The Vision

David Broder

I fan inglesi che hanno visitato Roma negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti con una lunga sequela di attacchi e di accoltellamenti. Come ha ricordato con toni cupi The Independent: “La lista è infinita”. Così, in vista del secondo confronto con la Roma, la stampa si prepara agli scontri. Ma non solo la stampa: la società Liverpool, infatti, dopo un vertice “straordinario” con Polizia e servizi segreti, ha persino sentito il bisogno di trasmettere ai propri supporter linee guida per la sicurezza.


A preoccupare il team inglese sono le possibili reazioni alla vicenda di Sean Cox, il tifoso irlandese tuttora in condizioni critiche in seguito all’aggressione da parte di due presunti membri del gruppo ultras romano Fedayin, dopo la partita di andata giocata la settimana scorsa ad Anfield. Le tristi immagini dei fan della Roma, armati di martelli e cinture, hanno dominato la stampa inglese da quando si è consumato l’attacco insensato al tifoso di cinquantatré anni.

Pur essendo atti sicuramente riconducibili a una minoranza, gesti come questo, o come quelli compiuti contro i tifosi del Tottenham in occasione di una sfida con la Lazio nel 2012, hanno alimentato la reputazione violenta di cui godono all’estero – e in particolare in Inghilterra – gli ultras italiani. Ma se è vero che la violenza negli stadi è oggi praticamente inesistente all’interno della Premier League, bisogna ricordare che non sempre è stato così: fino agli anni Novanta, erano gli hooligans inglesi a rappresentare il peggior incubo calcistico in Europa.

All’indomani dell’aggressione a Cox, la leggenda del Liverpool Kenny Dalglish ha ricordato gli accoltellamenti che accompagnarono la finale del 1984, quando la sua squadra sconfisse la Roma allo Stadio Olimpico. Secondo Dalglish, le violenze commesse in quell’occasione contribuirono a rinforzare l’antipatia tra tifosi inglesi e italiani, che culminò con il disastro dell’Heysel il 29 maggio 1985, in cui 39 tifosi, dei quali 32 italiani, rimasero uccisi.

Le azioni dei supporter del Liverpool allo stadio belga confermarono la terribile fama dei sostenitori del club, e la Uefa bandì i club inglesi dalle competizioni europee fino alla stagione del 1990-91. I tifosi delle altre squadre di Premier, in particolare quelli dell’Everton – altra società di Liverpool – li accusarono della squalifica, che però ebbe il merito di aprire gli occhi degli inglesi. Questi episodi di violenza avevano una lunga tradizione, che andava ben oltre i Reds: due settimane prima del disastro dell’Heysel, una rissa tra i tifosi del Leeds e del Birmingham finì con il crollo di una parete dello stadio e la morte di un ragazzo di quindici anni. Nel marzo dello stesso anno, in uno scontro successivo alla partita tra Luton e Millwall, 81 persone, inclusi 31 poliziotti, rimasero ferite. Sia il Manchester United che il Leeds furono squalificati dalle competizioni continentali durante gli anni Settanta, proprio a causa dell’aggressività dei propri tifosi. L’hooliganismo, insomma, in quel periodo non godeva di una grande reputazione, per usare un eufemismo.

Oggi i media – non solo britannici – tendono a offrire un ritratto edulcorato dei supporter inglesi e mentre ci si prepara ai prossimi mondiali in Russia si guarda con preoccupazione all’eventuale presenza di gruppi organizzati di ultras nel Paese. La situazione è ben diversa dagli anni Ottanta, quando gli hooligans inglesi erano visti come una seria minaccia all’ordine pubblico e sia la stampa sia il governo Thatcher consideravano i tifosi delle orde violente. Un’atmosfera che culminò, alla fine del decennio, con la strage Hillsborough. Nonostante il sovraffollamento dello stadio, la Polizia bloccò l’uscita dei supporter e 96 persone morirono schiacciate in quella che divenne la peggior tragedia della storia del calcio inglese. The Sun, all’epoca, sostenne che a causare l’incidente fossero stati i tifosi ubriachi del Liverpool – senza alcuna prova a sostegno di questa tesi – e che avessero perfino urinato sui corpi delle vittime, dopo averle derubate. Un’inchiesta resa recentemente pubblica ha invece individuato le responsabilità nella pessima gestione del flusso di tifosi da parte della Polizia, costringendo The Sun a presentare delle scuse: il giornale più venduto della Gran Bretagna è ora boicottato da molti degli abitanti della città. Certo, l’attitudine colpevolista della maggior parte dei media nei confronti dei sostenitori del Liverpool persiste, ma oggi incontra più biasimo: un giornalista del Daily Express è stato addirittura sospeso dopo aver detto che i tifosi della squadra sono in parte responsabili per gli scontri dopo la partita con la Roma.

La realtà è che nell’Italia di oggi, così come nell’Inghilterra di trent’anni fa, il vero problema non è una determinata squadra e i suoi sostenitori, ma l’esistenza e “l’istituzionalizzazione” di gruppi organizzati di ultras – ne sono un esempio i consueti dialoghi con le tifoserie organizzate davanti ai centri sportivi delle squadre ogni volta che una di queste è in crisi di risultati – e di una cultura che ignora gli episodi di violenza persino quando questi si verificavano negli stadi. Nel Regno Unito i firms, i gruppi di criminalità organizzata degli anni Settanta e Ottanta, non esistono più, e la maggior parte degli incidenti di oggi non sono altro che risse tra ubriachi fuori dagli stadi. La soluzione è arrivata non appena si è deciso di mettere da parte l’indifferenza, quella tendenza che si ha vedendo due schiere rivali di ultras a lasciare che si picchino a vicenda. Ma la responsabilità non può non ricadere anche sui club, perché altri tifosi innocenti come Sean Cox non debbano trovarsi a lottare tra la vita e la morte per colpa di una cultura retrograda. Soprattutto se poi si cerca di romanticizzare gli stadi degli anni Ottanta. Certo, in Inghilterra gli incassi televisivi della Premier League e il successo del campionato nazionale hanno indubbiamente contribuito a far salire il prezzo dei biglietti, portando sugli spalti tifosi più borghesi. Ma una critica legittima di questa trasformazione e di una politica dei prezzi elitaria non deve confondersi con la nostalgia verso spalti ormai “sterilizzati”.

Bere per tutta la giornata precedente a una partita, ubriacandosi al punto di non essere nemmeno in grado di seguirla, o cantare cori offensivi non fa parte della “cultura operaia”, non ha nulla a che fare con il clima da rivalsa sociale alla Fever Pitch. Prendere a botte qualcuno non è parte della definizione di un’identità. È giusto ritenere ridicola la decisione di una facoltà inglese di sociologia che nel 2014 ha mandato i propri studenti a una partita del Millwall – una squadra la cui tifoseria annovera precedenti di violenza – per studiare “il sessismo e il razzismo del proletariato”. Si è trattato in questo caso di sciocca banalizzazione dal fetore classista: parlare di “classe operaia” solo perché alcuni appartenenti a una tifoseria sono rozzi e stupidi è chiaramente una prova di quanto questa classe sociale sia a propria volta vittima del comportamento da ultras.

Negli anni Ottanta, invece, è stata soprattutto la noncuranza delle autorità nei confronti degli hooligans a spianare la strada alla violenza. Non si può prescindere dall’attuazione di misure e leggi che rendano i campi più sicuri; di politiche che includano, ad esempio, zone alcohol-free, prima e durante le partite; di squalifiche a vita per chi è aggressivo negli stadi; di un serio giro di vite contro il razzismo negli spalti; di controlli severi e di censura degli striscioni o dei poster che glorificano la violenza o il fascismo. Potranno sembrare provvedimenti piuttosto ovvi, e per la verità sono stati adottati dalla maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale, eppure sono proprio i legami che le associazioni sportive italiane mantengono con i gruppi di ultras a far sì che questa cultura violenta persista: la pantomima che li vede richiedere maggior responsabilità a squadre e giocatori è semplicemente ridicola. Così come non si dovrebbe permettere agli ultras romani di elogiare un assassino come Daniele de Santis, ad Anfield come altrove.

Sì, ci saranno sempre individui stupidi o rancorosi che si comporteranno in modo violento. Ancora più tifosi berranno troppo alle partite o finiranno a perdersi per le strade di città che non conoscono, ma questo non può voler dire che chiunque decida di andare a vedere una partita di calcio debba per forza rischiare la vita. Il problema su cui si deve andare ad agire sono i gruppi di ultras, non le intere squadre. Se l’Inghilterra è riuscita a rivoluzionare la propria cultura calcistica, non vedo perché l’Italia non possa farlo. All’epoca della squalifica delle Uefa si credeva che le firm hooligans non fossero altro che parte del gioco. Quando i tifosi del Liverpool rimasero coinvolti negli scontri allo Stadio Olimpico dopo la finale del 1984, c’era un’attenzione mediatica molto inferiore rispetto a quella concessa giustamente dopo l’attacco a Sean Cox della scorsa settimana.

Non è più accettabile che la rivalità si traduca in violenza. Simili incidenti oggi sono rari in Inghilterra: avvengono più che altro nell’ambito delle competizioni europee e internazionali. Dopo la strage dell’Heysel, la Federazione calcistica inglese e le stesse associazioni hanno unito le forze per sradicare una cultura che durava da decenni, affrontando la minoranza di hooligans che voleva imporre le proprie pratiche violente su chiunque altro. Quei gruppi di tifosi non rappresentavano la maggioranza delle tifoserie, e quando questi sono stati messi all’angolo quasi nessuno li ha compianti.

Le associazioni calcistiche italiane devono mostrare lo stesso coraggio nell’affrontare i propri ultras. E sono sicuro che anche in qui in Italia nessuno rimpiangerà il loro delicato modo di incitare i giocatori.