“Lavorare meno, lavorare tutti”:
la rivoluzione che parte dall’Emilia Romagna
La proposta del consigliere Piergiovanni Alleva: “Utilizzare i contratti di solidarietà espansiva per lavorare un giorno in meno, compensando la perdita di stipendio con strumenti di welfare aziendale.
Per ogni 4 che accettano, si crea un posto di lavoro»
di Lidia Baratta 24 Marzo 2018
Lavorare un giorno in meno, con lo stesso stipendio. La prima proposta di legge regionale arriva dall’Emilia Romagna.
E a firmarla è Piergiovanni Alleva, per anni ordinario di diritto del lavoro all’università di Bologna e oggi consigliere regionale con la lista “L’altra Europa con Tsipras”.
Il testo, di cinque articoli, mira a ridurre il numero dei disoccupati distribuendo il monte lavoro su un numero più ampio di lavoratori.
E ha già avuto l’appoggio della sinistra fuori dal Pd, ma anche di molti renziani, e soprattutto del Movimento cinque stelle. Che ora, avendo inserito il tema nel programma elettorale,
potrebbe rappresentare il grimaldello per attuare a livello nazionale le modifiche legislative necessarie per rendere realizzabile (e sostenibile) la riduzione a parità di salario.
La proposta è piaciuta già in altre regioni d’Italia, visto che a Bologna sono arrivati consiglieri dal Trentino e dal Molise per studiarla e replicarla.
Lo strumento pensato da Alleva per attuare la redistribuzione del carico lavorativo è il “contratto di solidarietà espansiva”, già noto dagli anni Ottanta e rivisitato dal Jobs Act.
Si tratta di contratti di secondo livello, da sottoscrivere azienda per azienda, ai quali i lavoratori aderiscono solo su base volontaria.
Ma finora chi rinunciava a qualche ora di lavoro, perdeva pure una parte dello stipendio. E, soprattutto in un momento di crisi e bassi salari, in pochissimi lo hanno scelto.
«I lavoratori riducendo l’orario perderebbero il 20% del salario», spiega Alleva. «Per rendere applicabile il contratto, invece, la soluzione è la compensazione tramite l’offerta di forme di welfare aziendale,
che però devono essere defiscalizzate. Sono servizi, dall’asilo ai buoni spesa, che i lavoratori pagherebbero comunque. Il datore di lavoro allo stesso tempo non paga le tasse su questi voucher».
Ed è a questo punto che, servirebbe l’aiutino da Roma per modificare il Testo unico delle imposte sui redditi, allungando l’elenco dei bonus per i quali è prevista la defiscalizzazione.
«L’intervento dev’essere a due stadi: regionale e nazionale», dice Alleva. «A conti fatti, con le risorse locali difficilmente arriveremmo a una compensazione superiore al 60%.
Per il resto occorre un intervento nazionale, non in termini di finanziamenti, ma prevedendo la defiscalizzazione dei voucher offerti al lavoratore alla pari degli altri benefit di welfare aziendale».
E per chiudere il cerchio, si prevede che la Regione eroghi un incentivo di 40 euro mensili per ogni lavoratore che aderisce alla riduzione dell’orario.
Il calcolo che fa Alleva è questo: «Per 40mila lavoratori che aderiscono alla riduzione di orario di lavoro, consentendo l’assunzione di 10mila giovani, la spesa è di 20,8 milioni di euro.
Sono 6 miliardi per ogni milione di disoccupati riassorbiti. Non è tanto».
In Regione Emilia Romagna, la proposta è stata accolta bene dalla maggioranza e non solo. Ha subito un blocco in concomitanza con le elezioni politiche, ma ora è pronta a essere ricalendarizzata.
Sperando poi nella nuova legislatura a traino Cinque stelle. «La mia proposta potrebbe essere integrata con quella del reddito di cittadinanza», spiega Alleva.
«Per un uso più razionale delle risorse, si potrebbero concentrare i trasferimenti solo per i disoccupati che fanno parte delle fasce della popolazione fuori dal mercato del lavoro, sopra i 55 anni d’età
Ma a tutti quelli che possono lavorare i soldi glieli diamo per farli lavorare, anche attraverso i contratti di solidarietà espansiva.
Se le confederazioni sindacali cominceranno a fare una campagna seria azienda per azienda, questo strumento è in grado di riassorbire la disoccupazione anche nel giro di uno o due anni».
In Germania, a inizio febbraio, i metalmeccanici del Baden-Württemberg hanno raggiunto un accordo sulla riduzione della settimana lavorativa a 28 ore.
«Si può fare anche in Italia, Considerando le conseguenze dell’automazione sui livelli occupazionali, dobbiamo puntare a ripartire il lavoro che c’è, fermo restando che si deve anche creare lavoro in più.
Dopo l’introduzione del sabato libero negli anni Settanta, in Italia non si è più agito sulla riduzione dell’orario lavoro, nonostante abbiamo avuto un aumento di produttività.
È ora di ripensare l’orario di lavoro. Negli anni Settanta, quando venne introdotta la settimana corta, i posti di lavoro aumentarono in un solo anno».
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