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Discussione: Sa fèmina acabadora

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    Predefinito Sa fèmina acabadora

    Sa fèmina acabadora
    (La femmina terminatrice)


    di Gianluca Nicoletti




    La porta si apre e il moribondo dal suo letto d’agonia vede entrare la femmina accabadora. Lei è “l’accoppatrice”, tanto per rendere comprensibile il termine. È vestita di nero e una delle sue gonne è sollevata a coprirle il viso. E’ arrivata l’ora. Lui da quel momento sa che l’abbraccio che avrà da quella donna sarà l’ultimo della sua vita. C’è un tempo remoto, che sopravvive nelle memorie anche recenti degli abitanti della Sardegna, in cui tutto questo è assolutamente plausibile. Ad inseguire il filo delle prove documentali o a sviscerare le etimologie c’è da diventar matti. Accabadora dallo spagnolo acabar, terminare o ancor più dal sardo accabaddare può significare incrociare le mani al morto, o ancora mettere a cavallo e quindi far partire. Guai a chi, con esili competenze di antropologia imparaticcia, si avventura, come me, nei misteri millenari della Sardegna. Qui ogni storia, diceria, formula magica, canzone o parola, si muta e viene interpretata diversamente spostandosi anche solo di cento metri. Dirò solamente che nessuno mi ha negato di aver sentito parlare di una professionista della morte. Una donna capace di risolvere i casi disperati, soffocando, strangolando, spaccando il cranio o l’osso del collo, a seconda delle latitudini ove operasse.
    Alessandro Bucarelli, medico legale e antropologo criminale dell’Università di Sassari ha studiato molto e scritto altrettanto sulle accabadoras. A modo loro queste donne conoscevano perfettamente l’anatomia umana, erano “praticas”, levatrici curatrici e anche capaci di uccidere con metodo e precisione:“Ne parlano ovunque, non può essere un mito, una fantasia dovuta all’isolamento. Gli ultimi episodi certificati che si conoscono sono due. Uno a Luras nel 1929 e uno Orgosolo nel 1952. A Luras, in Gallura, l’ostetrica del paese accabbò un uomo di 70 anni. La donna però non fu condannata, il caso fu archiviato. I carabinieri, il Procuratore del Regno di Tempio Pausania e la Chiesa furono concordi che si trattò di un gesto umanitario”.
    Oltre i casi documentati, moltissimi sono quelli affidati alla trasmissione orale e alle memorie di famiglia. Molti ricordano un nonno o bisnonno che comunque ha avuto a che fare con la vecchia nerovestita, tra i meno vecchi c’è chi come Egidiangela Sechi ha voluto approfondire sul campo. Ha dedicato una parte della propria tesi di laurea sull’eutanasia a mezzo di un giogo da buoi, questa pare fosse pratica usuale a Sindia, suo paese natale nel Nuorese: “avevo preparato un questionario sui rituali legati alla morte e l’avevo sottoposto a decine di donne anziane del posto, poi è saltata fuori a storia del giogo e ho dovuto ricominciare da capo inserendo una nuova domanda sulle accabadoras, tutte sapevano, ma non me ne avevano parlato semplicemente perché non glielo avevo chiesto”.
    Difficile rintracciare segni di una discendenza dalla stirpe delle terminatrici in Egidiangela: una Monica Bellucci intagliata nella carne dell’isola, che oggi conduce il tg di Videolina, Con grazia e levità comunque mi istilla il dubbio che al suo paese, attraverso il giustificativo di un rito purificatore, in passato fosse facile che al moribondo si desse anche un aiutino più concreto per passar a miglior vita. L’appuntamento con l’esperto di queste cose è davanti alla chiesa. Mi basta scambiare le prime parole con Michelangelo del Rio, il sacrestano del defunto parroco di Sindia, per capire che da quelle parti la morte è ancora profondamente intrisa con il quotidiano. Noi metropolitani, rifletto, ci liberiamo di ogni pensiero oltre la vita in quelle discariche di rifiuti umani a perdere che sono le moderne periferie-cimitero. Indifferenti agglomerati che sono identici alle periferie di ancora viventi. A Sindia, al contrario, fino agli anni 80 era possibile affittare prefiche professioniste specializzate in lamentazioni funebri a soggetto. Le “attittadoras” nutrivano il morto in partenza con le loro lacrime. Erano“allattatrici” perché solo chi sa dare la tetta a un bimbo per nutrirlo, è capace della dolcezza estrema di un trapasso assistito. Ancora mi si racconta di teschi sottratti al vecchio cimitero per seppellirli all’entrata dell’ovile, maniera efficace per fermare la moria del bestiame: “poi comunque lo rimettevano al posto suo”. Mi si spiega come si apparecchia la tavola per la cena ai propri defunti tra il primo e il due novembre, quando le campane suonano a morto per tutta la notte senza fermarsi mai.

    Io voglio saper delle accabadoras. Il sacrestano la prende alla larga, poi finalmente dopo un lungo giro tra magia e folklore, ci arriva. Si va in cantina e finalmente saltano fuori due esemplari di “giuale”. Il giogo che Egidiangela mi aveva descritto come elemento clou dei suoi studi. Era considerato un oggetto quasi sacro, chi lo rubava veniva giudicato peggio che un omicida, aveva tolto a una famiglia il più importante strumento di lavoro. Chi aveva una lunga agonia si pensava in crisi di coscienza per quel tipo di delitto e quindi per farlo finalmente morire in pace occorreva passare un giogo sul suo corpo. Poco dopo il rito pare che se ne andasse sereno.
    Michelangelo non si fa più pregare: “L’ultimo su giuale è stato fatto a un uomo che conoscevo bene negli anni 80, lo avevano trovato ferito in campagna l’avevano vegliato per otto notti in agonia, fino a che qualcuno disse che se non moriva forse aveva rubato un giogo…”
    Il rituale chi lo sa non lo dice, poi non ne parlano volentieri, hanno paura, ma il giogo sterminatore incombe nelle dicerie del paese: “Noi si sa che il giogo che sta in tale casa è stato messo a quella tal persona. Porta il nome di chi ha accompagnato alla morte”. La malizia dell’interesse per un’eredità ha il sopravvento sulla sacralità di questa tradizione, ammessa e rinnegata allo stesso tempo, in un episodio di eutanasia interessata che qui tutti conoscono: “ Una quarantina d’anni fa in una casa non lontana da qui era arrivato un ospite- racconta ancora Michelangelo sotto il ritratto di un abate servo di Dio al centro del suo salottino mistico- era un signore della provincia di Sassari, compare d’olio santo di un nostro paesano. Aveva un carro, una casetta, stava bene, non era nemmeno vecchio, ho trovato il suo atto di morte nell’archivio parrocchiale. Non era loro parente, ma aveva tenuto un figlio a cresima. Arriva qui che era già moribondo. Poco dopo in tutto il paese sa che è morto, si chiamava Ziu Flore. Suonarono le campane a morto e l’avevano composto sul tavolo all’ingresso di casa, ma i bambini si accorgono che respirava ancora. Viene il medico condotto accende un fiammifero sotto le narici, respirava davvero! Il dottore lo fa riportare a letto e sgrida la famiglia, chiede se sono impazziti quello è ancora vivo. La padrona di casa però aveva una sorella che cacciava i denti, faceva la levatrice e …le altre cose. Dopo una mezz’ora le campane suonarono nuovamente a morto. Questa volta, dopo il passaggio dell’accabadora si era sicuri che non avrebbe più respirato”.
    Michelagelo muove i due gioghi di famiglia, mi spiega il rituale; al malato veniva passato il giogo lentamente sulle gambe, sul petto, si recitavano le formule che dovevano alleviare la sua coscienza dal fardello pesante del giogo rubato che gli impediva di morire in pace. Alla fine gli veniva sollevato il capo e il giogo gli veniva passato dietro alla nuca da due assistenti che lo reggevano agli estremi. Pare che, finalmente rappacificato con gli antichi codici, la vittima morisse di li a poco. Certo che nella simulazione è sin troppo chiaro che, in quella circostanza e su una persona già soffrente e debole, un colpo ben assestato di quella trave sagomata, di legno massiccio e ben pesante, su una vertebra del collo sarebbe scuramente da considerarsi fatale.
    Ora siamo in Gallura, Pier Giacomo Pala direttore del museo etnografico di Luras ha impiegato 12 anni per ritrovare l’unico esemplare di “su mazzolu”, l’attrezzo in legno nodoso e selvatico di olivastro che da quelle parti la femmina accabadora usava per sfondare il cranio ai suoi pazienti: “Era il 1981, l’accabadora lo aveva nascosto in un muretto a secco vicino a un vecchio stazzo che una volta era stato la casa sua. Un vecchio mi aveva parlato di quella donna, ma non si ricordava il nome, ho fatto tutte le ricerche possibili sulle levatrici che operavano a Luras fino a prima dell’ultima guerra e alla fine ho capito di chi si trattasse”.
    Il dottor Pala sostiene che il suo mazzolo sterminatore, di cui va molto fiero, sia senz’altro l’ultimo ancora in giro. E’ immortalato in tutte le foto del museo. Bello, anche lui pesante, di legno lucido che sembra ferro. Lo espongono in un simpatico diorama, è appoggiato sul cuscino del lettone di una tipica camera gallurese. Il letto, il cuscino, su mazzolu… e l’accabadora aveva tutto quello che le serviva per la sua utile bisogna.
    Il raro mazzolu per terminare è diventato oggi il gadget più richiesto tra i tanti souvenir in vendita all’uscita del museo. Riprodotto in un ciondolo d’argento saltella inoffensivo tra i seni delle visitatrici, le pronipoti di accabadoras lo hanno trasformato in uno scherzo deterrente per le tentazioni adultere dei loro uomini.
    E’ In Barbagia, nella Sardegna più restia all’onta della civilizzazione, che l’accabadora ha un modo di operare che la rende ancora più vicina a una madre. E’ a Orgosolo, che il professor Bucarelli ci aveva detto, negli anni 50 ancora qualcuno apriva le porte di casa all’accabadora, qui è figura di mitologie dimenticate, quando operava era come se volesse risucchiare la vittima attraverso la matrice che l’ha generata. A Desulo c’è un proverbio: “Canno lompia est s’ ora, benit s’accabadora” Quando è il momento lei arriva: “Se qualcuno era malato e soffriva molto la famiglia chiamava questa donna che andava e lo strangolava, la pagavano cinque litri di grano o come potevano- è la trascrizione del racconto di Maria Fiori classe 1902. E’ morta nel 96, ma è stata una delle poche testimoni dirette del rito- l’accabadora non era benvoluta, ma neppure odiata, nessuno comunque la frequentava perché ammazzava la gente. Era indispensabile perché non c’erano le medicine per non far soffrire”. E dai ricordi di chi vive da quelle parti sembra che la sterminatrice di moribondi abbia lasciato quasi un fondo di nostalgia per come compiva quell’atto estremo suscitando terrore ed erotismo incollati assieme.
    La donna si accovacciava dietro al capezzale e stringeva la testa del morente tra le sue gambe. Lo accarezzava e cominciava a cullarlo come fosse un bambino. Gli cantava la stessa ninna nanna che lui si sarà sentito cantare dalla propria madre, quando finalmente l’agonizzante torna infante lei lo uccide con la forma più sensuale di strangolamento. Se non basta lo soffoca con un cuscino. Antonangelo Liori, nativo di Desulo, ha ricostruito storie di simili abbracci letali in anni di ricerca in Barbagia e più in generale nell’area del Nuorese. Ha variamente scritto su demoni, miti e riti della Sardegna: “Ho interrogato una signora di Belvì, molto anziana morta un paio di anni fa, mi ha raccontato di queste donne che uccidevano per mestiere. In particolare mi ha parlato di un’accabadora nota a tutti come il corvo, perché vedova. Quando questa nel 1922 si prese tra le gambe Il figlio di un certo Antioco, con cui la sua famiglia era in lotta per una vecchia faida, la signora compose una canzoncina per ricordare l’evento”. I versi sono crudi e intrisi di sete di vendetta: “su figiu 'e antiogu mortu in coa 'e crobu tinni etto 'e fogu de fogu tinne etto e a s'Iferru t'imbetto” il figlio di Antioco è morto nel grembo del corvo, ti ricoprirò di fuoco, di fuoco di ricopro, e ti aspetto all'inferno”. Catena di sangue eterna e spietata che nemmeno la sterminatrice riesce a spezzare. L’odio non ammette attenuanti, alla donna sarà sembrata una morte troppo invidiabile, quando ha visto l’accabadora che strozzava quel nemico di famiglia stringendolo tra le cosce.


    DAMPYR E LA VECCHIA ACCABADORA

    La femmina accabadora è protagonista di uno dei fumetti più trendy del momento. Smazzola a volontà nell’avventura del numero 59 di Dampyr uscita a febbraio e intitolata appunto “Le Terminatrici”. L’album del mitico editore Sergio Bonelli è illustrato da Majo, il soggetto e la sceneggiatura sono di Mauro Boselli, che da quanto scrive in una prefazione, è stato ispirato a raccontare della nera terminatrice dopo una conversazione, avuta a Capoterra un paio di anni fa, con un conoscitore di tradizioni sarde, il professor Gavino Maieli.. L’eroe ammazza vampiri Dampyr si trova al centro di una faida tra due famiglie dell’entroterra sardo. Naturalmente durante la rievocazione dell’antico carnevale riappare l’accabadora animata dallo spirito inappagato di una bruxa (strega) morta quasi cento anni prima. La ricostruzione del rito dell’eutanasia è molto rigorosa, su mazzolu è riprodotto fedelmente su modello del reperto originale conservato al museo di Luras. Nella storia a fumetti la maledizione avrà fine grazie all’intervento di un latitante gentiluomo e di una pratica, donna conoscitrice delle pratiche magiche, che ricondurrà alla sua pace lo spirito malvagio della ragazza che si era votata al male per continuare la sua vendetta ammazzando a colpi di mazzolu i maschi discendenti dalla famiglia dei suoi nemici.


    Da La Stampa del 1 maggio 2005

    http://golem.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=531228
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 20-02-10 alle 03:02

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  2. #2
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    Vi consiglio questo libro scritto da Dolores Turchi, che da anni studia l'argomento e vi garantisco che è un'impresa! Tutti negano, i vecchi cambiano immediatamente discorso, solo qualcuno dice mezze frasi...

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 20-02-10 alle 03:10

  3. #3
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    Io ho solo un'esperienza indiretta... Lavoravo in un comune vicino a Cagliari e un'impiegata, che voleva testare la mia preparazione, mi chiese de sa fèmina acabadora. Io le risposi e allora iniziammo a parlare... Lei era di un paese isolato nella costa ovest, mi ha detto che la bisnonna era un'ostetrica... chi dà la vita, dà anche la morte... e mi ha raccontato di quando, una volta, la bisnonna era stata chiamata per aiutare un vecchio con la cancrena (a quanto pare, era frequente in passato...) al quale la moglie aveva già tagliato le dita dei piedi (splatter!!! )... dopo la visita della bisnonna, tutto era risolto...
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    .... .....
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    C'è una profonda giustizia.. nel dare alla stessa persona che aiuta a nascere.. anche il potere di aiutare a morire.. Cose di altri tempi.. di quando la realtà veniva vista per quello che era.. senza sovrapposizioni ideologiche..
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 20-02-10 alle 03:11
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

  5. #5
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    Affascinante e interessantissimo (specie dal mio punto di vista di "antropologo della morte"... )...

    Il volume è di un editore locale, immagino...
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 20-02-10 alle 03:11
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Perdu Visualizza Messaggio
    Vi consiglio questo libro scritto da Dolores Turchi, che da anni studia l'argomento e vi garantisco che è un'impresa! Tutti negano, i vecchi cambiano immediatamente discorso, solo qualcuno dice mezze frasi...
    Tranne – pare – una certa Paolina Concas, novant'anni compiuti, che rompe il silenzio e racconta a Dolores Turchi la morte della zia Tittia Piliedda per mano della signora della morte Tzia Malleni, "una donna anziana, fèmina pratica". E' accaduto a Seulo, suo paese nativo, nei primi anni Quaranta, mentre gli uomini erano al fronte.





    Da un articolo di Luciano Piras pubblicato su La Nuova Sardegna - 1.10.2008

    «Noi eravamo li, siamo andate, due nuore sono venute con me, eravamo tre, quattro. E gridava, la moribonda, c'era il prete che le aveva dato i sacramenti, poi quando il prete è uscito, hanno tolto tutto dalle pareti, i santi, tolti tutti, tutto, tutto tutto... Il sacramento le colava sulla testa e anche quello le hanno tolto». Così le donne del parentado hanno fatto strada alla signora dell'ultimo respiro, s'accabadora, Tzia Malleni… Soltanto allora zia Piliedda è morta, subito è morta, quando è arrivata Tzia Malleni, minuti sono passati, non più di minuti: dopo che le ha ficcato quel piccolo giogo, lei è morta. Morta e basta».

    S'accabadora: dallo spagnolo "acabar", mettere fine. «Una donna chiamata per interrompere una lunga agonia che si protraeva per più giorni tenendo il moribondo tra le più atroci sofferenze — spiega Dolores Turchi —. Erano i familiari a chiamare queste donne "esperte" quando volevano alleviare il loro congiunto da una simile pena, ma molto spesso, se l'agonizzante era cosciente, era egli stesso a richiedere l'intervento di queste persone che, a detta di molti, non lo facevano a cuor leggero». In altre parole: s'accabadora era la donna incaricata di staccare la spina. La spina cervicale, s'intende. Proprio come fece a Seulo con Tittia Piliedda.
    Soltanto così si spiega la morte istantanea procurata dall'accabadora.

    «Quella sera lì — continua Paolina Concas — non l'abbiamo vista quando l'ha tirato fuori, perché lo aveva nascosto sotto il grembiule questo jualeddu, ma doveva essere molto piccolo, quaranta centimetri, un piccolo giogo, simile al giogo grande che fanno per i buoi, di legno. Quando gliel'ha messo, alla moribonda, giusto qui, sotto il collo, quella è morta subito. Quando noi abbiamo visto questo ci siamo impaurite... ». Evidente che s'accabadora era fèmina pratica di anatomia umana: il pezzo di legno sistemato sotto la nuca, infatti, le serviva per spezzare la colonna cervicale con un colpo secco della mano sulla testa della persona in fin di vita. Un solo colpo, deciso, forte, senza tentennamenti, per una morte immediata. Altrimenti, s'accabadora, «poteva sollevare la testa dell'agonizzante ormai allo stremo delle forze e lasciarla ricadere contro su juale» spiega ancora Dolores Turchi, precisando che i sistemi usati dalle signore della morte, in fondo, erano tanti. «Ma tutte usavano su juale».




    Il giogo: simbolo sacro del dualismo anima e corpo, morte e rinascita. Concetti precristiani, propri del culto di Orfeo, diretta derivazione dei culti di Dioniso, praticati nella Tracia e diffusi in Grecia, a Creta, nell'Asia minore e nell'Italia Meridionale, già dal VI secolo avanti Cristo. Non a caso in Sardegna si credeva che la lunga agonia di chi non riusciva a morire, a passare nell'altro mondo, era dovuta a un sacrilegio. Per esempio: bruciare un giogo. La distruzione del giogo era considerata un peccato molto più grave dell'omicidio o dell'abigeato. In questi ultimi casi, infatti, l'offesa era indirizzata all'uomo; dare fuoco a su juale, invece, significava sfidare dio o comunque gli esseri superiori del regno dell'Aldilà. È così, allo stesso modo, che si spiega l'altra causa che porta l'uomo a scontare lunga e penosa agonia al momento del trapasso: spostare la pietra di confine. Simbolo del limite che passa tra il mondo dei vivi e il mondo delle anime. Spostare quella pietra era perciò un peccato gravissimo, un affronto diretto al dio Terminus, che aveva il compito di vigilare sulla inviolabilità dei confini dei campi. Compito sacro, soprattutto prima che l'editto delle chiudende, 1820, seminasse le lande di Sardegna di così tanti muretti a secco.

    «Non meraviglia dunque che fosse s'accabadora a intervenire nel momento cruciale — dice Dolores Turchi —. Era quello il momento in cui la famiglia chiedeva l'intervento dell'accabadora, che aveva il compito di porre fine alla sofferenza del moribondo, un'azione che nella mentalità del popolo veniva considerata come un gesto umanitario, fatto a fin di bene, per agevolare il trapasso».

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 20-02-10 alle 03:12

  7. #7
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    Negli anni 50/60, in uno sperduto paesino di montagna in Piemonte, c'era un vecchio parroco che collezionava denunce per abuso di professione medica. La maggioranza dei suoi parrocchiani, in quegli anni, non aveva la mutua e, se si ammalava, poteva contare solo sui rimedi della nonna o sull'aiuto del parroco; che, fra le altre mansioni, svolgeva pure quella di levatrice. A mezza voce e con molte allusioni, di lui dicevano pure che, in una precisa circostanza, aveva impartito una seconda estrema unzione "come le vecchie". All'epoca ero bambina, ma ho un ricordo preciso di questi discorsi.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 20-02-10 alle 03:10

  8. #8
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    Predefinito Eutanasia sarda...

    Antonello Cadinu

    SA FEMMINA ACCABBADORA


    Un problema cui si deve far fronte nel trattare questa tematica riguarda le fonti storiche che appaiono insufficienti e riconducibili solo ed esclusivamente a testimonianze indirette.

    L'accabbadura era un atto illegale, praticato segretamente all'interno delle abitazioni, in assenza di testimoni. Le uniche testimoni sarebbero potute essere le donne che eseguivano il rituale o le famiglie che lo richiedevano.
    Tuttavia è innegabile che tra le civiltà mediterranee il tema della morte avesse grandissimo rilievo ed i rituali ad essa connessi abbiano rivestito notevole importanza. In tale tradizione s'inserisce anche la civiltà nuragica della Sardegna, con la situazione peculiare. Le zone interne dell'isola infatti, indicate con il nome di "Barbagia", rimasero sostanzialmente immuni all'incedere del processo di romanizzazione e giunsero all'epoca cristiana presentando non poche caratteristiche delle società neolitiche. La religiosità che si sviluppò in queste aree era riconducibile ad un'inscindibile unione tra un paganesimo dalle radici nuragiche e forme di proto cristianesimo, A tale proposito è sufficiente ricordare come Papa Gregorio Magno (540-604 d.C.) lamentasse che vaste aree della Sardegna erano ben lontane dall'essere cnstianizzate e che sopravvivessero forme di paganesimo tollerate dal clero.

    Tra i rituali pagani sopravvissuti alla cristianizzazione vi sono quelli connessi alla morte che ricomprendono la figura de sa femmina accabbadora. Seguendo un'ipotesi descritta da due medici legali, Bucarelli e Lubrano, è ipotizzatole che il rituale dell'accabbadura derivasse, a sua volta, da una più antica tradizione pagana: l'usanza di porre sul collo del moribondo un giogo di buoi, un retaggio della società preistorica in cui il Toro, oltre ad essere il simbolo di virilità e fecondità, era anche il partner maschile della Madre Terra e il custode dei sepolcri. Secondo gli autori il giogo, usato per dare un colpo secco alla nuca del moribondo, sarebbe stato sostituito in seguito da un martello di olivastro lungo 45 cm denominato su mazzoccu che era lo strumento usato dall'accabbadora per compiere iì rituale.



    Le prime informazioni riguardanti il fenomeno delle accabbadoras vengono fornite dal generale Alberto della Marmora nella sua opera "Viaggio in Sardegna", del 1826. Una testimonianza analoga venne fornita, nel 1828, dal capitano di marina inglese William Henry Smyth che, pur riconoscendo l'esistenza della pratica, sottolineava come essa fosse scomparsa a partire dalla seconda metà del 700 a seguito dell'azione missionaria del padre Gesuita Vassallo, giunto nell'isola nel 1725. In realtà il fenomeno dell'accabbadura non viene menzionato né nelle memorie di Padre Vassallo né in quelle del suo biografo Padre Legiroli. Tale mancanza non dimostra necessariamente l'inesistenza del rituale. Al contrario questa omissione può essere spiegata con l'azione di censura operata dal clero stesso al fine di lasciare nell'ombra una pratica formalmente inaccettabile per la Chiesa di Roma. A dispetto di quanto testimoniato dai viaggiatori ottocenteschi, il rito dell'accabbadura non sembra si sia estinto a partire dal Settecento. Esso è sopravvissuto all'azione di cristianizzazione e sarebbe stato praticato fino alla prima metà del XX secolo.

    In tal senso è significativa la testimonianza del vescovo della diocesi di Nuoro, Monsignor Calvisi, che ricordò di aver conosciuto una superstite accabbadora a Bitti nel 1906. Oppure quanto accadde a Luras, piccolo centro situato nella provincia di Olbia-Tempio, nel 1929. L'ostetrica del paese venne processata, colpevole di aver aiutato un uomo di 70 anni a morire. I Carabinieri e il Procuratore del Regno di Tempio Pausania furono però concordi nel riconoscere il carattere umanitario del gesto: la donna non subì alcuna condanna. Vi sono altre testimonianze che suggeriscono il persistere della pratica in tempi ancora più recenti, anche se rimane aperta ia questione dell'attendibilità delle fonti e l'impossibilità di tracciare un confine certo tra storia e leggenda.

    In conclusione, si può affermare che l'atto dell'accabbadura rispondesse a due esigenze. Come ha sottolineato il Prof. Alessandro Maida, Rettore dell'università di Sassari, lo scopo primordiale del rituale aveva natura eminentemente economica. Il mantenimento di una persona morente risultava spesso incompatibile con le necessità di sopravvivenza di una famiglia indigente. Un'"eutanasia dei poveri", insomma. L'altra esigenza cui rispondeva l'accabbadura era, invece, connessa al sentimento di pietà umana, a dimostrazione del naturale bisogno dell'uomo di interrogarsi circa le questioni della vita.

    Indipendentemente dal fatto che sia esistita o meno, l'accabbadura mostra la tensione morale di una società arcaica che decideva di porre volontariamente fine alle sofferenze di un moribondo proponendo una visione morale antitetica ad una discutibile "etica del dolore".


    Approfondisci:
    * A. Bucarelli, C. Lubrano. Eutanasia "ante litterami" in Sardegna. Sa femmina accabbadóra, Scuola Sarda Editrice. Cagliari, 2003.
    * A. della Marmoraa, Voyage en Sardaigne de 1819 à 1825. Paris, 1826.



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    Predefinito Rif: Eutanasia sarda...

    Morte in chentu annos no si irmenticat mai
    La morte non si dimentica nemmeno in cento anni


    Sa femmina accabadora


    Immagine tratta dal sito http://todikaion.splinder.com/

    Studi approfonditi e analisi della documentazione rinvenuta presso curie e diocesi sarde e presso musei hanno accertato la reale esistenza di questa figura. S'accabadora era una donna che, chiamata dai familiari del malato terminale, provvedeva a ucciderlo ponendo fine alle sue sofferenze. Un atto pietoso nei confronti del moribondo, ma anche un atto necessario alla sopravvivenza dei parenti, soprattutto per le classi sociali meno abbienti: negli stazzi della Gallura e nei piccoli paesi lontani da un medico molti giomi di cavallo, serviva ad evitare lunghe e atroci sofferenze al malato.

    Sa femmina accabadora arrivava nella casa del moribondo sempre di notte e, dopo aver fatto uscire i familiari che l'avevano chiamata, entrava nella stanza della morte: la porta si apriva e il moribondo, dal suo letto d'agonia, vedeva entrare sa femmina accabadora vestita di nero, una delle gonne sollevata a coprirle il viso, e capiva che la sua sofferenza stava per finire. Il malato veniva soppresso con un cuscino, oppure la donna assestava il colpo de su mazzolu provocando la morte. S'accabadora andava via in punta di piedi, quasi avesse compiuto una missione, ci familiari del malato le esprime-vano profonda gratitudine per il servizio reso al loro congiunto offrendole prodotti della terra.

    Quasi sempre il colpo dato con su mazzolu era diretto sulla fronte, da cui, probabilmente, il termine accabadora, dallo spagnolo acabar, terminare, che significa alla lettera "dare sul capo". Su mazzolu era una sorta di bastone appositamente costruito e che si può vedere nel Museo Etnografico Galluras. E' un ramo di olivastro lungo 40 centimetri e largo 20, con un manico che permette unfimpugnatura sicura e precisa. Su mazzolu esistente al museo Galluras è stato trovato nel 1981: s'accabadora lo aveva nascosto in un muretto a secco vicino a un vecchio stazzo che una volta era la sua casa.

    ln Sardegna s'accabadora ha esercitato fino a pochi decenni fa, soprattutto nella parte centro-settentrionale clcl|'isola. Gli ultimi episodi noti di accabadura avvenncro a Luras nel 1929 c ai Orgosolo nel 1952. Oltre i casi documentati, moltissimi sono quelli affidati alla trasmissione orale e alle memorie di famiglia e molli ricordano un nonno o un bisnonno che ha avuto a che fare con la signora vestita di nero.

    A Luras, in Gallura, s'accabadora uccise un uomo di 70 anni. La clonna però non fu condannata e il caso fu archiviato. l carabinieri, il Procuratore del Regno di Tempio Pausania e la Chiesa furono concordi che si trattò di un gesto umanitario.

    Infatti, circa l'esercizio di s'accabadura, tutti sapevano e tutti tacevano, nessuna condanna sembra sia stata mai perpelrata nei confronti di questa donna missionaria che si faceva carico materialmente e moralmente cli porre fine alle sofferenze del malato. La sua esistenza è sempre stata ritenuta un fatto naturale... esisteva la levatrice che aiutava a nascere, esisteva s'accabadora che aiutava a morire.

    Questa figura è espressione di un fenomeno socio-culturale e storico e la pratica dell'eutanasia "ante Iitteram" nei piccoli paesi rurali della Sardegna e legata, non solo al rapporto che i sardi avevano con la morte, ma anche al matriarcato barbaricino. Nella cultura della comunità sarda, infatti, la donna e per tradizione dispensatrice di vita e custode dei morti. Non è mai esistita una vera paura di fronte agli ultimi istanti della vita dell'uomo. Si può anzi dire che i Sardi avessero una propria e personale gestione della morte'“' in cui la donna ha sempre giocato un ruolo fondamentale.

    Da Il codice barbaricino di Paola Sirigu, Cagliari 2007, 78-80.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 20-02-10 alle 02:43
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

 

 
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