di Adolfo Battaglia – Da A. Battaglia, “Né un soldo né un voto. Memoria e riflessioni dell’Italia laica”, il Mulino, Bologna 2015.
Lo straordinario tessuto degli anni Cinquanta
Tra il 1945 e il 1960 una intera leva passò da 15 ai 30 anni, dall’adolescenza alla vita adulta; e si inserì così in quel particolarissimo tessuto etico-politico che si era sviluppato in Italia dopo la Liberazione e che sarebbe stato ben presto liso, finemente ispirato com’era, dall’aspra realtà del potere.
A delineare di che cosa quel tessuto consistesse basta ricordare, pur alla rinfusa, le iniziative più vive da cui fu costellato quel tempo lontano. La serie innumerevole di giornali, settimanali, riviste, opuscoli, fogli di ogni genere, tipo e orientamento le cui redazioni erano fonte di dibattiti appassionati non meno che di presenza attiva nella sfera pubblica. Gli infiniti circoli di cultura sorti non solo nelle grandi città ma anche in tanti centri minori. Il formicolio di nuove case editrici, ricche di ispirazione seppur povere di denaro. La fondazione a Napoli dell’Istituto Croce diretto da Federico Chabod. La creazione a Roma di Italia Nostra, promossa da Elena Croce e Desideria Pasolini. Gli inizi a Torino dell’Associazione culturale italiana, con i suoi quaderni e le sue conferenze programmate nelle maggiori città italiane. La ripresa delle università popolari in molte zone d’Italia. L’istituzione dell’Associazione nazionale magistrati a opera di giuristi come Emanuele Piga ed Ernesto Battaglini. Il fascino dell’Unione nazionale per la lotta all’analfabetismo, riportata all’attenzione da Anna Lorenzetto. L’anticonvenzionalità dell’Associazione italiana per l’educazione demografica di Luigi De Marchi e Vittoria Olivetti. Il bagliore dei corsi al castello di Sermoneta organizzati dal Centro di collaborazione civica di Cècrope Barilli ed Ebe Flamini. La singolare opera del Movimento per la non violenza di Aldo Capitini. Lo straordinario impegno sul sociale di Angela Zucconi. Il Centro educativo per assistenti sociali di Maria Calogero Comandini. L’espandersi delle associazioni femminili, con Teresita Sandeski-Scelba e Jolanda Torraca.
E c’era poi molto altro, a integrare il fiorire della società. C’era la rivoluzione nelle concezioni politiche indotta dal federalismo di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, protetti dai numi del mondo laico, Croce, Salvemini, Einaudi. C’era l’attivo contributo alla creazione normativa della Comunità economica europea da parte di liberali come Gaetano Martino e Roberto Ducci. La battaglia giuridica e politica guidata da Piero Calamandrei per la creazione della Corte costituzionale. Il soffio di novità prodotto dal Movimento di comunità di Adriano Olivetti. La mobilitazione per la difesa della scuola pubblica promossa dall’Adesspi di Carlo Ludovico Ragghianti e Tullio Gregory. L’analisi della questione agraria italiana di cui fu protagonista Manlio Rossi-Doria a Portici. Il rilancio dell’antica Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno con Umberto Zanotti-Bianco. La ripresa della battaglia meridionalista con Vittore Fiore a Bari, Rocco Scotellaro in Lucania, Francesco Compagna a Napoli. L’introduzione del metodo gandhiano della protesta non-violenta guidata nel Palermitano da Danilo Dolci. L’organizzazione autonoma di partigiani democratici decisa da Parri. L’unione nella Uil delle forze sindacali socialdemocratiche e repubblicane.
Due riviste nate in quegli anni costituirono a lungo un riferimento sicuro per il mondo laico: “Nord e Sud” e “Tempo presente”. Non fu casuale che molti dei loro collaboratori scrivessero con continuità anche sulle pagine del “Mondo”, talora anche della “Voce Repubblicana”, formando un quadrilatero di copertura, per dir così, di sicura qualità. A “Nord e Sud”, diretta da Francesco Compagna, collaborarono dal 1954 centinaia di intellettuali, a cominciare da Vittorio de Caprariis, Rosario Romeo, Renato Giordano e Giuseppe Galasso, per un periodo condirettore della rivista, mentre Nello Ajello e Giuseppe Ciranna ne furono caporedattori. A “Nord e Sud” facevano capo anche meridionalisti di tendenza socialista o socialdemocratica: Manlio Rossi-Doria, Sandro Petriccione, Gilberto Marselli. Non era tuttavia una rivista di studi meridionalisti, sia perché le era vicino tutto l’ambiente crociano di Napoli, sia perché partecipava attivamente alla battaglia politica nazionale.
“Tempo presente” ebbe inizio nel 1956, sotto la direzione di Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte. Uscì al tempo della maggiore crisi etico-politica del mondo comunista, divampata col rapporto Krusciov sui crimini di Stalin e le rivolte anticomuniste in Polonia e in Ungheria. Era emanazione dell’Associazione italiana per la libertà della cultura, espressione di quel grande movimento politico-culturale che aveva preso avvio col Congress For Cultural Freedom tenutosi a Berlino Ovest nel giugno 1950. Il respiro internazionale della rivista era straordinario.
Nel 1956 l’improvvisa scomparsa di Piero Calamandrei ridusse invece l’impronta azionista del “Ponte”, il mensile nato a Firenze subito dopo la Liberazione. Rimase la rivista creata a Ivrea da Adriano Olivetti, “Comunità”, che ancora oggi, dopo cinquant’anni, testimonia freschezza di cultura. E nel 1951 fu fondata a Bologna “il Mulino”, cui seguì tre anni dopo l’omonima casa editrice promossa da giovani intellettuali cattolici o liberali, tra i quali spiccavano Luigi Pedrazzi e Nicola Matteucci[1]. Il suo vero motore era tuttavia Fabio Luca Cavazza, che riuscì a stabilire preziosi contatti nell’ambiente del Partito democratico degli Stati Uniti e ottenne alcuni finanziamenti dalla Fondazione Ford, aiutando più avanti Altiero Spinelli a costituire l’Istituto affari internazionali.
Tutti questi, come dire, erano paletti di ferro che si conficcavano in una terra ancora fresca a strutturarla più solidamente. Grandi o modeste, si moltiplicavano iniziative alimentate da un flusso di energia morale che si richiamava alla Resistenza, un respiro profondo del quale non si è più visto in seguito alcunché di simile. E si capisce bene che quell’epoca venga rimpianta oggi, quando le strutture culturali portanti sono divenute le fondazioni bancarie, per quanto benemerite.
Quel respiro rallentò progressivamente per un fenomeno del tutto obiettivo: l’avanzata nella società dei partiti di massa, emersi come forze egemoni di governo o di opposizione. Con i loro apparati pesanti, la loro spietata conquista delle strutture di potere, la loro tentazione di adeguare alle esigenze partitiche anche istituzioni e istanze neutrali, essi rappresentavano un modello di perfetta antitesi all’autonomia leggera delle presenza laiche. Fecero anche cose buone, naturalmente. Ma certo non favorirono la crescita di quel bene raro che è lo spirito di indipendenza. Sul versante di sinistra, corrispondentemente, il fenomeno degli intellettuali “organici” al partito comunista sembrò una cosa bellissima.
Grande risonanza ebbe perciò, pochi giorni dopo l’inizio della rivolta in Ungheria dell’ottobre 1956, il manifesto dei 101 intellettuali comunisti – tutti “grandi nomi” – che sconfessarono la posizione del Pci. Seguirono le dimissioni di Antonio Giolitti e di altri e qualche scompaginamento nelle ferree strutture del Pci. Tuttavia né i partiti laici e socialisti né tantomeno la Dc di Fanfani, Scelba e Segni, erano pronti a ricevere gli esiti delle difficoltà in cui versavano i comunisti. Poi, il crollo della quarta Repubblica francese e l’arrivo al potere del generale de Gaulle crearono in Italia emozione e preoccupazioni, che elettoralmente si tramutarono in vantaggi per il partito di maggioranza. Non c’era un’aria adatta ai sottili ragionamenti che cucivano l’alleanza tra il Partito repubblicano e il Partito radicale; Pacciardi, Reale, La Malfa da una parte, Carandini, Pannunzio e Valiani dall’altra, tutti presentati dalla destra cattolica come persone vitande, espressioni di puro anticlericalismo, anzi addirittura della massoneria. Le liste presentate alle elezioni del maggio di quell’anno erano semplicemente autorevolissime: un gran numero di nomi famosi della cultura, della scienza e dell’arte; in certo senso un rinnovato segno della centralità laica nella cosiddetta società civile. Elettoralmente, però, l’insuccesso fu clamoroso: le liste repubblicano-radicali presero complessivamente meno voti di quanti ne aveva ottenuti, cinque anni prima, il solo Pri.
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[1] Un panorama esaustivo delle riviste del mondo laico italiano è in M. Teodori, Storia dei laici, Milano, Mondadori, 2008.




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