È morta la ex moglie di Mandela. Esiste la censura nera?
Diremmo di sì, stando, alla vicenda politica della seconda moglie di Nelson Mandela, Winnie Madikizela, morta a Città del Capo a 81 anni. Nonostante i ritratti del Pensiero Unico, la leader nera è stata infatti una pericolosa estremista e, ad attestarlo, c’è anche la testimonianza di una sua connazionale, Laurell Boyers, giornalista sudafricana di sinistra, che ne ha parlato come di persona dedita a «una sequela di atrocità»
di Giuseppe Brienza
Esiste la censura? Certo che esiste, solo che non è più decisa a livello politico bensì a economico-finanziario, cioè dai burattinai del Pensiero Unico. L’ultimo esempio si è avuto per Winnie Madikizela, ex moglie di Nelson Mandela (1918-2013), primo presidente nero del Sud Africa dal 1994 al 1999, morta lunedì scorso a Città del Capo all’età di 81 anni.
La notizia della sua scomparsa, infatti, è stata data da tutti, e dico tutti i grandi media, compreso “L’Osservatore Romano”, sorvolando sulle notevoli ombre che, dalla sua biografia, la macchiano e si riflettono ampiamente su quella del “Madiba”, nomignolo col quale Nelson Mandela veniva chiamato all’interno del clan dell’etnia Xhosa alla quale apparteneva.
Nei “coccodrilli” abbiamo visto presentare la Madikizela come un’icona della lotta al razzismo, “madre della nazione” o, seguendo al massimo le veline del mainstream mediatico, come «voce forte e senza paura nella lotta per la parità di diritti che sarà ricordata come un simbolo di resistenza» (quest’ultima è una citazione del Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres).
Al massimo, qualcuno si è avventurato ad accennare al rappresentare Winnie un “personaggio controverso” nella storia del Sud Africa, senza specificare naturalmente in che senso. Abbiamo anche visto la “lingua di legno” del giornalisticamente corretto spiegarci come il percorso politico e personale della Madikizela sia «stato a volte molto criticato» (cit. in È scomparsa Winnie Mandela, “L’Osservatore Romano”, 3-4 aprile 2018, p. 2).
La figura della Madikizela, sebbene iconizzata dai grandi media conformemente a quella del marito, è storicamente macchiata da numerose vicende inquietanti, oggettivamente punteggiata da affari di corruzione e ricordata dai sudafricani per dichiarazioni politiche caratterizzate da una violenza inaudita. Per ricorrere a una testimonianza in merito il più imparziale possibile, citiamo un saggio di una giovane giornalista sudafricana di sinistra, attualmente impegnata nel proseguire l’eredità politica e ideale dello stesso Nelson Mandela.
Parliamo di Laurell Boyers-Bastiani, 37 anni, giornalista radiotelevisiva stabilitasi nel 2011 dal Sudafrica in Italia dopo aver studiato all’università di Johannesburg, co-autrice dell’instant book, uscito 4 anni fa con Il Corriere della sera, dal titolo “Nelson Mandela. Bisogna essere capaci di sognare”. «Il contributo [di Winnie] alla lotta del Paese – ha scritto la Boyers, che è stata per molto tempo producer di documentari e programmi televisivi di approfondimento per la Tv indipendente nazionale sudafricana “E-tv” (Enca) – si era ridotto a una sequela di atrocità […]. Ancora oggi, quando si parla di lei, la si ricorda come una volgare criminale, più che come un’icona della liberazione» (“Hamla Kahle, Mandela!”, in AA.VV., Nelson Mandela, bisogna essere capaci di sognare, RCS, Milano 2013, pp. 33-34).
Winnie ha per esempio dichiarato più volte di approvare la pratica del “necklacing”, violenza politica barbara consistente nel dare fuoco agli oppositori dopo averli legati a un copertone di automobile e gettandogli sopra della benzina. Centinaia di vittime, la maggior parte delle quali nere, sono state uccise in questo modo dai linciaggi condotti dall’ANC. La seconda moglie di Nelson Mandela è stata ripresa in un video mentre tristemente grida ad un enorme folla: «con le nostre scatole di fiammiferi e le nostre “collane” [in inglese “necklace”] libereremo questo Paese».
Il “necklacing” è uno dei diversi “doni” dell’ANC all’umanità, essendo già stato esportato ad esempio nelle guerre civili e lotte tra fazioni ad Haiti, Zimbabwe, Nigeria, Messico e in molti altri Paesi. Per questo ed altro nel corso degli anni persino i più stretti collaboratori di Winnie Mandela non hanno che potuti decisamente prendere le distanze da lei, accusandola di volta in volta di avere commesso dei reati e dei veri e propri crimini. Il più noto (per cui la Madikizela fu processata e condannata in primo grado, prima che il testimone-chiave suo principale accusatore sparisse misteriosamente dalla circolazione), è il coinvolgimento diretto nel rapimento, la tortura e l’omicidio di un ragazzino quattordicenne, James ‘Stompie’ Seipei (1974-1989), accusato di essere un informatore della polizia che investigava sulle attività dell’ANC.
Nel 1992, ancora, venne accusata di aver ordinato un altro omicidio, quello del medico Abu-Baker Asvat, pure legato a suo modo al “caso Seipei” perché quasi certamente parlò con il ragazzo poco prima che questi morisse e di sicuro fu uno degli ultimi a vederlo.
La relazione finale della “South African Truth and Reconciliation Commission”, cioè la Commissione d’inchiesta voluta in primis da Mandela per fare luce sui crimini e sulle ingiustizie passati sotto silenzio del periodo dell’apartheid, pubblicata nel 1998, ha dichiarato «la signora Winnie Madikizela Mandela politicamente e moralmente responsabile delle gravi violazioni dei diritti umani commesse dal MUFC [“Mandela United Football Club”, la squadra di calcio che raccolse diversi collaboratori di Winnie, tra cui le sue guardie del corpo, ma che divenne altrettanto famosa per le violente spedizioni punitive attuate verso gli avversari politici]» nonché «responsabile di gravi violazioni dei diritti umani».
Abbiamo poi abbondantemente rivisto la foto che ritrae Winnie mano nella mano con Nelson Mandela nel 1990 all’uscita di prigione di quest’ultimo, senza mai un accenno al fatto che il rapporto matrimoniale fra i due è stato sempre burrascoso se non violento, tanto da sfociare solo pochi anni dopo nel secondo divorzio (marzo 1996) che ha connotato la vita del premio Nobel per la pace.
Nelson Mandela, infatti, dopo aver divorziato per la prima volta nel 1958 dalla prima moglie Evelyn, che l’ha accusato peraltro di adulterio e di essere venuto meno ai suoi doveri familiari, sposa in seconde nozze una ragazza di diciotto anni più giovane, Winnie Madikizela, che “nepotisticamente” sarà per molti anni capo indiscusso della sezione femminile dell’African National Congress (ANC) Women’s League, mentre successivamente ha ricoperto persino la carica di compente del Comitato Esecutivo Nazionale del Partito che ha condotto all’indipendenza il Sud Africa.
Dopo due figli e un rapporto a dir poco burrascoso, Nelson divorzierà da Winnie nel marzo del 1996, ma questo naturalmente i telegiornali non ce l’hanno raccontato… Eppure si tratta della donna che certamente ha più culturalmente influenzato Mandela e che l’ha maggiormente sostenuto negli anni della “lotta di liberazione” dal razzismo. Persino tra i sostenitori storici di Madiba, il solo evocare il suo nome oggi desta imbarazzo.
Quindi, ripetiamo: la censura esiste. E le prime vittime sono proprio i “liberati” cittadini sudafricani che, ieri, si sono ritrovati fuori dalla casa della Madikizela-Mandela a Johannesburg per rivolgerle l’ultimo saluto.
L’attuale presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, poi, ha annunciato che si terranno i funerali di Stato di Winnie, e intanto migliaia di sostenitori dell’ANC si sono dati appuntamento nel quartiere di Soweto per canti e balli in suo onore. Ma nessuno a pensare che la “madre della nazione”, nel 1991, è stata condannata a sei anni di prigione per il rapimento e l’uccisione di un 14enne. La censura esiste, allora non la condanniamo solo se fa comodo…
È morta la ex moglie di Mandela. Esiste la censura nera? ? Rassegna Stampa Cattolica



Sudafrica, ecco cosa fanno ai bianchi ma in Occidente non si può dire
di Pietro Ciapponi
C’era una volta la nazione arcobaleno, meglio nota come Sudafrica, che dopo aver abbattuto il regime dell’apartheid, sotto la guida carismatica del Presidente Nelson Mandela eletto nel 1994, aveva realizzato un idillio multirazziale nella quale africani di varie etnie, boeri e bianchi di origine britannica vivevano assieme senza troppi problemi. Peccato però che fin dalla fine del mandato presidenziale di Madiba, forse anche da prima, la situazione non fosse più tale.
Sotto la guida dell’African National Congress, partito egemone nella maggior parte del Sudafrica, il razzismo anti bianco sta dilagando senza che la comunità internazionale si indigni o vengano denunciati soprusi, che a parti invertite sarebbero la colonna sonora della stampa progressista occidentale.
A subire i continui attacchi, perpetrati per lo più da gang criminali e milizie paramilitari di estremisti sono senza dubbio i contadini afrikaner, che ad onor del vero possiedono la maggior parte delle terre coltivate, ma che allo stesso tempo rappresentano il cuore pulsante dell’agricoltura africana. Nelle città il clima è apparentemente più mite, ma solo perché la maggior parte dei bianchi (e dei neri ricchi) vive all’interno di quartieri militarizzati: con cinta murarie, guardie armate agli ingressi e videocamere ovunque.
La politica non sembra però rispondere in nessuna maniera agli svariati appelli di pace sociale lanciati dalla minoranza bianca, circa l’8% della popolazione, e dalle etnie africane meno avverse agli ex dominatori. Il neo eletto presidente Cyril Ramaphosa, leader indiscusso anche all’interno del partito, ha approvato una legge costituzionale che permetterà al Governo di espropriare le terre di proprietà dei bianchi per darle ai contadini neri, senza che i primi possano ricevere alcun tipo di risarcimento.
Ad alzare i toni, i maniera ben aldilà di quello che può essere un normale scontro politico, è il partito di estrema sinistra Economic Freedom Fighters (EFF), il cui leader Julius Malema era finito al centro della critica per essere stato ripreso mentre cantava la canzone “Shoot the Boer”, letteralmente “Spara al Boero”, non di certo un inno alla pace a alla fratellanza.
Lo stesso Malema, se possibile, si è spinto addirittura oltre, dichiarando: “Noi non chiediamo il massacro dei bianchi, almeno per ora. Non posso garantire il futuro. Io non sono un profeta”.
Secondo alcuni report sottostimati, dal 1996 ad oggi gli assalti alle farm di proprietà afrikaner sarebbero quasi 12mila, con oltre 1600 morti. Numeri che in altri contesti avrebbero fatto parlare assai di più, spingendo magari qualcuno ad etichettare il fenomeno come pulizia etnica.
Al netto di tutto ciò il Ministro dell’Interno australiano Peter Dutton, esponente del Partito Liberale dell’Australia, si è detto disposto a riconoscere i contadini bianchi sudafricani come profughi. Tutto ciò mentre l’Occidente “democratico” ed “antirazzista” fa orecchie da mercante continuando ad ignorare la faccenda, e senza che nessun paladino dell’accoglienza si dicesse pronto ad accogliere quelli che sono dei veri e propri perseguitati politici nel loro paese.
Una riflessione sorge però spontanea, perché questa vicenda non viene praticamente discussa in Europa? La risposta appare tristemente ovvia, il dogma del politicamente corretto non ammette l’esistenza di un razzismo diverso da quello dei bianchi verso le altre etnie.
L’esterofilia esagerata della sinistra ben pensante, abbinata all’auto razzismo da anni propagandato sulle “colpe storiche” dell’uomo bianco, hanno ormai inquinato in maniera irreversibile la mente di molti: criticare l’attuale sistema sudafricano sarebbe sinonimo di nostalgia dell’apartheid e retaggio della mentalità colonialista o suprematista bianca.
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