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    Predefinito La ragione politica della centralità laica


    di Adolfo Battaglia – Da A. Battaglia, “Né un soldo né un voto. Memoria e riflessioni dell’Italia laica”, il Mulino, Bologna 2015.


    Lo straordinario tessuto degli anni Cinquanta

    Tra il 1945 e il 1960 una intera leva passò da 15 ai 30 anni, dall’adolescenza alla vita adulta; e si inserì così in quel particolarissimo tessuto etico-politico che si era sviluppato in Italia dopo la Liberazione e che sarebbe stato ben presto liso, finemente ispirato com’era, dall’aspra realtà del potere.
    A delineare di che cosa quel tessuto consistesse basta ricordare, pur alla rinfusa, le iniziative più vive da cui fu costellato quel tempo lontano. La serie innumerevole di giornali, settimanali, riviste, opuscoli, fogli di ogni genere, tipo e orientamento le cui redazioni erano fonte di dibattiti appassionati non meno che di presenza attiva nella sfera pubblica. Gli infiniti circoli di cultura sorti non solo nelle grandi città ma anche in tanti centri minori. Il formicolio di nuove case editrici, ricche di ispirazione seppur povere di denaro. La fondazione a Napoli dell’Istituto Croce diretto da Federico Chabod. La creazione a Roma di Italia Nostra, promossa da Elena Croce e Desideria Pasolini. Gli inizi a Torino dell’Associazione culturale italiana, con i suoi quaderni e le sue conferenze programmate nelle maggiori città italiane. La ripresa delle università popolari in molte zone d’Italia. L’istituzione dell’Associazione nazionale magistrati a opera di giuristi come Emanuele Piga ed Ernesto Battaglini. Il fascino dell’Unione nazionale per la lotta all’analfabetismo, riportata all’attenzione da Anna Lorenzetto. L’anticonvenzionalità dell’Associazione italiana per l’educazione demografica di Luigi De Marchi e Vittoria Olivetti. Il bagliore dei corsi al castello di Sermoneta organizzati dal Centro di collaborazione civica di Cècrope Barilli ed Ebe Flamini. La singolare opera del Movimento per la non violenza di Aldo Capitini. Lo straordinario impegno sul sociale di Angela Zucconi. Il Centro educativo per assistenti sociali di Maria Calogero Comandini. L’espandersi delle associazioni femminili, con Teresita Sandeski-Scelba e Jolanda Torraca.
    E c’era poi molto altro, a integrare il fiorire della società. C’era la rivoluzione nelle concezioni politiche indotta dal federalismo di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, protetti dai numi del mondo laico, Croce, Salvemini, Einaudi. C’era l’attivo contributo alla creazione normativa della Comunità economica europea da parte di liberali come Gaetano Martino e Roberto Ducci. La battaglia giuridica e politica guidata da Piero Calamandrei per la creazione della Corte costituzionale. Il soffio di novità prodotto dal Movimento di comunità di Adriano Olivetti. La mobilitazione per la difesa della scuola pubblica promossa dall’Adesspi di Carlo Ludovico Ragghianti e Tullio Gregory. L’analisi della questione agraria italiana di cui fu protagonista Manlio Rossi-Doria a Portici. Il rilancio dell’antica Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno con Umberto Zanotti-Bianco. La ripresa della battaglia meridionalista con Vittore Fiore a Bari, Rocco Scotellaro in Lucania, Francesco Compagna a Napoli. L’introduzione del metodo gandhiano della protesta non-violenta guidata nel Palermitano da Danilo Dolci. L’organizzazione autonoma di partigiani democratici decisa da Parri. L’unione nella Uil delle forze sindacali socialdemocratiche e repubblicane.
    Due riviste nate in quegli anni costituirono a lungo un riferimento sicuro per il mondo laico: “Nord e Sud” e “Tempo presente”. Non fu casuale che molti dei loro collaboratori scrivessero con continuità anche sulle pagine del “Mondo”, talora anche della “Voce Repubblicana”, formando un quadrilatero di copertura, per dir così, di sicura qualità. A “Nord e Sud”, diretta da Francesco Compagna, collaborarono dal 1954 centinaia di intellettuali, a cominciare da Vittorio de Caprariis, Rosario Romeo, Renato Giordano e Giuseppe Galasso, per un periodo condirettore della rivista, mentre Nello Ajello e Giuseppe Ciranna ne furono caporedattori. A “Nord e Sud” facevano capo anche meridionalisti di tendenza socialista o socialdemocratica: Manlio Rossi-Doria, Sandro Petriccione, Gilberto Marselli. Non era tuttavia una rivista di studi meridionalisti, sia perché le era vicino tutto l’ambiente crociano di Napoli, sia perché partecipava attivamente alla battaglia politica nazionale.
    “Tempo presente” ebbe inizio nel 1956, sotto la direzione di Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte. Uscì al tempo della maggiore crisi etico-politica del mondo comunista, divampata col rapporto Krusciov sui crimini di Stalin e le rivolte anticomuniste in Polonia e in Ungheria. Era emanazione dell’Associazione italiana per la libertà della cultura, espressione di quel grande movimento politico-culturale che aveva preso avvio col Congress For Cultural Freedom tenutosi a Berlino Ovest nel giugno 1950. Il respiro internazionale della rivista era straordinario.
    Nel 1956 l’improvvisa scomparsa di Piero Calamandrei ridusse invece l’impronta azionista del “Ponte”, il mensile nato a Firenze subito dopo la Liberazione. Rimase la rivista creata a Ivrea da Adriano Olivetti, “Comunità”, che ancora oggi, dopo cinquant’anni, testimonia freschezza di cultura. E nel 1951 fu fondata a Bologna “il Mulino”, cui seguì tre anni dopo l’omonima casa editrice promossa da giovani intellettuali cattolici o liberali, tra i quali spiccavano Luigi Pedrazzi e Nicola Matteucci[1]. Il suo vero motore era tuttavia Fabio Luca Cavazza, che riuscì a stabilire preziosi contatti nell’ambiente del Partito democratico degli Stati Uniti e ottenne alcuni finanziamenti dalla Fondazione Ford, aiutando più avanti Altiero Spinelli a costituire l’Istituto affari internazionali.
    Tutti questi, come dire, erano paletti di ferro che si conficcavano in una terra ancora fresca a strutturarla più solidamente. Grandi o modeste, si moltiplicavano iniziative alimentate da un flusso di energia morale che si richiamava alla Resistenza, un respiro profondo del quale non si è più visto in seguito alcunché di simile. E si capisce bene che quell’epoca venga rimpianta oggi, quando le strutture culturali portanti sono divenute le fondazioni bancarie, per quanto benemerite.
    Quel respiro rallentò progressivamente per un fenomeno del tutto obiettivo: l’avanzata nella società dei partiti di massa, emersi come forze egemoni di governo o di opposizione. Con i loro apparati pesanti, la loro spietata conquista delle strutture di potere, la loro tentazione di adeguare alle esigenze partitiche anche istituzioni e istanze neutrali, essi rappresentavano un modello di perfetta antitesi all’autonomia leggera delle presenza laiche. Fecero anche cose buone, naturalmente. Ma certo non favorirono la crescita di quel bene raro che è lo spirito di indipendenza. Sul versante di sinistra, corrispondentemente, il fenomeno degli intellettuali “organici” al partito comunista sembrò una cosa bellissima.
    Grande risonanza ebbe perciò, pochi giorni dopo l’inizio della rivolta in Ungheria dell’ottobre 1956, il manifesto dei 101 intellettuali comunisti – tutti “grandi nomi” – che sconfessarono la posizione del Pci. Seguirono le dimissioni di Antonio Giolitti e di altri e qualche scompaginamento nelle ferree strutture del Pci. Tuttavia né i partiti laici e socialisti né tantomeno la Dc di Fanfani, Scelba e Segni, erano pronti a ricevere gli esiti delle difficoltà in cui versavano i comunisti. Poi, il crollo della quarta Repubblica francese e l’arrivo al potere del generale de Gaulle crearono in Italia emozione e preoccupazioni, che elettoralmente si tramutarono in vantaggi per il partito di maggioranza. Non c’era un’aria adatta ai sottili ragionamenti che cucivano l’alleanza tra il Partito repubblicano e il Partito radicale; Pacciardi, Reale, La Malfa da una parte, Carandini, Pannunzio e Valiani dall’altra, tutti presentati dalla destra cattolica come persone vitande, espressioni di puro anticlericalismo, anzi addirittura della massoneria. Le liste presentate alle elezioni del maggio di quell’anno erano semplicemente autorevolissime: un gran numero di nomi famosi della cultura, della scienza e dell’arte; in certo senso un rinnovato segno della centralità laica nella cosiddetta società civile. Elettoralmente, però, l’insuccesso fu clamoroso: le liste repubblicano-radicali presero complessivamente meno voti di quanti ne aveva ottenuti, cinque anni prima, il solo Pri.

    (...)



    [1] Un panorama esaustivo delle riviste del mondo laico italiano è in M. Teodori, Storia dei laici, Milano, Mondadori, 2008.
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    Predefinito Re: La ragione politica della centralità laica

    Alcune battaglie civili, tuttavia, furono in quel tempo vinte. La creazione della Corte costituzionale e l’indipendenza della magistratura costituivano priorità del mondo laico. Non erano state tali per l’autorevole guardasigilli liberale dei primi anni del centrismo, Giuseppe Grassi; come, egualmente, vennero poi trascurate da ministri democratico-cristiani come Aldo Moro e Adone Zoli. Ma alla fine, dopo la forte campagna conclusa da una memorabile conferenza di Calamandrei nella sede della Corte di cassazione, cui partecipò solennemente gran parte della magistratura, la Corte fu istituita. A sua volta l’organo inteso a tutelare l’indipendenza dei giudici, il Consiglio superiore (Csm) riuscì a superare le difficoltà frapposte dai governi centristi e cominciò a lavorare nel 1958. Anche la battaglia per la riforma del processo penale, ereditato dal codice fascista del 1930, ebbe successo. Fu iniziata dal volume laterziano di mio padre, Processo alla Giustizia. Ma ci vorranno molti anni per completare la riforma: e fu il guardasigilli socialista Giuliano Vasalli a portarne l’ultimo atto in un Consiglio dei ministri del 1989 di cui facevo parte anch’io come ministro dell’Industria.
    Anche le battaglie del Movimento federalista europeo di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi possono tranquillamente essere annoverate fra quelle che videro protagonista il mondo laico. Le sostenevano ex azionisti, repubblicani, liberali, socialisti di tutte le tendenze, personalità indipendenti (i democristiani erano divisi, una parte seguiva De Gasperi senza entusiasmi, la Chiesa era incerta). Inizialmente Spinelli aveva avuto qualche difficoltà a prendere in mano la Direzione del Movimento. Alla fine, tuttavia, la sua tempra sgominò le opposizioni[1]. Dopo il piano Marshall, dopo la prima Comunità europea del carbone e dell’acciaio, nacque una grande speranza: che la Comunità europea di difesa (Ced) proposta dalla Francia potesse dare l’avvio a una rivoluzione politica e costituzionale capace di realizzare gli Stati Uniti d’Europa. In Francia fu intesa piuttosto come il modo per controllare il riarmo della Germania[2]. Ma fu in ogni caso un momento politico d’intensità straordinaria. Nel mondo del dopoguerra sorgeva una luce del tutto nuova, alternativa a quella che emanava il movimento comunista. Una profonda intesa accomunò la leadership americana e quella europea; e comune fu lo sforzo dei loro giuristi per dare volto costituzionale al progetto politico. Com’è noto, lo seppellì proprio la Francia, per il voto congiunto dei nazionalisti e dei comunisti che in Parlamento, nell’agosto 1954, bocciarono il trattato costitutivo della Ced.
    In Italia Spinelli aveva dapprima avuto una posizione incerta; ma poi vide esattamente l’importanza di una Comunità di difesa e tanto dura fu la sua polemica contro la posizione di Togliatti quanto stretta divenne la sua intesa con De Gasperi. Per un movimento male organizzato come il Mfe, ancora più squattrinato del Pri e del Pli, fu l’occasione per una presenza nel paese assai maggiore. Ebbe la totale opposizione dei comunisti, ostili per principio a ogni iniziativa sgradita all’Urss, e per di più culturalmente irretiti dall’idea delle “vie nazionali”. Arrivarono a una visione “europeista” con venticinque anni di ritardo quando Mario Pirani e Giorgio Amendola, all’ultimo momento riuscirono a candidarlo nelle liste del Pci al Senato[3].
    Tuttavia la forza complessiva del mondo laico venne progressivamente affievolendosi: poiché è l’indebolimento delle strutture politiche di un aggregato sociale a comportare la perdita del suo peso culturale e civile, non il contrario. Naturalmente, oltre le riviste già citate, rimasero attivi e influenti alcuni gruppi intellettualmente qualificati. Si strinsero in particolare, a Roma, attorno al settimanale di Pannunzio “Il Mondo”, a Torino attorno a “La Stampa” di Giulio De Benedetti, a Napoli attorno al quotidiano “amendoliano” “Il Mattino d’Italia”, che non ebbe tuttavia lunga vita. Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Franco Venturi, Giorgio Agosti, Giorgio e Lelia Vaccarino, Carlo Casalegno (che curava il giornale di Giustizia e libertà, “Resistenza”) rappresentarono a Torino un nucleo che per alcuni decenni incontrò sempre calde adesioni e vivacissimi dissensi. A Torino era anche la Einaudi, con una notevole parte del personale “laico” convogliato nell’indirizzo marxisteggiante della casa editrice. Mentre a Bari Vito e Franco Laterza lavoravano a rilanciare la casa editrice di tradizione liberal-crociana che avevano ereditato. A Milano Leo Valiani, da solo, rappresentava un baluardo, mentre Adolfo Tino ed Enrico Cuccia si impegnavano nella vita finanziaria dell’industria. Ma fu comunque una vita difficile. Sotto l’aspetto politico, rimasero in piedi solo le organizzazioni che avevano bandiere, inno e sezioni. E che avevano peso perché dietro di esse c’era pur sempre una visione solida, consonante con le coordinate internazionali.
    Contribuì a contrastare la presenza del mondo laico anche il nuovo fenomeno della Televisione. La Rai, a metà degli anni Cinquanta, ebbe inizialmente poche decine di migliaia di abbonati; ma il suo effetto socialmente elettrizzante fu subito dimostrato quando negli esercizi pubblici e nelle piazze si cominciarono a raccogliere piccole e grandi folle per vederne i programmi. Divennero presto una sorta di marmellata nazional-popolare, che ebbe sicuramente utilità e però non alimentò un’autentica vita culturale. Servì anzi a giustificare la conquista del principale strumento di comunicazione di massa da parte del potere politico (inizialmente di netta impronta democratico-cristiana, poi socialista): al fenomeno, perdurato per alcuni decenni con i risultati ben noti, invano cercò di porre fine la riforma del 1975 promossa dal mondo laico[4].
    Chiuse in un certo senso un’epoca il convegno del 1955 tenutosi per due giorni nel teatro comunale della città che era il cuore della Romagna repubblicana, Cesena. Doveva essere una cosa in grande: l’organizzarono, insieme, le strutture giovanili dei tre partiti laici, esponenti dell’Unione goliardica, dell’Associazione degli studenti medi e della terza centrale sindacale, l’Uil. Fu aperto dalla relazione economica di Eugenio Scalfari e da quella politica svolta da me. Gaetano Salvemini mandò da Sorrento, ove ormai risiedeva stabilmente nella villa dell’amica Giuliana Benzoni, un lungo messaggio. Fu approvata all’unanimità una risoluzione che impegnava a costituire comitati permanenti “di agitazione per lo sviluppo di una valida azione di sinistra democratica”. Che io ricordi, non ne seguì assolutamente nulla.
    La verità è che anche il messaggio di Salvemini, pur bello e incisivo, non era convincente. Battevano altre campane che esigevano in risposta trombe nuove. Invece, di fronte a partiti di massa che entravano con sicurezza nella società civile, giornali di una certa indipendenza caddero, non più sostenuti da forze economiche divenute dubbiose della loro utilità. Vari direttori furono sostituiti. Molte nomine pubbliche furono sequestrate da esigenze partitiche. Molte riviste cessarono le pubblicazioni. Parecchi circoli culturali cedettero. Le elezioni politiche del 1953 erano già state disastrose per le forze laico-democratiche, che avevano appoggiato la legge elettorale maggioritaria. Nella legislatura apertasi nel 1958 cercarono di allontanarsi dalla formula centrista ma si divisero sull’obiettivo del centrosinistra, pur rimanendo comuni alcune battaglie politiche. Ma come può spiegarsi che proprio quando la loro forza diminuiva e il loro consenso elettorale si restringeva esse riuscirono a prevalere su un certo numero di grandi questioni? Ce lo domandavamo anche allora senza darci risposta (al massimo, qualche risposta sbagliata).

    (...)



    [1] Lavoravano con lui, fra gli altri, Gennaro Sasso e Laura Calogero, allora giovanissimi, Tullio Gregory, segretario del movimento giovanile, mentre Sergio Ruffolo e io demmo una mano all’Ufficio stampa. In quell’intreccio tra famiglia e politica che caratterizzò quei tempi convulsi aveva parte dirigente anche la moglie di Altiero, Ursula Hirschmann, intelligente e bellissima, di cui tutti erano innamorati.

    [2] T. Judt, Dopoguerra. Come è cambiata l’Europa dal 1945 a oggi, Milano, Mondadori, 2007.

    [3] M. Pirani, Poteva andare peggio. Mezzo secolo di ragionevoli illusioni, Milano, Mondadori, 2010.

    [4] G. Guazzaloca, Una e divisibile. La Rai e i partiti degli anni del monopolio pubblico (1954-1975), Milano, Le Monnier, 2011.
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    Predefinito Re: La ragione politica della centralità laica

    La ragione politica della centralità laica

    Oggi sembrano più chiare le ragioni dei successi, limitati nel numero ma importanti e in qualche caso decisivi, che il mondo laico conseguì: da una parte, come si è notato, la vivezza culturale delle sue iniziative; dall’altra la rilevanza politica dei suoi orientamenti.
    È vero, naturalmente, che l’unica battaglia di valore strategico seguita alla Resistenza era terminata nel 1948 con la schiacciante vittoria della Dc sulla sinistra comunista e socialista. Ed è vero che un sistema fondato sui partiti di massa, capaci di rappresentare parti massicce del tessuto sociale, parve a molti intonato alle difficoltà del tempo. Nello stesso tempo, tuttavia, il “caso Italia”, dopo l’espansione nell’Est europeo dei regimi staliniani, costituì uno dei momenti salienti dei processi di assestamento dell’ordine internazionale. Si trattava di confermare stabilmente la collocazione della penisola del quadro generale dell’Occidente. Ma delle sue concezioni risultavano ben poco impregnate le forze maggioritarie: sia quelle del variegato mondo cattolico sia quelle marxiste alternative. Ne conseguì – in certo senso per sottrazione da una parte, e addizione dall’altra – un’imprescindibile funzione delle forze che quella civiltà politica rappresentavano culturalmente e rivendicavano politicamente. E che erano tanto più importanti in quanto i loro programmi di modernizzazione si ispiravano alle esperienze economiche e sociali sviluppatesi in Europa e in America, e neglette quando non spregiate dalle ideologie vincenti.
    C’era dunque qualcosa di più e più profondo del fatto che in Senato i partiti laici fossero numericamente essenziali per arrivare alla maggioranza. E c’era anche la circostanza che le forze laiche, pur in posizioni differenti, avevano potentemente contribuito a fondare i titoli morali del nuovo Stato repubblicano: l’antifascismo, la Resistenza, la Costituzione. Farne a meno era dunque doppiamente impossibile, e De Gasperi, da grande statista qual era[1], lo vide con chiarezza per primo: era l’avvenire democratico del paese, non meno che la sua storia, a imporre la collaborazione.
    La strategia degasperiana è passata tuttavia sotto una definizione impropria, o parziale: come “intesa fra laici e cattolici” mentre era in realtà qualcosa di più ampio. Aveva a che fare non soltanto con la vicenda italiana del rapporto tra Stato e Chiesa ma con l’intera storia europea e il destino politico del continente. La base vera dell’intesa tra forze cattoliche e laiche era infatti la consapevolezza che l’Italia poteva progredire nella democrazia solo mantenendosi fermamente entro il quadro occidentale. E proprio su questo punto, di storica importanza, laici e cattolici si scontravano duramente con i fascinosi miti dell’Urss, del grande Stalin, della conquista del socialismo. In pratica, con i grandi consensi intellettuali e sociali accordati al mondo comunista e sorretti, allora, dalle prospettive mondiali che sembravano a esso dischiudersi.
    In quel decisivo frangente, l’accordo dei tre partiti laici con la Democrazia cristiana di De Gasperi risultò decisivo. Ma la loro rottura con la sinistra d’origine marxista poteva essere operata soltanto da leader che avessero visione chiara e fermezza etico-politica. Non erano in effetti personaggi di second’ordine: Croce ed Einaudi, Salvemini e Sforza, Parri e La Malfa, Saragat e Silone, Pacciardi e Reale, Carandini e Pannunzio, Rossi e Spinelli. Ebbero tutti la chiarezza e fermezza necessarie. L’importante ruolo che finirono col detenere non derivava soltanto, dunque, dalle loro forti personalità. Dipendeva essenzialmente da quella posizione a guardia del valico di frontiera tra Occidente e mondo comunista, che essi presidiavano non solo con autorità morale ma anche con autenticità culturale. Si trattava di un valico che non era storicamente superabile se non a prezzo dello sfascio generale del paese e che infatti è sempre rimasto tale a tutela della sua unità. Nel difenderlo, i laici ebbero un ruolo non confondibile con quello delle forze cattoliche, perché differenti erano le rispettive ragioni e culture. Ed è stato questo ruolo sottile ma fondamentale, assieme all’idea di modernizzazione “occidentale” che vi era connessa, ad assegnare loro una funzione storico-politica non comprimibile e non correlata al dato dei consensi elettorali.
    Quelle forze ebbero d’altra parte una funzione non meno importante nell’arginare la deriva di destra che percorreva il paese in una fase assai delicata del dopoguerra. La politica degasperiana aveva mille pregi ma richiamava sulla Dc forze e interessi aventi poco a che fare con il regime democratico. A controbilanciare questa deriva non potevano essere le forze socialiste e comuniste, chiuse all’opposizione in chiave prosovietica; e si rivelarono essenziali invece le forze laiche. L’ “operazione Sturzo” proposta nel 1952 dallo stesso papa Pacelli implicava l’alleanza coi neofascisti e lo spostamento a destra di tutta la situazione italiana. I tre partiti laici fecero con risolutezza la loro parte e rappresentarono un solido punto di forza per la resistenza al papa della Democrazia cristiana. Non fu uno dei loro contributi minori al radicamento della democrazia. C’era in essi una capacità di interpretazione degli eventi politici, del loro significato a lungo termine, che derivava dalla comune formazione culturale storicistica; ed era assai diversa da quella delle forze di massa, affascinate piuttosto dall’importanza dei fenomeni sociali.
    È una vera favola politica quella che presenta la Costituzione come il frutto dell’incontro fra la cultura cattolica e il pensiero socialista. O che l’attribuisce, come si è perfino scritto[2], “al ruolo dei tre grandi partiti popolari e dei rispettivi patrimoni ideali”. Sarebbe difficile portare fatti a sostegno di tali asserzioni. Nel lavoro costituente la figura sicuramente più importante fu quella del presidente della commissione dei 75 che elaborò il testo di Costituzione, Meuccio Ruini: che era un laico inveterato, punta di lancia dell’Unione nazionale di Giovanni Amendola. Accanto a lui, i Padri costituenti non furono pochi e non furono certo di un solo partito. Fra i laici, oltre Ruini, Tomaso Perassi, Piero Calamandrei, Giovanni Conti, Aldo Bozzi, Giuseppe Grassi, Giovanni Persico. E insieme a loro i grandi costituzionalisti democratico-cristiani, Costantino Mortati ed Egidio Tosato; e Amintore Fanfani, Aldo Moro, Giovanni Leone. Nel gruppo comunista ebbe rilievo soltanto Renzo Laconi, reale braccio destro di Togliatti. A loro volta, i socialisti con Ferdinando Targetti, Tito Oro Nobili e Lelio Basso furono solo relativamente presenti. Le maggioranze alla Costituente furono mobili, ora di un colore ora di un altro. Gli articoli 1, 2 e 3, come pure l’art. 7, sono il frutto dell’accordo strettosi esclusivamente fra la Dc e il Pci. Per converso, una coalizione abbastanza stabile fissò la seconda parte della Costituzione. Sull’ordinamento della Repubblica, democristiani, repubblicani, azionisti, liberali, socialdemocratici, con qualche socialista e alcuni indipendenti, prevalsero sempre. Mentre i comunisti furono contrari a quasi tutto: il bicameralismo, l’indipendenza della magistratura, l’istituzione delle regioni, la creazione della Corte costituzionale, l’istituto del referendum. Non a caso, parecchi anni dopo, Norberto Bobbio disse chiaramente che la sinistra marxista non possedeva alcuna cultura istituzionale. In effetti la Costituzione non solo non è frutto di un compromesso fra due culture difformi, ma è essenzialmente la cifra della necessità storica di intesa che nel post-fascismo stringeva tutte le forze politiche. Lo disse bene Ruini concludendo la discussione parlamentare. Macaulay aveva scritto che tutta la storia è in certo modo un compromesso. Ma qui, osservava Ruini, si trattava di qualcosa di più: un accordo, una convergenza di forze che coglieva la grande trasformazione costituzionale ed economico-sociale apertasi dopo la fine della tragedia europea, qualcosa che era nella visione e nella memoria di tutti.

    (...)



    [1] P. Craveri, De Gasperi, Bologna, Il Mulino 2006. Cfr. anche il recente G. Sangiorgi, De Gasperi, uno studio, la politica, la fede, gli affetti famigliari, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2014.

    [2] R. Prodi, Presentazione, in F. Boiardi (a cura di) I dieci discorsi della nuova Italia. Dagli atti dell’Assemblea Costituente, Roma, Edindustria, 1987.
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    Predefinito Re: La ragione politica della centralità laica

    La nomina di Luigi Einaudi a presidente della Repubblica nel 1948 rappresentò in questa luce il simbolo e l’espressione dell’importanza del mondo laico. Einaudi era l’economista di fama europea che aveva condotto la lotta all’inflazione post-bellica e uno dei due grandi nomi del Partito liberale, l’altro era quello del maestro della vita intellettuale di un’intera generazione, Benedetto Croce. La sua nomina prevalse su quella di un esponente repubblicano anch’egli internazionalmente ben conosciuto, Carlo Sforza, che continuò invece a guidare, come ministro degli Esteri di De Gasperi, la nuova politica europeista e atlantica dell’Italia. E non a caso i leader dei tre partiti laici, Giuseppe Saragat, Randolfo Pacciardi e Luigi Einaudi, furono i vicepresidenti del Consiglio del primo Gabinetto formato dal leader della Dc, nel quadro politico “centrista” che sarà decisivo per la rinascita del paese. A quel quadro il mondo laico diede il contributo di una classe dirigente di qualità tecnica e politica che può ben dirsi superiore a quella espressa dal mondo cattolico.
    Ci si domanda spesso perché, allora, non si riuscì mai a stringere insieme i laici su un comune progetto politico. E una prima risposta non può non investire gli orientamenti di fondo della borghesia italiana, grande, media e piccola, il ceto più composito e nello stesso tempo più ampio della nostra struttura sociale. Negli anni Venti e Trenta aveva investito sul fascismo, traendone concreti vantaggi sia pure differenti tra loro. E furono minoranze eroiche quelle che nella Resistenza l’avevano poi riscattata. Ma il suo orientamento politico non poteva non risentire della sua storia. Tra l’altro, in molti settori di essa la coscienza del nesso tra economia di mercato e libertà politica, fermamente stabilitosi nei paesi anglosassoni, non era affatto un dato acquisito. In particolare, la formazione culturale della borghesia industriale, con poche eccezioni, era più che manchevole (in varie occasioni potei sperimentarlo di persona, negli anni Ottanta, come ministro dell’Industria). La consapevolezza dei problemi e delle esigenze di una società industriale moderna era in quelle forze limitata. Forse dipese anche dal troppo breve cammino compiuto come classe dirigente, quando pesanti erano i vincoli sociali e ideologici che ostacolavano una assunzione di responsabilità.
    Sulla divisione dei laici influì anche, probabilmente, un secondo elemento: l’imperfetto pluralismo della società nazionale. Nel primo dopoguerra furono travolti uomini come Francesco S. Nitti o Giovanni Amendola proprio quando tentarono di consolidare politicamente la struttura plurale in via di formazione. Nel secondo dopoguerra, il pluralismo laico diventò frammentazione, peraltro avvertita come una garanzia di valore in certo senso istituzionale: qualcosa cioè non da comprimere ma da tutelare, sebbene si trattasse di una modalità di presenza vecchia rispetto ai nuovi partiti di massa. Il fatto è che entro i partiti laici coabitavano tradizioni politiche vecchie e nuove: quelle dell’epoca prefascista e quelle su cui si era invece costruita la società moderna dell’Occidente democratico. Ed era questa una contraddizione che influì non poco sulle loro tormentate vicende interne: ci fu per la difficoltà di comporre in assetto unitario impostazioni e tradizioni differenti e insieme radicate.
    Stupisce, in particolare, l’acrimonia che traspare da scritti e discorsi di molti intellettuali liberali in polemica con molti intellettuali liberal-democratici. Alle sue radici è probabilmente il giudizio negativo dato da Benedetto Croce sul Partito d’azione: ai cui fondatori, peraltro, il filosofo fu molto vicino. In effetti, don Benedetto ebbe con essi non pochi contatti politici. Tra l’altro, Tino e La Malfa gli illustrarono apertamente nel settembre 1942 il loro progetto di costruire la Repubblica sul pilastro di una forza liberale moderna, che avrebbe con naturalezza portato Croce alla presidenza del nuovo Stato. Fu l’idea esposta in una passeggiata nei boschi intorno a Pollone, dove Croce villeggiava, alla quale il filosofo non consentì esplicitamente dando tuttavia una risposta che rese felici i due azionisti: “non vi dico di sì, ma ho fiducia in voi”.


    (...)
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: La ragione politica della centralità laica

    L’episodio, ricordato da Ugo La Malfa a Milano in una colazione al Savini nel 1962 e annotato poi nel mio diario, è confermato da un’intervista di Adolfo Tino data il 2 gennaio 1967 a Luisa La Malfa Calogero[1]:

    Il colloquio a Pollone […] era stato preceduto dai colloqui a Milano, in particolare con me, nei quali lui [Croce] aveva sempre posto questo problema della democrazia come quantità e del liberalismo come qualità […]. Avevamo avuto con lui lunghe conversazioni a Milano, per strada, su questi problemi. Andammo a Pollone quando la questione della monarchia era divenuta ormai viva nell’ambiente dell’antifascismo […]. Andammo e gli prospettammo il problema così come lo vedevamo. Ricordo che uscimmo da casa sua e andammo nel bosco, per una lunga passeggiata, mentre gli esponevamo il nostro punto di vista: […]. Don Benedetto resistette, naturalmente, svolse i suoi argomenti noti: la monarchia è continuità; dove ci cacciamo; ricordatevi che qui ci sta anche il Papa, ecc. ecc. tutte queste cose. Noi, con tutto il riguardo che si doveva a tanto uomo, mantenemmo la nostra posizione. Fatto è che quando arrivammo in vista della casa, per andare poi a colazione, don Benedetto si fermò: mi ricordo che aveva un bastone con una lista in pelle e ci si appoggiava; si fermò, ci fermammo anche noi e poi ci disse: “sentite, io ho grande fiducia in voi; fate quello che vi pare ché io sarò con voi”. Non era ancora avvenuta la faccenda del liberalsocialismo […].

    In effetti la rottura di Croce col Partito d’azione avvenne dopo che l’ “Italia Libera” clandestina sembrò rifiutare un articolo del filosofo napoletano che entrava con forza nel dibattito interno del partito. Era l’articolo che Croce aveva accettato di scrivere sul giornale azionista clandestino per annientare le spurie tesi liberalsocialiste di Guido Calogero, comparse nel numero precedente de “L’Italia Libera”. L’articolo però non venne pubblicato. Il filosofo capì dunque con sorpresa che a lui, nientemeno, si era preferito Calogero e non esitò a rompere i rapporti con i leader azionisti. Era avvenuto invece che l’unica copia dell’articolo fosse stata portata da Bruno Visentini, il quale a Roma curava la pubblicazione clandestina del giornale, alla tipografia utilizzata per l’ “Italia Libera” e qui composto per essere stampato. Ma quando Visentini andò a ritirare le bozze si accorse di essere pedinato. In tipografia dunque fece subito distruggere la composizione e ritirò il testo dell’articolo. Si accorse di continuare a essere seguito anche nell’autobus che aveva preso per tornare a casa. Temette di essere arrestato, si preoccupò di non compromettere il filosofo. “Bruciò” così il poliziotto scendendo all’improvviso dall’autobus e buttando l’articolo nel primo tombino incontrato sulla strada. Purtroppo, per ovvie ragioni, quella era l’unica copia esistente dell’articolo e non poté più essere recuperata. Sopraggiunse la caduta del fascismo e quando a Croce fu spiegata la ragione della non pubblicazione egli non vi credette: ritenne anzi che lo si voleva ingannare. Da qui, a quanto sembra, l’origine del suo malanimo. Forse, dunque, l’iniziale fiducia di Croce, tanto caldamente espressa quanto poi sostituita da espressioni altrettanto calde ma negative, avrebbe dovuto essere ricordata dalle persone d’altro ingegno che polemizzarono con gli azionisti con un’animosità di spirito, potrebbe dirsi, quasi classista[2].
    In questo quadro risulta chiaro che i leader di prim’ordine del mondo laico non fossero facilmente compatibili tra loro. Oltretutto i leader della sinistra liberale non riuscirono mai a prevalere nel Pli, alterato dall’ingresso dei qualunquisti e monarchici e scosso da tre scissioni in otto anni. La leadership di Saragat nel Partito socialdemocratico fu continuamente contestata da urti, divisioni e riunificazioni. Nel Partito repubblicano La Malfa impiegò molti anni per prevalere su Pacciardi. Il Partito radicale di Pannunzio, Carandini, Valiani, Rossi e Piccardi si frantumò appena sei anni dopo la sua costituzione.
    Alla base di queste vicende era certo lo spiccato individualismo che è l’anima stessa del mondo laico. Ma era anche un senso dell’autonomia tanto radicato quanto malinteso, che portava anche interessi minori, pur sempre presenti in ogni circostanza, a separare forze affini. Un’unica leadership in un’unica organizzazione, o federazione, si rivelò impossibile. E così anche gli indirizzi politici finirono con l’oscillare tra la posizione liberal-conservatrice e quella liberal-progressista; e tra la posizione di sinistra democratica e quella socialista riformatrice. C’erano valori comuni e ci furono battaglie politiche comuni. Ma le forze laiche furono sempre colpite, paradossalmente, non solo da esigenze politiche ma anche da questioni personali tanto sottili quanto amare.
    L’incomprensione delle questioni chiave degli anni Cinquanta, o il dissenso su esse, allontanarono poi molti, a cominciare da una personalità come Ferruccio Parri. Una parte dell’azionismo senza casa si congiunse con lui. Un esponente del liberalismo conservatore, già ministro del Tesoro, Epicarmo Corbino, si unì con un liberale progressista, Franco Antonicelli, e raccolse un certo successo. I socialdemocratici si unificarono e si scissero con rumore. Silenziosamente si allontanarono molte energie. Dopo la scomparsa di grandi intellettuali come Adolfo Omodeo, Guido De Ruggiero e Guido Dorso, si spensero i due opposti maestri del mondo laico, Benedetto Croce e Gaetano Salvemini. Morì nel 1960 Adriano Olivetti, che nella sua azienda di Ivrea, divenuta internazionalmente famosa, aveva raccolto persone d’altra qualità alla ricerca di esperienze comunitarie e di un tipo peculiare di fabbrica. Ci si stava avviando verso una fase nuova, la cui caratteristica fu costituita da alte oscillazioni della politica, che videro prima il successo della svolta di centrosinistra e infine il suo fallimento.


    Adolfo Battaglia


    [1] In “Annali dell’Istituto Ugo La Malfa”, vol. I, 1985.

    [2] Cfr. per esempio G. Bedeschi, La fabbrica delle ideologie. Il pensiero politico nell’Italia del Novecento, Roma-Bari, Laterza, 2002; M. Majnoni, Sopravvivere alle rovine. Diario privato di un banchiere. Roma 1943-45, a cura di M. Viganò, Torino, Aragno, 2013; U. Zanotti-Bianco, Roma 1943, Bari, Lacaita, 2012. Dotati di maggiore senso storico: L. Valiani, Dall’antifascismo alla Resistenza, Milano, Feltrinelli, 1960; T. Carini, Il Partito d’Azione, note e ricordi, Roma, De Luca, 1960; C. Novelli, Il Partito d’Azione e gli italiani, Firenze, La Nuova Italia, 2000; A. Carioti, Maledetti azionisti, Roma, Editori Riuniti, 2001; P. Soddu, Ugo La Malfa. Il riformista moderno, Roma, Carocci, 2008.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

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