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Discussione: Bhairava e la quinta testa di Brahma

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    Predefinito Bhairava e la quinta testa di Brahma

    Bhairava e la quinta testa di Brahma.


    La quinta testa di Brahma doveva cadere, e per più di una ragione. La causa prima, fondamentale, è ricordata nello Skanda Purana, dove si narra che in passato, proprio all’inizio del Krta Yuga, l’età dell’oro, Brahma si innamorò della sua giovane figlia e si accinse a congiungersi con lei. Vedendo questo, Shiva tagliò con una spada la quinta testa di Brahma. La scena originale, che si colloca all’inizio dei giorni, è rappresentata qui nello stile di un’epoca successiva, quando la figura del padre Prajapati aveva ormai acquisito le caratteristiche di Brahma, compresa la quinta testa, la proiezione fisiognomica verso l’alto del desiderio erotico che gli aveva dato alla testa. In questo contesto, Rudra non puntò la freccia verso il sesso di Prajapati, ma brandì una spada con cui tagliò quella testa scostumata. Se non fosse per il cambiamento di stile e di iconografia, la scena primordiale sarebbe rimasta immutata.

    Secondo altre narrazioni, il luogo della decapitazione di Brahma non fu la desolata vastità di un mondo nascente, bensì il picco sublime del monte Meru, la montagna cosmica. Fu lì che i grandi saggi chiesero a Brahma quale dio fosse l’imperitura realtà suprema. Tratto in inganno dalla maya di Shiva, Brahma affermò di essere lui stesso la realtà suprema. Anche Vishnu si proclamò tale. I Veda dichiararono che Shiva era la realtà ultima in cui risiedono tutti gli esseri, la realtà suprema che gli yogin conoscono, il Grande Signore che fa girare la ruota dell’esistenza, Shankara, colui che porta la pace, Mahadeva, il Grande Dio, Purusha, l’essere primigenio, Rudra. Nell’udire queste parole, nella sua illusione Brahma rise e domandò: “Come mai, dunque, lo Spirito Supremo, il Brahman, libero da ogni attaccamento, si diletta lussuriosamente con la sua sposa e gli assai superbi Pramatha, gli spiriti agitatori?

    In questa lotta per la supremazia, Brahma assunse una posizione aggressiva verso Shiva, che non era presente al consesso degli dei e dei saggi sulla vetta del monte Meru. Fu sotto l’incantesimo della maya del Signore Shiva che i due demiurghi si comportarono a quel modo. Brahma inveì contro Shiva per la stessa ragione che, secondo alcuni dei, aveva indotto Rudra ad attaccare Prajapati nella scena primordiale. Tuttavia, l’amplesso di Prajapati con la figlia era stato solo un indizio del fatto che l’interezza dell’assoluto era stata infranta quando la sua sostanza era defluita nella creazione. In seguito, la forza dell’immagine sessuale sommerse il significato del simbolo e lo inghiottì. Esso si affacciò alla mente inquieta e offuscata di Brahma quando questi attaccò Shiva, il grande Yogin, che in apparenza erra schiavo della lussuria e dunque non aveva i titoli per essere la realtà suprema, libera da ogni attaccamento.

    L’ultima parola del consesso degli dei e dei saggi toccò a una divinità informe, che aveva assunto una forma, il suono AUM, il suono primordiale, il pranava, la fonte di tutti i Mantra. Pranava disse: “Mai il Grande Signore Rudra-Shiva si diletta con una sposa che sia separata da sé. Il glorioso Signore è autoluminoso, eterno. Il suo diletto in se stesso è chiamato Devi, la dea. Shivaa (Shakti) non è al di fuori di Shiva.” Egli è l’asceta che, per la sua stessa natura, è “sempre in stretta unione con la dea.”

    Prajapati si era congiunto alla figlia, che era la sua dualità autogenerata. Shiva invece racchiudeva in sé la dea, il proprio stato di beatitudine. Dunque era tutt’uno con lei, nell’appagamento autosufficiente della divinità, la cui incandescenza dissolveva i loro lineamenti. L’alternanza in lui del Signore e della dea si erra manifestata come Ardhanarishwara, destra e sinistra, maschio e femmina in parti uguali all’interno del Signore.

    Se anche il pranava, il suono puro, la vibrazione eterea con cui il cosmo canta se stesso, giunse all’orecchio di Brahma, non riuscì a comunicargli il proprio messaggio, poiché egli era offuscato dall’imperscrutabile maya di Shiva. In tale situazione di stallo, una luce celestiale irradiò il firmamento, un globo risplendente, oppure una massa di fiamme che dal cielo si riversava sulla terra, o forse era Purusha che reggeva un tridente? La mezzaluna gli ornava il capo, sulla fronte gli brillava un terzo occhio, era cinto da una ghirlanda di serpi. La quinta testa di Brahma, bruciante di rabbia, sollevò lo sguardo e vide Nila-Rohita. La quinta testa di Brahma bruciava di collera. Avendo creato la quinta testa, Brahma si rivolse al Signore Supremo: “O Grande Dio, ti conosco. In passato sei scaturito dalla mia fronte. Eri mio figlio di nome Rudra. Vieni a me. Io ti proteggerò.” Quando Maheshwara, il Signore, udì queste parole arroganti emanò Kalabhairava dall’aspetto orrido, Kalaraja, il signore del tempo di cui persino il tempo ha paura.

    Non ci sono parole adatte a descrivere la spaventosità di Bhairava, il terrore che suscita. Bhairava è la forma completa di Shiva. Gli sciocchi, tratti in inganno dalla maya di Shiva, non lo conoscono. Bhairava, il Kalapurusha, il Tempo che controlla il tempo, che controlla ogni cosa, recise quella testa con l’unghia del pollice sinistro, o con la punta delle unghie delle dita della mano sinistra, o semplicemente la tagliò dopo una violenta battaglia. La testa tagliata restò attaccata alla mano di Rudra. Il suo teschio non abbandonò il palmo della mano sinistra di Bhairava.

    Bhairava è Shiva nel suo aspetto più terrificante. È Shiva nella sua interezza, sia che lo si intenda come emanazione di Shiva, sia che lo si veda, al livello più elevato di Shiva, come Mahadeva Kalabhairava, il Grande Dio Kalabhairava. La mano sinistra che tagliò la testa era la stessa cui restò attaccato il teschio di Brahma. Secondo il Kurma Purana, Shiva estrinsecò il proprio essere, fronteggiando se stesso in una unità molteplice. Mahadeva, il Grande Dio, ordinò a Nila-Lohita, il quale gli stava dinnanzi, di portare il teschio come ciotola per le elemosine e di andar mendicando per espiare il peccato commesso. Il Grande Signore disse a Kalagni, che è il tempo, il Fuoco divoratore, e che divenne Bhairava: “Vaga senza sosta chiedendo l’elemosina.” Allora Mahadeva Kalabhairava, di cupo aspetto e bellezza, andò errando per il mondo. E per quanto desiderasse liberarsene, il teschio restò nella sua mano mentre egli espiava il proprio peccato.
    Il dio innominato (Rudra) la cui freccia colpì il Padre nell’orgasmo sessuale e Shiva-Bhairava, che tagliò la quinta testa di Brahma, sono identici nell’essenza.

    La quinta testa di Brahma schernì il signore Shiva che si manifestava nella gloria; sminuì il Grande Dio perché era nato come figlio di Brahma e offrì protezione paterna a Mahadeva. Tuttavia, Shiva aveva previsto l’osservazione malevola di Brahma. All’epoca in cui Brahma aveva desiderato che Shiva nascesse come figlio suo, così che Brahma potesse creare gli esseri viventi, Shiva gli aveva assicurato che gli avrebbe tagliato l’arrogante quinta testa. La quinta testa di Brahma era la testa di un cavallo. È risaputo che la testa di cavallo corona Vishnu il quale è detto Hayamukha, “faccia di cavallo”, ma un appellativo simile, Hayagriva, è il nome di un demone ucciso da Vishnu. L’ambiguità della testa di cavallo nasce dal sole, che vivifica ma al tempo stesso scotta, di cui il cavallo è un simbolo. Parimenti la testa del cavallo custodisce e rivela conoscenze segrete. La quinta testa di Brahma recitava con scarsa prudenza, anche se profeticamente, L’Atharvana mantra, “O Kapalin, “Portatore del teschio”, o Rudra... Proteggi il mondo...”, mentre Rudra appena nato, sedeva sulla spalla del padre.

    La quinta testa di Brahma autoacquisita per lussuria o arroganza, doveva cadere a causa della preveggenza e imprudenza dimostrate invocando e provocando il dio neonato in quanto Kapalin. Egli, infatti, non avrebbe meritato tale titolo fin quando non avesse tagliato la testa di Brahma e fin quando questa non si fosse trasformata in un teschio attaccato alla sua mano; allora sarebbe andato mendicando con quella ciotola che un tempo aveva racchiuso l’impulso e l’aspirazione d più forti di Brahma. Nell’udire le parole del mantra, “o Portatore del teschio, o Rudra...”, dalla bocca di Brahma, Rudra Nila-Lohita, Bhairava, tagliò la quinta testa di Brahma con l’unghia del pollice sinistro.

    Le ansie connesse al rapporto padre-figlio che li univa indussero la quinta testa di Brahma a un’imprudenza fatale. Se la quinta testa manifestò la propria preveggenza allo scopo di far arrabbiare Shiva, fece anche di peggio quando, secondo un’altra versione del mito, mentì. Ciò avvenne sul campo di battaglia dove Brahma e Vishnu si affrontarono, non con le parole ma con le armi, per provare, attraverso la supremazia del vincitore, la sua natura di realtà ultima. Vedendo che le armi fiammeggianti dei demiurghi in lotta stavano per incendiare il mondo, Shiva apparve sul campo di battaglia come un’enorme colonna di fuoco. Gli dei si chiesero cosa fosse quel pilastro ardente e cercarono di misurarne l’estensione, come aveva fatto quando il pilastro fiammeggiante era sorto dalle acque della notte cosmica. Non riuscirono a raggiungere né la base, né la sommità, ma Brahma che era volato verso l’alto prendendo la forma di un’oca selvatica, tornato indietro menti a Vishnu e dichiarò di aver visto la cima del pilastro. In realtà, tutto ciò che aveva visto era un fiore Ketaki che era venuto giù fluttuando nell’aria quando la testa di Shiva era stata scossa dalle risate alla vista della battaglia tra Brahma e Vishnu. Ma quando Vishnu si inchinò a Brahma, credendo che quest’ultimo avesse visto la sommità del pilastro fiammeggiante, Shiva si manifestò per punire il bugiardo. Dal centro della propria fronte egli creò Bhairava affinché castigasse Brahma. Secondo questo mito, Mahadeva, il Grande Dio, ordinò a Bhairava di venerare Brahma con la sua spada rapida e affilata. Bhairava afferrò per i capelli la quinta testa di Brahma, che era stata superba e aveva mentito; alzò la spada per colpire e tagliò la quinta testa di Brahma. Benché impartita in un contesto cosmico, la punizione radicale di Brahma per ragioni etiche, perché il Creatore aveva mentito, offusca il significato metafisico del parricidio di Brahma, il Creatore, ad opera di Shiva. Per rafforzare l’argomentazione su basi etiche, si racconta che non solo Brahma mentì, ma indusse anche il fiore Ketaki a testimoniare il falso confermando di aver visto Brahma raggiungere la sommità del linga. In un’altra versione del mito, Brahma decise di dire di aver visto la fine del pilastro e si fece spuntare una quinta testa da asina, per pronunciare quella menzogna che gli altri quattro volti non avrebbero potuto dire.

    La bugia di Brahma era una ragione eticamente più giustificabile per decapitarlo di quanto non fosse l’autoglorificazione della quinta testa che, secondo un’altra versione ancora, fece sì che questa offuscasse la radiosità di tutti gli altri dei. Secondo il Padma Purana, fu a causa di questa luminosità eccessiva che Rudra tagliò la quinta testa con l’unghia del pollice sinistro. Lo Skanda Purana amplifica il racconto. La quinta testa di Brahma, inebriata dall’orgoglio, produsse un calore (tejas) così violento da distruggere il fuoco degli dei e dei demoni. Costoro cercarono rifugio presso Shiva che, a nome loro, si recò da Brahma. Questi, ormai del tutto ottenebrato, non riconobbe Shiva, che rise forte. Stupefatto dalla risata di Shiva e confuso dal suo tejas, Brahma perse la testa a causa dell’unghia del pollice sinistro di Shiva. L’intensità del calore (tejas) di Rudra disorientò Brahma a tal punto che non si accorse che la sua testa era rimasta attaccata alla mano di Rudra. Col teschio aderente alla mano, Shiva danzò.

    Il teschio della quinta testa di Brahma, la testa per eccellenza, in cui lussuria e orgoglio avevano raggiunto l’acme, doveva cadere. Shiva abbattè la testa di Brahma con la stessa inevitabilità che aveva guidato la freccia di Rudra contro il Padre, Prajapati. La provocazione verbale di Brahma quando aveva sottolineato esagerando il proprio status paterno, il suono stridente della sua voce, il suo mentire in un momento cruciale, non erano altro che espressioni di irritazione le cui radici affondavano in profondità.

    La testa di Brahma doveva cadere. A reciderla fu Shiva che, a questo scopo, emanò da sé Bhairava, l’altra sua forma. Bhairava è lo Shiva completo, totale. L’unghia del suo pollice sinistro fu sufficiente a staccare la testa di Brahma. Bhairava aveva un aspetto così feroce che persino Kala, che è il Tempo e la Morte, ne aveva paura; perciò è detto Kalabhairava. Bhairava era anche Kalaraja, signore del tempo e della morte. Da Bhairava emanava terrore. Tormentati dalla paura, coloro che lo guardavano vedevano in lui la fonte della propria paura. Nella pienezza del loro terrore vedevano l’incarnazione della paura.

    In particolare Bhairava è Shiva, così come Sarva era Rudra. Il cacciatore feroce aveva cambiato forma e modalità di attacco. Nessuna distanza lo separava più dalla sua vittima. Il loro contatto era ravvicinato, il tocco affilato della mano del dio era definitivo, non c’era alcun intervallo di tempo o di spazio. Shiva divenne Kapalin. Il teschio di Brahma restò attaccato alla mano di Bhairava. Il peccato di brahmanicidio non lo lasciò. Come chiunque uccida un brahmano, Shiva-Bhairava, pur essendo Dio, dovette espiare quello che era il peggiore di tutti i peccati. Facendo di se stesso un peccatore, divenne “l’archetipo divino dell’asceta Kapalika”. Il Kapalika “simboleggia lo yogin che è perfetto proprio perché sul piano terreno è il più vile degli asceti”.


    Il mito di Bhairava è narrato, in diverse versioni, in numerosi testi tra cui:
    Shiva Purana
    Skanda Purana
    Kurma Purana
    Matsya Purana
    Varaha Purana
    Padma Purana
    Brahma Purana


    Liberamento tratto da "The Presence of Shiva" di Stella Kramrisch
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    Così lontano mi spinsi che la via del ritorno smarrii.

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    Predefinito Re: Bhairava e la quinta testa di Brahma

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    Predefinito Re: Bhairava e la quinta testa di Brahma

    Stella Kramrisch
    La presenza di Śiva
    Traduzione di Vincenzo Vergiani


    RISVOLTO
    Narra uno dei più antichi miti indiani che, agli albori di un mondo ancora sospeso nell’eternità, Prajapati, il Progenitore, preso da irrefrenabile bramosia, si accoppiò con la figlia Usas, l’Aurora. Fu allora, nell’attimo immobile e silenzioso che precede ogni creazione, che un terzo attore, testimone oscuro dell’evento, apparve per la prima volta sulla scena: Rudra, l’Arciere, il custode dell’Increato. Mirando con studiata crudeltà all’atto procreativo che avrebbe frantumato l’integrità indistinta del pleroma, con un grido egli scagliò la sua freccia. Mai gesto fu più carico di conseguenze. Ferito all’inguine, il Progenitore sparse a terra il seme – quel seme che lo stesso Rudra, in quanto Agni, in quanto Fuoco, aveva preparato e fatto maturare. Nacquero allora il tempo e la moltitudine degli esseri.
    Già qui, ai primordi della civiltà indiana, Rudra, mostrandosi in tutta la sua ambivalenza di guardiano della pienezza originaria e responsabile del suo riversarsi nella creazione, lascia intravedere i contorni di quello che in epoca classica sarebbe divenuto Siva, il Signore dello Yoga, luogo di tutti i paradossi, coscienza capace di abbracciare nella sua intensità estrema l’uno e il molteplice, l’eternità e il tempo.
    Pubblicato nel 1981, La presenza di Siva può essere considerato come la summa di Stella Kramrisch, a cui già si dovevano fondamentali studi sull’arte e sui templi indiani. Mai come in questo libro la Kramrisch è riuscita a ricostruire dall’interno la vasta articolazione del pensiero mitico ed esoterico indiano, che proprio attraverso l’inesauribile figura di Siva raggiunge la più alta e soggiogante «presenza».
    per caso

 

 
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