Dolores Turchi





[...] Durante alcune mie ricerche fatte diversi anni orsono in numerosi paesi, ho potuto constatare che quasi tutte le persone di una certa età erano a conoscenza di questa pratica. Precisavano anche che il giogo doveva essere trattato con un rispetto "religioso" e che non si doveva mai bruciare. Secondo alcuni l'agonia prolungata era data proprio dal fatto che il moribondo si era macchiato in vita del delitto di aver bruciato un giogo. Ad Urzulei si diceva: "Se il giogo è vecchio e inservibile si sistema in un angolo, dietro la porta, e si lascia lì. Non si deve mai mettere al fuoco. Un tempo, quando una persona stentava a morire si metteva il giogo sotto la testa" (1).

La stessa cosa si afferma ad Orgosolo, Benetutti, Bitti, Oliena, Orotelli, Mamoiada, Dorgali. A Sarule si aggiunge: "Se un individuo si dibatteva a lungo tra la vita e la morte si prendeva il giogo, su juvale si segnava il moribondo, gli si faceva baciare lo strumento che poi si metteva sotto la sua testa. Quando l'individuo moriva si metteva su juvale sotto il letto con due spiedi incrociati (2). Uguale affermazione si fa ad Ollolai. La stessa usanza vi era anche in Baronia. A Siniscola si precisa: "Su juvale era considerato un oggetto sacro... Si diceva che un uomo che buttava o bruciava il legno appartenuto ad un giogo, ai momento della morte soffriva molto ed aveva agonia lunga. Quando si vedeva che un uomo stentava a morire, gli facevano baciare il giogo e dicevano delle preghiere per liberarlo dal sacrilegio che poteva aver commesso durante la sua vita bruciando il legno di un giogo. Ancora oggi molte persone se vedono un giogo buttato in campagna non io toccano, per paura di commettere sacrilegio" (3).

Un'altra testimonianza attendibile ci viene dal mondo della chiesa. Quand'ero parroco a Sìndia mi è capitato diverse volte, mentre davo il sacramento dell'estrema unzione,di vedere sotto il guanciale di qualche moribondo il giogo dei buoi. Io rimproveravo le donne che facevano questo, ma loro erano convinte che con quello strumento al collo l'agonizzante non avrebbe sofferto a lungo. Ho visto fare ciò anche a Sedilo" (4). In molti paesi si afferma che su juvale veniva usato anche per facilitare il parto e per proteggere il bimbo dalle surbiles. In questo caso lo si metteva sotto il letto o dietro la porta (Ollolai, Orgosolo, Benetutti, Oliena, Bitti, Tanaunella). Evidentemente gli si attribuivano anche poteri apotropaici, ma è chiaro che tale strumento presiedeva alla nascita e alla morte degli individui.

L'efficacia del giogo per evitare la lunga agonia è evidente anche attraversoa alucni detti popolari. Il Ferraro raccolse nel secolo scorso, a Siniscola, questo indovinello: 'Duos montes paris paris, / duas cannas treme treme, / si lu pones in cabizza, / prus lestru ti nde moris (Due monti pari pari, due canne che tremano, se lo metti sotto la testa, muori più rapidamente). Ovviamente la risposta era: su juvale
Il Feraro riferisce in nota. "Questa è una superstizione dei contadini di molti luoghi in Sardegna, cioè che chi ha lunga agonia, non pode' morrer si non bi pònini in cabizza unu juale" (5).

Ad Oliena, come pure in altri paesi, si insiste molto sul fatto che se una persona ha una prolungata agonia è necessario allontanare tutti i familiari dalla stanza, perchè questi col loro affetto impediscono all'anima di staccarsi dal corpo. Qualcuno crede che anche gli oggetti di valore che si conservano nella stanza dell'agonizzante ne impediscano la dipartita (6). L'allontanamento dei familiari, indispensabile perchè il moribondo possa terminare la sua agonia, ingenera il sospetto dell'effettiva esistenza de s'accabadora la quale, ovviamente, non avrebbe potuto eseguire la sua operazione di morte davanti ai familiari che certo non sarebbero rimasti impassibili, anche comprendendone la necessità. Perciò tutti dovevano uscire dalla stanza.


NOTE

1) lnf. Salvatore Mulas, anni 91.
2) Inf Piredda Monserrala , anni 81; Giuseppa Coi anni 83.
3) Da una ricerca effettuata nel 1981 dalle allìeve dell ìns. Luiselia Sezzi.
4) Inf Mons. Giuseppe Masia, anni 80.
5) G. Ferraro, Canti popolari in dialetto logudorese, anno 1891, Fornì, Bologna, 1980.
6) Cfr.M. Salis. Geronticidio ed eutanasia, in l'Ortobene 1/l1/92.


Stralcio di un articolo di Dolores Turchi pubblicato su “SARDEGNA ANTICA” del 1° semestre 1993
https://www.contusu.it/la-pratica-de...a-in-sardegna/