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Oggi il Senatùr invoca la piazza contro gli esecutivi non legittimati dal voto popolare. Ma qualche anno fa ne ha sostenuto uno, e invocati a bizzeffe.

“Venti milioni pronti a scendere in piazza”. Umberto Bossi non evoca le baionette, le valli bergamasche e i proiettili che costano pochi centesimi, ma anche stavolta è pronto ad agitare il fantasma della sollevazione popolare nel caso in cui il presidente della Repubbica desse l’incarico di formare un nuovo governo a un tecnico. Una posizione politica, che però, come spesso capita, ha il difetto di scontrarsi con la storia: quella abbastanza recente, e che ha visto proprio il Senatùr appoggiare un governo tecnico, e non avere per niente fretta di andare al voto dopo la caduta del governo formato dopo le elezioni

SCIOGLIMENTO ANTICIPATO – Dice Gianfranco Pasquino al Velino: “Ha ragione Napolitano a irritarsi quando ascolta affermazioni che dimostrano soltanto la scarsa o nulla conoscenza della Costituzione, ma, se vogliono lo scioglimento anticipato, possono essere gli stessi berlusconiani a votare contro il loro governo. Lo fecero i democristiani nella primavera del 1987 e ottennero lo scioglimento che volevano”. Non esiste, comunque, a Costituzione vigente, nessun mandato popolare anche se gli elettori hanno votato per una coalizione su schede che portavano la scritta “Berlusconi Presidente”. Questo e’ un elemento di cui tenere politicamente grande conto, ma costituzionalmente quasi irrilevante, aggiunge Pasquino. La sua interpretazione rigida rischierebbe, fra l’altro, di portare allo scioglimento di un Parlamento nel quale continui ad esistere una maggioranza che, per qualsiasi ragione, si trovi costretta a cambiare il leader che l’ha portata alla vittoria elettorale (come fecero i conservatori con la Sig.ra Thatcher nel 1990 e i laburisti con Tony Bliar nel 2007: entrambi Primi ministri di enorme potere politico).

I BEI TEMPI DEL GOVERNO DINI – Rimane molto curioso, a riprova dell’opportunismo di politici vecchi e nuovi, che Bossi e i suoi si dimentichino di avere prima, nel dicembre 1994, fatto cadere Berlusconi, con il quale erano in coalizione e avevano vinto le elezioni, poi, gennaio 1995, di avere sostenuto il governo Dini, esemplare non solo istituzionale, ma anche trasformista.L’esecutivo guidato dall’ex ministro del Tesoro di Berlusconi è stato in carica dal 17 gennaio 1995 al 17 maggio 1996, per un totale di 486 giorni, ovvero 1 anno e 4 mesi. È stato il primo e finora unico governo della storia repubblicana interamente composto da esperti e funzionari non appartenenti al Parlamento. All’epoca si poteva ammirare un fantastico Roberto Maroni d’annata che diceva: “Dini ha detto che i quattro punti del governo sono priorita’ , non che esauriscono il suo mandato. Mi sembra che il suo programma complessivo sia quello di un governo di legislatura. Un po’ equivoco? Cosi’ almeno “rischia” di essere un governo di tutti”. E Bossi rispondeva: “Questa e’ un’ occasione storica per le riforme. Un vero programma esposto con precisione millimetrica. Non come quello di Berlusconi che era confuso, comiziale, senza specificazioni programmatiche. Un discorso, quello di Dini, da vero presidente del Consiglio. Lui e’ un liberale classico, ha toccato il punto chiave, le privatizzazioni, necessarie per il passaggio ad uno Stato non piu’ padrone”.

Non solo: quando Dini esaurì il mandato, c’era chi chiedeva il bis. Indovinate chi? Ma sempre Bossi, che diamine: “la situazione e’ fluida; in molti cominciano ad avvertire che si devono fare le regole. Bisogna fare le riforme e le regole per cambiare tutte le cose che ancora mancano, se non si vuole andare al voto nelle stesse condizioni dell’ altra volta. Insomma serve un governo per fare le regole”.

E MICA SOLO BOSSI – L’opportunismo abita, naturalmente, anche nel centro-sinistra, come ricorda Pasquino. Alti, e fuori luogo, si levarono gli strilli dei prodiani quando, su una infelice e inutile richiesta di voto di fiducia, Prodi venne battuto nell’ottobre 1998: “scioglimento, scioglimento; alle urne, alle urne!”. Ferma, pacata e costituzionale, fu la coerente risposta del Presidente Scalfaro, certo non un nemico, gia’ si sapeva “da che parte” stava: “No”. Quando c’e', e allora c’era, un’altra maggioranza operativa, con un voto di fiducia da’ vita ad un governo perfettamente in regola con la Costituzione. Avanti, dunque, con il governo D’Alema. Oggi, ovviamente, la Lega ha cambiato idea, per convenienza. Da Pontedilegno, il leader leghista aggiunge l’ironia: “I governi tecnici sono come l’anguria: verdi fuori e rossi dentro”. Bossi ha parlato al tradizionale comizio di Ferragosto a Ponte di Legno, sopra un palco insieme al ministro Roberto Calderoli, il presidente del Piemonte Roberto Cota, il sottosegretario alla sanità Francesca Martini e il segretario della Lega nel Veneto Giampaolo Gobbo. Sul palco il Senatur ha improvvisato un duetto con Calderoli, chiedendogli, con un sorriso, cosa pensasse del governo tecnico. Calderoli ha risposto che “i governi tecnici sono tecnici fuori ma politici dentro, e grattano tutto il fondo del barile”. A questo punto Bossi ha ripreso la parola per dire che sono come l’anguria, e il ministro della Semplificazione è andato avanti aggiungendo che come l’anguria hanno i semi, “che devi sputare, e noi – ha aggiunto – continueremo a sputarli”. Intanto Lambertow, nel suo continuo girovagare, oggi è approdato di nuovo alla corte di Berlusconi. Facile che del Bossi suo sostenitore non si ricordi nemmeno lui.