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Discussione: L'Angolo Culturale

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    Predefinito Re: L'Angolo Culturale

    Cioran e Caraco: la differenza fondamentale




    Nato a Costantinopoli nel 1919, Albert Caraco fu uno scrittore e filosofo francese di origini ebraiche. Durante l’infanzia cambiò più volte dimora, vivendo con la famiglia tra Vienna, Praga, Berlino e Parigi. In quest’ultima città studiò economia, prima di fuggire, all’approssimarsi della Seconda Guerra mondiale, in favore del Sud America. Lì si convertì al cattolicesimo, scelta di cui si pentì più tardi, e incoraggiato dai genitori, iniziò a pubblicare alcune poesie e dei racconti simbolisti. All’indomani dei trattati di pace, la famiglia Caraco si ristabilì nella capitale francese, dove con un regime di stampo monastico Albert si avviò a produrre una vasta opera, per lo più non tradotta in italiano, che con toni apocalittici e nichilisti si spendeva nel vituperio del mondo, dell’umanità e, in particolare, delle donne. Viene spesso accostato, per questa vena pessimista e per la prosa tagliente, a Cioran, del quale fu un estimatore non contraccambiato.



    Emil Cioran nacque a Răşinari, in Romania, nel 1911 da padre prete e madre atea. Nel 1933 ottenne una borsa per studiare in Germania dove restò due anni. Al ritorno in patria, insegnò filosofia per un anno presso un liceo di Braşov. Nel 1937, grazie a un’altra borsa di studio per completare la sua tesi dottorale su Bergson, ebbe l’occasione di trasferirsi a Parigi. I suoi primi libri, già intessuti del tono tipico delle opere successive, furono pubblicati in rumeno. Allorché i comunisti conquistarono il potere in Romania, i testi di Cioran vennero banditi, ragion per cui lo scrittore decise di prolungare il suo soggiorno in Francia. Quando, nel 1947, si appresta a tradurre Mallarmé in rumeno, riterrà futile ogni impresa di traduzione verso la sua lingua natale. È allora che decide di non tornare più in patria e di cominciare d’ora in avanti a scrivere in francese. Nonostante i riconoscimenti e un certo successo, condurrà una vita al limite della povertà fino a quando l’Alzheimer non lo strapperà al mondo nel 1995. Cantore della solitudine e della disperazione, cionondimeno passerà la vecchiaia a fianco della compagna, Simone Boué.

    I due nichilisti vengono paragonati per stile e contenuti – un tale accostamento merita tuttavia un ridimensionamento. Caraco è certo uno scettico, un disilluso senza tregua, sovente in preda a una lucidità spietata: «La fede non è che una vanità tra le altre e l’arte di ingannare l’uomo sulla natura del mondo» (Breviario del caos, Adelphi 1998, p. 23). Assumendo toni apocalittici, egli s’appressa al vaticinio, e vate si considera in effetti, mai retrocedendo d’un passo dalla sua autostima disperata: «La mia filosofia è quella buona, anche se comporta delle asperità spaventose, e io rifiuto di ammorbidirmi, ho fatto di me un asceta e le dilettazioni morose e i soavi abbandoni li chiamo fornicazioni al vento» (Post mortem, Adelphi, 1984, p. 35). Ma il tono di Caraco è ridondante, poiché deliberatamente profetico. Ben più moralista di Cioran, difetta d’arguzie e non stupisce. Talora slanci di poesia intarsiano di varchi interessanti un complesso, in fondo, sgangherato.

    Cioran dal canto suo scriveva che «Se crediamo con tanta ingenuità nelle idee è perché dimentichiamo che sono state concepite da mammiferi» (Sillogismi dell’amarezza, Adelphi 1993, pp. 27-28). In lui si percepisce un’aria diversa, più fresca: senza abbandonare gli abissi dello sconforto, si può scorgervi una certa quantità d’ossigeno. Non v’è in Cioran meno nichilismo che in Caraco, ma vi si trova più levità: «Nessuno rilascia certificati di inesistenza» (Sommario di decomposizione, Adelphi 1996, p. 93). La malinconia di Caraco è amara. Incapace di sentire voluttà nella tristezza, egli è come un treno costretto su un binario retto e infinito. Incapace di variazione, di annidare il suo messaggio in doppi o tripli livelli di lettura, è inerte all’idea di una se pur vaga complicità col lettore, insensibile a qualsiasi tipo di brio. La sua prosa è equilibrata, ma può risultare esasperante. Cioran al contrario crea, in modo sempre diverso, un irresistibile ibrido di poesia e ironia, di tragico e di faceto. Tratti presenti finanche al momento di trattare il tema del suicidio: «Vivo solo perché è in mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l’idea del suicidio, mi sarei ucciso subito» (Sillogismi dell’amarezza, p. 63). È uno spirito, per quanto inquieto e smangiato dal dubbio universale, nient’affatto impermeabile alle virtù del sarcasmo, anche e soprattutto nell’autoanalisi. Al contrario, in Ma confession, Caraco programmava di metter fine ai propri giorni in un preciso momento: come nota Vladimir Dimitrijević nella nota finale a Post mortem, «Viveva per cortesia, per i suoi genitori» (p. 128).

    Non v’è dubbio, l’autore francese è accomunabile al romeno nei contenuti e, parzialmente, nell’umore di fondo: un’erosione dell’anima dovuta a dubbi laceranti, alla sfiducia, mista a disgusto, per gli esseri umani e al nichilismo nei confronti del futuro, delle soluzioni stabili e immutabili, nonché della felicità pura ed eterna, strazia entrambi. A Caraco manca nondimeno la leggiadra auto-ironia di Cioran: in lui la critica nei confronti degli altri prescinde dall’autocritica. Difetta della leggerezza – nella pesantezza – che caratterizza il romeno e che lo rende superiore. Con la prosa sempre varia e perfetta di quest’ultimo, il primo ha poco a che vedere: troppe ripetizioni e pluralis maiestatis, frasi che s’inanellano in elenchi, certo eleganti, ma logoranti. Non ci si deve stupire se Cioran è più letto e amato di Caraco: rispetto a questo ha la capacità di veicolare, oltre il mero sfogo del terribile, un sorriso inspiegabilmente corroborante. Senza cessare di svelare le cose più inconfessabili, egli ha la virtù di sollevare dal peso di queste inquietudini attraverso la messa in discussione del suo stesso sferzare colpi velenosi, attraverso la ridicolizzazione della sua medesima afflizione. Il risultato non può che essere lenitivo, capace se non di curare, almeno di rinviare l’angoscia.

    In altri contesti sarebbero stimati boriosi, ma gli anatemi di Cioran – dal tono spesso intimistico – sono sempre accompagnati dalla confessione che si tratta d’impressioni. Caraco si pone come augure, un chiaroveggente elettosi a messia, e pretende ascolto. La sua assenza d’ironia va in coppia con l’incapacità di non prendersi sul serio. L’arroganza e la misantropia sono deliberate: «Anche se mi leggi», sembra dire Caraco, «pure tu, lettore, fai parte di quest’umanità stomachevole e destinata a sparire contro cui mi scaglio». Del resto, sulla sua sicumera non vi sono dubbi: i numerosi testi e la biografia lo attestano, e questa rivelazione di Cioran lo testimonia: «Caraco per anni mi ha inviato i suoi libri con dediche lunghe e solenni nelle quali diceva che lui e io eravamo i “grandi incompresi” del nostro tempo. In questo modo ha finito coll’esasperarmi, e un giorno li ho gettati nella spazzatura. Ho letto recentemente Madame mère est morte: è notevole, ma gli altri libri erano splendidamente scritti e vuoti» (Mon cher ami. Lettere a Mario Andrea Rigoni, il notes magico 2007, pp. 76-77).

    La differenza fondamentale tra i due scrittori – sul piano biografico come su quello letterario – risiede dunque, ribadiamolo, nel senso dello humour: entrambi furono ossessionati dall’idea del suicidio, entrambi inclini ad accarezzarlo più e più volte, ma chi dei due lo mise in pratica fu Caraco – nel settembre 1971, subito dopo la morte del padre. Il suo gesto estremo, coerente con i suoi propositi, confuta in qualche modo l’idea di nichilismo: lo scettico autentico, come fu Cioran, mette in dubbio il suo stesso dubbio, disapprova la sua propria disapprovazione. La denigrazione di tutto, l’ironia rivolta persino verso se stessa, non permettono di compiere alcunché di serio, né di attendere d’uccidersi per rispetto dei propri genitori, né di uccidersi per davvero. Il nichilista è impregnato di un’indifferenza sorniona, se pur melanconica, perciò non può finire con l’attuare una simile impresa. Cioran appare più credibile proprio grazie alla sua vena paradossale che, mentre afferma l’indicibile, fa del suo lamento un fardello leggero, e della vita qualcosa di più accettabile – malgrado la sua manifesta e inguaribile assurdità.

    https://www.sitosophia.org/2013/09/c...-fondamentale/
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  2. #152
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    Predefinito Re: L'Angolo Culturale

    Franco Battiato ricompare sui social: la foto dopo le voci sulla presunta malattia

    L’immagine è stata postata su Facebook dal cantautore Luca Madonia

    di Cristina Argento



    Una tavola imbandita, un bicchiere di vino bianco, del pane e due uomini seduti uno di fianco all’altro. Uno è il cantautore catanese Luca Madonia. L’altro è Franco Battiato. Che ricompare sui social dopo mesi di ansia e preoccupazione per la sua salute, in uno scatto pubblicato su Facebook dall’ex chitarrista dei Denovo .

    La paura e il ritorno

    Tra la fine di luglio e i primi di agosto, la lunga assenza dai palchi e un post social dell’amico di Battiato, Roberto Ferri avevano allertato i fan del maestro catanese. In particolare, una poesia e un commento poi rimosso («Ode all’Amico che fu e che non mi riconosce più») avevano alimentato il mistero sulle reali condizioni psicofisiche dell’artista. E spinto la famiglia a chiarire che, sì, Battiato era stato reso fragile nel corpo dalle fratture a bacino e femore, ma che nessuno aveva mai fatto «una diagnosi di Alzheimer o di demenza senile».. Due giorni fa il sito ragusanew.com ha scritto che l’autore di Bandiera Bianca e La cura, dopo un anno difficile, è in lenta ripresa: «È tornato a parlare» e avrebbe ripreso anche a dipingere nella sua villa di Milo. Adesso, la foto di Madonia, il suo sguardo dolce sull’«amico Franco». E i fan che non perdono tempo: «Bentornato Maestro».

    https://www.corriere.it/spettacoli/1...?refresh_ce-cp
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  3. #153
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    Predefinito Re: L'Angolo Culturale

    Ennio Morricone compie 90 anni




    Il grande musicista, compositore e direttore d’orchestra, noto in tutto il mondo per le musiche di grandi film di Sergio Leone, Pier Paolo Pasolini, Gillo Pontecorvo, Elio Petri, Bernardo Bertolucci, Roland Joffé, Brian De Palma, Roman Polanski, Giuseppe Tornatore e molti altri, il 10 novembre 2018 compirà novant’anni.

    https://www.agrpress.it/musica/ennio...e-90-anni-6963

    Altri di questi novant'anni!
    don Peppe likes this.
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  4. #154
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    Predefinito Re: L'Angolo Culturale

    Perché la musica pop italiana è diventata una schifezza


    La qualità media dei successi dell’estate è bassissima: il pop italiano è crollato con l’arrivo delle televisioni commericiali, dei loro slogan e delle loro gag. Hanno imposto una cultura della mimesi della realtà anziché della sua critica


    Partiamo dalla fine. Questo è un modo di dire, e un incipit a effetto. Ma nello specifico è un incipit molto molto concreto. Partiamo davvero dalla fine. Parlando di pop potrei dire che stiamo partendo, quindi, dall'oggi, ma in realtà partiamo dalla fine di un interessante articolo di Piero Negri uscito su La Stampa. Un articolo che ha per titolo L'estate in cui sparì la nostra canzone pop e che si chiude con una affermazione da cui vorrei partire.

    Nell'articolo, la faccio breve, Negri sostiene che lo stato attuale della canzone pop versa ai minimi storici e prende a esempio le canzoni che stanno girando questa estate, nella quasi totalità robaccia. E Negri sostiene questo anche a partire da una chiacchierata fatta col musicologo Gianfranco Salvatore, che chiosa con qualcosa che suona come "la musica pop è lo specchio di una società e una società in crisi non può che avere una musica di merda".

    No, va bene, di musica di merda, esplicitamente, il professore non parla, ma il succo è un po' questo. E potremmo anche essere tutti d'accordo. Il problema è, ci dice Salvatore, che manca un immaginario di riferimento capace di fare benzina per il motore della musica. Anche questo, a essere onesti, Salvatore non lo dice, non con queste parole, ma il problema, credo io, che da quell'articolo vorrei partire per un mio ragionamento, sta tutto lì. Se Salvatore, per parlarci dell'oggi, torna indietro di cinquant'anni, quando i Beatles con Revolver salvarono il pop, io vorrei partire un po' più vicino a noi, agli anni settanta, alla nascita delle televisioni private. Seguitemi senza star lì a fare troppe domande, che se no perdo il filo.

    Con l'ingresso delle televisioni private, le tv commerciali, il nostro immaginario ha avuto una overdose di input, una quantità praticamente infinita di materiali che sono entrati a gamba tesa nella nostra vita, cominciando una caduta verso il basso inesorabile. Fermi tutti, nessuno intende dire roba tipo, prima si stava meglio o altre facezie del genere. Sto constatando amichevolmente un fatto, di colpo abbiamo avuto un'overdose di input e abbiamo faticato non tanto a metabolizzarli quanto a decifrarli. Ne siamo sostanzialmente stati invasi, con la stessa modalità con cui l'acqua si infiltra da un tubo in casa. Il tubo si rompe di notte, noi non ce ne accorgiamo, e quando poi la mattina ci alziamo e scendiamo dal letto, ci arriva alle caviglie. Risultato, il soffitto dell'appartamento di sotto è da buttare, i mobili sono rovinati e via discorrendo.

    Noi ci siamo addormentati che esisteva sì tanta brutta musica pop, ma c'era anche musica pop che flirtava col cantautorato, che provava a farsi grande, e ci siamo svegliati in un contesto in cui la musica pop è se possibile ancora più brutta, tutta uguale a se stessa, e la musica colta è diventata praticamente irrilevante, a livello di numeri e anche di incidenza sulla nostra cultura. Uno come Mengoni, per dire, che è un interprete anche piuttosto banale, passa per cantautore in virtù di non si sa bene cosa. Non a caso va di gran moda nelle aree frequentate dal l'intellighenzia citare gente come Calcutta, simpatico e tutto, ma sicuramente non un autore in grado di regalarci altro che non siano canzonette buone per una stagione. Il pop ha perso ogni aspirazione a evolversi, a essere quindi contemporaneo, finendo per essere la brutta copia di cosa girava un paio di anni fa altrove. Un immaginario di seconda mano, quindi. Da un punto di vista formale e testuale.

    "Ecco, i Fedez, i Rovazzi, ma anche tutti i tanti figli dei talent, interpreti senza anima di brani scritti tutti dagli stessi autori privi di un piglio degno di nota, sono i figli del Claudio Lippi del Pranzo è servito"

    Cioè, uno sente Vorrei ma non posto, per dire, canzone che doveva essere il tormentone dell'estate e si trova di fronte a due problemi, entrambi ben evidenziati dal professore Salvatore, che però accademicamente non fa nomi. Primo problema, il testo non ci spiega il mondo. Il testo, infatti, a parte l'essere sostanzialmente brutto, è una accozzaglia di luoghi comuni rovesciati, che vorrebbero fustigare la società ma che, essendo partoriti dalle testoline di Fedez e J-Ax, che della nostra società sono campioni non certo outsider, diventano in realtà poco più che didascalie. Per questo il brano ha attecchito presso un pubblico di bambini, ma non è stato il vero tormentone dell'estate, sorte toccata invece a un altro prodotto che parte sempre dal Gatto e la Volpe, Andiamo a comandare del buon Rovazzi. Anche qui il giochino è sempre il medesimo, si prendono luoghi comuni e li si ribaltano, ma stavolta il gioco è stato fatto in maniera più grossolana, volutamente, e quindi anche i bambini, utilizzatori finali del tutto, hanno potuto apprezzare.

    J Ax e Fedez, quindi, che avevano provato il colpaccio con una canzone che faceva il verso al mondo dei social hanno poi sbancato, con la loro Newtopia e Rovazzi, con un brano il cui punto di forza è stato appunto il titolo che era un potente hashtag. E qui sta appunto il secondo problema di Vorrei ma non posto e delle altre canzoni prese in considerazione, non ci spiegano il mondo neanche da un punto di vista formale, si limitano a rappresentarlo. Questo è lo stato attuale delle cose, rincorrere non una mimesi col contemporaneo, ma con l'appiattimento del suo linguaggio.

    Con l'ingresso delle televisioni private, le tv commerciali, il nostro immaginario ha avuto una overdose di input, una quantità praticamente infinita di materiali che sono entrati a gamba tesa nella nostra vita, cominciando una caduta verso il basso inesorabile.

    Del resto, piuttosto clamoroso è anche il caso di un altro brano che avrebbe dovuto diventare un tormentone nel 2016, Cult di Emis Killa. Il rapper di Vimercate, infatti, veniva da una buona prestazione televisiva a The Voice e aveva quindi tutte le carte in tavola per andare a fare cassa. Però ha proposto un brano che è il remake impoverito, sempre da un punto di vista di immaginario e di poetica, de Gli anni di Max Pezzali. Un "come eravamo" in salsa odierna. E già il confronto tra i due titoli dice tutto, il cantatore pavese ha citato il passare del tempo, Emis Killa una parola buona per un hashtag, facile da diventare slogan. E qui torniamo all'inflitrazione dell'acqua di cui sopra, quella dell'immaginario grossolano e impoverito passatoci quotidianamente dalle televisioni commerciali. Un'infiltrazione, quella, che ci ha velocemente portato dalle gag dei varietà ai tormentoni, sempre li, di Drive In, fino a quelli di Zelig. Ripetizione ossessiva di singole parole, hashtag prima che gli hashtag esistessero. Deprivazione di immaginari più ricchi, alternativi. Trash, il trash decifrato da Tommaso Labranca già venti anni fa, spacciato per pop.

    Ecco, i Fedez, i Rovazzi, ma anche tutti i tanti figli dei talent, interpreti senza anima di brani scritti tutti dagli stessi autori privi di un piglio degno di nota, sono i figli del Claudio Lippi del Pranzo è servito, del Paninaro di Enzo Braschi, del "Sei connesso" del tizio pugliese dei primi Zelig di cui, grazie a Dio, non ricordo più il nome. Questo bombardamento di input insipidì ci ha instupidito, impoverito e oggi non sappiamo produrre altro che opere stupide e povere. Simuliamo, laddove dovremmo irridere, o almeno additare. Spuntano ovunque parodie, e parodie di parodie, ma mancano le matrici, vediamo solo caricature ma mai gli originali.

    Non sappiamo quindi, e non può saperlo né Piero Negri né il professor Salvatore, se questa è l'estate che sancisce il canto del cigno, toh, del Cigno nero della nostra canzone pop, ma sicuramente è una estate che fotografa un panorama brutto e senza neanche il beneficio di un bel paio di piedi lì, a far bella mostra di loro.

    https://www.linkiesta.it/it/article/...hifezza/31559/
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