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Discussione: La Sinistra c'è o ci fa?

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    Exclamation La Sinistra c'è o ci fa?

    LA SINISTRA C'È O CI FA?
    di Giovanna Cracco
    [ 20 aprile 2018]



    Ogni volta che una persona di sinistra afferma che l’Unione europea così com’è non va bene, ma la soluzione non è uscirne, la si deve cambiare dall’interno – rendendola più democratica, una coesione di popoli e di ideali, sociale e politica e non solo economica e monetaria, l’Europa del welfare e degli investimenti produttivi e non del Fiscal Compact e dell’austerity – una domanda assale chi scrive. In una brutale sintesi: ci è o ci fa? Il riferimento, si intende, è a esponenti politici, studiosi, intellettuali, giornalisti, persone insomma per le quali approfondire la realtà, leggere documenti, interrogarsi è dovere del mestiere che hanno scelto; cittadini impegnati in altre occupazioni non hanno tempo, fonti e canali per farlo, e dunque non possono che fare propri e replicare il pensiero e l’analisi che vengono loro offerti dall’informazione e dalla politica di sinistra – a scanso di equivoci, non si iscrive qui il Partito democratico all’area di sinistra, e nemmeno i fuoriusciti di Liberi e Uguali; e neanche il gruppo L’Espresso, quotidiano Repubblica in testa.

    Non si sa cosa preferire. Se la persona ci è, due sono le possibilità.

    La propaganda, martellante e pervasiva da oltre vent’anni, ha fatto a tal punto presa che l’ideologia europeista – un sacco vuoto riempito di grandi valori al fine di disarmare la critica con una narrazione potente e universale: pace, progresso, libertà... – è stata assorbita acriticamente anche da chi avrebbe dovuto possedere la chiave di lettura politica e gli strumenti culturali per andare oltre l’etica ufficiale; dunque, prima possibilità, la natura dell’Unione europea non è stata d’emblée approfondita – nel percorso storico, politico, economico, contenuto dei Trattati e poteri delle istituzioni create – e ciò significa che la persona non ha assolto al dovere imposto dal proprio ruolo professionale. Seconda possibilità: la natura della Ue è stata approfondita, ma il pregiudizio favorevole ha offuscato la capacità di analisi.

    Se la persona ci fa, siamo davanti a una sola posizione: il rifiuto consapevole di portare avanti una battaglia politica e culturale perché penalizzante nel breve termine. L’europeismo è stato associato all’internazionalismo – non si sa su quali basi teoriche, a dir la verità, se non una superficiale semplificazione del concetto stesso di internazionalismo – e la rivendicazione di una sovranità statale equiparata al nazionalismo di destra, se non addirittura di matrice fascista. In questa narrazione divenuta dominante a sinistra, spiegare la ragioni per cui questa è l’Unione europea e un cambiamento nella sua natura non potrà mai avvenire – proponendo appunto l’analisi del suo percorso storico, politico, economico, contenuto dei Trattati e poteri delle istituzioni create (1) – e dunque non c’è altra scelta che attrezzarsi per uscirne, è un processo culturale prima che politico e quindi lento e complesso, una posizione che sarebbe criticata e nell’immediato accusata di tradire il pensiero di sinistra, e di conseguenza soggetta a perdere consensi per strada: elettori o lettori.
    Non per puntare il dito, ma perché non ci si vuole nemmeno nascondere dietro quel dito, ci è o ci fa è una domanda che chi scrive si pone ogni volta che legge Il Manifesto (2) e che si è posto davanti al programma elettorale di Potere al Popolo (PaP) e alle dichiarazioni rilasciate dalla rappresentante Viola Carofalo: “Dobbiamo lavorare su due livelli: un Plan A e un Plan B. Non siamo contrari all’Europa in senso nazionalista, ma l’Unione Europea così com’è non va bene. È da riformare perché con la gabbia dell’austerity e coi vincoli del pareggio di bilancio, in questi anni, ci hanno imposto soltanto smantellamento dello stato sociale, tagli a servizi, sanità, scuola, pensioni e compressione dei diritti sul lavoro. La risposta non sta nell’inseguire le destre né nell’abbracciare il concetto di sovranità nazionale – sono e resto internazionalista – ma nella costruzione di un’Europa che dia diritti e opportunità alle classi popolari. Questo è il piano A. Ma se si scoprisse che questi trattati non sono riformabili dall’interno, o che non ci siano i rapporti di forza per farlo, guardiamo con interesse a un piano B. Non moriremo per l’Europa, siamo disposti anche a rompere con essa. Non ci interessa la sovranità nazionale, quella è un feticcio, ma un’unione con gli altri Paesi del Sud Europa, in difficoltà come l’Italia, coinvolgendo anche gli Stati del Nord Africa. Un’Europa del Mediterraneo – popolare e solidale – contro la locomotiva tedesca” (3).

    Ora: le politiche imposte dall’Unione europea, quella che chiamiamo austerity ma non solo, anche il divieto di politica industriale, la libera circolazione dei capitali (leggi delocalizzazioni) ecc. sono incorporate nei Trattati, non il frutto di una visione politica che gli Stati forti impongono agli Stati deboli – la Grecia e le mani legate di Tsipras, a cui è mancata la volontà di lasciare unilateralmente l’Eurozona (voltando così le spalle al voto popolare espresso nel referendum) devono pur essere serviti almeno a comprendere cosa sono ontologicamente i Trattati Ue, altrimenti siamo al giorno della marmotta. L’ideologia liberista è alla base della creazione della Ceca, la Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio, primo passo verso l’Unione e istituita nel 1951, e la teoria ordoliberale di stampo tedesco vi si è innestata, con la sua impostazione dogmatica di ‘regole fisse’ economiche e monetarie, euro e Bce, contenute nel Trattato di Maastricht del 1992. Non è possibile riformare tale struttura cambiando singoli articoli o parti dei Trattati: vanno interamente riscritti, il che significa farne prima carta straccia.

    Rapporti di forza per poterlo fare: un bagno di realtà è necessario. L’articolo 48 del Trattato sull’Unione europea (TUE) fissa le procedure di revisione di tutti i Trattati: senza entrare in tecnicismi (4), le modifiche devono essere approvate all’unanimità dal Consiglio europeo (capi di Stato e di governo dei Paesi Ue) e ratificate da tutti i Parlamenti nazionali. Quindi, a meno di ipotizzare – e qui non siamo nel mondo dei sogni ma nell’iperuranio metafisico – la salita al governo contemporaneamente in tutti i 28 Stati Ue di partiti di sinistra, i rapporti di forza per riscrivere i Trattati non ci sono.
    Punto.

    Il Manifesto ci è o ci fa? Difficile dirlo. Di certo ha un’enorme responsabilità nella costruzione della narrazione del ‘cambiamento interno’ dominante a sinistra, perché da sempre è stato un punto di riferimento per l’area cosiddetta movimentista o antagonista.
    Potere al Popolo ci è o ci fa? Se la natura tecnica dell’Unione europea non è stata approfondita, è una mancanza grave per chi chiede un voto. Perché accanto a realtà che da anni analizzano il piano politico della Ue – i Trattati – non mancano nemmeno figure, ben note al mondo della sinistra, che portano avanti la puntuale disamina dell’aspetto strettamente economico, arrivando a dimostrare e a concludere che l’unica via per poter attuare politiche anche solo socialdemocratiche è uscire dalla moneta unica. Una a citarle tutte, l’economista Sergio Cesaratto, che anche in un recente articolo intitolato E mo chi voto?, pubblicato il 3 febbraio sul suo blog e ripreso da diverse testate online italiane e straniere, dopo aver mostrato – per l’ennesima volta – le ragioni economiche per cui “privati della sovranità monetaria la democrazia è monca”, si ritrovava a dover concludere: “La sinistra si presenta con programmi economici inadeguati e non è un caso che l’intellighenzia economica di sinistra non sia stata coinvolta nella predisposizione dei progetti politici né di Liberi e Uguali né di Potere al Popolo” (5).

    Tuttavia, c’è un ma. Va riconosciuto a Potere al Popolo l’esistenza di un Piano A e di un Piano B – anche se il programma elettorale è ben più vago delle affermazioni della Carofalo, e non vi è citato alcun Piano B: contiene solo un generico “rompere l’Unione europea dei Trattati” e un “costruire un’altra Europa” con i popoli della sponda sud del Mediterraneo, unite alla proposta di una maggiore democrazia di natura referendaria. Probabile che la disponibilità a uscire dall’Europa, non messa per iscritto ma affermata nelle interviste, la si debba alla presenza della realtà Eurostop all’interno di PaP, che però non è riuscita a spostare l’asse della formazione politica sulla sua posizione. Ciò significa tuttavia che PaP è incappato nelle analisi bandite dal pensiero dominante di sinistra. Questo, unito al mantra del rifiuto della sovranità nazionale e dell’internazionalismo, e alla contemporanea proposta di un’unione con gli altri Paesi dell’area mediterranea – e anche qui, una riflessione seria sui rapporti di forza necessari per attuarla non sarebbe male – dà l’impressione di essere davanti all’incapacità, o alla mancanza di volontà, di sostenere una posizione politica scomoda perché attualmente minoritaria. Peccato, perché sarebbe stata una buona occasione per aprire una discussione che già paga un ritardo più che ventennale a sinistra, di cui vediamo le conseguenze nell’impoverimento delle condizioni di vita e nella trasformazione della società, compreso il suo spostamento a destra; ragione per cui oggi il piano su cui muoversi è culturale, avviando un dibattito, e non elettorale, all’inseguimento di un 3% per entrare con un piedino in Parlamento (e poi fare cosa, visti gli attuali rapporti di forza?). E invece PaP, con la visibilità che ha avuto, ha gravemente contribuito a rafforzare l’errata narrazione della riformabilità dell’Unione europea anziché iniziarne il percorso di smantellamento. Secca citare Bersani, ma sembra che siam qui a pettinare le bambole.
    Purtroppo anche la sinistra presente al Parlamento europeo, quindi in una posizione privilegiata per la comprensione perché a stretto contatto con la realtà dei Trattati, non è da meno. E proprio per questo, qui la domanda ha inevitabilmente una risposta: ci fa.
    The future of the Eurozone è uno studio commissionato dall’eurodeputato del Sinn Féin, Matt Carthy, e scritto dal consigliere Emma Clancy, della GUE/NGL (Sinistra Unitaria Europea/ Sinistra Verde Nordica: Izquierda Unida, Podemos, Linke, Syriza, L’Altra Europa con Tsipras ecc.) (6). È un documento importante.

    Finalmente le politiche imposte dalla Ue agli Stati, soprattutto dopo la crisi del 2007 e con quella successiva dei debiti sovrani del 2010, sono studiate non in quanto scelte contingenti rivelatesi sbagliate – tipico approccio della narrazione del ‘cambiamento interno’ – ma nella loro natura strutturale, architettura degli stessi Trattati. Viene analizzata, entrando nel merito della teoria economica, l’ideologia ordoliberale e spiegato perché il problema sono l’euro e la Bce così come Maastricht li ha costruiti: cosa comporta, in termini di politiche economiche e quindi sociali, la perdita di sovranità monetaria per un Paese, e l’esistenza di una banca centrale autonoma dalla politica e avente come unico obiettivo la stabilità dei prezzi attraverso il controllo dell’inflazione – e non anche la piena occupazione, come la Fed statunitense e in generale le banche centrali. Una condizione che abbinata all’ossessione ordoliberale del pareggio di bilancio svuota di qualsivoglia potere il governo eletto.

    Se ne consiglia la lettura integrale, ma vale la pena riportare un paio di passaggi:
    “I Paesi all’interno di un’area di valuta comune non possono effettuare svalutazioni competitive per aumentare le proprie esportazioni, ma possono attuare politiche interne per realizzare una ‘svalutazione interna’, abbassando il tasso di cambio reale nei confronti dei Paesi vicini. Il principale modo per farlo è comprimere i salari: questo fa abbassare i prezzi. La Germania ha attuato consapevolmente questa politica per diversi decenni, a spese dei lavoratori tedeschi, milioni dei quali lavorano ma vivono in povertà […] la competitività delle esportazioni tedesche [è aumentata] e si è ridotta quella degli altri Paesi dell’Eurozona. L’attenzione della Ue alle riforme strutturali, in particolare la riforma del mercato del lavoro, al fine di conseguire una maggiore ‘flessibilità’, è stata una caratteristica costante dell’agenda europea da Maastricht in poi. È stato un elemento importante della Strategia per l’occupazione del 1994 e dell’Agenda di Lisbona 2010 adottata nel 2000, che aveva originariamente lo scopo di rendere la Ue ‘la più competitiva e dinamica economia’ entro il 2010; vi erano inclusi un pilastro economico, un pilastro sociale e un pilastro ambientale. Nel 2005, l’Agenda di Lisbona è stata rivista dal Consiglio europeo e dalla Commissione: il verdetto è stato che l’Agenda non riusciva a raggiungere il suo obiettivo, e così si è deciso di abbandonare i pilastri sociali e ambientali e concentrarsi su quello economico. Nel 2010 l’Agenda è stata rilanciata con un nuovo piano decennale, la Strategia Europa 2020 […]. Il ‘progresso’ degli Stati membri nell’attuazione delle riforme strutturali che facilitano il movimento al ribasso dei salari è strettamente monitorato attraverso il processo del semestre europeo […] Le élite dell’eurozona credono (o sostengono di credere) che solo se le ‘rigidità salariali’ negli Stati membri vengono superate, tanto la disoccupazione quanto gli squilibri commerciali scompariranno; solo se la popolazione di un Paese viene costretta a lavorare a bassi salari, si avrà la piena occupazione; la conseguente stagnazione della domanda interna farà diminuire i prezzi, e il tasso di cambio reale del Paese, prima disallineato e troppo alto, riacquisterà l’equilibrio, con conseguente aumento dell’esportazione. L’austerità imposta dalla Troika non era progettata solo per riguadagnare la ‘fiducia’ del mercato nei titoli di Stato dei governi periferici, ma anche per facilitare le svalutazioni interne negli Stati membri mediante una forma di terapia d’urto. Ovviamente, questo aggiustamento facilita non solo la riduzione degli squilibri commerciali ma anche un netto aumento della quantità di ricchezza trasferita dal lavoro al capitale”.

    E ancora:

    “Le decisioni prese dalla Bce in risposta alla crisi sono state estremamente importanti sul piano politico […] I due atti più sorprendentemente politici sono stati la minaccia della Bce di tagliare la liquidità di emergenza allo Stato irlandese se non accettava di richiedere un piano di salvataggio, e la sua decisione di tagliare la liquidità di emergenza alle banche greche a metà del 2015, minacciando Syriza che la Grecia sarebbe stata costretta a uscire dall’Eurozona se non si sottometteva alle condizioni della Troika, che erano state clamorosamente respinte dagli elettori greci in un referendum. La possibilità di trattenere il credito ai governi eletti conferisce alla Bce (istituzione non eletta, n.d.a.) l’enorme potere di imporre le scelte politiche ai Paesi. […] Una costruzione, quella della Bce, che riflette la volontà di ‘depoliticizzare’ la politica economica esternalizzandola a tecnocrati apparentemente indipendenti (e questa è l’impostazione ordoliberale, n.d.a.), al fine di indebolire la resistenza a decisioni che sono fortemente politiche e che hanno profonde conseguenze redistributive per la società”.


    Esiti di tale puntuale analisi e soluzioni proposte? Le solite.
    “Cambiare le regole […] contrastare l’espansione dell’Eurozona […] votare per rifiutare l’incorporazione del Fiscal Compact nel trattato sul funzionamento della Ue […] spingere per rivedere il Patto di stabilità e crescita […] respingere le proposte di altri trasferimenti di poteri di sorveglianza sulla politica fiscale degli Stati membri […] espandere il mandato della Bce che deve riguardare non solo l’inflazione ma anche l’occupazione e la crescita”.
    Tutte cose, come abbiamo visto, inattuabili, a meno di un’onda rossa che travolga l’insieme dei Paesi europei.
    Unica novità, non di poco conto – perché è indubbio che uscire dall’euro non è una passeggiata, per di più senza l’esistenza, com’è attualmente, di regole condivise per metterlo in atto, significa muoversi al buio – la proposta di promuovere la creazione di una “opzione di un’uscita negoziata dalla zona euro che sia legale e praticabile per gli Stati membri che scelgono di farlo a causa della loro situazione economica”. Peccato che subito dopo si riveli la natura difensiva e attendista della proposta: “Per i Paesi che vogliono rimanere all’interno dell’Eurozona devono essere sviluppate protezioni e garanzie, perché non possono essere ricattati o cacciati fuori dalla moneta comune contro la loro volontà durante una crisi”. E sul solco della solita narrazione, il documento conclude affermando che “i Trattati devono essere immediatamente modificati, e se i Trattati non possono essere cambiati, allora coloro che vogliono un cambiamento fondamentale dovranno necessariamente ricorrere ad altre opzioni”. Quel se è una presa in giro scritto da chi, come già sottolineato, per la sua posizione interna alle istituzioni europee non può non sapere che la modifica è praticabile solo con una unanimità politica interna al Consiglio europeo, che mai ci sarà. E anche le ultime parole appaiono paradossali, dopo 70 pagine nelle quali si è mostrato perché l’Unione europea è questa e non può essere diversa: “Soprattutto, l’ideologia dell’austerity, sbagliata e fallita che ha plasmato l’architettura e le politiche della zona euro e della Ue, deve essere messa in discussione, perché durante questa crisi politica esiste un’opportunità per convincere le persone che è possibile agire per costruire un’Europa migliore e sociale”. Quando la sinistra smetterà di inscenare Samuel Beckett sulla pelle dei popoli europei?
    Anche oggi Mr. Godot non verrà.
    Well? Shall we go?
    Yes, let’s go.
    They do not move.

    Note

    1 Vedi articoli precedenti nei quali sono stati affrontati alcuni di questi aspetti: Giovanna Cracco, L’Europa vista da sinistra, Paginauno n. 39/2014, Giovanna Cracco, Europa: l’illusione socialdemocratica di Syriza e Podemos, Paginauno n. 41/2015, Giovanna Cracco, Europa: la democrazia dei triloghi, Paginauno n. 42/2015, Giovanna Cracco, Ordoliberismo. Il piano biopolitico, Paginauno n. 53/2017.
    2 Salvo rare e positive sorprese, come l’articolo di Gianpasquale Santomassimo, Il grande sconfitto è il mito europeista, uscito sul Manifesto l’11 marzo 2018.
    3 Giacomo Russo Spena, intervista a Viola Carofalo, Carofalo (Potere al Popolo): “Saremo la sorpresa elettorale, siamo l’unica lista di sinistra”, Micromega, 21 febbraio 2018.
    4 Per approfondire i dettagli si rimanda al sito dell’Unione europea Eur-lex.

    5 Sergio Cesaratto, E mo chi voto?, Politica&EconomiaBlog, 3 febbraio 2018
    6 The future of the Eurozone, ottobre 2017

    * Fonte: Pagina Uno

    sollevazione: LA SINISTRA C'È O CI FA? di Giovanna Cracco
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  2. #2
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    A proposito di sinistra (o quello che rimane di essa) e UE. Leggete un po' cosa sta accadendo. Il circo!
    Contro la destra del denaro e la sinistra delle canne.

  3. #3
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    BUTTANO FUORI TSIPRAS? AUGURI....


    [ 18 aprile 2018 ]

    Giovedì 12 aprile, a Lisbona, è avvenuto un fatto che si presume avrà conseguenze sulla sinistra radicale europea.
    J-L Mélenchon (France Insoumise), Pablo Iglesias (Podemos) e la portoghese Catarina Martins (Bloco de Esquerda) [foto accanto], hanno firmato una Dichiarazione congiunta — che riportiamo più sotto — dal titolo "ADESSO IL POPOLO! Per una rivoluzione democratica in Europa" —Maintenant le peuple ! Pour une révolution citoyenne en Europe.
    Si tratta di una dichiarazione di compromesso, che resta sul piano della "riforma della Ue", in cui le posizioni più sovraniste dei francesi sono state sfumate così da essere potabili per Podemos — sappiamo che Pablo Iglesias, personalmente, dopo l'errore del sostegno aperto a SYRIZA, è oggi molto vicino alle posizioni di Mélenchon — ed i portoghesi.
    Una dichiarazione che da avvio alle grandi manovre in vista delle elezioni europee del 2019. E' nota la posizione di Mélenchon: una lista unitaria europea dalla quale sia però escluso Tsipras. Come segnala qui sotto Giacomo Russo Spena la dichiarazione di Lisbona avrà serie conseguenze nel campo della sinistra radicale italiana, già divisa in tre blocchi. Potere al Popolo ha subito dichiarato il suo appoggio alla Dichiarazione di Lisbona.
    Se Luigi de Magistris sta con Diem25 di Yanis Varoufakis, le spoglie di Sinistra Italiana pendono per restare con Gregor Gysi, segretario ultra-europeista della Linke tedesca nonché presidente della GUE —Gruppo confederale della Sinistra Unitaria Europea.

    I TRE FRONTI DELLA SINISTRA EUROPEA
    di Giacomo Russo Spena

    Questa Europa, oligarchica e diseguale, non piace. E fin qui sono tutti d'accordo. E' dopo che iniziano i drammi a sinistra: ancora è possibile cambiare l'Ue dall'interno, e come, o bisogna giungere alla rottura con essa ipotizzando un ritorno ad un nuovo nazionalismo democratico? Su questo dilemma si sta sancendo la morte della Sinistra Europea, quella che nel 2014 aveva eletto il greco Alexis Tsipras a proprio simbolo internazionale.

    Ma dopo la sua resa nei confronti della Troika, l'idea di riformare l'assetto europeo dall'interno ha iniziato a vacillare. Davide non ha sconfitto Golia. Così, a sinistra, il fronte sovranista – quello che chiede la rottura con l'Unione Europea – capeggiato dal leader francese Jean-Luc Mélenchon sta spaccando il fronte del Gruppo confederale della Sinistra Unitaria Europea (Gue). Lo scorso 31 gennaio il transalpino ha chiesto formalmente al partito della Sinistra europea di “buttare fuori” Syriza. "Per il Parti de Gauche, come senza dubbio molti altri partiti dell’EMP, è effettivamente diventato impossibile stringere le spalle, nello stesso movimento, a Syriza di Alexis Tsipras", sono state le parole di Mélenchon che in Italia ha avuto rapporti con Potere al Popolo, ma ha incontrato anche Luigi de Magistris. La richiesta di esclusione di Tsipras, però, non è stata gradita dal tedesco Gregor Gysi, presidente della Sinistra Europea, e capo della Linke tedesca, che ha fatto quadrato intorno a Tsipras, rigettando la sua richiesta.

    Di tutta risposta Melenchon ha lanciato questo appello a Lisbona, un accordo transnazionale siglato con la leader di Bloque de Izquierda e con Podemos (nelle veci di Pablo Iglesias). Un documento, che ha ancora un valore pressoché simbolico, ma che sicuramente agita la Sinistra Europea.

    Di fatto, ora, abbiamo tre fronti.

    Il primo è quello della sinistra europea, capeggiato dalla Linke e da Syriza: l'idea è di contrastare l'austerity creando una rete internazionale di forze progressiste. Rimane però il nodo di Syriza, che si è "macchiata" di essersi piegata ai valori della Troika una volta giunta al governo.

    Il secondo fronte è incarnato dalla "disobbedienza europea" di Yanis Varoufakis, frontman di Diem25 ed ex ministro ellenico che ha rotto proprio con Tsipras. Nel suo progetto di costruire una lista europea transnazionale è sostenuto dai sindaci Luigi de Magistris e Ada Colau, oltre che da Benoit Hamon, già candidato alle presidenziali francesi e, fuoriuscito dal partito socialista, fondatore del movimento Génération-s – e da forze progressiste provenienti da Germania (Budnis25), Polonia (Razem), Danimarca (Alternativet), Grecia (MeRA25) e Portogallo (LIVRE). Una posizione più dura nei confronti delle Istituzioni ma il campo di battaglia rimarrebbe sempre quello europeo.

    Infine, il terzo fronte: quello sovranista capeggiato appunto da Mélenchon che puntualmente scende in piazza contro l'Unione Europea sventolando la bandiera francese. Intanto Podemos, che sta nel Gue ma non nella Sinistra europea, pur firmando l'appello di Lisbona, sta stringendo rapporti anche con Varoufakis tentennando ancora su quale schieramento seguire. La situazione è in divenire e può cambiare repentinamente. Si lavora per stare insieme ma, poi, le divergenze emergono prepotentemente.

    Per l'Italia c'è, invece, una certezza: la sinistra, già estremamente residuale, è già pronta a frantumarsi e dividersi nei vari blocchi. Si tifa. Chi da un lato, chi dall'altro. Chissà se alle Europee 2019, battute a parte, assisteremo veramente ad un profilarsi di liste e, a quel punto, alla scissione dell'atomo.


    * * *

    Dichiarazione di Lisbona per una rivoluzione democratica in Europa


    di Catarina Martins (Bloco de Esquerda), Jean-Luc Mélenchon (La France Insoumise), Pablo Iglesias (Podemos)

    L’Europa non è mai stata ricca come ora. E non è mai stata così diseguale. A dieci anni dallo scoppio di una crisi finanziaria che i nostri popoli non avrebbero mai dovuto pagare, oggi constatiamo che i governanti europei hanno condannato i nostri popoli a perdere un decennio.


    L’applicazione dogmatica, irrazionale e inefficace delle politiche di austerità non è riuscita a risolvere nessuno dei problemi strutturali che causarono quella crisi. Al contrario, ha generato un’enorme inutile sofferenza per i nostri popoli. Con la scusa della crisi e dei loro piani di aggiustamento, hanno preteso di smantellare i sistemi di diritti e protezione sociale conquistati in decenni di lotte. Hanno condannato generazioni di giovani all’emigrazione, alla disoccupazione, alla precarietà, alla povertà. Hanno colpito con particolare crudezza i più vulnerabili, quelli che più hanno bisogno della politica e dello stato. Hanno preteso di abituarci al fatto che ogni elezione diventi un plebiscito tra lo status quo neoliberista e la minaccia dell’estrema destra.

    È ora di rompere la camicia di forza dei trattati europei che impongono l’austerità e favoriscono il dumping fiscale e sociale. È ora che chi crede nella democrazia faccia un passo in avanti per rompere questa spirale inaccettabile. Abbiamo bisogno di mettere un sistema ingiusto, inefficace e insostenibile al servizio della vita e sotto il controllo democratico della cittadinanza. Abbiamo bisogno di istituzioni al servizio delle libertà pubbliche e dei diritti sociali, che sono la base materiale stessa della democrazia. Abbiamo bisogno di un movimento popolare, sovrano, democratico, che difenda le migliori conquiste delle nostre nonne e dei nostri nonni, dei nostri padri e delle nostre madri, e che possa lasciare un ordine sociale giusto, praticabile e sostenibile alle generazioni che verranno.

    Con questo spirito di disobbedienza di fronte all’esistente, di ribellione democratica, di fiducia nella capacità democratica dei nostri popoli di fronte al progetto fallito delle élite di Bruxelles, oggi facciamo, a Lisbona, un passo avanti. Lanciamo un appello ai popoli d’Europa perché si uniscano alla sfida di costruire un movimento politico internazionale, popolare e democratico per organizzare la difesa dei nostri diritti e la sovranità dei nostri popoli di fronte a un ordine fragile, ingiusto e fallito che ci porta con passo deciso verso il disastro.

    Chi condivide la difesa della democrazia economica, contro i grandi imbroglioni e l’1% che controlla più ricchezza del resto degli abitati di tutto il pianeta; della democrazia politica contro chi resuscita le bandiere dell’odio e della xenofobia; della democrazia femminista, contro un sistema che discrimina ogni giorno e in ogni ambito della vita metà della popolazione; della democrazia ecologista, contro un sistemo economico insostenibile che minaccia la sostenibilità della vita stessa nel pianeta; della democrazia internazionale e della pace, contro chi costruisce una volta di più l’Europa della guerra; chi condivide la difesa dei diritti umani e i principi fondamentali del buon vivere troverà in questo movimento la propria casa. Ci stiamo stancati di aspettare.

    Ci siamo stancati di credere a chi ci governa da Berlino e da Bruxelles. Ci mettiamo all’opera per costruire un nuovo progetto di ordine per l’Europa. Un ordine democratico, giusto ed equo, che rispetti la sovranità dei popoli. Un ordine all’altezza dei nostri desideri e delle nostre necessità. Un ordine nuovo, al servizio del popolo».

    https://sollevazione.blogspot.it/201....html?spref=fb
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  4. #4
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    La sinistra altereuropeista, un circo dove sono tutti pagliacci.
    "Sinistri", utili idioti, antifascisti in assenza di fascismo per non essere anticapitalisti in presenza di capitalismo.-D.Fusaro
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    Ah, Trippas, quanti ricordi...

    Neanche un partito letteralmente fondato da un buffone raggiungerà mai le tue vette...
    Hitler or Hell.

  6. #6
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    Ma che si estinguano! Così ci sarà spazio per un partito socialista, anticapitalista e sovranista.
    Sparviero and FRUGALE like this.
    Contro la destra del denaro e la sinistra delle canne.

  7. #7
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    sollevazione: LA SINISTRA TRANSGENICA


    LA SINISTRA TRANSGENICA
    [ 22 aprile 2018 ]

    Il tracollo elettorale della sinistra in tutte le sue articolazioni ha radici profonde.
    A richiesta di alcuni lettori ripubblichiamo un articolo apparso su questo blog il 1 agosto dell'anno scorso che spiega quali siano state le manipolazioni genetiche avvenute...




    * * *

    SINISTRA TRANSGENICA
    di Moreno Pasquinelli

    Siccome la sinistra figlia del '900 ha cambiato natura, c'è chi sostiene che sia scomparsa ogni dicotomia destra-sinistra. La tesi implica che al "pensiero unico" dominante corrisponderebbe un "partito unico" però come Giano bifronte.
    In verità questa dicotomia c'è. Esiste una linea di confine che separa la neo-sinistra post-liberale, americanizzata e mondialista dalla destra. Se oggi questa linea di demarcazione è sfuggente, è perché quest'ultima non ha ultimato la sua mutazione, quella che la conduce dal neoliberismo a ciò che è destinata a diventare: un mostro reazionario, nazionalista e revanchista. Scopo di questo breve saggio è mostrare che la metamorfosi della sinistra è invece già compiuta, che il suo essere ha già preso la forma che corrisponde alla sua essenza.

    Analogia biologica

    La genetica ci insegna che ciò che sta nel Dna è destinato a prevalere in ultima istanza. E qual è questo DNA della sinistra visto che non è più lo stesso di quello originario? La dico in questo modo: la sinistra esistente è un organismo geneticamente modificato. Ma ci sono modificazioni e modificazioni. Ogni organismo vivente le conosce nel tempo. Che tutto sia sottoposto a mutamento incessante, è infatti la legge primaria che regola il cosmo.

    La sinistra storica non poteva restare abbarbicata ad un teorema fondazionale che si è rivelato fallace.
    Il teorema poggiava su cinque assiomi principali: (1) l'idea di un progresso lineare e incessante dell'umanità; (2) l'apologia dello sviluppo delle forze produttive scatenate dal capitalismo, ed in particolare l'idolatria del progresso tecno-scientifico; (3) la tesi che ad un certo punto proprio il capitalismo sarebbe diventato un freno a questo sviluppo; (4) l'asserzione che da questa "contraddizione" tra forze produttive e rapporti sociali capitalistici sarebbe sorta un'epoca di mutamenti rivoluzionari; (5) quindi l'enunciato per cui la classe operaia industriale, e solo essa, aveva la missione universalistica e internazionalistica di portare l'umanità nel "regno della libertà" prendendo in mano il testimone del progresso abbandonato dalla borghesia.
    DNA RICOMBINANTE

    In politica, quando un teorema si rivela sbagliato, lo si deve sostituire con uno adeguato. Occorre quindi, per restare alla analogia biologica, intervenire sul proprio DNA. Se non lo fai, i fatti lo faranno al posto tuo. Nella sfera sociale però non funziona come in natura. Essendo questa un campo segnato dai conflitti e dagli antagonismi sociali, parlare di "fatti" chiama in causa soggetti e volontà, significa che il debole soccombe al più forte, che chi non si autodetermina è determinato, che chi non si auto-modifica viene modificato.

    In buona sostanza è accaduto che le élite dominanti, che nel frattempo esse per prime si erano auto-trasformate —passaggio al capitalismo casinò sul piano della struttura economico-sociale, all'egemonia del pensiero unico globalista-neoliberista sul quello ideologico—, non solo hanno battuto in breccia i dominati; esse, ricorrendo ai loro ingegneri genetici, sono riuscite a manipolare il DNA della sinistra che organizzava e rappresentava i dominati. Il risultato è che abbiamo una SINISTRA TRANSGENICA, un organismo nel cui patrimonio genetico sono stati inseriti dei geni estranei. DNA ricombinante è chiamata una sequenza di DNA ottenuta artificialmente dall'incrocio di materiale genetico di origini differenti.

    Prima di individuare quali sono dunque state queste modificazioni genetiche va segnalato che questi ingegneri non potevano manipolare arbitrariamente, a caso. Essi, ricorrendo a tecniche di manipolazione raffinatissime, dovevano introdurre alcune sequenze artificiali nei posti giusti della catena genetica innestandole su sequenze esistenti che fossero compatibili. Ci torneremo.

    Sinistra americanizzata

    La sequenza di DNA estraneo consiste in un potente segno simbolico sorretto da un dogma metafisico. Questo segno, assurto a vero e proprio nomos della terra ha un nome ed un cognome: globalismo cosmopolitico. Il dogma è la credenza che la globalizzazione avrebbe prevalso poiché essa risponde ad un ordine storico-naturale inesorabile per cui sarebbe non solo vano opporvisi, bensì reazionario. Per questa credenza la globalizzazione sarebbe un fenomeno che non lascia scampo a ciò che ostacola la sua marcia trionfante, esso può solo essere diversamente orientato ("dal basso", "da sinistra", "con etica", "democraticamente", et similia).

    Sorvoliamo su questa concezione fatalistica che scambia la storia con la natura —che è solo un alibi, una foglia di fico per nascondere la propria pornografica resa—, veniamo al segno simbolico, che si è poi imposto come nomos sotto le mentite spoglie di globalismo giuridico.



    Come prima cosa va detto che ciò di cui stiamo parlando ha un luogo di nascita: gli Stati Uniti d'America. Una società che per svariate e profonde ragioni (non ultima la weberiana radice calvinista) si è rivelata decisamente refrattaria alle tendenze socialiste in ogni loro declinazione, compresa quella evangelico-fabiana inglese. In questo senso Preve definiva la società nord-americana una ideocrazia. Non è indifferente che il globalismo cosmopolitico sia nato negli USA, per la ragione che nel suo dilagare planetario esso si è manifestato come processo di americanizzazione sociale, quindi dei costumi, delle consuetudini sociali, della psicologia di massa, della coscienza. Il crollo catastrofico dell'URSS ha accelerato questo processo di americanizzazione dell'Occidente, che è consistito nell'innesto, nei corpi sociali nativi, di virus che hanno finito per sradicare, fino a quasi cancellare, memoria di sé dei diversi popoli, tradizioni comunitarie e sociali, identità etniche e nazionali. I risultati di questa colonizzazione sono numerosi. I tradizionali demos nazionali e democratici sono stati vampirizzati da nuove oligarchie, viviamo in società tossiche, segnate dall'individualismo morboso e da un'atomizzazione che ha distrutto i più elementari legami sociali, primo fra tutti la solidarietà di classe.

    Ecco spiegato l'apparente paradosso per cui, più le élite stuprano i popoli e le loro tradizioni, più avanza il mostro del nichilismo. "Dio è morto, tutto è possibile". Più s'avvicina il tramonto della fede globalista, più dall'alto scende la nuova metafisica dei valori cosmopolitici, più nel basso avanza una repulsione di quei valori. Questa repulsione veste i panni del nichilismo, di un anarchico relativismo a-morale. Oggi come ieri questo nichilismo porta in grembo il suo apparente opposto: un moralismo fondamentalista e autoritario. Ci si avvicina ovunque al "momento Polany": quando l’economia capitalistica deborda fino a straziare la vita comunitaria, la società reagisce domandando protezione contro gli effetti più devastanti del mercato. Giunta a quel punto le società europee ebbero due sole possibili uscite: socialismo o fascismo. Chi è certo che questa alternativa non ricapiti... scagli la prima pietra.

    Torniamo a questa americanizzazione. Il capitolo conclusivo è rappresentato dall'ultima patologia di massa, quella che corrisponde alla Nerd Generation. Sintomatico il fatto che questa definizione, inizialmente dispregiativa (qualificava i giovani fissati coi i marchingegni tecnologici, chiusi nel mondo virtuale e con scarsa o nulla propensione alla socialità) sia divenuta in un solo decennio segno benigno di orgoglio e addirittura di identità di una intera generazione. Così, dove più fioriscono i "diritti umani" e quanto più splende l'universalismo occidentalista, più appassiscono gli umani rapporti, le relazioni sociali e comunitarie.

    Questo processo di americanizzazione sociale non sarebbe dilagato nel nostro Paese se la sinistra storica non avesse deciso di americanizzarsi sua sponte. L'emblema di questa americanizzazione è stata l'inusitata metamorfosi del più potente Partito Comunista occidentale il quale, tagliati i ponti con l'URSS e come fosse stato vittima della sindrome di Stoccolma, finì per infatuarsi del proprio carceriere. Dall'accettazione della NATO all'approdo al liberalismo a stelle e strisce il percorso fu breve, sacramentato addirittura nel nome Partito Democratico. Questo salto della quaglia ideologico (che non ha coinvolto solo ristrette cupole dirigenti ma la stessa base sociale) ha fatto da apripista all'adesione alle dure politiche sociali neoliberiste. Sempre determinate scelte di campo sociali e politiche sono precedute da svolte nel campo del pensiero.

    Globalismo cosmopolitico

    Dopo le tremende turbolenze rivoluzionarie che hanno segnato il '900, i dominanti avevano un'esigenza primaria, neutralizzare la potenza del loro principale e più temibile avversario: il marxismo. Per farlo si doveva demolire il suo paradigma: l'idea dell'antagonismo tra capitale e lavoro salariato. Si doveva insomma cacciare dalla testa di milioni di proletari l'idea che la loro lotta di classe fosse giustificata, dunque legittima perché universalistica la loro missione storica. Riesumare il corpo morto del corporativismo reazionario fascista non era pensabile. Era del resto necessaria una narrazione "progressista", diversa da quella brutalmente neoliberista, cavallo di battaglia della moderna destra. Era necessario che la zecca ideologica liberale mettesse in circolazione una moneta di nuovo conio.

    Sono almeno quattro i capisaldi ideologici in forza dei quali il post-liberalismo nord-americano è riuscito a colonizzare l'immaginario collettivo occidentale, vampirizzando la sinistra italiana.

    (1) Al materialismo storico marxista (centralità dei rapporti sociali di produzione) ed al realismo politico di matrice leniniana veniva opposta una "metafisica dei valori morali", certo di radice cristiana, ma che aveva in Immanuel Kant la sua musa ispiratrice. Sulla scia della massima kantiana «dal valore all'essere, non già dall'essere al valore», l'etica veniva disconnessa da ogni fondamento storico-sociale. Alla teleologia marxista che concepiva il comunismo come destino ultimo e
    necessario dell'umanità, si opponeva una teologia provvidenzialistica, l'idea della "progressiva realizzazione dei valori della ragione come processo della realtà" (Wilhelm Windelband). Il più classico ideologismo proto-borghese opportunamente riverniciato, che non si sarebbe propagato tanto velocemente se i nuovi potentissimi miliardari californiani di Google, Apple, Amazon e Microsoft, non fossero diventati guru e testimonial di questo pensiero post-liberale.

    (2) Scendendo dal cielo dell'etica all'inferno della politica questo ha significato che il discorso marxista —priorità degli interessi sociali, conflitto di classe come motore della dinamica sociale— veniva rimpiazzato dalla "religione dei diritti". La metafisica dei valori morali figliava così l'idolatria dei "diritti umani". Al vincolo solidale basato sul far parte di un fronte di lotta contro un comune nemico, subentravano uno sdolcinato filantropismo umanitario (vedi la fiaba immigrazionista) e l'etica della tolleranza (di qui l'idea che il nuovo soggetto portatore di libertà e liberazione fosse non più l'hegeliano servo, bensì la costellazione delle minoranze a vario titolo discriminate). Non più il socialismo ma la "società multietnica", non l'eguaglianza sociale come sommo bene ma il melting pot, la contaminazione, venivano considerati i fini supremi. Determinante nella conformazione di questo discorso era la commistione tra la tradizione del ruvido libertarismo nord-americano intrecciato ai modi di vedere e le pratiche della beat generation, poi quella hippie. Legittimi sono stati considerati tutti i desideri (senza distinzione tra quelli genuini e quelli alienanti e/o indotti, artificialmente fabbricati dal sistema) dell'individuo, considerato però non come un "animale politico" comunitario, ma come essere auto-centrato, chiuso nella sua assoluta singolarità.


    Iraq: tortura nel carcere americano di Abu Ghraib
    (3) La sinistra post-liberale americana importava dal neo-kantismo europeo (primo su tutti il grande giurista austriaco Hans Kelsen), anche il terzo e più potente suo tratto: la concezione del mondo cosmopolitica, di qui l'anatema contro la figura dello Stato-nazione. Ma in questa importazione avveniva una trasmutazione, così che la merce, come americanata, veniva a sua volta esportata massicciamente in Europa. Clintonism, do you remember?
    Si imponeva la dottrina del globalismo giudiziario o internazionalismo giuridico. Uno sciame di giuristi europei (J. Habermas e N. Bobbio in prima fila) snocciolava per l'Impero i nuovi dogmi della dottrina: "ingerenza umanitaria", "polizia internazionale", "corte penale mondiale", "crimini contro l'umanità", "genocidio".

    Dalla teoria alla pratica il passo fu breve: venivano ingaggiate le cosiddette "guerre umanitarie", prima per squartare la Iugoslavia —con il governo di Massimo D'Alema in prima fila nell'aggressione— poi per annichilire l'Iraq. Seguendo le orme del nazismo i combattenti che resistevano erano bollati come "ribelli", quindi privati dello status e delle protezioni spettanti ai combattenti nemici. Abu Ghraib e Guantanamo sono testimonianza imperitura che il pacifismo cosmpolitico era ed è la nuova maschera del vecchio mostro imperialistico e della reale natura del suo disegno: gli unici Stati-nazione cui era consentito sopravvivere erano quelli che accettavano di cedere la loro sovranità mentre chi si fosse opposto, bollato come "stato canaglia", doveva essere spazzato via. Il paradigma imperiale neo-con della "guerra di civiltà" non era forse il figlio legittimo del clintonismo?

    (4) Il quarto caposaldo ideologico di questo pensiero globalista post-liberale è il culto dello sviluppo tecnologico considerato univocamente come vettore di progresso sociale e civile. Un culto che diventa in molti casi vera e propria adorazione della scienza e delle sue applicazioni tecniche. Due sono in particolare i precipitati di questo approccio fideistico: da una parte, l'apologia della rete (World Wide Web) quindi di Internet, dall'altra l'esaltazione dell'intelligenza artificiale e la sua utilizzazione nei più disparati campi della società. Qui la convergenza tra le élite mondialiste post-liberali e la sinistra nelle sue più svariate articolazioni diventava pressoché totale.
    La rete veniva gradita, anzi amata, in quanto potenza dissolutrice di identità nazionali, delle peculiari tradizioni sociali (considerati ostacoli del progresso), la rete quindi strumento di "contaminazione" e commistione tra le diverse culture, dove l'obbiettivo è una nuova, unica e "superiore" identità universale —melting pot appunto, ma ovunque crogiuolo fallito, visto che le etnie non si mescolano, coabitano ma non convivono e stanno anzi in cagnesco.

    Che questa furia distruttrice di tradizioni e identità storiche sia in verità una forma coatta dioccidentalizzazione, che per questo si traduca nella realtà in un apartheid imperialistico su scala globale, nel dare vita a nuove divisioni comunitarie e confessionali, non fa problema a questi apologeti della mondializzazione. Si tratterebbe di resistenze reazionarie destinate a soccombere.
    Come non fa problema che l'intelligenza artificiale, in quanto promossa e utilizzata da gigantesche multinazionali, lungi dall'essere neutrale, porti in fronte spavaldamente, il suo segno tirannico e di classe.
    "Prima delle automobili c'erano le carrozze trainate da cavalli. E' il progresso bellezza!". Quante volte, vestendo i panni di veri vate della splendente "civiltà del progresso perpetuo", abbiamo sentito questo mantra uscire dalla bocca dei portavoce della cupola plutocratica...

    Sinistra transgenica

    Avendo fatto suoi questi quattro capisaldi, la sinistra storica europea, sia di origine socialdemocratica che comunista, ha finito per diventare un fac-simile del post-liberalismo globalista e oligarchico americano. Uno soltanto il tratto che consente di distinguere la sinistra liberale europea da quella madre: da noi il mondialismo, col suo sacrificio delle sovranità popolari, è avvenuto in nome di un radicale fondamentalismo europeista. Quando la traballante Unione, sotto i colpi della storia, passerà a miglior vita, saranno celebrati i funerali di questa neo-sinistra sistemica.
    Quella "radicale", quella che non sarà capace di voltare per tempo le spalle della distopia del globalismo cosmopolitico, in quanto sinistra estrema della costellazione sistemica, è condannata alla stessa sorte. Tsipras, con la sua umiliante capitolazione, ha cominciato a scavare la tomba dove sarà seppellito il suo cadavere.

    In cosa è infatti radicale la sinistra che annaspa ai bordi di quella sistemica? Cosa abbiamo al netto dei piagnistei catto-socialdemocratici contro il neoliberismo?
    Stessa convinta accettazione della globalizzazione ("dal basso"); dell'Unione europea ("dei popoli"); stessa apologia della nuova tratta degli schiavi" ( "accoglienza"); medesimo rifiuto dello Stato-nazione ("internazionalismo-no-border"); identico "estremismo dei diritti umani"; stessa fede nelle nuove tecnologie considerate addirittura mezzo di liberazione (esaltazione del "lavoro cognitivo" e del connesso "nomadismo sociale").


    Avevamo affermato che gli stregoni della genetica politica non potevano introdurrerandom sequenze artificiali nella catena genetica della sinistra, che dovevano invece innestarle riampiazzando sequenze esistenti che fossero compatibili.

    Torniamo dunque ai cinque assiomi del teorema fondazionale del DNA della sinistra e vediamo in cosa è consistita la manipolazione genetica.

    Primo assioma.
    L'idea di un progresso lineare e incessante dell'umanità. Se prima l'eguaglianza sostanziale e l'eliminazione della divisione in classi antagoniste erano le due pietre angolari per giudicare la qualità del progresso, gli ingegneri del pensiero hanno inserito al loro posto quella che abbiamo chiamato "metafisica dei valori morali", quindi i "diritti umani e civili".

    Secondo assioma.
    L'apologia dello sviluppo delle forze produttive scatenate dal capitalismo, ed in particolare l'idolatria del progresso tecno-scientifico. Qui gli ingegneri non hanno avuto particolari difficoltà nella manipolazione. La "quarta rivoluzione industriale" —il digitale e l'informatica (supercomputer, robot intelligenti, fino alla neuro-tecnologia e alla ri-scrittura del codice genetico)— modificherà radicalmente il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci relazioniamo. Il nuovo mondo sarà magnifico.

    Terzo assioma.La tesi che ad un certo punto proprio il capitalismo sarebbe diventato un freno a questo sviluppo. Anche qui l'innesto non ha creato particolari criticità. Le nuove élite dominanti hanno apertamente accolto le spinte della rivolta sociale e generazionale degli anni '60 e '70 contro il capitalismo fordista e la società patriarcale coi suoi residui bacchettoni e puritani. La fede nella scienza al posto di quella religiosa, l'innovazione al posto della tradizione, l'etica individualistica al posto di quella sociale.

    Quarto assioma.
    L'asserzione che dalla "contraddizione" tra forze produttive e rapporti sociali capitalistici sarebbe sorta un'epoca di mutamenti rivoluzionari. Gli ingegneri han dovuto rimuovere il concetto dialettico di "contraddizione", quindi quello della rivoluzione sociale, rimpiazzandoli con quelli di evoluzione e di riforma, fondendoli in quello della "crescita" —vero e proprio mantra che ci riporta al primo assioma.

    Quinto assioma.
    L'enunciato per cui la classe operaia industriale, e solo essa, aveva la missione universalistica e internazionalistica di portare l'umanità nel "regno della libertà" prendendo in mano il testimone del progresso abbandonato dalla borghesia. L'internazionalismo proletario proposto da Marx era figlio della sua epoca, ovvero saliva sulle spalle dell'universalismo di matrice cristiana e di quello illuminista, non è stato difficile cancellarlo e sostituirlo con il cosmpolitismo globalista. Ma non è il proletariato, qui la manipolazione è stata audace, il soggetto che raccoglie il testimone del progresso ma, appunto, l' élite aristocratica e visionaria degli ottimati, di cui la Silicon Valley è tempio supremo. E' così che la marxiana "libertà universale" (e qui entra in gioco l'orwelliana neo-lingua) è divenuta oppressione generale, erga omnes.

    E' possibile che questa sinistra, davanti al tracollo della globalizzazione, ritorni sui suoi passi? Noi pensiamo che no, non è possibile. Al contrario, più avanzeranno le nuove destre nazionaliste e autoritarie, più essa sarà sotto minaccia, più si aggrapperà al corpo moribondo del globalismo cosmopolitico. Gli ultimi mohicani aderenti alle sette della sinistra antica si attaccheranno a loro volta alla sua sottana.

    Non occorre essere profeti per immaginare che solo una sinistra patriottica e democratica potrà domani arginare e vincere il pericolo di un nuovo fascismo. Che questa sinistra patriottica possa in futuro svolgere questa sua missione dipende da molti fattori, ma tutti dipendono dalla decisione con cui i suoi minoritari nuclei attuali sono capaci di recidere per sempre ogni legame con la neo-sinistra mondialista suonandogli il memento mori.
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  9. #9
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    Io non capisco una cosa... in questo momento la sinistra è comunque minoritaria, ma allora perché non approfittarne per osare proporre delle idee dirompenti? Perché il solito compitino? Paradossalmente, potrebbero addirittura prendere qualche volto in più. Invece, domina la pasura del cambiamento, ed è paradossale in partiti che si dicono di sinistra!

  10. #10
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    INCIUCI (EUROPEISTI) DI SINISTRA


    [ 30 aprile 2018 ]

    Sul sito La città futura è appena apparso un articolo di critica alla Dichiarazione congiunta tra il Bloco de Esquerda portoghese, France Insoumise di Mélenchon e gli spagnoli di Podemos — ne davamo notizia il 18 aprile. In Italia quella dichiarazione è stata subito fatta propria da Potere al Popolo.
    Pubblichiamo la prima parte dell'articolo da la Città Futura, ampiamente condivisibile...

    * * *


    «Anche se nelle elezioni per il parlamento europeo non è possibile presentare liste transnazionali, in questa direzione si muove esplicitamente dal 2016 DiEM25, ovvero Il Movimento per la democrazia in Europa 2025, lanciato dall’ex ministro delle finanze greco Varoufakis, cui hanno aderito De Magistris e il movimento Generation S, lanciato dall’ex leader del partito socialista francese Hamon.
    A tale iniziativa hanno tentato di rispondere il 12 aprile il Bloco de Esquerda portoghese, France Insoumise di Mélenchon e gli spagnoli di Podemos lanciando a loro volta, anche in funzione delle elezioni europee previste per il prossimo anno un “movimento comune”. Come base programmatica le tre organizzazioni hanno steso una dichiarazione firmata a Lisbona.
    Tale intento unitario è importante in particolare per France Insoumise e Podemos che non fanno parte del Partito della sinistra europea. D’altra parte il coordinamento a livello europeo di queste due forze risulta piuttosto complicato, dal momento che mentre Podemos mira a rappresentare una “alternativa democratica, popolare e in favore dei diritti umani e della sovranità popolare”, ma tutta interna al processo di unificazione europea, France Insoumise mira ad una “uscita concertata dai trattati europei” con il fine di rinegoziare nuove “regole”, ma al contempo, in caso di mancato successo di questo piano A, ha previsto un “piano B”, ossia la “uscita della Francia dai trattati europei”.
    Dal momento che Podemos non intende prendere in considerazione il “piano B”, questo tratto caratteristico della politica europea della formazione di Mélenchon è stato omesso dalla dichiarazione di Lisbona. In tal modo, però, quel delicato equilibrio che era stato individuato affiancando al “piano A” un “piano B”, che aveva permesso una convivenza pacifica anche in Italia a formazioni della sinistra radicale “filo-europee” e “anti-europee” appare compromesso, dall’esigenza di France Insoumise di non farsi richiudere in un ambito sovranista dinanzi alla prospettiva paneuropea di Generation S.
    In tal modo si sono venuti a costituire due movimenti delle forze della sinistra europea le cui prospettive rischiano di apparire, ai non addetti ai lavori, analoghe, tanto che persino Sinistra Italiana, volendo schierarsi a sinistra dei socialisti europei, guarda con interesse a entrambi i progetti. Inoltre non prevedendo nemmeno come piano di riserva la possibilità di una rottura con l’Unione europea si rischia di lasciare ulteriore spazio alle forze populiste che accrescono i loro consensi dal momento che le classi popolari sentono sempre più sulla loro pelle il peso delle politiche di austerità imposte dall’Ue e avvertono come utopistico il progetto di una sua democratizzazione. Infine l’abbandono del precario equilibrio rappresentato dalla posizione di Mélenchon, potrebbe produrre più che una necessaria ricomposizione in vista delle prossime elezioni europee delle forze antagoniste al capitalismo, un’ulteriore frammentazione fra “sovranisti” ed “europeisti”.
    Quest’ultimo rischio pare per il momento scongiurato per quanto concerne Potere al popolo! (PaP). Appena tre giorni dopo la dichiarazione di Lisbona, era possibile leggere in evidenza sul sito di Pap: “la nostra adesione all’appello di Podemos, France Insoumise e Bloco De Esquerda”.
    La questione, che sorgerebbe immediatamente in chi non conosca la complessa logica da inter-gruppi che presiede alle decisioni in PaP, è quale popolo abbia avuto la possibilità di riunirsi e deliberare in tre giorni questa adesione senza riserve a: “un appello importantissimo, proposto da tre delle forze popolari e di alternativa più grandi d’Europa, a cui non possiamo sottrarci”. Il non addetto ai lavori, a questo punto, dubiterebbe che una presa di posizione su una questione così importante e spinosa sia stata presa secondo lo spirito di una formazione che si autodefinisce Potere al popolo!, ossia che attraverso un ampio dibattito democratico che abbia coinvolto il popolo di PaP e in cui un’ampia maggioranza si sia espressa a favore dell’adesione incondizionata. Tanto più che nello stesso post si tiene a rimarcare nuovamente che “Potere al popolo! è nata per restituire la sovranità democratica al popolo, alla maggioranza”.
    Presumibilmente si sarà deciso di aderire immediatamente e senza riserve per la necessità di mantenere buoni rapporti con quelle forze della sinistra europea che, come Podemos e France Insoumise, hanno riconosciuto PaP come un importante referente della sinistra radicale italiana. Inoltre si sarà scelto di non aprire un’ampia e democratica discussione che coinvolgesse la base per non mettere in difficoltà la complessa logica di inter-gruppi, con posizioni su diverse questioni cardine discordanti, che ha sinora ha diretto Pap. Per questo nell’adesione all’appello si è scelto di evidenziare gli aspetti più avanzati della dichiarazione, piuttosto che ragionare sugli elementi deboli e/o problematici. Anzi si è inserito un necessario: “Dobbiamo rompere i trattati militari che ci vincolano ad una follia guerrafondaia che non condividiamo” di cui purtroppo non c’è traccia nell’appello.
    Del resto anche questo giornale nel numero precedente ha fatto una scelta analoga, ossia di tradurre subito la dichiarazione sottolineandone in modo volutamente unilaterale gli aspetti più avanzati. Adesso, però, ci pare giunto il momento di approfondire la riflessione ed evitare che le contraddizioni reali ora messe a tacere non riesplodano in maniera deflagrante nel momento in cui ci si troverà a definire la linea per le elezioni europee. Perciò, altrettanto unilateralmente, ci concentreremo sugli aspetti contraddittori».

    https://sollevazione.blogspot.it/201...-sinistra.html
    Contro la destra del denaro e la sinistra delle canne.

 

 
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