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    Predefinito L’impero americano è una barca che fa acqua da tutte le parti

    L’IMPERO AMERICANO È UNA BARCA CHE FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI – INTERVISTA A FRANCESCO MAZZUOLI





    Di Francesco De Maria

    Ticinolive

    Francesco Mazzuoli, laureato in psicologia, grande comunicatore, sceneggiatore, regista, scrittore. Lo abbiamo intervistato per voi su temi geopolitici fondamentali. Vi accorgerete presto che Mazzuoli – su America e UE – ha idee molto, molto chiare!

    Un’intervista di Francesco De Maria.

    Francesco De Maria Fantapolitica. Se avesse vinto Hillary, quanto diversa sarebbe stata la politica degli USA nel 2017 ?

    Francesco Mazzuoli Per comprendere il quadro generale della politica americana, il punto essenziale è il declino inarrestabile e sempre più accelerato degli Stati Uniti, o, meglio, dell’impero americano.

    Dopo aver vinto la cosiddetta “guerra fredda”, gli USA non sono stati in grado di assestare alla Russia il colpo definitivo: la conquista dell’Eurasia, lo heartland o cuore del mondo secondo lo schema geopolitico di Mackinder, è fallita e il “Grande gioco” per il controllo del globo è ripreso.

    C’è, infatti, un filo rosso nel pensiero geostrategico anglosassone: è sulla scacchiera eurasiatica che si gioca l’avvenire del mondo e gli Stati Uniti devono controllarla al fine di mantenere la loro supremazia globale. Come ha scritto Zbigniev Brzezinski ne La grande scacchiera: “È imperativo che nessuna potenza eurasiatica concorrente capace di dominare l’Eurasia possa emergere e così sfidare l’America”.

    Le azioni di Washington ispirate da questa concezione geopolitica, e, in risposta, le reazioni dei rivali russi – e più recentemente cinesi – spiegano in buona parte gli avvenimenti mondiali degli ultimi venti anni.

    L’unipolarismo americano, glorificato dai media, accompagnato dall’ideologia della globalizzazione, che avrebbe condotto ad un mondo prospero per tutti ed alla “fine della storia” sono stati una grande illusione e una immensa bugia.

    Il periodo che attraversiamo ha delle analogie con gli ultimi decenni dell’800, quando un altro impero dalla vocazione universale, quello britannico, volgeva al tramonto e assisteva alla contemporanea ascesa di contendenti: Stati Uniti, Germania, Giappone. Stiamo vivendo, quindi, le turbolenze legate allo sfaldarsi dell’ordine americano e all’emergere di potenze antagoniste: su tutte Russia e Cina.

    Il flusso storico pare irreversibile e in questo senso – e per rispondere alla Sua domanda – chiunque si trovi a capo dell’impero americano non può fare molto, se non tentare di ritardare questo inesorabile declino: possono cambiare forse i modi, ma non il fine.

    A questo riguardo, è palese come all’interno degli Usa ci siano forze che non riescono ad accettare questa realtà, con reazioni che sfociano addirittura nello psicodramma – del resto per gli Usa la prospettiva del declino è assolutamente inedita, per cui probabilmente non ci sono né risorse culturali, né psicologiche per affrontarla, in un Paese eternamente adolescente, che si percepisce popolo eletto e portatore di una missione universale. Sono tali forze che premono per un affrontamento militare con la Russia, per il famoso first strike, il primo gigantesco colpo atomico che metterebbe al tappeto l’avversario.

    Tuttavia, vista ormai la quantità e qualità della dotazione militare dei contendenti ( e la recente uscita di Putin sulle armi in possesso della Russia, impossibili da intercettare, non è certamente casuale), l’opzione di questo attacco appare soltanto una fantasia puerile, una compensazione psicologica in effige di una frustrazione reale.

    Concludendo, la politica americana, chiunque sia in sella, non può mutare e, infatti, vediamo una sostanziale continuità con le amministrazioni precedenti: la russofobia è per caso diminuita, come aveva promesso Trump in campagna elettorale? È diminuita la presa sull’Europa e la politica che tende ad ogni costo ad allontanarla e isolarla dalla Russia?

    Come ho già detto, tutto ciò è inutile; si consideri questo breve elenco: nascita della “nuova via della seta” cinese, rafforzamento ed espansione della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, avvicinamento e sinergie russo-cinesi, de-dollarizzazione, scacco in Siria, avvisaglie di una possibile unificazione delle due Coree, aumento della fornitura di gas russo all’Europa e in particolare alla Germania con la partenza dei lavori per il gasdotto North Stream 2.

    L’impero americano è una barca che fa acqua da tutte le parti; direi di più: è incagliata sugli scogli e non può che affondare.

    L’elezione di Trump ha dimostrato, a mio avviso, che i media NON sono onnipotenti. Lei è d’accordo con me?

    Indubbiamente, la propaganda ha subito due sconfitte, prima con la Brexit e poi con l’elezione di Donald Trump. Le ragioni si trovano in una divaricazione ormai troppo accentuata tra la rappresentazione che il sistema dei media costruisce della realtà e la realtà che è sperimentata dalla gente.

    La “realtà” è sempre una costruzione sociale ed è in larga misura convenzionale, ma evidentemente c’è un limite, un nocciolo di oggettività, che non è ulteriormente manipolabile. La divaricazione realtà-rappresentazione apre delle falle nel sistema di propaganda e, soprattutto, mina la credibilità e l’autorevolezza degli stessi media.

    Al contempo, cresce l’influenza di internet, dove lentamente, ma con un effetto cumulativo implacabile, ha agito e agisce quello che in psicologia sociale è chiamato sleeper effect, effetto per il quale informazioni, idee, punti di vista si diffondono nel tempo, proprio in virtù della bassa credibilità della fonte.

    La crociata contro le cosiddette fake news – che, in verità, sono proprio quelle ammannite dai media dominanti- è soltanto un pretesto per arginare tale fenomeno e arrivare ad istituire un orwelliano “Ministero della Verità”, che, in nome di una presunta autorevolezza – ma legalmente riconosciuta – istituirebbe formalmente una nuova censura nel mondo della “libera informazione”.

    Ahimè, queste falle nel sistema di propaganda non rendono la situazione meno spaventosa, anzi.

    Si rafforza la funzione di controllo dell’apparato mediatico, che è enormemente asimmetrico, proprio perché questa è la sua funzione principale.

    L’agenda è ancora dettata dai media di propaganda – il noto effetto di agenda setting – ed internet – come ho scritto altrove – è un sistema di controllo nato in ambito militare e diffuso a partire dagli anni novanta per accompagnare la globalizzazione a trazione americana.

    Internet costituisce, infatti, il modello mentale della società globalizzata: una indistinta e virtuale rete mondiale (World Wide Web), abitata da un essere umano de-territorializzato, che esiste appunto in questo non luogo geografico e in un eterno presente, creato mediante la simultaneità degli scambi (tempo e spazio sono dimensioni collegate ed internet annulla l’una e l’altra).

    Geniale come strumento di controllo totale: capace addirittura di dare al suo utente controllato l’illusione della libertà e di ottenere, spontaneamente, informazioni sensibili che una volta i servizi segreti dovevano sudare sette camice per carpire, nonché in grado di far esplicitare – sotto la spinta a manifestarsi, ad esistere attraverso la rete in un mondo che si vuole sempre più mediatizzato- quello che una volta poteva rimanere nascosto: il pensiero e le emozioni. Oggi le agenzie politiche e di controllo sanno davvero tutto di noi e possono catalogare e quantificare il dissenso, in modo da poterlo arginare e manipolare.

    La digitalizzazione crescente è, in larga misura, un pretesto per rendere il controllo più efficace (nelle intenzioni addirittura totale) e il cyberspazio è ormai terreno di guerra e guerriglia di propaganda, in cui giocano un ruolo cospicuo i servizi segreti, spesso mascherati da agitatori o informatori “antisistema”.

    Non si dimentichi che la guerra è un fenomeno ubiquitario e quotidiano e una delle battaglie principali è quella per la conquista delle menti.

    Con quali argomenti specifici (e non genericamente) si può affermare che l’Europa è subordinata agli Stati Uniti?

    Con la seconda Guerra mondiale, l’Europa occidentale è stata occupata e trasformata in un protettorato americano, come recentemente dichiarato anche da Steve Bannon.

    Alla fine della “guerra fredda”, si sono aggiunti anche Paesi dell’est Europa, una volta appartenenti all’orbita di Mosca. Attualmente – nonostante la “guerra fredda” sia formalmente finita da un pezzo e la NATO fosse una struttura difensiva che avrebbe dovuto sciogliersi una volta finito il “pericolo rosso” – In Europa insistono centinaia di basi americane: ufficialmente 179 soltanto in Germania e 59 in Italia, Paese che ha visto triplicarsi la presenza militare americana negli ultimi venti anni – guarda caso in coincidenza con la Seconda Repubblica, nata con l’operazione Tangentopoli, attraverso la quale fu spazzata via una classe politica non accondiscendente alla marginalizzazione del Paese e al suo completo asservimento all’Unione Europea. A tal proposito, da ascoltare un illuminante passaggio di un’intervista a Bettino Craxi.

    Oggi l’Italia, come può leggere sul sito della Treccani – non proprio un covo di rivoltosi – è una rampa di lancio per le missioni di guerra americane.

    Il progetto dell’unificazione europea è stato costruito dagli strateghi americani per ruotare intorno al ruolo predominante (precisamente di sub-dominio rispetto agli USA) della Germania, conferendo ad essa un esorbitante vantaggio al fine di tenerla saldamente legata al carro atlantico e di distoglierla da tentazioni di liaisons con la Russia, esiziali per gli interessi geopolitici a stelle e strisce.

    Per inciso, l’euro nasce appositamente per conferire alla Germania uno straordinario vantaggio economico ed è per questa ragione che non può essere smantellato.

    In occasione del dibattito riguardo al referendum sulla Brexit, alcuni giornali fecero filtrare alcune rivelazioni e, di seguito, cito un articolo uscito il 23 Gennaio 2016 sul sito di ItaliaOggi:

    “Nel 2000 un ricercatore della Georgetown university, Joshua Paul, ha trovato negli US national archives prove documentali molto chiare che il progetto per l’Unione europea nasce in non poca parte come una sofisticata iniziativa dell’intelligence americana.

    “Tra gli altri documenti, un memorandum del 1950 dà istruzioni dettagliate sulla conduzione di una campagna per favorire la creazione di un parlamento europeo. È firmato dal generale William Donovan, il direttore nel corso della seconda guerra mondiale dell’Oss-Office of strategic services, diventato la Cia alla fine del conflitto. Il principale veicolo per il coordinamento e il finanziamento è stato l’American committee for a united Europe, l’Acue, fondato nel 1948. Donovan, nominalmente tornato a vita privata, ne era il presidente. Il vicepresidente era Allen Dulles, il fratello del segretario di stato John Foster Dulles e lui stesso il direttore della Cia negli anni Cinquanta. Il board era composto da numerose altre figure di primo piano nell’intelligence, sia di provenienza Cia che già attive nell’Oss.

    “I documenti reperiti indicano che l’Acue è stato di gran lunga il principale finanziatore del Movimento europeo, la più importante organizzazione federalista europea del dopoguerra. Dimostrano, per esempio, che nel 1958 gli americani hanno fornito il 53,5% dei fondi del movimento, che contava tra i suoi «presidenti onorari» personaggi del calibro di Winston Churchill, Konrad Adenauer, Léon Blum e Alcide de Gasperi. Alcuni dei suoi rami operativi, come la European youth campaign, erano totalmente finanziati e diretti da Washington. Dalla documentazione emerge che i leader del Movimento europeo, Joseph Retinger, Robert Schuman e l’ex primo ministro belga Paul-Henri Spaak, venivano a volte trattati alla stregua di «bassa manovalanza» dai loro sponsor americani, una fonte di comprensibile infelicità.

    “Da parte americana, come in ogni operazione segreta come si deve, i fondi necessari giungevano a destinazione attraverso strade complesse. L’Acue era «pubblicamente» finanziato dalle Fondazioni Rockefeller e Ford, come anche da gruppi d’affari in rapporti stretti con il governo Usa. Con l’inizio degli anni 60 e l’entrata nella fase più calda della «guerra fredda», è scemato l’entusiasmo Usa per l’approccio «soft» e i fondi sono stati spostati verso altre priorità. L’attenzione però era lenta a passare. L’archivio scoperto da Paul contiene anche un memorandum datato 11 giugno 1965 in cui la sezione «affari europei» del dipartimento di stato Usa consiglia al vice-presidente dell’allora comunità economica europea, l’economista francese Robert Marjolin, di perseguire l’obiettivo dell’unificazione monetaria europea agendo sottotraccia: gli raccomanda di sopprimere il dibattito al riguardo fino al momento in cui «l’adozione di tali proposte diventerà virtualmente inevitabile».”

    Il “fenomeno” Macron. Quali forze lo hanno “creato” e portato rapidissimamente al potere?

    In Francia, ci sono state storicamente delle resistenze alla costruzione europea voluta dagli americani: pensiamo a de Gaulle. È interessante leggere le rivelatrici parole che François Mitterand affidò a Georges-Marc Benamou, nel suo libro testamento Le dernier Mitterrand:

    “…La Francia non lo sa, ma noi siamo in guerra con l’America. Una guerra permanente, una guerra vitale, una guerra economica, una guerra in cui apparentemente non ci sono morti. Sì, gli americani sono molto duri, sono voraci, vogliono un potere assoluto sul mondo. È una guerra sconosciuta, una guerra permanente, apparentemente senza morte e, pertanto, una guerra alla morte”.

    “…Io sono l’ultimo dei grandi presidenti… voglio dire l’ultimo nella linea di de Gaulle. Dopo di me, non ce ne saranno altri in Francia… a causa dell’Europa, a causa della mondializzazione…”

    Il “fenomeno” Macron è stato costruito in fretta e furia, in pochi mesi, di fronte all’avanzata, che pareva inarrestabile, di Marine Le Pen e di un euroscetticismo che poteva far presa in un certo retroterra culturale francese.

    Dietro il “fenomeno”, ovviamente, ci sono forze filoamericane che perseguono il progetto mondialistico. Non a caso la posizione di Macron è quella di un europeismo di ferro. Macron garantisce la prosecuzione dell’agenda del mondialismo, dal punto di vista sia politico, verso l’instaurazione degli Stati Uniti d’Europa; sia economico, con politiche neoliberistiche; sia dell’ingegneria sociale, proseguendo il processo di liquefazione della società per instaurare il nuovo ordine secondo il motto ordo ab chao.

    Per raggiungere questo obiettivo di ingegneria sociale, è necessario passare attraverso lo “scongelamento” (leggi distruzione) delle strutture antropologico-culturali pre-esistenti (identità, per semplificare), per poi attuare il cambiamento desiderato e procedere, quindi, al suo “congelamento”, cioè alla calcificazione (istituzionalizzazione) della nuova struttura antropologica.

    Il processo risponde, in scala ampliata, al modello di cambiamento psicosociale ideato per i gruppi dallo psicologo Kurt Lewin.

    Mi consenta una digressione e un salto in avanti – ma non troppo.

    Il sogno del potere, che è in essenza controllo, è appunto il controllo totale: delle risorse materiali, ideologiche (cioè delle credenze) e, in ultimo, dello stresso sostrato biologico. Ciò presuppone l’eliminazione della variabilità (e della connaturata imprevedibilità), in primis umana, e la creazione di un modello antropologico di uomo standardizzato transumano, interamente progettato in funzione dei bisogni dell’élite e del mantenimento del suo sistema di potere.

    Il punto cruciale, per attuare questo progetto, è la diminuzione della popolazione, vera ossessione della superclasse.

    Nel nuovo, meraviglioso mondo che ci aspetta – e che in parte è già qui – secondo il programma portato avanti da questi filantropi, ci saranno: robots per sostituire la forza lavoro; disoccupazione permanente e precarizzazione del lavoro e della stessa esistenza; stipendi da fame; eliminazione di qualunque tipo di welfare gratuito; reddito di cittadinanza che non consentirà neppure di riprodursi; diffusione dell’omosessualità e della sessualità parafiliaca e non riproduttiva; eutanasia, in particolare per eliminare un bel po’ di anziani indigenti; conflitto di classe sostituito dal conflitto identitario per scatenare una guerra tra poveri perpetua; controllo dell’uomo esteso fino al sostrato biologico – con il pretesto della salute o della sicurezza, perché l’instaurazione di una dittatura di tal fatta abbisogna di uno stato di emergenza permanente.

    La Russia di Putin è accusata di avere interferito pesantemente nelle elezioni presidenziali USA, ovviamente in favore di Trump. Sono accuse fondate o pretestuose?

    Dopo mesi e mesi non è stata ancora trovato uno straccio di prova e un’inchiesta del Congresso americano, appena conclusa, ha stabilito che non c’è stata alcuna ingerenza russa nelle elezioni del 2016.

    Le accuse pretestuose sono un classico della propaganda: vediamo un altro caso eclatante con la storia dell’ avvelenamento in Gran Bretagna da gas nervino della spia Sergei Skripal, di cui sono accusati i russi.

    Già il semplice porsi la banale domanda: a chi giova? sbugiarda la notizia: perché mai Putin dovrebbe ordire un attentato del genere in prossimità delle elezioni in Russia e a qualche mese dai campionati mondiali di calcio, ospitati proprio nel suo Paese?

    Si nota anche un’inversione di un principio cardine della giurisprudenza: la presunzione di innocenza. Si è innocenti fino a prova contraria, ma la propaganda, in un tipico esempio di ribaltamento, stabilisce il principio opposto: si è presunti colpevoli e si deve dimostrare la propria innocenza.

    Tra l’altro, le accuse muovono sempre in assenza di prove. È un ritorno indietro di secoli: siamo alla caccia alle streghe, ma se ci pensiamo, in America fu così anche durante il maccartismo, un’altra caccia alle streghe contro il malefico influsso russo…

    La propaganda, quando la tensione geopolitica sale, accentua i suoi caratteri di ipersemplificazione, di polarizzazione e di irrazionalismo: sono i buoni contro i cattivi, come in un film americano (nel caso succitato – ha fatto notare Paul Craig Roberts – l’intera sceneggiatura, compreso l’uso del gas nervino, è copiata dalla serie televisiva angloamericana Strike back…).

    E, nei film americani, coi cattivi non ci si accorda: ai cattivi si spara. Non si fece così anche con gli indiani d’America? Ho paura che non sia così facile fare la stessa cosa con i russi…

    Appunto in relazione al Russiagate si moltiplicano le azioni legali e le pressioni su varie personalità dell’entourage presidenziale. C’è una probabilità che queste azioni mettano il presidente in seria difficoltà?

    Negli Stati Uniti è in corso uno scontro tra gruppi di potere. Tuttavia, per scrivere qualcosa di davvero sensato, bisognerebbe avere notizie di prima mano, o addirittura essere dentro alle “segrete cose”.

    Quello che, dall’esterno, si può capire è che il cosiddetto deep state e la vecchia amministrazione non si aspettavano l’elezione di Trump ed erano convinti della continuità del potere attraverso Hillary Clinton.

    Si è anche notato come i vassalli dei protettorati europei siano tutti rimasti fedeli alla vecchia amministrazione, pensando ad una rapida defenestrazione di Trump.

    Nella convinzione della continuità del potere e della conseguente impunità, la vecchia amministrazione si è comportata con una certa leggerezza, non preoccupandosi troppo di coprire alcune – uso un termine improprio – “mancanze”, offrendo, così, a Trump e a chi lo sostiene, l’appiglio per difendere la propria posizione e dare il via ad una schermaglia di ricatti incrociati.

    Queste schermaglie utilizzano anche operazioni di manipolazione dell’opinione pubblica, attraverso il circuito mediatico principale (nelle mani del deep state), e i social media, in cui si è distinto Trump, sia dando vita ad un inedito colloquio diretto con la base (via Twitter), sia dando vita a gruppi di opinione e pressione su internet (come QAnon, o Release the memo), che, costantemente, minacciano presunte rivelazioni in grado di annientare la vecchia nomenklatura e i gruppi di potere sottostanti.

    Al momento, però, sembrerebbe che la politica del presidente si stia piegando alle pressioni dei neocons.

    Vedremo se le prossime evoluzioni chiariranno la situazione e se la guerra interna tra élites proseguirà.

    I media occidentali ci parlano spesso di movimenti di opposizione a Putin e alla sua politica. Qual è la loro consistenza e quale possibilità hanno di assumere un ruolo di rilievo nelle prossime elezioni?

    Nei media occidentali, sempre per ragioni di propaganda e di wishful thinking c’è una sovrastima della consistenza e dell’influenza di tali movimenti di opposizione. Attualmente, non paiono in grado di insinuare né il potere, né la popolarità di Putin, e la russofobia dilagante in occidente e l’aggressività verso la Russia non fanno che rafforzare la posizione del presidente e compattare il Paese attorno a lui, che -ricordiamo- ha risollevato la Russia dal baratro degli anni novanta e le sta restituendo, giorno dopo giorno, il ruolo di superpotenza. Questo i russi lo sanno e lo hanno confermato i risultati delle urne, un vero e proprio plebiscito per Vladimir Putin.

    L’ultima domanda è obbligata. Come valuta l’elezione del 4 marzo in Italia e (richiesta di una previsione) a quale governo porterà?

    In un Paese occupato, con 59 basi militari ufficiali, dalla superpotenza (gli Stati Uniti) che ha creato l’Unione Europea a suo uso e consumo, non sono possibili libere elezioni, per cui proseguirà l’agenda mondialistica che ultimerà la distruzione dell’Italia. Non mi pare che – al di là delle parole – esistano reali forze di opposizione a questo progetto.

    Il Movimento 5 stelle è nato per intercettare il malcontento e sterilizzarlo. In realtà, il suo programma coincide con l’agenda mondialistica.

    La Lega, portatrice, in teoria, di alcune istanze sovranistiche, al momento di proporsi come forza di governo, ha eliminato dal programma l’uscita dall’euro, che pure aveva strombazzato ai quattro venti, e Salvini ha dichiarato che la NATO non si mette in discussione.

    I punti focali del programma leghista – sicurezza, frontiere, abbassamento delle tasse – sono gli stessi portati avanti da Donald Trump. Anche lo slogan: “Prima gli italiani” suona come uno scimmiottamento di “America first”. Questo per mostrare il livello di sudditanza anche culturale – non soltanto politica – cui si è giunti.

    E’ necessario chiarire che L’Unione europea non è un progetto emendabile: il suo obiettivo è distruggere gli Stati nazionali e annullare ogni forma di potere democratico; un’agenda che, a partire dalla pubblicazione del documento della Commissione Trilaterale , Crisi della democrazia, datato 1975, è stata perseguita inesorabilmente.

    Di conseguenza, chiunque non proponga un’uscita dall’Unione Europea, senza se e senza ma, è complice di questo progetto.

    Nello specifico, il nuovo sistema elettorale è concepito per portare ad alleanze, che di fatto e come al solito, tradiscono le promesse elettorali e il mandato degli elettori.

    Si sta lavorando per i soliti inciuci, tipici della politica italiana.

    Il progetto iniziale della “regia” era quello di un’alleanza Renzi-Berlusconi, reso impossibile dal calo di consensi dell’uno e dell’altro.

    Sicuramente, si farà di tutto per non votare di nuovo e – seppure già annacquato- per limitare ulteriormente Salvini e le istanze sovranistiche di cui è portatore.

    Qualora non si arrivi ad un governo che soddisfi i poteri forti e i politici- camerieri al loro servizio (che un guiderdone devono pure averlo, dal momento che ci mettono la faccia), è sempre pronta l’eventualità di un governo “tecnico” (altro termine della neolingua). I pretesti non mancano: si può invocare il debito pubblico e agitare ad arte lo spauracchio dello spread, oppure la crisi delle banche italiane, che si vuole consegnare completamente in mani straniere.

    E allora? Non resta che pregare tutti insieme? No, qui in Italia ognuno per proprio conto: nel nome del Padre, del Figlio, del cognato e dello zio…

    Fonte: Ticinolive

    Link: "L'impero americano è una barca che fa acqua da tutte le parti" - Intervista a Francesco Mazzuoli - Ticinolive

    L?impero americano è una barca che fa acqua da tutte le parti ? intervista a Francesco Mazzuoli

  2. #2
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    Predefinito Re: L’impero americano è una barca che fa acqua da tutte le parti

    Se avesse vinto Hillary, quanto diversa sarebbe stata la politica degli USA nel 2017 ?
    Marines a Teheran, mezza flotta USA nel Baltico e nel Mar Nero, truppe NATO a Damasco, magari anche un grande fungo rosso in Korea... Meglio non pensarci, và.
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  3. #3
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    Predefinito Re: L’impero americano è una barca che fa acqua da tutte le parti

    C'era una sola persona che avrebbe potuto essere più pericolosa e peggiore di Trump, se eletta, e i democratici l'hanno scelta come candidato...
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  4. #4
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    Predefinito Re: L’impero americano è una barca che fa acqua da tutte le parti

    Credibilità e potenza militare Usa svaniscono. E molti paesi iniziano a ignorare Washington



    Il lavoro diplomatico continua in alcune delle aree con le più alte tensioni geopolitiche nel mondo. Negli ultimi giorni ci sono stati incontri e contatti ad alto livello tra Turchia, Iran e Russia sulla situazione in Siria; incontri tra Modi e Xi Jinping per allentare le tensioni tra India e Cina; e infine, lo storico incontro tra Moon Jae-in e Kim Jong-un. La componente comune in tutti questi incontri è l'assenza degli Stati Uniti, che potrebbe spiegare gli eccellenti progressi che sono stati osservati.


    di Federico Pieraccini



    Le ultime settimane hanno portato una nota di ottimismo nell’ambiente delle relazioni internazionali. L'incontro tra Modi e Xi Jinping in Cina ha offerto un esempio, confermato dalle parole di Wang Yi, membro del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese:


    "I nostri interessi comuni [di India e in Cina] superano le nostre differenze. Il vertice farà molto per approfondire la reciproca fiducia tra i due grandi vicini. Faremo in modo che il vertice informale sia un successo completo e una nuova pietra miliare nella storia delle relazioni Cina-India ".



    Viste le tensioni di agosto 2017 nella zona di confine himalayano tra i due paesi, i progressi compiuti negli ultimi nove mesi fanno ben sperare per un ulteriore aumento della cooperazione tra le due nazioni. Il commercio bilaterale ammonta a circa 85 miliardi di Dollari all'anno, con la Cina quale maggiore partner commerciale dell'India. L'incontro tra Modi e Xi serve anche ad approfondire il quadro già esistente tra i due paesi in organizzazioni internazionali come i BRICS, l'Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e la Shanghai Cooperation Organization (SCO), di cui sono parte integrante. È immaginabile che i negoziati sulla Belt and Road Initiative (BRI) saranno in pieno svolgimento, con Pechino desiderosa di coinvolgere New Delhi maggiormente nel progetto. Tale prospettiva è particolarmente favorita da tre veicoli di investimento molto potenti messi in atto da Pechino, vale a dire la New Development Bank (precedentemente la BRICS Development Bank), l'AIIB e il Silk Road Fund.



    Xi Jinping cercherà di avvicinare progressivamente l'India al progetto BRI attraverso accordi commerciali interessanti e reciprocamente vantaggiosi. Tuttavia, questo obiettivo rimane complicato e difficile da attuare. Pechino ne è consapevole e ha già espresso l'intenzione di non imporre il BRI al paese confinante. Con buona parte della futura architettura globale e regionale che dipende da questi due paesi, la buona comprensione mostrata tra Xi Jinping e Modi fa ben sperare, soprattutto considerando gli obiettivi comunemente allineati rappresentati dalla moltitudine di organizzazioni e quadri internazionali su cui Cina e India siedono fianco a fianco lato.



    Un’altra notizia importanti per la regione asiatica è stato l'incontro tra Moon Jae-in e Kim Jong-un, che è stato recentemente esaminato in un articolo pubblicato su Strategic Culture Foundation.



    Come discusso in questo articolo, l'intenzione dei due leader è di riunire le due Coree, di denuclearizzare la penisola e di firmare un trattato di pace tra il Nord e il Sud, le cui implicazioni senza precedenti comportano domande sul futuro ruolo degli Stati Uniti sulla penisola. Come affermato in precedenza, il riavvicinamento tra le due Coree non gioca a favore di Washington, che usa la Corea del Sud come punto strategico per contenere la Cina, giustificando la sua presenza con il pretesto di confrontare la Corea del Nord. Con un accordo di pace onnicomprensivo, questa giustificazione cesserebbe di esistere. Sembra che l'obiettivo per i responsabili delle politiche statunitensi sia trovare l'opportunità di sabotare l'accordo Nord-Sud e incolpare Kim Jong-un per il suo fallimento. Senza impegnarsi in una soluzione diplomatica con il suo alleato sudcoreano, lo stato profondo di Washington non intende arretrare di un centimetro la sua presenza militare sulla penisola, e potrebbe persino guardare favorevolmente al fallimento dei negoziati, danneggiando ulteriormente Trump e la sua amministrazione.



    E’ una guerra interna allo stato profondo che va avanti da anni. Obama ha voluto abbandonare il Medio Oriente per concentrarsi sul contenimento della Cina, modificando di conseguenza la struttura militare per tornare a una posizione da guerra fredda. Questo spiega l'accordo con l'Iran per liberare gli Stati Uniti dal suo coinvolgimento in Medio Oriente, in modo da potersi concentrare principalmente sull'Asia e promuoverla quale regione più importante per gli Stati Uniti. Questa intenzione strategica ha incontrato un'enorme opposizione da parte di due delle più influenti lobby del sistema politico americano, quella israeliana e Saudita. Senza gli Stati Uniti, questi due paesi non sarebbero in grado di fermare la pacifica ma impressionante ascesa Iraniana nella regione.



    Ascoltando un generali a quattro stelle come Robert Neller (comandante del corpo dei marines) e altri meno distinti, si arriva a comprendere fino a che punto l’apparato militare americano si trovi in un caos strategico senza precedenti. Le quattro forze armate (US Army, US Navy, US Marines e US AirForce) sono state vittima di modifiche epocali ad ogni cambio di presidenza. I pianificatori del Pentagono avrebbero il desiderio di confrontarsi simultaneamente con paesi come la Russia, la Cina e l'Iran, ma da anni diminuiscono la loro efficacia operativa a causa dell’estensione imperiale in cui versano. Altri politici, in particolare dell'area Neocon, sostengono la necessità di trasformare le forze armate statunitensi da una adatta a combattere piccoli paesi (Iraq, Afghanistan, Siria), insurrezioni mediorientali o gruppi terroristici (un pretesto originato dagli anni '90 e con la prima guerra del Golfo), ad una forza militare in grado di affrontare i suoi concorrenti paritetici con tutte le armi necessarie. Tale riallineamento non si verifica in un breve periodo di tempo e richiede un'enorme quantità di denaro per riorganizzare la struttura operativa delle forze armate.



    In questa lotta tra componenti dello stato profondo, Trump ha tradito ogni aspirazione politica che derivasse dalla sua campagna elettorale e si ritrova ad implementare una strategia sconsiderata. Trump nella sua marcia verso la presidenza si è mostrato fortemente filoisraeliano e uno strenuo difensore delle forze fortemente, con il risultato pratico di un aumento importante delle spese militari. Decine di miliardi di dollari di accordi sono stati realizzati con il paese più ricco del Medio Oriente, l'Arabia Saudita, per gli acquisti di armi, e l’accordo sul nucleare Iraniano (JCPOA) è considerato negativamente e da abrogare.


    Gli interventi di Trump in Siria confermano che si trova sotto la forte influenza di quella parte dello stato profondo che è fermamente convinto che gli Stati Uniti dovrebbero essere sempre presenti in Medio Oriente, opporsi apertamente all'Iran e, soprattutto, dovrebbero prevenire la creazione di un arco sciita che estenda la sua influenza a dall'Iraq, al Libano passando per la Siria.


    Il ragionamento utilizzato da Trump e dalla sua amministrazione conferma questa direzione nella strategia di Washington: invocano una maggiore cooperazione con Pechino per risolvere la questione coreana; si sforzano inutilmente di diminuire l'influenza di Mosca in Siria e nel Medio Oriente in generale; e optano per una maggiore belligeranza nei confronti dell'Iran, con un progressivo allontanamento dall'Asia, smentendo la visione strategica di Obama del perno verso l'Asia (Asian pivot)



    Trump sembra dare l'impressione di voler aggredire la Cina con una guerra commerciale che finirebbe inevitabilmente per danneggiare gli Stati Uniti in primis.


    In questa strategia, gli alleati europei svolgono un ruolo importante nell'intenzione di Washington di cancellare o modificare l'accordo nucleare iraniano. Dopo gli incontri a Washington tra Trump e Macron, e poi con la Merkel, entrambi i leader europei sembrano più o meno aperti a una modifica del JCPOA, a condizione che Trump rinunci all’idea di applicare tariffe o dazi sui prodotti commerciale dei paesi europei, un appello a cui il premier inglese Theresa May ha aggiunto il suo nome. Sembra una tattica disperata, dato che una delle questioni su cui Trump punterà la sua campagna per la rielezione nel 2020 è riuscire a correggere gli squilibri commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea, senza i quali non sarà in grado di affermare di aver mantenuto le sue promesse.



    Gli Stati Uniti hanno molte carte da giocare, ma nessuna è decisiva. In Corea, il processo di pace dipende molto poco dalle intenzioni di Trump e più dalla volontà dei due partiti chiave di raggiungere un accordo storico per migliorare la vita di tutti i cittadini della penisola. Prevedo che lo stato profondo proverà a incolpare la Corea del Nord per un fallimento dei negoziati, portando così in Asia il caos nelle relazioni internazionali che gli Stati Uniti hanno portato con successo in altre parti del mondo. La Repubblica popolare cinese cercherà quindi di sostituire gli Stati Uniti nei negoziati al fine di avvicinare le due parti negoziali e concludere un accordo.



    Allo stesso modo, un tentativo di sabotare il JCPOA (accordo sul nucleare Iraniano) porterà Russia, Cina e Iran in un triangolo strategico, di cui scrivevo più di un anno fa. Un'uscita unilaterale dall'accordo nucleare servirà unicamente a delegittimare il ruolo nelle relazioni internazionale di Washington, aprendo la strada al sabotaggio dell'eventuale accordo di pace in Corea. Gli Stati Uniti si ritroveranno isolati a causa della lotta interna all'elite nordamericane/europee.



    Il successo dei negoziati in Corea potrebbe spianare la strada ad un ombrello militare di protezione per la Repubblica Popolare Democratica di Corea garantito da Cina e Russia, allo stesso modo le due nazioni potrebbero concedere la medesima garanzia all'Iran per resistere alla pressione americana ed europea di cancellare il JCPOA. In definitiva, il riavvicinamento tra India e Cina, in vista di importanti accordi sul BRI, potrebbe suggellare la cooperazione tra due giganti, guidando l'area eurasiatica sotto l'influenza definitiva di India, Cina, Russia e Iran e garantendo un futuro di sviluppo economico pacifico per l'area più importante del globo.



    Gli Stati Uniti si trovano divisi da una lacerante guerra interna alle proprie élite, dove la presidenza di Trump viene continuamente attaccata e delegittimata, mentre l'assalto coordinato al dollaro continua rapidamente attraverso strumenti come oro, petroyuan e la tecnologia blockchain.



    Il potere militare statunitense sta dimostrando di essere una tigre di carta incapace di cambiare il corso degli eventi sul campo, come si è visto recentemente in Siria. La perdita di credibilità diplomatica derivante dal sabotaggio del JCPOA, e l'incapacità di Washington di sedersi e negoziare sinceramente con la Corea del Nord, consegnerà il colpo di grazia finale a un paese che sta facendo di tutto per distruggere le ultime amicizie rimaste con i suoi alleati europei (sanzioni imposte sulla Russia, sanzioni sulle compagnie europee che partecipano al North Stream 2 e tariffe in una nuova guerra commerciale).



    Lo stato profondo degli Stati Uniti rimane su questo percorso di autodistruzione, perennemente lacerato tra strategie opposte, che accelerano il declino unipolare di Washington e l'emergere al suo posto di un ordine mondiale multipolare, con New Delhi, Mosca, Pechino e Teheran quali nuovi poli una vasta area comprendente il Medio Oriente e tutta l'Eurasia.

    https://www.lantidiplomatico.it/dett...n/16990_23860/
    Lottiamo per una giustizia sociale che non sia un favore, ma un diritto - J. D. Perón -

    Il sonno della ragione genera i liberali

 

 

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