pretese fiscali, a dare davvero fastidio ai grandi dissipatori di denari dei contribuenti. E questo obiettivo, dopo 80 anni di acquiescienza, è stato raggiunto dai grandi Paesi europei con maggior efficacia del falò d’immagine riservato ai presunti evasori. Riflettete su questo, voi tanti scandalizzati permanenti che credete davvero alla favola che le tasse si possano abbassare solo quando l’ultimo evasore sarà stanato: è una frottola gigantesca, perché ogni euro recuperato fa solo aumentare la pressione fiscale complessiva e non fa scendere la pressione su di me e tanti di voi che le imposte le pagate regolarmente.

    Per quanto mi riguarda, se il governo come sembra andrà a carte quarantotto tra accuse reciproche a chi è più puttaniere e raggiratore – un dibattito che a me ispira complessivamente ormai puro ribrezzo, e che descrive l’orizzonte etico-culturale di questi leader e dei loro accoliti – bisognerà che qualcuno ricordi con tutta la durezza del caso che non è più degno di alcuna fiducia, chi da tanti anni ha preso i voti con la promessa di abbassare le tasse, per poi far regolarmente aumentare la pressione fiscale. non c’è chiacchiera contro gli evasori


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    Predefinito Rif: Contro i demagoghi delle “liste fiscali”: viva la Svizzera e il Liechtenstein

    Citazione Originariamente Scritto da Phileas Visualizza Messaggio
    Contro i demagoghi delle “liste fiscali”: viva la Svizzera e il Liechtenstein
    Oscar Giannino
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    Quale abietto rivolgimento della legge e dell’ordine è avvenuto, se dei criminali godono oggi della riconoscenza statale, mentre le vittime dei loro reati se la devono vedere con Procure e roghi mediatici? Purtroppo, la storia dimostra che gli Stati sono sempre affamati di entrate fiscali. Nella crisi, la loro fame è cresciuta a livelli record. L’evasione fiscale era una tiritera di solito riservata alla politica e al dibattito pubblico italiano e greco. Ma da due anni a questa parte, si scopre una verità scomoda e che in Italia molti tentano ancora di negare, e cioè che l’evasione fiscale – io preferisco parlare di autoprotezione dalle esose pretese statali, quando avviene attraverso tutte le armi previste dalla concorrenza degli ordinamenti fiscali internazionali – non è affatto una prerogativa italiana, ma è diffusissima ovunque. E’ allora che sono entrati in campo i colleghi in mezzo mondo di Attilio Befera, il brillantissimo capo dell’Agenzia delle Entrate italiane, che dall’inizio della crisi sta battendo tutti i record di accertamenti fiscali e di individuazione di redditi sottratti al fisco, e ci riesce malgrado il maxi scudo di rientro dei capitali varato nell’autunno 2009 e protratto fino all’aprile scorso, grazie al quale sono stati regolarizzati oltre 100 dei circa 550 miliardi di capitali italiani stimati in “Paesi sospetti”.

    Ma naturalmente, i Paesi che fino al 2008 quasi non esistevano sui media internazionali se digitavate “evasione fiscale”, hanno deciso che se guerra all’evasione doveva essere per tagliare meno spesa pubblica, allora doveva trattarsi di guerra vera. Non la faticosissima trafila del redditometro italiano, milioni di dati presuntivi sugli indicatori di reddito disponibile da processare per arrivare poi a migliaia di ispezioni in uffici di professionisti, lavoratori autonomi e aziende. O gli inollerabili studi di settore, che aspettano ancora di essere aggiornati ai dati della crisi e alle curve di costo territoriali – lo Stato è rapido a promettere, lentissimo a mantenere, solo le tasse le vuole tutte e subito quando dice lui – col risukltato che quest’anno oltre il 50% dei soggetti sottoposti risuklteranno “non congrui”.

    No, Germania e Francia hanno scelto una via diversa. La guerra moderna nasce dai testi di Clausewitz e dalle vittorie di Napoleone. Entrambi predicano velocità e fini anteposti ai mezzi. E’ per questo, che tedeschi e francesi hanno deciso di non andare per il sottile. Hanno fatto scendere in campo i loro servizi segreti, i meglio indicati per individuare in poche settimane i traditori al miglior offerente delle banche per cui lavorano. Kieber e Falciani rappresentano un classico, sotto questo profilo. Quarantadue anni il primo e trentotto il secondo, avevano puntualmente tentato di vendere a banche concorrenti il database che avevano illegalmente trafugato relativo a migliaia di clienti degli istituti per cui lavoravano, addetti a delicate procedure informatiche. Succede regolarmente: non è che le funzioni di security tecnologica dei database “sensibili” portino a brutte tentazioni solo nelle società telefoniche italiane, come avvenne col caso Tavaroli. Polizie e servizi occidentali hanno le liste di tutti coloro che sono addetti a tali funzioni, e quando iniziano a fare strani viaggi all’estero per incontrare emissari della concorrenza e provare a vendere i dati per la cui riservatezza sono pagati, è un giochetto intervenire, minacciare di sbatterli in galera per uno dei tanti articoli del codice che stanno violando, e convincerli a dare ai servizi stessi ciò che avevano trafugato. E’ esattamente quel che i tedeschi del BND hanno fatto con Kieber, assicurandosi una lista di oltre 15 mila clienti che detenevano oltre 130 miliardi di euro presso veicoli finanziari creati e amministrati dalla LGT in Lichtenstein, e quel che i servizi francesi hanno fatto con Falciani, che se la spassa in Costa Azzurra avendo girato loro dati e consistenze di decine di migliaia di clienti della sede centrale di Ginevra del colosso HSBC, l’ottava banca mondiale britannica di nome e mezza cinese ormai di fatto. Oltre quattro milioni a testa, questo il prezzo del loro tradimento di Stato. Che vale a Falciani anche l’aggiunta di quanto ricava per sospiratissime interviste sui migliori giornali continentali, colloqui in cui si spaccia per benefattore dell’umanità e non risponde sul perché e il percome i servizi francesi lo avessero messo nel mirino dopo un abboccamento a vuoto a Beirut a nome di istituti di credito concorrenti al suo, proprio per metterne alla prova la determinazione alla frode.

    I valori e i delitti cambiano, al mutare delle circostanze. Capita così che Padre Dante riservasse ai traditori di chi si fida il nono cerchio dell’Inferno e il gelo eterno del Cocito, cioè la parte più profonda a simboleggiarne una nefandezza ben più grave di quella di incontinenti e ladri, simoniaci e barattieri. Ai tempi nostri, lo Stato si fa volentieri Dio e manda i traditori in Paradiso. Con l’imbarazzo di dover ammettere di avere nel corso di una medesima vicenda cambiato drasticamente idea. È quello che avviene per esempio in queste settimane in Germania. Dove il Land dello Schleswig Holstein ha deciso di aggiungere anche la propria iniziativa a quella dei servizi federali, e si è offerto di comprare una nuova lista di evasori presunti da un funzionario infedele della LLB, un’altra banca sempre del Liechtenstein. Il piccolo particolare è che la banca del principato aveva denunciato il furto tre anni fa, e allora le autorità federali germaniche avevano pienamente cooperato al recupero dei dati, costato 9 milioni di euro alla banca per il riscatto, nonché alla successiva condanna presso un tribunale tedesco del traditore medesimo, per la bellezza di 5 anni e 3 mesi. Si capisce bene che risulta un po’ difficile giustificare come 3 soli anni fa si finisse per anni in carcere, per lo stesso delitto che viene oggi indotto, strapagato e glorificato dai servizi segreti del medesimo Paese.

    Non solo in Italia, i media hanno potentemente contribuito coi loro titoloni alla campagna propagandistica su queste liste che il fisco nazionale tedesco e francese, italiano e britannico hanno alimentato, al fine di assicurare dovunque consenso alle pressioni fiscali in aumento. Con risultati in realtà abbastanza diversi. Il Regno Unito si è attenuto alla regola che il Revenue and Custom Service dovesse istruire regolari istruttorie, senza poter contare sulla valenza probatoria dei dati giunti da liste che Francia e Germania hanno condiviso con gli altri Paesi OCSE. Francia e Germania hanno usato il pugno di ferro, tagliando la testa a capi di grandi aziende come le Poste germaniche. In Italia, la parte nazionale della lista Kieber è stata distribuita all’inizio tra ben 23 Procure: ma le eventuali ipotesi di reato erano comunque pressoché sempre prescritte, e in ogni caso la provenienza illecita dei dati ha portato ad archiviazioni di massa. Ci hanno pensato Befera e i suoi, a integrare coi nomi delle liste i 170 Paperoni italiani sconosciuti e nel mirino dal 2009 di accertamenti straordinari, e i circa 30 mila sospettati di attività finanziaria non in regole nei paradisi societari.

    Il vero risultato è ciò che gli Stati si proponevano sin dall’inizio, oltre al consenso mediatico delle opinioni pubbliche: indurre il principato del Liechtenstein a smontare circa 15 mila tra Anstatlt e Stiftung, i veicoli fiduciari inventati ai tempi di Weimar da due geni benemeriti della finanza europea antistatalista, Wilhelm Beck ed Heinrich Kuntze; indurre la svizzera UBS a consegnare agli americani – che non hanno pagato nulla – migliaia di nomi di clienti statunitensi, mentre Credit Suisse e altri grandi istituti sono stati costretti a un giro di vite dopo il caso HSBC. In piccolo, l’Italia ha mostrato e mostra i denti a San Marino. Era la concorrenza di piccoli Paesi che assicurano la riservatezza dei dati e hanno poche pretese fiscali, a dare davvero fastidio ai grandi dissipatori di denari dei contribuenti. E questo obiettivo, dopo 80 anni di acquiescienza, è stato raggiunto dai grandi Paesi europei con maggior efficacia del falò d’immagine riservato ai presunti evasori. Riflettete su questo, voi tanti scandalizzati permanenti che credete davvero alla favola che le tasse si possano abbassare solo quando l’ultimo evasore sarà stanato: è una frottola gigantesca, perché ogni euro recuperato fa solo aumentare la pressione fiscale complessiva e non fa scendere la pressione su di me e tanti di voi che le imposte le pagate regolarmente.

    Per quanto mi riguarda, se il governo come sembra andrà a carte quarantotto tra accuse reciproche a chi è più puttaniere e raggiratore – un dibattito che a me ispira complessivamente ormai puro ribrezzo, e che descrive l’orizzonte etico-culturale di questi leader e dei loro accoliti – bisognerà che qualcuno ricordi con tutta la durezza del caso che non è più degno di alcuna fiducia, chi da tanti anni ha preso i voti con la promessa di abbassare le tasse, per poi far regolarmente aumentare la pressione fiscale. non c’è chiacchiera contro gli evasori


    CHICAGO BLOG » Contro i demagoghi delle “liste fiscali”: viva la Svizzera e il Liechtenstein
    Dalla Svizzera...Grazie! Nessun Paese è perfetto, però... Dalla Germania, dopo vari mesi di mene antisvizzere, si è cambiato registro. La Svizzera rimane uno Stato sempre più attrattivo, dai salari elevatissimi, dove è bello lavorare. E dalla Germania si esportano capitali in CH come non mai. La differenza è che è, questa volta, di capitali dichiarati al fisco.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Contro i demagoghi delle “liste fiscali”: viva la Svizzera e il Liechtenstein

    Citazione Originariamente Scritto da rex Visualizza Messaggio
    Dalla Svizzera...Grazie! Nessun Paese è perfetto, però... Dalla Germania, dopo vari mesi di mene antisvizzere, si è cambiato registro. La Svizzera rimane uno Stato sempre più attrattivo, dai salari elevatissimi, dove è bello lavorare. E dalla Germania si esportano capitali in CH come non mai. La differenza è che è, questa volta, di capitali dichiarati al fisco.
    Tranquillo, ora rompono su altre cose, tipo gli accordi bilaterali...
    Comunque è vero. Passati i vari scudi, i capitali stanno tornando. Alla faccia dei vari svuotatori di caverne di Alì Babà. :sofico:

 

 

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