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    Predefinito "Rinascita" (PCI) sul XXXIV Congresso del PRI (1981)

    Il Pri tra l’emergenza e la piccola governabilità (1981)



    di Antonio Caprarica - “Rinascita”, a. XXXVIII, n. 21, 22 maggio 1981, p. 18.



    Era stato annunciato come il congresso che avrebbe dato via libera alla “proposta Visentini”. E invece l’imminente assise nazionale del Pri, a Roma dal 22 al 25 maggio, sembra piuttosto dominata dalla “sindrome del cerino”: dal timore, cioè, di scottarsi le dita innescando una crisi di governo che potrebbe essere suggellata dalle elezioni anticipate. Giovanni Spadolini, che ha fatto conoscere la sua relazione congressuale (un vero e proprio volumetto di 133 pagine) con quasi un mese d’anticipo, lo ha detto chiaro e tondo: “non dobbiamo portare la situazione al punto tale che possa essere imputato al Pri un eventuale scioglimento delle Camere”.
    I repubblicani hanno innestato la marcia indietro? Gli ultimatum di Craxi (sia pur formalmente respinti da Spadolini), le interferenze di Longo, l’offensiva della destra interna schierata a difesa del quadripartito (Gunnella minaccia di uscire dalla maggioranza e di presentare liste proprie al congresso, con l’obiettivo di raccogliere un 15-20 per cento), hanno costretto il Pri a rinfoderare gli atti d’accusa pronunciati dal suo presidente Visentini? In verità il disagio per la coabitazione nel gabinetto Forlani traspare con molta chiarezza dai discorsi di gran parte dei dirigenti della maggioranza. Ma resta il fatto che la “proposta Visentini”, fin qui presentata come la leva capace di aprire una nuova fase politica, è stata invece “derubricata”, nella relazione di Spadolini, a semplice capitolo di un discorso di principio sul funzionamento delle istituzioni e dei partiti. Il “leale sostegno” a Forlani, dichiarato a ogni piè sospinto dal segretario del Pri, sarà perciò recitato con la massima probabilità anche dai documenti ufficiali del congresso.
    I sostenitori più convinti delle idee di Visentini invitano però a non lasciarsi ingannare dalle apparenze. Intanto – dicono – l’appoggio a Forlani è condizionato agli adempimenti programmatici: e se uno li aspetta da questo governo… Poi, rimane stabilito che il Pri non è e non sarà disponibile a far parte di maggioranze rigidamente delimitate, tipo il “pentapartito di ferro” vagheggiato dalla destra Dc. Di conseguenza – concludono gli “esperti” – alla fine si vedrà che questo congresso, nonostante tutto, avrà fatto compiere al Pri un altro buon tratto, anche se non decisivo, sulla strada che porta lontano dal quadripartito. E se Spadolini pecca forse di eccessiva cautela, non bisogna dimenticare che il fair play di oggi potrebbe tornargli prezioso domani, nel momento in cui dovesse porsi il problema del cambio della guardia – un laico al posto di un Dc – a palazzo Chigi.
    Lasciando da parte le interpretazioni e le previsioni più o meno lambiccate, è certo comunque che il 34° Congresso del Pri – 2.100 delegati in rappresentanza di altrettante sezioni – si presenta come una tappa cruciale nell’ormai lunga storia di quello che Togliatti definiva il “piccolo partito di massa”, riferendosi alla caratteristica di certi suoi insediamenti tradizionali in Romagna, nelle Marche, in Toscana. Questo è il primo congresso senza Ugo La Malfa. Ed è anche quello chiamato a tracciare una strategia per i prossimi mesi e i prossimi anni, dopo la crisi dell’esperienza di solidarietà nazionale che ebbe in La Malfa uno dei suoi protagonisti e ispiratori.
    Spadolini afferma di considerare l’intuizione lamalfiana dell’emergenza come l’eredità maggiore del leader scomparso due anni fa, e rivendica all’attuale gruppo dirigente il merito di non averla tradita. E tuttavia è difficile negare che la parola d’ordine lanciata oggi dal segretario repubblicano, “emergenza senza solidarietà”, riveli nella sua stessa formulazione, alquanto ermetica, l’incertezza di un partito che guarda con qualche apprensione al suo ruolo sulla scena politica italiana.
    “Emergenza senza solidarietà” – spiega Spadolini – vuol dire in pratica salvaguardia della linea dell’emergenza, in un quadro di incontestabile gravità, “con le forze disponibili nell’attuale situazione internazionale e interna”. È la linea che ha ispirato l’appoggio del Pri prima a Cossiga, poi a Forlani: e che, tutto sommato, si può senza molti sforzi far coincidere con una politica di “piccola governabilità”. Ma come nascondere allora la contraddizione fra questo dato e il riconoscimento delle dimensioni e della profondità della crisi? Come conciliare le denunce visentiniane della degenerazione della cosa pubblica, dell’ “usurpazione partitocratica”, con la pratica deleteria dei “vertici” di maggioranza e della lottizzazione, in cui il quadripartito si è distinto? È questo il nocciolo duro del problema che sta davanti al congresso del Pri.
    Ecco perché non è solo l’esigua pattuglia di minoranza di sinistra a opporsi, in nome dell’alternativa, alla “corresponsabilità democratica” che prende corpo nei tre ministri repubblicani del quadripartito. La buona accoglienza che ha trovato nel Pri la proposta di Visentini, giudicata capace di rompere gli schemi in cui è imprigionato il pieno sviluppo della democrazia italiana, si spiega certo anche col prestigio del personaggio. Ma poggia soprattutto sulla sensazione molto diffusa nel partito che l’idea del presidente sia capace di ridare ai repubblicani ruolo e spazio: quelli che competono a un partito che si sente e si dichiara forza della sinistra italiana, punto di riferimento, anzi, della sinistra democratica e riformatrice, non socialista e non marxista.
    “Se un terzo polo dovesse un giorno costituirsi in questo paese, non c’è dubbio che noi e nessun altro ne saremmo il fulcro”, proclama orgogliosamente Spadolini: sempre che prima il patrimonio repubblicano non sia dilapidato nei rituali, tanto arroganti quanto inconcludenti, dei “vertici a quattro”.


    Antonio Caprarica


    https://www.facebook.com/notes/giova...3275207097411/
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: "Rinascita" (PCI) sul XXXIV Congresso del PRI (1981)

    Il Congresso del Pri – La mediazione si addice a Spadolini (1981)




    [di Paolo Franchi] – “Rinascita”, a. XXXVIII, n. 22, 29 maggio 1981, p. 8.



    Come era previsto, Giovanni Spadolini ha vinto, almeno in termini numerici, il congresso repubblicano. All’opposizione, con la piccola minoranza alternativista di Scattolin, resta la destra di Gunnella, la cui mozione ha raccolto circa il sedici per cento dei voti congressuali, ma che ha dovuto sopportare la defezione in extremis del ministro Compagna, passato nelle file della maggioranza. Ma nelle sue conclusioni Spadolini si è preoccupato di lanciare più di un ponte alla minoranza (“Non farò mai il segretario di un partito spaccato sulla verticale Nord-Sud, non guiderò mai una maggioranza che non comprenda la Sicilia, terra di La Malfa”), e di moltiplicare gli appelli a un “supremo sforzo di unità”: e con ogni probabilità, nel Consiglio nazionale che si riunirà nei prossimi giorni, riuscirà ad avere anche i voti della destra. Di una destra che però sin d’ora fa sapere di essere fieramente contraria alla riconferma di Visentini alla presidenza del partito. Minori problemi, almeno sulla carta, il segretario repubblicano dovrebbe avere a sinistra: visto che tutto il suo sforzo congressuale è stato quello di costruire un “centro articolato” nel partito, sulla base di un compromesso con le tesi di Bruno Visentini.
    Un’operazione facilitata dal fatto che Visentini, se ha confermato la sostanza analitica e propositiva del suo ragionamento di questi mesi, si è però fortemente preoccupato di mitigarne l’impatto di breve periodo, oltre che, naturalmente, di ridimensionare alcune interpretazioni “maliziose” della sua ormai celebre e tanto discussa “proposta”.
    Il compromesso di Spadolini suona, a grandi linee, così: le indicazioni di Visentini costituiscono lo sfondo generale in cui il Pri dovrebbe collocare la propria iniziativa politica, se non vuole vedere rimesso drasticamente in discussione il ruolo che lungo un trentennio si è venuto ritagliando negli assetti politici e nella società. Ma sul breve periodo non c’è che spendere la linea del segretario, che alla formula iniziale delle “emergenza senza solidarietà” (e cioè dell’esigenza di partecipare a governi che facciano i conti con la prima scontando la crisi della seconda, pur restando aperti ad un “confronto senza pregiudiziali” con un Pci destinato a restare, almeno per questa legislatura, all’opposizione) ha nelle conclusioni aggiunto una nuova immagine. Quella della “centralità repubblicana” che, in un lessico politico assai ripetitivo come quello italiano, viene ad aggiungersi, buone terza, alla (declinante) centralità democristiana e alla (più volte auspicata, ma mai effettivamente sorgente) centralità socialista.
    Di cosa si tratti con esattezza, è difficile dire. Anche perché Spadolini si è volutamente tenuto sul vago. Pare di capire, però, che questa “centralità” abbia due connotazioni politiche. La prima, di lungo periodo, è la riconferma (aggiornata) del ruolo di “cerniera” e di movimento del partito, tra la Dc e il complesso della sinistra, a cominciare dal Pci. La seconda, di breve periodo, riguarda da vicino la crisi di governo, la possibilità di condurre in porto un’opera di mediazione tra democristiani e socialisti, e la speranza non troppo dissimulata di una presidenza laica che potrebbe chiamarsi anche Giovanni Spadolini.
    In ogni caso, su almeno due punti Spadolini è stato sufficientemente chiaro. Il primo: il Pri continua a ritenere essenziale il rapporto con la Dc, e a scartare non solo soluzioni di alternativa, ma anche ipotesi istituzionali che “servono a guadagnare una maggiore benevolenza dei comunisti”. Il secondo: il Pri non vuole porsi, come pure prima del congresso non era da escludersi, in rotta di collisione con i socialisti, ma vuole marcare le distanze da Craxi, e mette l’accento sulle distinzioni tra “area laica” e “area socialista”. Anche perché è convinto che si è aperta almeno potenzialmente una fase nuova, e più positiva, nei rapporti tra comunisti e socialisti, e non intende, dice Spadolini, “facilitare a prezzi Upim, a prezzi popolari”, il formarsi di un’alternativa.

    p[aolo] fr[anchi]


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