di Adolfo Battaglia – Da A. Battaglia, “Né un soldo né un voto. Memoria e riflessioni dell’Italia laica”, Il Mulino, Bologna 2015, pp. 83-94.
Adolfo Battaglia e Ugo La Malfa - 1972
Fu molto movimentato il periodo che va dall’inizio del miracolo economico, metà anni Cinquanta, alla crisi dello sviluppo, primi anni Sessanta. In due legislature (1953-1963) si ebbero esattamente dieci governi, d’orientamento diverso e perfino opposto: da quello della svolta a destra verso i neofascisti, tentato da Fernando Tambroni, a quello della svolta a sinistra verso i socialisti realizzato da Amintore Fanfani, entrambi esponenti di punta della Democrazia cristiana. Però, chiunque abbia vissuto quel tempo ha soprattutto nella mente ciò che stava dietro le violente oscillazioni della politica: quella specie di grande “festa mobile”, come forse l’avrebbe chiamata Hemingway, che dominò un lungo e in largo la vita italiana e che in pochi anni cambiò il paese. Regimi alimentari, struttura dell’industria, carattere del cinema, mondo contadino, salari operai, ritmo di migrazioni, orientamenti della Chiesa, posizione della donna, ruolo della famiglia, diffusione della tv, moltiplicazione degli elettrodomestici, paesaggio, musica leggera, uso popolare dell’automobile… Quasi tutto in Italia fu soggetto a una scossa. Ne nacque una sorta di accelerazione collettiva della società, in molti una speranza, quasi un’inedita volontà di vivere. Nel 1960 l’Italia organizzò niente male le Olimpiadi e vinse non poche medaglie.
Gli storici parlano di boom, o di “straordinaria trasformazione economico-sociale”, e i dati della crescita sono in effetti sorprendenti[1]. Ma c’era anche qualcosa di ben diverso dai dati economici, ed è curioso che non si sia spesso riconosciuta la cifra morale del periodo. Che cosa significavano quella tensione, quella febbre, quell’attitudine creativa, quella disponibilità a muoversi, ad agire, a inventare? Che cosa sottintendevano quella volontà e quella speranza che rimescolarono il paese? In definitiva, un’idea molto semplice: che forse ci si poteva scrollare di dosso l’arretratezza, cominciare a vivere la modernità, migliorarsi la vita, smetterla con la miseria materiale e morale. Fu in Italia il momento più intenso del cinquantennio repubblicano. Qualcosa di simile, per ricorrere a un paragone, alle grandi onde di energia che si sono sprigionate in paesi poveri come la Cina o l’India e che parlano anzitutto della volontà di riscatto da una condizione crocifissa. In un contesto del tutto diverso, e per motivi differenti, quell’onda si era manifestata alla fine dei Cinquanta in Italia, riecheggiando le attese emerse dopo la Liberazione.
I sentimenti che pervasero l’Italia non si fondavano su particolari elaborazioni: erano, come dire, di carattere elementare. E il problema di portare a sintesi politica il vitale tumulto della nazione non ricadde sull’intera classe politica ma sugli uomini che avevano maggiore consapevolezza della condizione italiana. Il significato profondo del centrosinistra era qui, nel suo collegamento con lo spirito della nazione. E, dopo una lunga e alterna battaglia, la svolta politica finalmente ci fu nel febbraio 1962 e si costituì il governo Fanfani-La Malfa. Programmaticamente, esprimeva una intenzione riformatrice di vasto rilievo, in sintonia, appunto, con le esigenze del paese. Politicamente, era l’apertura a un grande partito popolare come quello socialista, in più di mezzo secolo di storia mai entrato al governo. Fu una svolta che rafforzò la speranza.
Marciammo tutti al galoppo, dunque, quando la Malfa diventò ministro del Bilancio. Obiettivo fondamentale della nuova coalizione di centrosinistra era la programmazione dello sviluppo economico e civile: ed era impresa immane, che implicava una rivoluzione delle concezioni, delle prassi, della struttura economico-sociale, dell’organizzazione dello Stato, delle forze sociali e civili da cui il paese era stato dominato. La realizzazione di questo compito eccezionale era stata affidata a chi per primo aveva lavorato per il centrosinistra e rappresentava ormai l’anima stessa della sinistra democratico-laica. Gli occhi erano puntati dunque non solo sulla nazionalizzazione del monopolio elettrico, che malgrado enormi resistenze era ormai scontata, ma anche sull’incognita rappresentata dall’azione del leader repubblicano alla testa del suo ministero.
Il ministero del Bilancio e della Programmazione economica, però, non esisteva. Quello che ereditammo dai precedenti governi era composto di tre soli funzionari (in verità di valore) e da alcuni impiegati amministrativi. Lo staff di La Malfa che si insediò al Bilancio comprendeva, a sua volta, cinque persone. E se il ministero che doveva compiere la rivoluzione democratica era tutto qui, si capisce subito che non si trattava di un compito facile.
Il ministro del Tesoro, il socialdemocratico Roberto Tremelloni, diede una mano a complicare le cose. Impedì di risolvere il problema strutturale sollevato da La Malfa per dotare il ministero di uno strumento essenziale alla programmazione dell’economia: lo spostamento della Ragioneria generale dello Stato dal Tesoro al Bilancio. Si cercò di ovviare al rifiuto di Tremelloni attraverso l’intesa amicale fra il nuovo capo dell’Ufficio legislativo del bilancio e il ragioniere generale dello Stato. Ma la simpatia che incontravamo nell’amministrazione pubblica dell’epoca (a parte la polizia, che pensò fosse il tempo giusto per sparare su una manifestazione politico-sindacale a Ceccano) ci fu ben dimostrata da un episodio di cui fu protagonista un oscuro impiegato del ministero. Si rifiutò di mandare un telegramma urgente da me preparato: e quando lo chiamai sostenne fermamente che le norme in vigore gli vietavano di farlo. Esigevano infatti, mi spiegò, che ogni telegramma fosse firmato personalmente dal ministro o, eccezionalmente, dal capo di Gabinetto. Certo, capiva che avevo anche la mia parte di ragione: dal ministero potevo fare tranquillamente un espresso, un’interurbana, una telefonata intercontinentale. Però un telegramma a spese del ministero, gli dispiaceva, ma la legge gli impediva di mandarlo.
Nel gigantesco edificio di via XX Settembre ancor oggi chiamato popolarmente ministero delle Finanze, La Malfa si allocò nel grande salone in cui spiccava la scrivania che nell’Ottocento era stata di Quintino Sella. Gli fu messa accanto una formidabile centralina telefonica, ricca di bottoni misteriosi; e l’approccio a essa del nostro principale (come con affetto lo si chiamava fra noi) non si rivelò facilissimo. I suoi collaboratori presero invece possesso di poche stanze in un corridoio buio del primo piano; e si cominciò a lavorare sui ritmi del principale.
Il gruppo era qualificato. Il capo di Gabinetto, Felice Di Falco, era uno dei direttori generali del ministero del Commercio con l’estero: un siciliano alto, sanguigno, dalla voce tonante, vecchio amico di Ugo. Antonio Maccanico divenne il capo dell’Ufficio legislativo, Tomaso Carini passò dall’Ufficio studi della Banca nazionale del lavoro all’incarico di consigliere economico. Il segretario particolare di La Malfa fu il segretario della Federazione giovanile del Pri, Pino Mazzotti, poi sostituito da Libero Gualtieri, sceso dalla Romagna repubblicana malgrado non fosse in perfetta salute per il polmone perso nel gelido inverno di lotta partigiana trascorso in montagna (sarà poi a capo dei senatori repubblicani e apprezzato presidente della commissione bicamerale d’inchiesta sulle stragi). Infine c’ero io all’Ufficio stampa: con un telefono, una automobile scassata guidata da un vecchio autista dai bei baffi bianchi, e una giovane segretaria, invero carina ma poco capace di scrivere a macchina. Più avanti fu ingaggiato Lino Jannuzzi, un giornalista allora noto più per i suoi debiti che per i suoi articoli (gli prestai anch’io un po’ di denaro, ma riuscii perfino a farmelo restituire). A rafforzare la segreteria del ministro furono poi chiamati Mario Del Vecchio, Gaetano Trombatore e il colonnello dei Carabinieri Luigi De Crescenzo (per le questioni di sicurezza). Più tardi venne Carla Voltolina, la giovane moglie di Sandro Pertini, ma Gualtieri non l’aveva in simpatia e la confinò nell’interrato del ministero.
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[1] G. Mammarella, L’Italia contemporanea 1943-1998, Bologna, Il Mulino, 1998 parla di “Un secondo decollo dell’economia italiana”, dopo che “il primo aveva avuto luogo all’inizio del secolo”. Cfr. anche V. Vidotto, La nuova società, in G. Sabbatucci e V. Vidotto, Storia d’Italia, Milano, Laterza-Il Sole 24 Ore, 2010, vol. XI; N. Tranfaglia, La modernità squilibrata. Dalla crisi del centrismo al compromesso storico, in F. Barbagallo (a cura di), Storia dell’Italia repubblicana, Torino, Einaudi, 1994; C. Dau Novelli, Politica e nuove identità nell’Italia del miracolo, Roma, Studium, 1999.





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