Il marxismo e la cultura liberal-democratica in Italia. Un incontro-scontro direttamente politico (1983)
di Giuseppe Galasso – “Rinascita”, a. XL, n. 9, 4 marzo 1983, p. 41.
Le urgenze del dopoguerra portarono Croce e la sua scuola a tentare di esorcizzare la crescente influenza ideologica del marxismo. Le riflessioni di Antoni e Salvemini hanno confini relativamente più aperti. Il delinearsi di un’area di confronto più complessa, da Bobbio a Calamandrei, da Romeo a La Malfa. Il ruolo centrale di Gramsci. Un reciproco arricchimento. Oggi si apre forse una fase nuova.
Non c’è alcun dubbio che l’atteggiamento verso Marx e il giudizio sul marxismo abbiano costituito, fin dalla ripresa della libera discussione culturale e politica fra il 1943 e il 1945, un elemento fondamentale di caratterizzazione della cultura liberal-democratica in Italia. Erano, anzi, andati costituendolo già da prima, nella discussione, sia pure per lo più sotterranea e cifrata, degli ultimi anni del fascismo, gli anni della guerra, quando non solo i più antichi e costanti antifascisti, ma anche molti di coloro che al fascismo avevano prestato un’adesione tiepida o forzata o provvisoria e, soprattutto, la generazione più giovane, quasi tutta cresciuta ed educata nel segno del fascismo stesso, avevano cominciato a prendere coscienza della maturazione di altre esigenze e di altri tempi.
Se si dovessero indicare i punti di riferimento ai quali da parte liberale e democratica si guardò con maggiore attenzione e adesione, non c’è dubbio che, a parte i vecchi maestri come, innanzitutto, Croce e poi, per fare un solo nome, Salvemini, non furono molte, in realtà, le pagine di nuova e densa analisi o meditazione del pensiero marxiano. Tra esse spiccano, sia per l’importanza avuta allora, sia per il loro rilievo oggettivo, quelle di Carlo Antoni su ciò che è vivo e ciò che è morto nella “dottrina di Carlo Marx”, che, infatti, restarono a lungo, e forse restano ancora, il testo più impegnato, nel settore liberal-democratico, in uno sforzo analogo. E parliamo qui – è bene precisarlo – della cultura militante, di quella, cioè, più direttamente impegnata nel dibattito e nella lotta politica e più legata ad essi.
È noto come la posizione del Croce si sia fatta, dalla fine della seconda guerra mondiale, sempre più dura nei confronti del marxismo e del suo fondatore. Si dà, per lo più, di ciò una spiegazione politica. Forse è meglio puntare a una spiegazione storica: nel senso che Croce avvertì, con acuta pregnanza di giudizio, che cosa significasse nella vita del mondo contemporaneo l’alterazione dell’equilibrio mondiale a cui la guerra aveva portato, e quale pericolo rappresentasse, per le sorti del liberalismo e della democrazia di tradizione occidentale, quell’andare del mondo verso sinistra, di cui si faceva allora un gran parlare, una volta che avesse preso la strada che la Mosca di Stalin indicava con perentoria sicurezza circa quelli che dovevano essere i destini del mondo. Perciò Croce – mentre tendeva ora a deprimere al massimo il reale significato teoretico e storiografico del marxismo, pur senza smentire mai la fiducia storicista verso le possibili conversioni del “socialismo reale” nella Russia sovietica, che aveva espresso in pagine memorabili della Storia d’Europa nel 1932 – esaltava pure al massimo il rapporto del pensiero liberale con le maggiori tradizioni occidentali, da quella democratica a quella cristiana, nei cui confronti il marxismo veniva esorcisticamente configurato come un elemento spurio di deviazione e di rinnegamento, tutto praxis e scarso pensiero, sospeso fra l’utopia, da un lato, e l’idea attivistica di una forza totalitaria che pretende di sostituirsi al pensiero e di valere per esso, dall’altro.
Le riflessioni di Salvemini erano più semplici. Il marxismo poteva raccontare ciò che voleva del mondo e della storia, dell’economia e delle classi, degli uomini e del loro destino. In pratica, esso aveva messo capo a un regime in cui la giustizia era scarsamente realizzata e la libertà totalmente negata. Dall’altra parte, c’era un mondo capitalistico pieno di storture e di ingiustizie, e spesso odioso negli atteggiamenti e nella mentalità. Ma il capitalismo, innanzitutto, non dimostrava affatto di volersi adeguare alle leggi e alle fasi di sviluppo che Marx gli aveva assegnato, e anzi riusciva a produrre e ad assicurare maggiore prosperità del marxismo. In secondo luogo, poi, il capitalismo si dimostrava largamente conciliabile con la libertà; e ne assicurava tanta da permettere quelle riforme costanti, a cui Salvemini dirigeva la sua intenzione e attività politica. L’opzione di Salvemini non poteva essere dubbia.
Antoni faceva un’analisi più specifica del pensiero marxiano. Nel 1944 vi ravvisava componenti diverse. Da un lato, istanze giusnaturalistiche, con l’idea di un dover essere a cui adeguare la storia del mondo; dall’altro, Realpolitik, ossia l’idea della forza e degli interessi come matrici della storia, e storicismo, ossia dialettica hegeliana e filosofia della storia, delineanti un processo di cui si conosceva l’inizio e la fine e che perciò si configurava con assoluto determinismo. Ma Antoni indicava pure un altro aspetto del pensiero marxiano che, per quanto di scorcio, puntava a coglierne il senso storico nell’epoca della sua genesi. “Il marxismo – scriveva – è l’omaggio che lo slancio d’ascesa della masse operaie ha reso allo spirito dell’Ottocento, ottenendovi in tal modo diritto di cittadinanza”: uno spunto di grande interesse che, tuttavia, nel discorso di Antoni rimaneva pressoché marginale.
Se alla varia ispirazione e ai complessi atteggiamenti e giudizi, che le esemplificazioni qui rapidamente sunteggiate attestano, si aggiungono le critiche al marxismo da parte degli economisti di scuola liberale, a partire da Einaudi, o di tendenze più recenti, come la keynesiana, e, ancora, le riflessioni sulla storia – soprattutto dell’Italia contemporanea – ispirate dalle polemiche di parte marxistica (si ricorsi, in particolare, Chabod), si ha un quadro non troppo incompleto dei modi in cui la cultura liberal-democratica si apprestava al confronto con il marxismo nell’Italia post-bellica. La polemica si ebbe forte col marxismo anche sul piano politico-costituzionalistico delle strutture e delle garanzie di un regime di libertà, come si vede, ad esempio, nei dibattiti che al riguardo si ebbero alla Costituente.
Se dovessi esprimere un’impressione, direi, per altro, che nei decenni seguenti il confronto ha portato la cultura liberal-democratica assai più ad approfondire le proprie ragioni, il proprio retroterra storico e critico, le proprie proposte ideali e immediate, che non ad un dialogo effettivo con Marx. Quasi, insomma, uno specchio, in cui leggere un’immagine di sé da adeguare con larghezza di idee e di giudizi ai grandi compiti a cui chiamava la storia contemporanea. Non che mancassero approfondimenti specifici, e anche tecnici, del pensiero marxiano, a partire almeno dagli studi di Bobbio sui Manoscritti filosofici del 1844, da lui tradotti nel 1949. In particolare, è stato oggetto di attenzione il nesso Hegel-Marx. E, in effetti, l’intera tradizione marxistica italiana ha ricevuto un’attenzione parallela e inversa, nel suo senso, a quella con cui i marxisti italiani ripercorrevano la tradizione nazionale e tendevano a configurare, ad esempio, fra l’altro, una linea derivativa Machiavelli-Vico-De Sanctis-Labriola-Gramsci.
Non c’è dubbio, però, che l’interesse prevalente fosse, come si è detto, quello di un confronto volto soprattutto, forse senza neppure avvedersene, per un moto spontaneo, all’analisi e alla promozione di se stesso. In effetti, la cultura liberal-democratica si sentiva allora un po’ come una cittadella assediata. I rischi di franamento erano continui. Negli anni a cavaliere del 1950 i passaggi all’area politica che si proclamava marxista furono moltissimi, e anche importanti: è perfino superfluo fare nomi. Su tutto un versante il confine con l’area marxistica rimaneva incerto. In altri casi (Bobbio, Calogero, Calamandrei, Galante Garrone…) i problemi di orientamento ideologico si configuravano, nella loro traduzione politica, con una complessità fuori dal comune. D’altro canto, la vasta affermazione di un’area politico-culturale definibile come cattolica, spesso convergente con quella marxistica nelle critiche storiche o strutturali alle tesi della cultura liberal-democratica, dava ancora di più il senso di una tradizione messa troppo radicalmente in discussione per porsi altri problemi.
In ogni caso, quella che veniva più spesso proposta nei dibattiti italiani era un’immagine autentica di Marx e del marxismo? Negli anni ’60 su questo punto la polemica esplose assai forte proprio nell’area marxistica e portò, dagli inizi degli anni ’70, a una progressiva perdita di centralità della figura di Gramsci, che aveva sino ad allora campeggiato nel panorama marxistico italiano. Inoltre, le contaminazioni tra marxismo, da un lato, e pragmatismo, neopositivismo, esistenzialismo, strutturalismo, scienze sociali e altri indirizzi di pensiero, dall’altro, non erano fatte per semplificare l’approccio a Marx e attestavano, invece, nella loro frequenza e varietà, quanto questo approccio fosse complesso e mediato anche per l’area che voleva definirsi come marxistica.
Con tutto ciò non si può dire che i problemi sollevati dalla discussione sul marxismo – per quanto attinenti più al particolare marxismo di cui si parlava in Italia che non direttamente a Marx – restassero senza influenza sulla cultura liberale e democratica del paese. Per fare appena qualche fuggevole esempio, filosofi e storici, economisti e politici come Romeo e Sasso, Ugo La Malfa e Rossi Doria ne hanno tratto o spunti concettuali e metodologici o esigenze di discussione su problemi importanti come l’industrializzazione italiana e la relativa accumulazione capitalistica, come le varie articolazioni dello storicismo e della dialettica, come il rapporto tra masse e regime democratico e fra riforme sociali e compatibilità economiche, come la questione contadina e la riforma agraria. Preziosa fu poi l’esperienza di uomini come Valiani, Garosci, Venturi, ecc., passati attraverso la milizia azionistica e poi sollecitati sempre più dalle circostanze a definire e ridefinire in sede politica e in sede storica il confine di socialismo, e democrazia in genere, con tradizioni ideologicamente più chiuse, portando spesso un’esperienza diretta di rapporto con questa o quella espressione del marxismo. E, ancora per fare un esempio, analoghe sono state le sollecitazioni risentite sul piano della storia del Mezzogiorno e della Sicilia e della questione meridionale da storici come Galasso e come Giarrizzo; e altri esempi conformi si ritroverebbero facilmente nel campo delle scienze giuridiche e delle scienze sociali.
A sua volta, la cultura liberal-democratica ha costituito una presenza che il marxismo italiano (nella sua accezione più alta e nel suo più diretto rapporto – che è l’unico tenuto presente in questa nota – col dibattito e con la lotta politica) ha dovuto a sua volta assumere a termine di confronto e di discussione. Molte delle sollecitazioni in senso pragmatistico, sociologico, ecc. sono venute ad esso proprio da questa parte. La polemica sui princìpi – dalla presenza di giornali come Il Mondo e di varie riviste fino a quella di studiosi e scrittori come Vittorio De Caprariis o di giornalisti come Ronchey e Bettiza – è stata anch’essa importante; e dalla destalinizzazione in poi ha trovato un campo di applicazione ancora più specifico con uno sforzo di interpretazione sempre più approfondito di ciò che nei fatti significava il “socialismo reale”. E, infine, si deve pure fare calcolo della forza di penetrazione della cultura liberal-democratica nell’area definibile come marxistica, con effetti sempre più e sempre meglio visibili su tutto il relativo campo e, in particolare, per fare anche qui un solo esempio, su intellettuali come Colletti.
Può darsi che tutto questo – fuori dalle sedi più propriamente accademiche – non abbia conferito, direttamente, molto agli studi marxiani. È certo, però, che la cultura italiana degli ultimi quarant’anni ha potuto ricevere alcuni dei suoi arricchimenti proprio nel confronto che cultura liberal-democratica e marxismo italiani hanno condotto a volte con grande asprezza polemica. Certo, non ne sono venuti fuori libri come, al loro tempo, quelli del Gentile sulla filosofia del diritto in Marx, o di Croce sull’economica marxistica. E neppure ne è venuto fuori, d’altra parte, l’Anti-Croce auspicato da Gramsci, sia pure con la ridefinizione che tentò di darne il Garin. E, del resto, anche il riferimento a Marx è stato, come si è detto, in questo confronto forse meno diretto di quanto ci si sarebbe potuto aspettare. Ma ogni stagione storica ha i suoi modi di essere e di esprimersi; e quella succeduta alla seconda guerra mondiale ha visto sorgere e svilupparsi problemi che molto poco spesso consentivano di rifarsi a moduli e a criteri di altre epoche.
Giuseppe Galasso




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