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    Predefinito La Malfa in movimento negli anni della speranza



    Adolfo Battaglia e Ugo La Malfa - 1972





    di Adolfo Battaglia – Da A. Battaglia, “Né un soldo né un voto. Memoria e riflessioni dell’Italia laica”, Il Mulino, Bologna 2015, pp. 83-94.


    Fu molto movimentato il periodo che va dall’inizio del miracolo economico, metà anni Cinquanta, alla crisi dello sviluppo, primi anni Sessanta. In due legislature (1953-1963) si ebbero esattamente dieci governi, d’orientamento diverso e perfino opposto: da quello della svolta a destra verso i neofascisti, tentato da Fernando Tambroni, a quello della svolta a sinistra verso i socialisti realizzato da Amintore Fanfani, entrambi esponenti di punta della Democrazia cristiana. Però, chiunque abbia vissuto quel tempo ha soprattutto nella mente ciò che stava dietro le violente oscillazioni della politica: quella specie di grande “festa mobile”, come forse l’avrebbe chiamata Hemingway, che dominò un lungo e in largo la vita italiana e che in pochi anni cambiò il paese. Regimi alimentari, struttura dell’industria, carattere del cinema, mondo contadino, salari operai, ritmo di migrazioni, orientamenti della Chiesa, posizione della donna, ruolo della famiglia, diffusione della tv, moltiplicazione degli elettrodomestici, paesaggio, musica leggera, uso popolare dell’automobile… Quasi tutto in Italia fu soggetto a una scossa. Ne nacque una sorta di accelerazione collettiva della società, in molti una speranza, quasi un’inedita volontà di vivere. Nel 1960 l’Italia organizzò niente male le Olimpiadi e vinse non poche medaglie.
    Gli storici parlano di boom, o di “straordinaria trasformazione economico-sociale”, e i dati della crescita sono in effetti sorprendenti[1]. Ma c’era anche qualcosa di ben diverso dai dati economici, ed è curioso che non si sia spesso riconosciuta la cifra morale del periodo. Che cosa significavano quella tensione, quella febbre, quell’attitudine creativa, quella disponibilità a muoversi, ad agire, a inventare? Che cosa sottintendevano quella volontà e quella speranza che rimescolarono il paese? In definitiva, un’idea molto semplice: che forse ci si poteva scrollare di dosso l’arretratezza, cominciare a vivere la modernità, migliorarsi la vita, smetterla con la miseria materiale e morale. Fu in Italia il momento più intenso del cinquantennio repubblicano. Qualcosa di simile, per ricorrere a un paragone, alle grandi onde di energia che si sono sprigionate in paesi poveri come la Cina o l’India e che parlano anzitutto della volontà di riscatto da una condizione crocifissa. In un contesto del tutto diverso, e per motivi differenti, quell’onda si era manifestata alla fine dei Cinquanta in Italia, riecheggiando le attese emerse dopo la Liberazione.
    I sentimenti che pervasero l’Italia non si fondavano su particolari elaborazioni: erano, come dire, di carattere elementare. E il problema di portare a sintesi politica il vitale tumulto della nazione non ricadde sull’intera classe politica ma sugli uomini che avevano maggiore consapevolezza della condizione italiana. Il significato profondo del centrosinistra era qui, nel suo collegamento con lo spirito della nazione. E, dopo una lunga e alterna battaglia, la svolta politica finalmente ci fu nel febbraio 1962 e si costituì il governo Fanfani-La Malfa. Programmaticamente, esprimeva una intenzione riformatrice di vasto rilievo, in sintonia, appunto, con le esigenze del paese. Politicamente, era l’apertura a un grande partito popolare come quello socialista, in più di mezzo secolo di storia mai entrato al governo. Fu una svolta che rafforzò la speranza.
    Marciammo tutti al galoppo, dunque, quando la Malfa diventò ministro del Bilancio. Obiettivo fondamentale della nuova coalizione di centrosinistra era la programmazione dello sviluppo economico e civile: ed era impresa immane, che implicava una rivoluzione delle concezioni, delle prassi, della struttura economico-sociale, dell’organizzazione dello Stato, delle forze sociali e civili da cui il paese era stato dominato. La realizzazione di questo compito eccezionale era stata affidata a chi per primo aveva lavorato per il centrosinistra e rappresentava ormai l’anima stessa della sinistra democratico-laica. Gli occhi erano puntati dunque non solo sulla nazionalizzazione del monopolio elettrico, che malgrado enormi resistenze era ormai scontata, ma anche sull’incognita rappresentata dall’azione del leader repubblicano alla testa del suo ministero.
    Il ministero del Bilancio e della Programmazione economica, però, non esisteva. Quello che ereditammo dai precedenti governi era composto di tre soli funzionari (in verità di valore) e da alcuni impiegati amministrativi. Lo staff di La Malfa che si insediò al Bilancio comprendeva, a sua volta, cinque persone. E se il ministero che doveva compiere la rivoluzione democratica era tutto qui, si capisce subito che non si trattava di un compito facile.
    Il ministro del Tesoro, il socialdemocratico Roberto Tremelloni, diede una mano a complicare le cose. Impedì di risolvere il problema strutturale sollevato da La Malfa per dotare il ministero di uno strumento essenziale alla programmazione dell’economia: lo spostamento della Ragioneria generale dello Stato dal Tesoro al Bilancio. Si cercò di ovviare al rifiuto di Tremelloni attraverso l’intesa amicale fra il nuovo capo dell’Ufficio legislativo del bilancio e il ragioniere generale dello Stato. Ma la simpatia che incontravamo nell’amministrazione pubblica dell’epoca (a parte la polizia, che pensò fosse il tempo giusto per sparare su una manifestazione politico-sindacale a Ceccano) ci fu ben dimostrata da un episodio di cui fu protagonista un oscuro impiegato del ministero. Si rifiutò di mandare un telegramma urgente da me preparato: e quando lo chiamai sostenne fermamente che le norme in vigore gli vietavano di farlo. Esigevano infatti, mi spiegò, che ogni telegramma fosse firmato personalmente dal ministro o, eccezionalmente, dal capo di Gabinetto. Certo, capiva che avevo anche la mia parte di ragione: dal ministero potevo fare tranquillamente un espresso, un’interurbana, una telefonata intercontinentale. Però un telegramma a spese del ministero, gli dispiaceva, ma la legge gli impediva di mandarlo.
    Nel gigantesco edificio di via XX Settembre ancor oggi chiamato popolarmente ministero delle Finanze, La Malfa si allocò nel grande salone in cui spiccava la scrivania che nell’Ottocento era stata di Quintino Sella. Gli fu messa accanto una formidabile centralina telefonica, ricca di bottoni misteriosi; e l’approccio a essa del nostro principale (come con affetto lo si chiamava fra noi) non si rivelò facilissimo. I suoi collaboratori presero invece possesso di poche stanze in un corridoio buio del primo piano; e si cominciò a lavorare sui ritmi del principale.
    Il gruppo era qualificato. Il capo di Gabinetto, Felice Di Falco, era uno dei direttori generali del ministero del Commercio con l’estero: un siciliano alto, sanguigno, dalla voce tonante, vecchio amico di Ugo. Antonio Maccanico divenne il capo dell’Ufficio legislativo, Tomaso Carini passò dall’Ufficio studi della Banca nazionale del lavoro all’incarico di consigliere economico. Il segretario particolare di La Malfa fu il segretario della Federazione giovanile del Pri, Pino Mazzotti, poi sostituito da Libero Gualtieri, sceso dalla Romagna repubblicana malgrado non fosse in perfetta salute per il polmone perso nel gelido inverno di lotta partigiana trascorso in montagna (sarà poi a capo dei senatori repubblicani e apprezzato presidente della commissione bicamerale d’inchiesta sulle stragi). Infine c’ero io all’Ufficio stampa: con un telefono, una automobile scassata guidata da un vecchio autista dai bei baffi bianchi, e una giovane segretaria, invero carina ma poco capace di scrivere a macchina. Più avanti fu ingaggiato Lino Jannuzzi, un giornalista allora noto più per i suoi debiti che per i suoi articoli (gli prestai anch’io un po’ di denaro, ma riuscii perfino a farmelo restituire). A rafforzare la segreteria del ministro furono poi chiamati Mario Del Vecchio, Gaetano Trombatore e il colonnello dei Carabinieri Luigi De Crescenzo (per le questioni di sicurezza). Più tardi venne Carla Voltolina, la giovane moglie di Sandro Pertini, ma Gualtieri non l’aveva in simpatia e la confinò nell’interrato del ministero.


    (...)



    [1] G. Mammarella, L’Italia contemporanea 1943-1998, Bologna, Il Mulino, 1998 parla di “Un secondo decollo dell’economia italiana”, dopo che “il primo aveva avuto luogo all’inizio del secolo”. Cfr. anche V. Vidotto, La nuova società, in G. Sabbatucci e V. Vidotto, Storia d’Italia, Milano, Laterza-Il Sole 24 Ore, 2010, vol. XI; N. Tranfaglia, La modernità squilibrata. Dalla crisi del centrismo al compromesso storico, in F. Barbagallo (a cura di), Storia dell’Italia repubblicana, Torino, Einaudi, 1994; C. Dau Novelli, Politica e nuove identità nell’Italia del miracolo, Roma, Studium, 1999.
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    Predefinito Re: La Malfa in movimento negli anni della speranza

    Con queste strutture si dovette affrontare un imprevisto. Si scaricò infatti su La Malfa un insieme di speranze, di richieste neglette, di attese deluse che ora domandavano risposta: e il ministro del Bilancio ne divenne, a livello di governo, il punto di riferimento (“Lei adesso è più popolare di me”, gli disse Moravia un giorno). Così il ministero fu obbligato a occuparsi di una quantità di cose tanto giuste quanto eterogenee. Una volta telefonò un grande urbanista, Luigi Piccinato, e chiese che si intervenisse sulla Fiat che in contrasto con ogni sano principio voleva costruire una officina di riparazioni sulla via Flaminia. Un’altra volta avemmo la pressione di attori e registi per ottenere la fine della censura e a firma La Malfa scrissi una bella lettera al ministro democristiano dello Spettacolo, Alberto Folchi. Ci si dovette occupare del “Giorno”, il giornale milanese finanziato dall’Eni, che intendeva pubblicare un’edizione romana e stava portando i disinteressati proprietari del “Messaggero” a schierarsi contro il governo. Arrivarono al ministero schiere di dirigenti dell’artigianato e della piccola industria, ansiosi di esporre i loro nuovi problemi che nessuno voleva sentire. Intervenimmo sul ministro dell’Interni per l’illegittima espulsione di donne antifasciste spagnole; sugli Archivi di Stato per la loro apertura a studiosi di Luigi Einaudi; sull’università di Roma circa lo sdoppiamento della cattedra di storia contemporanea. Eccetera.
    In compenso veniva spesso Licisco Magagnato, uno dei “piccoli maestri” della Resistenza descritti da Luigi Meneghello[1]: collaborò con Leo Valiani alla pubblicazione del volume di scritti economici di La Malfa[2], mentre Giuseppe Galasso preparava il volume sulla politica di programmazione[3].
    Per un paio di mesi, alla fine del 1962, La Malfa si impegnò anche in politica estera. Il generale de Gaulle frapponeva il suo veto all’ingresso britannico nella Cee e si lavorò a un piano che prevedeva di contrapporre l’intesa fra Italia e Gran Bretagna all’asse tra Germania e Francia[4]. A Parigi, in visita ufficiale, assistei sbalordito all’autentica intemerata fatta dal nostro ministro all’ambasciatore italiano, Manlio Brosio, il vecchio antifascista gobettiano che cercava di difendere la politica del generale. Da buon gentiluomo torinese si offese con distinzione e il giorno dopo chiese appoggio a La Malfa per la sua nomina a segretario generale della Nato.
    I giornali erano pieni di commenti sul piano La Malfa. Su “Le Monde” intervenne Maurice Duverger, in senso gollista. Si ebbero vari contatti diplomatici e a una vecchia amica antifascista, Ninetta Jucker, corrispondente da Roma del “Manchester Guardian”, fu anche affidata una specie di missione di contatto a Londra. Col presidente del Consiglio l’intesa fu immediata, non così col ministro degli Esteri, Attilio Piccioni. E La Malfa portò a Fanfani un dossier bruciante: a Bruxelles nella trattativa fra i paesi europei i delegati italiani si mostravano a parole favorevoli all’ingresso della Gran Bretagna ma operavano nei fatti per la posizione della Francia (l’ “Economist” li citò per nome e cognome).
    Dell’ingresso britannico nella Comunità si discuteva da tempo, nell’aperto dissenso tra la Francia, da una parte, e il Belgio e l’Olanda dall’altra. L’ambasciatore olandese venne al ministero, dopo quello inglese, e confidò che il capo del Quai d’Orsay, Couve de Murville, prevedeva una rottura della trattativa. In questa eventualità, domandò La Malfa, che cosa avrebbero fatto Olanda e Belgio? La franca risposta dell’ambasciatore – “Saremo con voi” – spinse sia il leader repubblicano sia il presidente del Consiglio a moltiplicare la pressione. Fu annunziato che il premier britannico Macmillan sarebbe venuto a Roma per colloqui col governo italiano; e che Fanfani si sarebbe recato a Washington. Furono invece snodi che si risolsero negativamente. Nella considerazione globale di tutte le questioni che si legavano al problema – politiche, militari ed economiche – a Washington e a Londra prevalse la cautela sull’audacia, come spesso avviene: e la questione fu rinviata a migliore occasione. Fu risolta poi, non felicissimamente, dopo parecchi anni. Ma nel frattempo aveva alimentato tanto il nazionalismo francese quanto quello inglese e pesato negativamente sulla costruzione dell’Europa.

    (...)


    [1] L. Meneghello, I piccoli maestri, Milano, Feltrinelli, 1964.

    [2] U. La Malfa, La politica economica in Italia 1949-1962, a cura di L. Magagnato, Milano, Comunità, 1963.

    [3] Id., Verso la politica di piano, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1962.

    [4] La battaglia antigollista del leader repubblicano è documentata nel volume di U. La Malfa, Contro l’Europa di de Gaulle, a cura di A. Battaglia, Milano, Comunità, 1965.
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    Predefinito Re: La Malfa in movimento negli anni della speranza

    Al presidente J.F. Kennedy, personalmente, avevamo da poco fatto giungere una nota sul significato del centrosinistra, ancora non ben visto negli Stati Uniti. Il tramite fu l’avvocato Alessandro D’Urso, un dirigente industriale legato a Gianni Agnelli, che aveva un accesso diretto alla Casa Bianca per la sua amicizia con Jacqueline. Aveva sottolineato a Di Falco l’opportunità di un indirizzo, e La Malfa mi disse all’ultimo momento di preparare una nota. Lavorai dunque fino a tarda notte e quando la mattina dopo andai da lui, mi presentò a D’Urso, un uomo charmant, alto, intelligente, aristocratico, sensitivo come possono esserlo i meridionali. La sua sorpresa nella presentazione mi fece capire chiaramente che mi considerava un po’ giovane per un incarico tanto delicato. Ci sedemmo dunque entrambi attendendo le osservazioni di La Malfa. Lui lesse attentamente la nota e la consegnò senz’altro a D’Urso dicendogli “Va bene”. Era una buona nota, fu portata negli Stati Uniti e forse ebbe anche qualche ascolto.
    Ricorda l’episodio il mio diario. Cominciato nel settembre, nulla invece può riportare sul fondamentale documento, scritto fra marzo e aprile 1962, in cui era tutto il senso del centrosinistra: la famosa “Nota aggiuntiva” alla “Relazione generale sulla situazione economica del paese” presentata dal ministro del Bilancio al Parlamento il 22 maggio. Costituiva un modo diverso di concepire lo sviluppo economico e civile del paese. Nell’economia di mercato, ma non secondo logiche di laissez faire. Con l’intervento dello Stato, ma non in una visione statalista. Era una vera e propria “terza via”, una concezione della vita economico-sociale di stampo puramente “democratico”.
    Quell’analisi veritiera dei problemi dello sviluppo italiano fece molta paura ai “padroni del vapore”, come Ernesto Rossi li chiamava. A sinistra, però, non fu “ricevuta” né dalla Cgil né dal Partito comunista. Il loro robusto pensiero era, in sostanza, che una riforma della società diretta da forze non marxiste era impossibile. La “Nota aggiuntiva” fu avversata dalla destra economica, consapevole della sua importanza riformatrice; ma fu ignorata dalla sinistra del movimento operaio e dalla cultura marxista per puro pregiudizio ideologico. A La Malfa sarebbe piaciuto il giudizio di Giorgio Napolitano, il quale nella sua autobiografia ne riconosce puntualmente l’importanza e ricorda la sua immediata adesione al documento, notando che avrebbe potuto essere fatto proprio dall’intera sinistra[1].
    In effetti il punto etico-politico della Nota Aggiuntiva era lo stesso che dal 1944 al 1969 caratterizzò la incompresa linea economica di La Malfa: il problema dell’occupazione e il riscatto del Mezzogiorno; e i nuovi mezzi messi a disposizione dalla cultura economica moderna per raggiungere quegli obiettivi. Un punto che trattò con passione proprio in occasione della commemorazione alla Camera, nel 1964, della figura di Palmiro Togliatti.
    La Nota era stata preparata da due autorità economiche come Pasquale Saraceno e La Malfa: con una coincidenza di analisi e di indicazioni prospettiche derivanti da una cultura economica largamente comune. Saraceno era stato installato in un grande salone al primo piano, adiacente allo studio di La Malfa, e Di Falco provvedeva all’organizzazione pratica del suo lavoro. Cominciarono a circolare al ministero Paolo Sylos Labini e Giorgio Fuà, nonché alcuni più giovani intellettuali, Giorgio Ruffolo, Luigi Spaventa, Sabino Cassese. Uno storico, Alberto Acquarone (assieme al quale scrissi in quell’anno il saggio introduttivo dell’Annuario politico italiano[2]), ci aggiornava stabilmente sulle pubblicazioni importanti del dibattito internazionale. Discussioni di fondo si svolgevano a casa di Elena Croce. L’atmosfera era frenetica, febbrile, c’era il senso di fare cose importanti e nuove. In poche settimane la Nota aggiuntiva fu pronta, stampata e discussa in Parlamento. Ed ebbe un tale impatto che subito si sparsero voci relative al dissenso di alcuni ministri e previsioni, addirittura, di una crisi di governo.
    Incurante dell’estate, La Malfa insediò in agosto la commissione nazionale di programmazione, la cui grande novità stava nel fatto che accanto ai migliori economisti italiani vi erano anche i rappresentanti delle maggiori organizzazioni economiche e sociali del paese. Il problema da affrontare era infatti l’equilibrio dello sviluppo, fondato sulla politica dei redditi e l’accumulazione e la destinazione prioritaria delle risorse. E il punto politicamente cruciale era che a identificare le scelte dello sviluppo non fossero solo i tecnici del governo ma anche i leader delle grandi forze sociali, da cui dipendeva un essenziale consenso alla modifica delle condizioni subalterne.
    La Malfa movimentò nuovamente la scena quando intervenne sulle più importanti vertenze sindacali di competenza del ministro del Lavoro; e il socialdemocratico Virginio Bertinelli non poco si risentì. Ma nel caso degli statali e dei metalmeccanici si trattava della ripartizione di rilevanti quote del reddito nazionale o del bilancio statale, il cui uso alternativo avrebbe influenzato in un modo o in un altro la vita economica del paese[3]. La mediazione del Bilancio mirava d’altra parte ad attenuare le preoccupazioni sulla crescita del tasso di inflazione che contratti stipulati al ministero del Lavoro avrebbero potuto determinare. Ebbe una parte Di Falco, nella cui casa i rappresentanti della Confindustria sottoscrissero un loro documento, contenente i punti riservatamente già convenuti da La Malfa con i sindacati.
    Al ministero parlavamo di queste cose tutti i giorni e ci sembravano di per sé evidenti. “La Voce Repubblicana” e “Il Mondo” fecero del loro meglio per alimentare il dibattito sulle nuove idee, che non erano affatto evidenti per il novantacinque per cento della classe politica e sindacale. Gli articoli della “Voce” erano naturalmente attribuiti a La Malfa e da lui ispirati, ma li scrivevo più spesso io che Tomaso Carini. Un lungo articolo, addirittura, fu vergato a quattro mani da me e Fabrizio Onofri – l’intellettuale comunista che Togliatti fece espellere nel 1956 e che dirigeva allora “Tempi moderni”. Sprecavamo tempo. I sindacati, impregnati delle teorie del conflitto, più che non capire non volevano sentire. Si espresse invece per intero la destra economica, che riteneva La Malfa un pericoloso statalista avversario dell’economia di mercato, e lo circondò di una campagna velenosa. Mentre la sinistra, con poche eccezioni, considerava La Malfa un astuto conservatore, la cui principale mira era quella di imbrigliare il dinamismo rivoluzionario delle classi lavoratrici. Erano posizioni patetiche, delle quali La Malfa vide bene i guai politici che avrebbero provocato.
    Quello fu comunque un bel periodo anche per la persona sotto la cui direzione lavoravamo. Una passione politica dirompente, ma anche senso dello humour, talora sarcasmo, e curiosità verso quasi tutto: l’industria, il teatro, il cinema, l’architettura, l’arte, la scuola, il design, la cucina… Era attento agli anziani, con un riguardo per la vecchia madre siciliana di cui non ricordo l’eguale. La giovinezza di La Malfa tra Palermo e Venezia era stata solitaria ed egli aveva l’ansia di riuscire a capire il modo di vivere dei giovani. Una sera volle andare al Piper, vicino a piazza Quadrata, il più famoso ritrovo giovanile di Roma. Era il tempo nel quale molti ne parlavano scandalizzati, come esempio del nuovo e troppo libero costume dei giovani.
    Entrammo al Piper verso mezzanotte con Anna Maria ed Elena Altieri, e andammo su una specie di balconata da cui si poteva osservare la sala. Restò sbalordito dallo spettacolo che non aveva immaginato: le centinaia di ragazzi e ragazze che ballavano in quella hall gigantesca muovendosi come volevano al ritmo di una musica assordante. Osservò a lungo senza parlare; poi, per così dire, si schierò: “giovani puliti”.
    Una sorta di competizione con gli elementi della natura costituiva una parte non indifferente del suo modo di essere. A oltre 70 anni, è noto, volle andare con una guida a scalare il monte Rosa. Ma amava ancora di più il mare. Nella buona stagione, partivamo ogni giorno dal ministero alle 13 e 30, con l’Alfa a due posti guidata da Antonio Maccanico. Andavamo verso Ostia a gran velocità e dal retro dell’auto, dove mi sistemavo alla meno peggio, percepivo il senso di quella mano costantemente fuori del finestrino, tutta aperta, che sfidava la spinta violenta dell’aria. Alla Casetta si mangiava qualcosa con Elena Altieri, si nuotava. La Malfa giocava a bocce con chiunque fosse disponibile a giocare con lui, poi alle 16 e 30 eravamo di nuovo al ministero.
    Andammo a Venezia a trovare Gino Luzzatto, il grande storico dell’economia che in quella città era stato suo maestro negli anni Venti. Lucidissimo, tutto bianco, con il lungo baffo destro ingiallito dal fumo del sigaro. L’università a Ca’ Foscari. Gli studenti antifascisti che frequentavano il campo di Santa Margherita nella zona popolare, e come si avvicinavano a San Marco venivano buttati in acqua dai fascisti. I ricordi erano toccanti. La violenza fascista a Venezia era rimasta impressa a entrambi, come violenza di classe, bruta, agraria, di figli di papà. E il senso della solidarietà popolare, e la preoccupazione per la povera gente non protetta, fu sempre la motivazione di fondo delle posizioni lamalfiane. Luzzatto gli era molto legato e quando, durante il fascismo, veniva portato in carcere a San Vittore – raccontava il fratello di Ugo, Renato – cominciava a sostenere con energia che se c’era lui doveva esserci anche La Malfa.
    Per altro verso, il rigore personale e la severità politica lo rendevano paragonabile a una figura risorgimentale. Una discussione tra lui e Maccanico sul rigore cui occorreva obbligare le nascenti regioni, mi commosse: era come incontrare un uomo della Destra storica. I suoi ricordi della lotta clandestina erano spesso ricchi di emozione. Ne erano impregnati i discorsi su Silvio Trentin a Venezia e su Giovanni Amendola a Napoli. Ma non è stato adeguatamente considerato, credo, l’interesse del suo primo incontro con De Gasperi, organizzato da Leone Cattani, durante il fascismo assai vicino a La Malfa. Avvenne a Roma in casa Cattani sul finire del 1942, quando il Partito d’azione si era già costituito. La Democrazia cristiana veniva invece organizzandosi e cercava la posizione politica più adatta ad assicurarsi la “successione cattolica” al fascismo cui molti nel mondo cattolico tendevano.
    Dal colloquio sortì il contrasto che per parecchi anni incise sul loro rapporto personale. De Gasperi conosceva bene gli orientamenti politici della Chiesa di Pio XII. Cercò dunque di convincere La Malfa della tesi che per sostituire Mussolini bisognava passare attraverso una fase di fascismo moderato allineato sulla monarchia (alla Segreteria di Stato vaticana si pensava, in effetti, come possibili successori di Mussolini, a Vittorio Emanuele Orlando, Caviglia o Federzoni[4]). Era la tesi opposta a quella che La Malfa e Tino avevano fissato per il Partito d’azione: il problema decisivo era lo scardinamento dello Stato monarchico-fascista attraverso la Repubblica come condizione di una democrazia moderna. Non poteva esserci dunque disaccordo maggiore fra i due futuri statisti. Parecchi anni dopo infatti, La Malfa giudicò inattendibile l’interpretazione della “proposta politica” di De Gasperi avanzata da Pietro Scoppola (e poi, in parte, ridimensionata da altri storici[5]). Sulle questioni brucianti della vita italiana, da quella costituzionale a quella di schieramento politico, la Dc non ebbe in effetti alcuna posizione precisa. De Gasperi aveva le sue idee, naturalmente: ma il perseguimento del suo disegno strategico implicava che il partito fosse fissato su posizioni che non ponessero ostacoli alla “successione” politica al fascismo.

    (...)



    [1] G. Napolitano, Dal Pci al socialismo europeo. Un’autobiografia politica, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 57-58.

    [2] L’Annuario politico italiano, di cui ero capo redattore, era un volume di 1.500 pagine, edito da Comunità, curato dal Centro italiano di ricerche e documentazione, Cird, diretto da Fabrizio Onofri. Costituiva la prima pubblicazione documentaria edita sulla politica in Italia. Aveva molti collaboratori esterni che sarebbero divenuti autorevoli storici o politologi. Nella redazione lavoravano Ennio Ceccarini, Vittorio Frenquellucci, Mario Caciagli, Orazio M. Petracca, Carla Pogliano Rodotà ed Emma Spreafico.

    [3] C. Napoleoni e A. Parisi, Politica economica, in Annuario politico italiano 1963, Milano, Comunità, 1963.

    [4] P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, Bologna, Il Mulino, 1977.

    [5] P. Craveri, De Gasperi, Bologna, Il Mulino, 2006.
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    Predefinito Re: La Malfa in movimento negli anni della speranza

    Il loro contrasto iniziale determinò per alcuni anni, pur nella stima reciproca, un giudizio diffidente di La Malfa verso Del Gasperi e una certa insofferenza di questi verso l’altro. Non erano, però, uomini che anteponessero problemi d’ordine personale a valutazioni obiettive. Il leader azionista-repubblicano sostenne decisamente quello democristiano quando il governo centrista iniziò una politica di riforme. E De Gasperi spalleggiò in modo decisivo La Malfa nel rivoluzionario provvedimento che nel 1951 liberalizzò gli scambi commerciali in anticipo su tutta l’Europa.
    Un’unica volta sentii La Malfa personalmente risentito. Raccontava che nel 1934 Raffaele Mattioli lo aveva chiamato all’Ufficio studi della Banca commerciale. Sperava di studiare e vivere a Milano con tranquillità; incontrò invece l’ostilità dei due maggiori responsabili dell’Ufficio: Antonello Gerbi, il brillante intellettuale, e Giovanni Malagodi, il futuro leader del liberalismo conservatore. Chiesero addirittura il suo licenziamento, motivandolo con l’inutilità della sua opera. Mattioli, con lungimiranza maggiore dei suoi amici, se ne guardò. Ma La Malfa ricordava con rabbia quella “cattiva azione”: “Ero appena sposato, ero perseguitato, ero stato in prigione. A Milano non conoscevo nessuno. L’accoglienza che mi fecero fu gelida. Una delle mie soddisfazioni è di aver preso a calci Malagodi in politica”. Finì invece con l’avere buoni rapporti con Gerbi: e subentrò a lui come capo dell’Ufficio studi quando Gerbi, dopo le leggi razziali del 1938, dovette emigrare perché a sua volta perseguitato, come ebreo.
    Un lontano episodio del viaggio in Cina del 1977 definisce bene un tratto cruciale dell’uomo oggi rimpianto. L’ambasciatore cinese a Roma aveva presentato La Malfa a Pechino come una personalità eminente, in grado di assumere nuovi incarichi rilevanti, a ogni livello. Nel corso del viaggio la dirigenza cinese, inizialmente ostile, ci riconobbe come “grandi amici della Cina” e come tali fummo ammessi a visitare anche il proibitissimo Tibet. Poi la visita proseguì a Nanchino per ammirare il mausoleo di Sun Yat-sen. Era un edificio colossale, altissimo, e i funzionari cinesi che ci accompagnavano invitarono con insistenza La Malfa a salire proprio lassù, in cima, dove era la statua del fondatore, quasi trecento scalini. In sostanza, era una prova fisica non meno che politica. Si poteva veramente contare su quell’uomo? La Malfa a quel tempo aveva 74 anni. Cominciò a salire col passo lento dei montanari, ben consapevole di che cosa si trattasse. Lo seguivo insieme con i cinesi. 100 gradini, 120, 140, 150. Adesso saliva più lentamente. 150, 170, 190, 200. Impassibile, continuava a salire in silenzio, ora però in modo un po’ più lento e incerto. 230. Ma c’era ancora da salire e cominciai a temere. Con un ultimo sforzo, fece anche l’ultima rampa. Era giunto in cima. Guardò in giù, quasi a vedere dall’alto che cosa aveva compiuto. I cinesi lo attorniarono, soddisfatti. Non fece alcun commento. Mi strinse brevemente il braccio e mi disse sottovoce: “Non ti arrendere mai”.


    Adolfo Battaglia


    https://www.facebook.com/notes/ugo-l...3259309496394/
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 

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