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Discussione: Partito dei CARC/ Nuovo PCI

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    LA CRISI POLITICA NON È FINITA CON IL GOVERNO CONTE

    La crisi politica e istituzionale in corso nel nostro paese non ha soluzioni, può solo aggravarsi e noi comunisti dobbiamo fare in modo che si aggravi in un senso favorevole agli interessi delle masse popolari. Questa è in sintesi la situazione e il quadro in cui dobbiamo decidere cosa fare e valutare i propositi dei vari attori, distinguere quello che effettivamente faranno da quello che dicono.

    La crisi politica e istituzionale è la crisi del sistema politico della borghesia imperialista, cioè in Italia dei vertici della Repubblica Pontificia. Riescono sempre meno a governare il paese secondo i loro interessi. La crisi del loro sistema politico è il risultato della crisi economica generale del capitalismo che è mondiale e tra alti e bassi si aggrava da anni. Questo provoca contrasti di interessi tra i vertici della Repubblica Pontificia, riflesso dei contrasti tra i capitalisti che dominano l’economia del nostro paese e in definitiva la vita complessiva di tutta la popolazione. Marchionne, l’amministratore delegato di FCA, qualche anno fa ha riassunto la situazione dei capitalisti dicendo: “siamo in guerra”. Per una volta ha detto la verità. Ogni capitalista deve valorizzare il suo capitale. Chi resta indietro è spazzato via dagli altri. I capitalisti sono in guerra tra loro a livello internazionale e in Italia e in questa guerra coinvolgono le masse popolari e rendono sempre più miserabile la loro vita.

    Fra il 1945 e il 1975, nel nostro paese, e in varia misura in tutti i paesi imperialisti, le masse popolari hanno costretto i capitalisti a concedere diritti e miglioramenti nelle condizioni di vita e di lavoro. Vi sono riuscite, grazie a gloriose mobilitazioni, in ragione di due condizioni: 1. la fase della ricostruzione dopo la prima e la seconda guerra mondiale ha consentito all’economia capitalista di “decollare” nuovamente e si aprì una nuova fase di accumulazione di capitale; 2. la forza del movimento comunista internazionale e l’esistenza del campo dei primi paesi socialisti spinsero i capitalisti a cedere alle rivendicazioni operaie e popolari per paura che anche in Italia e negli altri paesi imperialisti le masse popolari instaurassero il socialismo. Quel periodo storico è chiamato periodo del capitalismo dal volto umano.

    La situazione in cui siamo oggi è profondamente diversa. Il capitalismo è in una crisi irreversibile e “l’economia non gira” e per quel tanto che gira produce sempre più inquinamento e una percentuale crescente di cibo scadente e di prodotti superflui e di breve durata: l’aumento del PIL è una finzione contabile, non a caso le condizioni generali della massa della popolazione, lo stato delle infrastrutture e del territorio peggiorano in ogni paese. Il rimedio necessario a questo corso delle cose è l’instaurazione del socialismo, ma la borghesia e il clero vi si oppongono in ogni modo, ancora più con l’intossicazione delle menti e dei cuori, con la confusione delle idee e dei sentimenti che con la repressione. I primi paesi socialisti non esistono più e il movimento comunista è debole in Italia e nel resto del mondo. In questo contesto le illusioni negli istituti della democrazia borghese, che nel periodo del capitalismo dal volto umano si erano sviluppate al massimo, si sciolgono come neve al sole: la classe operaia e le masse popolari non possono influire sul governo del paese tramite la lotta politica borghese. Tanto meno possono diventare classe dirigente della società, finché il sistema economico e politico rimane quello plasmato in funzione degli interessi dei capitalisti.

    La storia recente del nostro paese, da quando la seconda crisi generale ha chiuso l’epoca del capitalismo dal volto umano (1975), ma in modo più evidente e brutale da quando è iniziata la fase acuta della crisi generale (2008), è caratterizzata:

    a livello economico dalla progressiva eliminazione dei diritti e delle conquiste strappate dagli operai e dalle masse popolari con le lotte dei decenni passati (aumentare la produttività del lavoro a scapito di diritti e tutele, di salubrità e sicurezza sul lavoro, della regolamentazione degli orari di lavoro), dalle privatizzazioni (trasformare i servizi pubblici in merci, cioè in strumenti di valorizzazione del capitale), dallo sviluppo del capitale finanziario a discapito del capitale produttivo (aumento della speculazione finanziaria e chiusura di aziende);

    a livello politico dal progressivo svuotamento del ruolo delle assemblee elettive (parlamento) e degli enti locali, dal progressivo accentramento dei poteri, dalla violazione delle leggi che ostacolano la valorizzazione del capitale (a partire dalla Costituzione) e dai tentativi di limitare al massimo l’influsso delle masse popolari sull’andamento delle cose.

    La combinazione dei due aspetti, economico e politico, genera la resistenza spontanea delle masse popolari e una crescente ribellione. Le manifestazioni sono varie e dispiegate, riassumibili in due filoni principali:

    – le mobilitazioni per difendere direttamente i diritti, le conquiste e le tutele strappate con le lotte dei decenni passati;

    – la mobilitazione nel teatrino della politica borghese si esprime nella progressiva crescita in termini di voti di partiti che apertamente (in modo genuino o in modo strumentale è per certi versi secondario) si oppongono alle Larghe Intese.

    Chi, di fronte alle molte e continuative manifestazioni di resistenza, ribellione e insofferenza delle masse popolari si ostina a dire che “non si muove niente”, o addirittura che “il paese si è spostato a destra”, rovescia le responsabilità della situazione. Per mobilitare in senso rivoluzionario le larghe masse occorre una direzione politica che trasformi il movimento spontaneo di resistenza delle masse popolari in mobilitazione cosciente per la rivoluzione socialista (il partito comunista) e promuova un percorso adeguato alle condizioni odierni.

    A chi usa la concezione comunista del mondo per capire come vanno le cose e cosa fare, è evidente che per risolvere la crisi economica e politica è necessario e possibile far avanzare la rivoluzione socialista, cioè sviluppare la mobilitazione rivoluzionaria della classe operaia e delle masse popolari che, dirette dal partito comunista, instaurano un sistema basato sulla dittatura del proletariato, sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e sulla crescente partecipazione delle masse popolari alla gestione della società.

    Il collo di bottiglia, la questione decisiva, non è l’attuale livello di combattività delle masse popolari, ma il rafforzamento ideologico e organizzativo del movimento comunista cosciente e organizzato.

    La classe operaia e le masse popolari hanno bisogno del loro partito comunista che sappia trasformare la mobilitazione spontanea contro gli effetti della crisi in mobilitazione per la rivoluzione socialista. Caratteristica delle condizioni concrete in cui dobbiamo farlo è che la parte avanzata della classe operaia e delle masse popolari oggi non è raccolta nel partito comunista, ma si è affrancata dai grandi partiti che, avvalendosi del legame con il vecchio movimento comunista, hanno usato quel legame per tradirle. Larga parte delle masse popolari, fra cui molti operai, anche avanzati, anche “con la falce e il martello nel cuore”, ripongono speranza in partiti che si presentano come “antisistema” (M5S e Lega). Questi a loro volta non possono dare soddisfazione ad alcuna loro ambizione di cambiamento perché l’alternativa che perseguono (bene o male intenzionati che siano) resta nell’orizzonte del capitalismo: le cose positive che hanno proclamato sono incompatibili con gli interessi dei capitalisti nazionali e internazionali, le cose reazionarie e antiimmigrati che hanno proclamato sono quelle che già praticavano i governi delle Larghe Intese (dalla Turco-Napolitano, alla Bossi-Fini fino a Minniti). Quella gente che li ha votati e che oggi ripone fiducia in Di Maio o Salvini è la nostra gente, è la nostra classe. Chi la attacca o la denigra “perché ha votato i populisti” la spinge verso la mobilitazione reazionaria e alla disperazione. Dobbiamo invece valorizzarla per ciò che ha fatto già oggi, per la sonora legnata che ha dato alle Larghe Intese con le elezioni del 4 marzo. Dobbiamo mobilitarla, organizzarla e orientarla perché pretenda dai partiti che hanno formato il nuovo governo che mantengano le promesse che hanno fatto a favore delle masse popolari e attuino le parti progressiste della Costituzione del 1948. Le organizzazioni che queste costituiranno, di fronte al fallimento del nuovo governo, alla sua rinuncia ad attuare le promesse favorevoli alle masse popolari, ai cedimenti ai capitalisti e alle loro istituzioni italiane e internazionali (Unione Europea, Banca Centrale Europea, NATO, Fondo Monetario Internazionale, ecc.), lottando contro questi cedimenti diventeranno organizzazioni per la costituzione del Governo di Blocco Popolare. Noi comunisti non siamo astensionisti. Noi interveniamo energicamente nella lotta politica borghese per realizzare i nostri obiettivi. Mobilitiamo e organizziamo le masse popolari con lo sguardo rivolto al futuro che dobbiamo e possiamo costruire, all’instaurazione del socialismo ad opera del protagonismo delle masse popolari e della loro mobilitazione attorno al movimento comunista cosciente e organizzato.

    La crisi politica non è finita con il governo Conte - Partito dei CARC

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  2. #2
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    Predefinito re: Partito dei CARC/ Nuovo PCI

    I presupposti del socialismo sono prodotti dal capitalismo stesso: lo sviluppo delle forze produttive

    Ne Il capitale Marx ha fatto un’analisi scientifica della storia dell’umanità (materialismo storico), dimostrando che essa è una sequenza di modi di produzione attraverso cui la produttività del lavoro è aumentata fino a giungere con il capitalismo alla fase in cui la lotta degli uomini per strappare alla natura quanto serviva per vivere è stata definitivamente superata.
    Marx individua una svolta nel progresso umano con l’introduzione della divisione in classi della società: una classe dirigente che si dedicava al lavoro intellettuale e una classe di diretti costretta a quello manuale. Dall’introduzione della divisione della società in classi, la lotta contro la natura e la lotta di classe sono state il motore della storia e questa seconda è via via diventata l’aspetto dirigente del progresso umano.
    Con il capitalismo l’umanità ha compiuto un salto epocale: la lotta per strappare alla natura quanto serviva per produrre e riprodurre le condizioni materiali dell’esistenza è stata definitivamente vinta, la lotta di classe ha preso il sopravvento in qualità di forza motrice della storia e ad essa si è aggiunta e combinata la lotta per per la conoscenza e l’uso delle leggi naturali e delle leggi sociali.
    La base materiale di questo salto si racchiude in alcuni aspetti, decisivi.
    1. Nella società capitalista tutto gira attorno al profitto di cui ogni capitalista gode in ragione del plusvalore estorto agli operai. Maggiore è il plusvalore estorto a ogni singolo operaio (e agli operai nel loro insieme) e maggiore è il profitto del capitalista. Ogni capitalista ha come obiettivo che ogni singolo operaio (e gli operai nel loro insieme) produca con il suo lavoro una merce dal valore più alto rispetto a quanto il capitalista paga l’operaio per lo svolgimento del suo lavoro. La differenza fra il valore della merce prodotta e il salario che l’operaio percepisce per il lavoro svolto è il plusvalore.
    2. Aumentare costantemente la produttività del lavoro (produrre più merce) è un obiettivo di tutti i capitalisti. Ma la produttività del lavoro può aumentare solo in due modi (a parità di altre condizioni) o in una loro combinazione: o attraverso l’impiego di un numero maggiore di operai oppure attraverso l’impiego di macchine più efficienti.
    Tolto il costo dell’investimento iniziale, il capitalista non paga salario alle macchine, inoltre le macchine gli garantiscono un grande aumento della produttività del lavoro, cioè un enorme vantaggio sulla concorrenza; il capitalista è pertanto spinto (equivale anche a costretto, poiché chi non si adegua chiude i battenti) ad aumentare progressivamente gli investimenti in macchinari e a ridurre il numero degli operai. Questa è una legge oggettiva del capitalismo.
    3. Ma le macchine (i macchinari, gli impianti…) non producono plusvalore! Man mano che la percentuale di capitale sotto forma di macchine aumenta – e aumenta costantemente – diminuisce il profitto del capitalista. E’ questa la base materiale della caduta tendenziale del saggio di profitto.

    Quanto fin qui detto, pur in sintesi estrema e per sommi capi:
    – è la causa che sta alla base della crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale (cioè i capitalisti non riescono più a valorizzare tutto il capitale accumulato nella produzione di merci);
    – è il motivo per cui nel modo di produzione capitalista la contraddizione fra capitale e lavoro ha assunto spesso, fin dalla comparsa nel movimento operaio del Luddismo (già alla fine del XVII secolo), e assume oggi (Piano Industria 4.0), la forma apparente di contraddizione fra macchine e operai.
    Tuttavia, Marx ha dimostrato che la lotta degli operai non è contro le macchine e neppure si esaurisce nelle rivendicazioni di salari più alti e migliori condizioni di vita e di lavoro, la lotta di classe intesa come il principale motore della storia è lotta per rovesciare la borghesia e instaurare il socialismo, la società di transizione dal capitalismo al comunismo, con cui la classe operaia pone fine al dominio della borghesia e all’epoca della divisione in classi della società.
    Il capitalismo ha soppiantato i modi di produzione precedenti, ha plasmato il mondo (gli uomini, la terra, il clima) ha creato i presupposti per il suo superamento e nel contempo ha creato le condizioni per cui è impossibile al genere umano tornare indietro. La costante e incondizionata corsa all’aumento della produttività (la corsa al profitto)
    – ha sviluppato le forze produttive fino al massimo grado possibile stanti i rapporti di produzione capitalisti;
    – ha trasformato la produzione in un processo articolato e composito (divisione e specializzazione del lavoro) che avviene in ogni angolo del mondo, a cui aziende diverse concorrono come in ogni singola azienda vi concorrono reparti diversi, un processo che per funzionare necessita del concorso ordinato e sincronizzato (disciplinato) di milioni di persone che altrimenti non avrebbero alcun legame;
    – ha unificato il mondo in una rete di legami interdipendenti;
    – ha creato, in sintesi, una rete mondiale funzionale e sottomessa al profitto.
    Il limite raggiunto può essere superato solo dall’affermazione di un nuovo e superiore modo di produzione, il socialismo. La trasformazione dei rapporti di produzione, in particolare l’eliminazione della proprietà privata, consentirà alla classe operaia e alle masse popolari di disporre dei mezzi di produzione a seconda delle esigenze, degli interessi e del benessere della popolazione tutta (il passaggio dal regno delle necessità a quello delle libertà). Alcune ricadute pratiche di ciò saranno
    – che tutte le più avanzate tecnologie e le scoperte scientifiche potranno essere impiegate per il benessere della popolazione, eliminando i vincoli, i segreti industriali e militari che sono invece essenziali per i capitalisti;
    – che l’automazione della produzione non sarà più in contraddizione con le condizioni di vita e di lavoro degli operai dato che, decadendo il furto di plusvalore, tutto ciò che contribuirà all’aumento della produttività del lavoro sarà usato per ridurre il tempo che la popolazione deve impiegare alla produzione e riproduzione delle condizioni materiali dell’esistenza, dedicandosi alle attività specificamente umane (fra le quali, la principale è la partecipazione alla gestione e direzione della società).

    In conclusione, le ombre, le preoccupazioni, le previsioni catastrofiste che accompagnano le “ondate” di innovazione tecnologica, l’automazione (il contenuto del Piano Industria 4.0, ad esempio) sono il riflesso della disperata rassegnazione con cui la borghesia assiste al tracollo del suo mondo. Per la classe operaia sono invece una dimostrazione pratica e potente che il comunismo è il futuro dell’umanità, che il capitalismo ha creato i presupposti del comunismo, che i germi di socialismo esistono già. E devono essere uno stimolo a guardare al futuro con la fiducia di chi sa che può vincere e con la combattività di chi vuole vincere.

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  3. #3
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    Predefinito re: Partito dei CARC/ Nuovo PCI

    Il carattere internazionale della rivoluzione socialista

    Poco o per nulla disposti a voler imparare dal patrimonio della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale, ci sono “sognatori” che continuano a sostenere la tesi per cui la rivoluzione socialista debba essere – e possa essere solo – “internazionale” o addirittura “mondiale” e forti delle loro suggestioni e fantasie denigrano, accusandoli di “nazionalismo”, chi mette in guardia dalla insensata velleità di cui sono promotori. Altra faccia, ma la medaglia è la stessa, sono quelli che, istruiti dai primi, concludono che “la rivoluzione socialista mondiale non è possibile”, dunque “la rivoluzione socialista non è possibile”.
    Entrambi, sognatori e disfattisti, citano Marx come il prete cita la Bibbia e, esattamente come quest’ultimo se ne infischia delle scoperte che l’umanità ha fatto nel corso del suo progresso, loro se ne infischiano delle scoperte che il movimento comunista ha fatto nel corso del suo sviluppo. Una di queste scoperte è proprio che la rivoluzione socialista è una rivoluzione nazionale che ha carattere internazionale (consigliamo la lettura di Stalin, ““Il carattere internazionale della Rivoluzione d’Ottobre – per il X anniversario dell’Ottobre”, pubblicato anche su Home - Partito dei CARC). Solo conquistando il potere di singolo paese in singolo paese, la classe operaia e le masse popolari costituiscono le condizioni materiali per la formazione della comunità mondiale degli uomini e delle donne che, abolita la divisione della società in classi, è la più avanzata forma di società mai esistita, il comunismo.
    Ragionando così, si elimina il tratto utopico del socialismo e si possono analizzare i due aspetti, la natura nazionale e il carattere internazionale, della rivoluzione socialista.

    Il modo di produzione capitalista ha unito tutti i paesi del mondo in un’unica rete funzionale e sottomessa alla legge del profitto. Sperare o figurarsi che le pur esistenti specificità e particolarità geografiche, storiche, politiche ed economiche che caratterizzano ogni paese siano cancellate da un processo rivoluzionario mondiale che “cade dal cielo” è pura ingenuità. La rivoluzione socialista avanza in ogni paese del mondo – e in ogni paese del mondo secondo un proprio percorso specifico e particolare – se il partito comunista che la dirige è capace di combinare le specificità geografiche, storiche, politiche ed economiche del singolo paese con il ruolo che esso ha nella rete mondiale creata dal capitalismo.

    Benché il modo di produzione capitalista abbia creato una unica rete mondiale di cui ogni paese è parte in forme particolari, la fase imperialista del capitalismo si caratterizza, fra le altre cose (vedi “La crisi non passa da sola” a pag. 1) per una netta divisione fra paesi imperialisti e paesi oppressi. In genere i sostenitori della “rivoluzione internazionale” sono anche i sostenitori della tesi che la rivoluzione socialista mondiale sarà innescata da movimenti che nascono nei paesi oppressi (terzomondismo) e che essi, espandendosi, toccheranno in qualche modo (ma i nostri “strateghi” non sanno indicare quale) anche i paesi imperialisti. Cioè, detto in termini spicci: ai comunisti dei paesi imperialisti non rimane che sperare, aspettare e tifare per le rivoluzioni “che verranno” nei paesi oppressi. La verità è, semplicemente, opposta. Per quanto nei paesi oppressi possano svilupparsi generosi movimenti antimperialisti, quello che decide le sorti dell’umanità è il corso delle cose nei paesi imperialisti. Solo se il movimento comunista sarà capace di instaurare la dittatura del proletariato in uno o più paesi imperialisti, la seconda ondata della rivoluzione proletaria mondiale potrà dispiegarsi. E’ importante prendere atto che la prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale (1917 – 1976) si è esaurita proprio perché il vecchio movimento comunista non è riuscito a instaurare il socialismo in nessun paese imperialista.
    Nei paesi imperialisti esistono già oggi le condizioni materiali per garantire alla popolazione mondiale quanto serve per vivere dignitosamente. Le teorie della sovrappopolazione come causa della estrema povertà dei paesi oppressi sono propaganda di regime. Il trionfo della rivoluzione socialista in almeno uno dei paesi imperialisti imporrebbe, imporrà, una repentina svolta alla storia dell’umanità, una svolta di cui ci sono già oggi tutti i presupposti e di cui esistono solide premesse. Le difficoltà della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti non attengono alle condizioni oggettive, né alla forza della classe dominante, né ad altri accidenti imponderabili; esse sono tutte riassumibili nel fatto che il movimento comunista cosciente e organizzato è ancora debole. Debole dal punto di vista organizzativo e debole dal punto di vista ideologico: il fatto che la lotta ideologica contro le tesi della rivoluzione internazionale e della rivoluzione mondiale sia ancora aperta, nonostante la provata infondatezza delle teorie su cui si basano e il loro comprovato fallimento nella pratica, ne è una prova.
    Le difficoltà nell’avanzare nella rivoluzione socialista non attengono a cause esterne, ma a quanto i comunisti di ogni singolo paese si impadroniscono della concezione comunista del mondo (per inciso, ciò avviene solo nel partito comunista) e la usano per trasformare la classe operaia e le masse popolari in nuova classe dirigente della società attraverso la pratica della lotta di classe.
    Il compito dei comunisti è fare la rivoluzione socialista nel proprio paese, questa è la natura nazionale della rivoluzione socialista. Il primo paese che diventerà socialista assumerà il ruolo di base rossa per la seconda ondata della rivoluzione proletaria mondiale, questo è il carattere internazionale della rivoluzione socialista.

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  4. #4
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    Predefinito re: Partito dei CARC/ Nuovo PCI

    Conoscere, assimilare e usare la concezione comunista del mondo per fare la rivoluzione socialista

    Celebriamo il bicentenario della nascita di Marx

    Sul numero 6/2018 di Resistenza abbiamo pubblicato l’articolo “Non si può essere marxisti-leninisti senza essere maoisti” che già nel titolo riassume la tesi principale esposta. Riprendiamo, pur brevemente, la questione non per approfondire l’argomento, ma per estenderlo. Il movimento comunista si sviluppa sulla base delle idee giuste ed esse “non cadono dal cielo”, sono il frutto della sperimentazione pratica, della verifica e della lotta fra due linee (linea avanzata e linea arretrata) che vive nel partito comunista (e più in generale nel complesso del movimento comunista) e che deve essere perseguita sistematicamente, non evitata, omessa, smorzata. Quanto più il movimento comunista si impadronisce di concezioni e idee giuste, tanto più cresce, si sviluppa e tanto più l’unità dei comunisti diventa un processo concreto, non il velleitario tentativo di accomunare al minimo comun denominatore concezioni e pratiche diverse.
    La concezione del mondo che guida i comunisti è fondamentale per qualsiasi discorso realistico sull’unità dei comunisti.
    “Man mano che la crisi avanza e quanto più gli sconvolgimenti che provoca si manifestano, tanto più la ricerca di unità si fa impellente. Noi siamo per l’unità dei comunisti, ma l’unità va costruita e ha alcune condizioni. Noi siamo per l’unità dei comunisti e dei rivoluzionari a partire, questa è la questione essenziale, dalla concezione che hanno del mondo. Un partito grande, unito da grandi valori e grandi ideali, ma che non ha una giusta concezione del mondo scompare più rapidamente di quanto ci si è messo a costruirlo.
    Il periodo che abbiamo di fronte non è un periodo di pace e di equilibrio, è un periodo di guerre e di rivoluzioni, oggi serve un partito che sappia resistere alle guerre e fare la rivoluzione socialista.
    La concezione del mondo (quello che il partito e i suoi membri pensano e il modo in cui ragionano) è l’aspetto determinante, perché è la principale fonte della strategia e della tattica del partito, della sua linea, attraverso le quali orienta, dirige, forma ed educa la classe operaia e le masse popolari a contrastare la tendenza alla guerra imperialista (la mobilitazione reazionaria, la repressione) e a fare la rivoluzione socialista.
    A fronte dell’impellente bisogno di unità dei comunisti, il modo migliore per perseguirla è criticarsi (contrastare le idee sbagliate e rafforzare quelle giuste, discutere per raggiungere un’unità superiore nel campo delle idee), essere uniti nella pratica in tutte le occasioni in cui è possibile (perseguire obiettivi comuni), essere solidali reciprocamente di fronte agli attacchi della repressione.
    Se alla testa del movimento operaio e popolare si affermano idee e concezioni sbagliate, il movimento, che pure può apparire forte e radicale, verrà smembrato e spazzato via dalla repressione o finirà per alimentare la mobilitazione reazionaria, se non trova sbocchi positivi nella via della mobilitazione rivoluzionaria (da Resistenza n°5/2017 “La lotta ideologica e l’unità dei comunisti”).
    L’unità ideologica di cui ha bisogno la rinascita del movimento comunista è sul marxismo-leninismo-maoismo. Chi si sottrae a questa necessità (cioè si sottrae a trattare scientificamente degli apporti del maoismo al marxismo-leninismo) si chiude in una trincea ideologica che lo mette fuori gioco, si ritaglia, al massimo, il ruolo di nostalgico opinionista, in una fase storica in cui il vecchio mondo della borghesia sta crollando, ma il nuovo mondo della classe operaia e delle masse popolari non può nascere, e non nascerà, spontaneamente.
    Per questo motivo, proseguendo le celebrazioni del bicentenario della nascita di Marx, dedichiamo ampio spazio alla dimostrazione della necessità di impadronirsi, conoscere, assimilare e usare il marxismo-leninismo-maoismo, la combinazione fra il marxismo (la scienza con cui gli uomini fanno la loro storia) e il bilancio completo e organico della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale.
    Ai lettori che troveranno spunti, stimoli, a cui sorgeranno dubbi, critiche, osservazioni, rivolgiamo l’invito a rompere gli indugi e scriverci, alimentare la discussione e confrontarsi. Oltre a rivolgersi alle Sezioni territoriali, è valida per tutti l’indicazione di scrivere via mail al Centro Nazionale del Partito e alla Redazione: [email protected].

    Conoscere, assimilare e usare la concezione comunista del mondo per fare la rivoluzione socialista - Partito dei CARC

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    Il governo M5S-Lega è una crepa nel sistema politico. Usarla e allargarla fino a imporre un governo di emergenza delle masse popolari organizzate

    La situazione politica, i nostri compiti e le prospettiv

    A premessa di questo articolo è necessario fissare due questioni generali senza le quali la comprensione della situazione politica non è possibile, come incomprensibili sarebbero l’orientamento e la linea di condotta di cui noi comunisti siamo promotori.
    1. La crisi politica di lungo corso in atto nel nostro paese, il marasma sociale e culturale, lo sgretolamento della coesione sociale, la devastazione dell’ambiente e del territorio sono diretta conseguenza della crisi del modo di produzione capitalista. È una crisi generale che ha il suo nucleo nell’economia e che solo con il superamento del capitalismo può avere soluzione (vedi “La crisi non “passa” da sola”). Tale soluzione è la rivoluzione socialista e l’instaurazione del socialismo. O la rivoluzione socialista schiude la via alla costruzione di un nuovo e superiore ordinamento sociale basato sulla dittatura del proletariato, sulla conversione delle aziende capitaliste in aziende pubbliche che producono i beni e i servizi di cui la popolazione ha bisogno, sulla crescente partecipazione delle masse popolari alla gestione e direzione della società, oppure gli effetti della crisi sono destinati ad aggravarsi, le condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari peggioreranno ulteriormente e la classe dominante trascinerà l’umanità in una guerra di enorme portata distruttiva. In definitiva queste sono le due sole vie aperte davanti a noi, il bivio al quale l’umanità si trova. Da qui seguono lo scontro tra due classi antagoniste e le due rispettive linee.
    2. Chi cerca di analizzare la realtà con la lente distorta dello scontro fra idee e valori è destinato a non capire lui e ad alimentare confusione in coloro ai quali si rivolge. Lo scontro in atto è fra i portatori di interessi contrapposti e inconciliabili: da una parte quelli della classe operaia e delle masse popolari, dall’altra quelli della borghesia imperialista e del suo clero. Questo significa che sia nell’analisi della situazione che nella definizione della linea da seguire, i comunisti devono individuare e considerare come positivo tutto ciò che rafforza la classe operaia e le masse popolari (la loro organizzazione, la loro combattività, la loro coscienza) e indebolisce la classe dominante; devono basarsi sui fatti anziché sulle opinioni e sulle dichiarazioni; devono a loro volta fare anziché predicare; devono promuovere l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari affinché facciano, anziché porsi nei loro confronti come chi chiede la delega per operare in loro nome e per loro conto. La delega in campo politico (elezioni, costruire la sponda politica, ecc.) appartiene a un’epoca in cui attraverso i riti della democrazia borghese e del teatrino della politica borghese la classe dominante mobilitava sul suo terreno e a sostegno del suo mondo la classe operaia e le masse popolari. Quell’epoca è storicamente superata, sia perché alla classe dominante stanno sempre più strette le regole, le leggi e gli strumenti della democrazia borghese e cerca in ogni modo di limitarli, sia perché la società intera per funzionare necessita di un superiore grado di democrazia, quella consiliare, sovietica, socialista. Tale forma di democrazia è realizzabile solo in una società in cui i mezzi di produzione sono di proprietà collettiva e, a partire da ciò, tutti gli individui concorrono al funzionamento e alla direzione della società come loro attività ordinaria e corrente, godono dei medesimi diritti, il libero sviluppo di ognuno è la condizione del libero sviluppo di tutti. Favorire l’esperienza pratica attraverso cui le masse popolari organizzate imparano già oggi a governare la società in prima persona è parte della mobilitazione necessaria ad avanzare nella rivoluzione socialista.

    La situazione politica e lo scontro fra interessi contrapposti e inconciliabili. Stanti le contraddizioni provocate dalla crisi generale del capitalismo (guerra per bande fra frazioni dei gruppi imperialisti a livello internazionale e a livello nazionale; contraddizioni fra classe dominante e masse popolari) la borghesia imperialista ha interesse – e quindi persegue l’obiettivo – che le masse popolari possano incidere solo marginalmente – ma è meglio se non incidono per niente – sulla situazione politica. Da quando è iniziata la fase terminale della crisi generale del capitalismo, nel 2008, in tutti i paesi imperialisti, compresa l’Italia, ogni volta che le masse popolari hanno avuto la possibilità di esprimersi, lo hanno fatto contro la borghesia imperialista. Da qui la progressiva restrizione degli spazi di partecipazione democratica e l’aumento di ostacoli di ogni tipo. Se prendiamo a esempio il nostro paese, il discorso è chiaro: leggi elettorali incostituzionali e antidemocratiche, soglie di sbarramento, liste bloccate, premi di maggioranza, quorum, firme per la presentazione delle liste, ecc. Oltre a ciò i vertici della Repubblica Pontificia si riservano la possibilità di violare l’esito di referendum ed elezioni ogni volta che non è per loro soddisfacente.
    In questo contesto era ed è interesse delle masse popolari impedire che l’esito delle elezioni del 4 marzo scorso fosse violato e rovesciato, come in effetti Mattarella ha provato a fare. La formazione del governo M5S-Lega, per le condizioni del tutto particolari in cui si è costituito e per il contesto in cui è maturato, è un avanzamento delle masse popolari sul campo dell’affermazione dei loro interessi, contro gli interessi della classe dominante. Questo è un primo aspetto che ci porta a indicare il governo M5S-Lega come una crepa nel sistema politico dei vertici della Repubblica Pontificia.

    Era nell’interesse contingente dei lavoratori e delle masse popolari rompere la pluridecennale continuità rispetto all’attuazione del programma comune della borghesia imperialista, quel programma imposto dai governi delle Larghe Intese dal 1994 a oggi (banda Berlusconi e circo Prodi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni). Esso consiste nello smantellamento delle conquiste ottenute con le lotte dei decenni passati, nella precarizzazione del lavoro, nelle privatizzazioni e liberalizzazioni, nei tagli ai servizi pubblici, nella devastazione ambientale e grandi opere, nello smantellamento della scuola e della sanità pubbliche, nella crescente sottomissione del paese alle istituzioni e autorità della Comunità Internazionale degli imperialisti USA, sionisti ed europei.
    La potenziale discontinuità con il passato è incarnata dal governo formato da M5S-Lega e dal suo programma racchiuso nel Contratto di governo. Il M5S è una forza che illude le masse popolari che per fare fronte agli effetti della crisi è sufficiente l’onestà di chi governa e il rispetto delle leggi vigenti; la Lega è un partito che ha partecipato a pieno titolo all’attuazione del programma comune della borghesia imperialista in passato e ancora lo attua direttamente nelle importanti Regioni che governa, un partito che si è riverniciato da “antisistema” premendo sulla propaganda reazionaria, nazionalista e razzista. Nessuna delle forze di governo indica la strada della mobilitazione rivoluzionaria e dell’instaurazione del socialismo come strumento e obiettivo per le masse popolari. È evidente che per queste ultime gli interessi contingenti (rompere la pluridecennale continuità con il programma comune della borghesia imperialista) e quelli di prospettiva (instaurare il socialismo) sono momentaneamente in contraddizione. Ma questo è il risultato della attuale debolezza del movimento comunista, non della arretratezza delle masse popolari. La rottura della continuità politica con il programma comune della borghesia imperialista è comunque un secondo aspetto che qualifica la crepa aperta dal governo M5S-Lega nel sistema politico delle Larghe Intese.

    È nell’interesse dei vertici della Repubblica Pontificia fomentare malcontento, proteste, sfiducia e scetticismo nei confronti del governo M5S-Lega. Essi lo fanno, a ragion veduta, attaccando le dichiarazione razziste di Salvini contro gli immigrati e i rom, omettendo accuratamente che, al di là delle esternazioni, tutti i governi che lo hanno preceduto e anche alcuni Comuni attualmente governati dal Centro-sinistra hanno fatto e fanno quanto Salvini minaccia di fare. E anche di peggio. Ma per il momento si guardano bene dallo sfidare il governo affinché mantenga i punti positivi del Contratto di governo, abolizione della legge Fornero in primis.
    È invece nell’interesse della classe operaia e delle masse popolari mobilitarsi per obbligare il governo a mantenere gli impegni scritti sul Contratto e obbligare il M5S a mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, anche se non sono inserite nel Contratto (ad esempio la reintroduzione dell’articolo 18).
    La questione è che per mantenere gli impegni, il governo e le forze che lo compongono sono costretti a ricorrere alla mobilitazione delle masse popolari, oppure saranno travolti dai ricatti, dalle pressioni, dalle campagne denigratorie, dalle inchieste.
    Il peso e il ruolo della mobilitazione della classe operaia e delle masse popolari sull’opera del governo è un terzo aspetto che attiene alla crepa che si è aperta nel sistema politico.

    Il governo M5S-Lega è il risultato della breccia che, stante il sistema istituzionale della Repubblica Pontificia, le masse popolari hanno aperto nel sistema politico delle Larghe Intese, ma è anche il risultato di un accordo tra i gruppi d’interesse e istituzioni che sono i mandanti del sistema politico delle Larghe Intese con i dirigenti del M5S e della Lega. Il M5S e la Lega non si sono dati i mezzi per fare una politica contro quei gruppi di interesse e contro quelle istituzioni, a noi comunisti il compito di far leva sulla breccia che le masse popolari hanno aperto per rafforzare la loro organizzazione, la loro combattività e per elevare la loro coscienza.

    Mille mobilitazioni di base per far valere tutta la forza della classe operaia e delle masse popolari. La sinistra borghese non ragiona sulla base della divisione della società in classi e sugli interessi contrapposti e inconciliabili fra masse popolari e classe dominante. Non distingue, quindi non riesce a combinare, interessi contingenti e interessi di prospettiva. Non concepisce altra società che non sia quella capitalista, quindi limita la sua elaborazione e la sua mobilitazione al miglioramento del capitalismo, ma questo è un obiettivo irrealistico. Non concepisce la possibilità e la necessità di costruire una società socialista, quindi non si pone di fronte alle cose, ai processi e alle fasi con lo sguardo e l’atteggiamento di chi vuole in ogni situazione conquistare posizioni per la rivoluzione socialista. Dice anzi che la rivoluzione socialista non è possibile (tutti quelli che dicono “la rivoluzione socialista è impossibile”, “non ci sono le condizioni”, “non è il momento”, ecc. anche se si definiscono comunisti sono permeati dalle concezioni della sinistra borghese). Si spiega così l’atteggiamento unilaterale verso il governo M5S-Lega (“opposizione senza se e senza ma fino a cacciare il governo più fascista dal dopoguerra”), cosa che è a sua volta dimostrazione di quanto e come la sinistra borghese è del tutto staccata da quella classe operaia e da quelle masse popolari che pure dice – solo a parole – di voler rappresentare. A breve diventerà ancora più chiaro di quanto lo sia oggi e a una platea più vasta di quanto lo è oggi, che la denuncia delle “misure a favore dei padroni” annunciate dal governo è ridicola, che l’allarmismo preventivo su quello che il governo M5S-Lega farà contro le masse popolari è ridicolo se non diventano alimento per la mobilitazione della classe operaia e delle masse popolari. Un esempio: la Flat tax è una riforma da respingere. Dunque alla lotta, senza sconti, senza reticenze, senza risparmio di energie. E così per tutto il resto, punto per punto: promuovere mille iniziative di base per costringere il governo M5S-Lega ad attuare le parti progressiste del Contratto di governo (in particolare abolizione della legge Fornero, abolizione di pensioni d’oro, vitalizi, stipendi d’oro per i funzionari di stato, introduzione del reddito di cittadinanza, blocco del TAV e del TAP); impedirne l’approvazione e l’attuazione delle parti reazionarie (Flat tax, politiche razziste e discriminatorie, sgomberi degli occupanti di case per necessità); imporre al governo M5S-Lega alcune misure urgenti che erano nei programmi elettorali di entrambe le forze (in particolare abolizione del Jobs Act, salvataggio di ILVA e Alitalia) e misure che non erano nei programmi elettorali, ma sono necessarie a fare fronte alle emergenze nazionali (diritto alla casa, morti sul lavoro, disoccupazione galoppante, abbandono e degrado dei servizi pubblici, piano Marchionne e morte lenta delle aziende).

    Gli interessi della classe operaia e delle masse popolarti e il ruolo dei comunisti
    La classe operaia e le masse popolari hanno interesse ad allargare la crepa nel sistema politico dei vertici della Repubblica Pontificia e alimentare l’ingovernabilità del paese dal basso. In questa fase il compito dei comunisti non è mobilitarsi e mobilitare per cacciare il governo M5S-Lega, per quanto sia contraddittorio. Senza la costituzione del Governo di Blocco Popolare, cacciare il governo attuale significa aiutare i vertici della Repubblica Pontificia a “sanare la crepa”. Il compito dei comunisti è mobilitare le organizzazioni operaie e popolari per
    – fare pressioni sul governo M5S-Lega perché attui le promesse elettorali,
    – indicare al governo le misure da prendere caso per caso per fare fronte agli effetti più gravi della crisi,
    – attuare direttamente le misure necessarie per fare fronte agli effetti della crisi che è possibile attuare localmente, senza aspettare che il governo si muova.

    Per quanto sia giusto mobilitarsi contro la propaganda reazionaria promossa a piena voce da Salvini e sarà ancora più giusto, a maggior ragione, mobilitarsi contro le misure reazionarie che eventualmente il governo M5S-Lega assumerà, non dobbiamo cadere nel tranello di limitarci a questo, alla contestazione, a “contrastare la destra”. L’aspetto decisivo è moltiplicare le forze per valorizzare il positivo, che esiste:
    – fra le fila del governo;
    – fra le organizzazioni operaie e popolari (dagli operai FCA ai braccianti immigrati del sud Italia, dai lavoratori della ex-Lucchini di Piombino – vedi la lettera a fianco – ai lavoratori Alitalia, agli operai dell’ILVA di Taranto);
    – fra gli esponenti della società civile che, preoccupati per il futuro del paese, si attivano (vedi articoli a pag. 3).

    In questa fase, la cosa più dannosa per i lavoratori e il resto delle masse popolari è “restare a guardare cosa farà il nuovo governo”, è la linea attendista che crea il terreno più adatto a che il governo M5S-Lega faccia più e meglio per i vertici della Repubblica Pontificia di quello che hanno fatto i governi delle Larghe Intese. A questo proposito “non bisogna andare per il sottile”: la parte più avanzata delle organizzazioni operaie e popolari deve avvalersi e usare anche quelle mobilitazioni che, con lo scopo di recuperare consensi ed elettorato, saranno promosse dai partiti della sinistra borghese, dal PD e dai sindacati di regime.
    Valorizzare tutto il positivo, sostenere la creazione di organizzazioni operaie e popolari, il loro coordinamento e la loro iniziativa autonoma dalle istituzioni e dalle autorità della borghesia, individuare le soluzioni contro gli effetti più gravi della crisi, mobilitarsi direttamente e mobilitare per attuarle è la strada più efficace per arginare e isolare la destra e per avanzare nella costruzione della nuova governabilità del paese dal basso.
    Approfittare della situazione politica favorevole al campo delle masse popolari, della crepa nel sistema politico delle Larghe Intese, per promuovere l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari fino a imporre ai vertici della Repubblica Pontificia il Governo di Blocco Popolare, questa è la strada per la rinascita del movimento comunista. A questo obiettivo il P.CARC chiama a contribuire tutti i compagni e le compagne, i lavoratori, i giovani, i disoccupati, gli immigrati che riconoscono la giustezza di due principi fondamentali del patrimonio teorico e pratico del movimento comunista: la lotta di classe è il motore della storia, attraverso la lotta di classe sono le masse popolari che scrivono la storia.



    Egregio Sig. Ministro Di Maio, le scriviamo a nome di un gruppo di lavoratori e cittadini piombinesi, denominato “Coordinamento Art. 1 – Camping CIG”, per invitarla a venire quanto prima nella nostra città, colpita dalla nota vicenda della crisi del locale stabilimento siderurgico, ove sono in gioco più di 3000 posti di lavoro; vicenda ora giunta alla delicatissima fase della cessione delle acciaierie dal gruppo algerino Cevital-Aferpi al gruppo indiano Jindal South West Steel (Jsw).
    Siamo molto preoccupati. Dopo che Mise e amministrazioni locali hanno perso inutilmente ben quattro anni nella conduzione fallimentare della fase precedente (quella a gestione Cevital-Aferpi), con l’unico risultato di far degradare gravemente l’assetto impiantistico e commerciale della fabbrica, la vicenda è stata sottoposta ora ad una brusca, quasi forsennata e poco trasparente accelerazione, da parte del ministro uscente Calenda, delle amministrazioni locali Pd (regionale e comunale) e della stessa JSW, quasi si voglia chiudere in fretta e furia la partita, impedendo al nuovo governo di entrar nel merito ma impedendo anche ai lavoratori e cittadini di rendersi conto delle scelte che si stanno compiendo sulle loro teste.
    Sig. Ministro, la esortiamo caldamente a “fermare subito i giochi” e ad entrare in prima persona rapidamente nel merito della vicenda, se si vuole evitare di trovarci tutti, a cose fatte, con una polpetta avvelenata, letale per noi, per la nostra città, per il suo Governo, e per il Paese. Stanno tentando di concludere una complessa e delicata partita senza che i lavoratori, i cittadini e loro rappresentanti sindacali e istituzionali siano messi in grado di esaminare dettagliatamente il piano industriale dell’impresa (di cui sono state messe a disposizione solo scarne “linee giuda”), piano sul quale devono necessariamente fondarsi i successivi Accordo Sindacale e Accordo di Programma. (…)
    Sig Ministro, le forze attualmente al governo si sono espresse più volte nel senso di una inversione di rotta in tema di difesa degli interessi nazionali e del nostro patrimonio industriale, anche mediante una ripresa del ruolo dello Stato nel promuovere politiche industriali di sviluppo fondate sul rilancio di una spesa pubblica produttiva, eliminando sprechi e ruberie. Siamo quindi in attesa di assistere ad un concreto cambio di rotta nella gestione della grave crisi del nostro territorio.
    In un recente passato Lei ha già mostrato interesse e disponibilità per la complicata vicenda piombinese, quando ebbe un incontro (febbraio 2017) con i locali rappresentanti della sua forza politica (tra cui alcuni appartenenti al nostro gruppo) ove ebbe a sostenere che, nel caso ci fossero state serie difficoltà con un investitore privato, sarebbe stato necessario pensare ad un investimento dello Stato. Anche l’attuale Ministro Salvini, in occasione di una sua visita a Piombino per un comizio elettorale nel febbraio 2018, ebbe a sostenere che, se il privato non avesse presentato un buon piano industriale, sarebbe stato necessario procedere alla nazionalizzazione.
    Riteniamo che, se vogliamo che “politica industriale” e “salvaguardia dell’industria nazionale” non restino parole vuote, nei settori strategici per il Paese (quale sicuramente è la Siderurgia) lo Stato non possa restare completamente esterno alla gestione delle maggiori aziende che condizionano tutto il mercato. Nel caso specifico, JSW acquisterà l’impianto siderurgico (e buona parte di preziose aree retroportuali) al costo di diverse decine di mln, mentre lo Stato ne sborserà qualche centinaio, sotto varie forme di agevolazioni e contributi. Riteniamo che ogni euro sborsato dalla parte pubblica debba tradursi in peso nella gestione aziendale, cioè in partecipazione al capitale, unico strumento per concretizzare il dettato Costituzionale, secondo il quale la proprietà privata dell’impresa deve comunque assicurare la funzione sociale della stessa (artt. 41, 42, 43 della Costituzione), in quanto a stabilità di occupazione, rispetto dei diritti del lavoro e rispetto dell’ambiente.
    Signor Ministro, nell’esortarla ad accettare il nostro invito ci permettiamo di suggerire alcuni degli obiettivi che ci paiono ineludibili:
    1) obbligare l’azienda a fornire tempestivamente un completo e dettagliato piano industriale e finanziario da mettere a disposizione di tutte le componenti istituzionali, sindacali e associative in campo;
    2) assicurare tempestivamente la Sua presenza in Piombino per un confronto ampio e partecipato sul piano industriale e sul successivo e conseguente Accordo di Programma;
    3) verificare che negli accordi siano inserite clausole precise e cadenzate, efficaci e rigorose di penali cui l’imprenditore debba sottostare in caso di inadempienza agli accordi;
    4) assicurare la prosecuzione della sorveglianza ministeriale per l’intero periodo necessario alla realizzazione del Piano, anche aumentando le quote di partecipazione pubblica al capitale, pronti anche alla temporanea gestione totalmente pubblica in caso di inadempienze gravi;
    5) assicurare il mantenimento dei livelli occupazionali nel settore siderurgico piombinese e nel suo indotto, garantendo anche la prosecuzione degli ammortizzatori sociali con copertura economica pari a quella già in essere, per tutto il periodo necessario alla realizzazione dell’intero programma di rilancio.
    Nell’augurio di averla quanto prima tra noi, restiamo in attesa di un suo cortese riscontro.


    Il governo M5S-Lega è una crepa nel sistema politico. Usarla e allargarla fino a imporre un governo di emergenza delle masse popolari organizzate - Partito dei CARC

  6. #6
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    [Italia] Commento al saluto di Francesco Sale del PC al congresso del PCI di Alboresi

    Francesco Sale porta i saluti del Partito Comunista guidato da Marco Rizzo al Congresso del Partito Comunista Italiano guidato da Mauro Alboresi

    Nei giorni 6, 7 e 8 luglio si è tenuto ad Orvieto (Umbria) il primo Congresso Nazionale del Partito Comunista Italiano guidato da Mauro Alboresi [da qui in poi:PCI, N. d. R.] che al suo termine ne è stato rieletto segretario.[1] Il Partito Comunista Italiano è uno dei partiti che in Italia si definiscono comunisti ed è stato costituito nel giugno 2016 per confluenza del Partito dei Comunisti Italiani di Cossutta e Diliberto e di alcune componenti dell’ex area “Essere Comunisti” del Partito della Rifondazione Comunista. Dunque, parliamo di un’organizzazione che si richiama al comunismo ed è uno dei numerosi raggruppamenti sorti dopo la fine del primo Partito Comunista Italiano (1991) e che di quel partito hanno proseguito la deriva verso la concezione e linea della sinistra borghese (per sapere cosa è la sinistra borghese vedi in Cos?è la sinistra borghese? - Partito dei CARC).

    Questi partiti sono molti, tanto è vero che anche nel Congresso del PCI sono intervenuti a portare il loro saluto più esponenti di altri partiti che pure si dichiarano comunisti. Uno è il Partito Comunista guidato da Marco Rizzo, [da qui in poi, PC (senza “i”), N. d. R.] per il quale è intervenuto Francesco Sale, membro del Comitato Centrale.[2]

    Punto centrale dell’intervento di Sale è stato quello dell’unità dei comunisti, tema importante e sentito da molti tra le masse popolari del nostro paese. Molti non capiscono perché esistono tanti partiti comunisti e vorrebbero che ce ne fosse uno solo, così come in un posto di lavoro molti lavoratori vorrebbero che ci fosse un solo sindacato. Tutti questi si chiedono il perché di questa moltitudine e magari pensano che ciascuno vuole stare distinto dagli altri per cattiva volontà o per stupidità di fronte alla classe dominante che invece pare unita contro gli operai, i lavoratori e tutte le masse popolari.

    Se però pensiamo a moltissime attività in cui gli esseri umani sono impegnati, vediamo come unire e unirsi non è facile e spesso richiede tempo, scienza e arte. Unire in campo sindacale in uno sciopero molti lavoratori, unire in un coordinamento molti lavoratori di fabbriche diverse di una stessa azienda (la FCA, ad esempio), o di uno stesso ramo produttivo (quello dell’acciaio, ad esempio) sono alcuni pochi esempi di come mettere insieme più cose o persone per un risultato che sia di qualità e che duri nel tempo richiede scienza e arte e capacità intellettuali e morali via via più elevate. Tanto più questo è vero per unire varie forze, organismi e singoli in un unico partito comunista all’altezza della situazione, attività per cui non basta “fare rete” o unirsi sulla base di buoni sentimenti e aspirazioni e che invece necessita di una profonda unità ideologica e politica sulla scienza di cui i comunisti intendono avvalersi per dirigere la rivoluzione socialista nel nostro paese.

    Il partito si unisce sull’elaborazione e sperimentazione di una scienza, la teoria rivoluzionaria che, spiega Lenin, è elemento indispensabile per lo sviluppo di un movimento rivoluzionario (unità non è somma o combinazione di opinioni). Elementi di questa scienza sono il bilancio del movimento svolto, l’esame della situazione, la prospettiva, tre elementi di cui ha parlato anche Francesco Sale.

    Dare risposte giuste e comuni ai quesiti relativi al bilancio dell’esperienza della prima ondata e a quali siano i suoi insegnamenti è il primo e fondamentale passo della costruzione di un’unità reale dei comunisti, che non si fondi su calcoli elettorali e che miri veramente alla rinascita del movimento comunista nel nostro paese.

    Infatti, tra le varie leggi che governano l’opera di chi vuole unire insieme i comunisti una è quella di non ripetere gli errori che hanno portato alla disgregazione del partito che c’era, che era uno, e cioè il primo Partito Comunista Italiano. Questo è anche un aspetto a cui Francesco Sale ha dato particolare rilevanza, ed è giusto. Senza un bilancio che individui questi errori, unirsi è un processo inutile e anzi dannoso: perché usare un metodo che ha portato a esito negativo, e costruire qualcosa che si disferà alla prima occasione?

    Nel suo intervento Sale ha posto la sua organizzazione tra le forze impegnate nella ricostruzione del movimento comunista e determinate a unire coloro che si dichiarano marxisti leninisti e propone una discussione franca con tutti quelli che hanno come obiettivo questa unità. Precisa quindi che per unirsi bisogna distinguersi e che i comunisti non sono la stessa cosa della sinistra anticapitalista, antiliberista e quant’altro. Oltre alla distinzione nel presente da questo tipo di forze bisogna distinguersi anche, entro il movimento comunista, rispetto a scelte che sono state causa della disgregazione a cui oggi tutti dicono di volere porre rimedio (questo è quello che sopra è indicato come scoprire e spiegare gli errori per non ripeterli).

    Sale ripercorre quindi il movimento comunista partendo dalle sue origini. Dice che l’unità non è possibile “senza una chiara riflessione teorica che riscopra quelle che furono le analisi ancora attualissime di Marx e di Engels, troppo spesso gettate al vento nelle pratiche passate”. Bisogna anche riconoscere il valore della Rivoluzione d’Ottobre e della costruzione del socialismo in Unione Sovietica. Sono stati sbagliati, dice, il “ripiegamento tutto istituzionale avuto dal partito comunista nel dopoguerra, che non faceva assolutamente i conti con la concezione marxista dello Stato,[3] orientamenti e punti di linea politica che hanno portato alla successiva mutazione genetica del PCI in una forza socialdemocratica”. Sbagliata la causa, sbagliati gli effetti, dice Sale, che parla della “negatività dell’eurocomunismo”, della “accettazione dell’ombrello della NATO”, della “politica del compromesso storico” e di quella della “solidarietà nazionale”. Sta descrivendo un percorso che va dagli anni ’50, dove si impone la “revisione del comunismo” a opera di Kruscev in URSS e di Togliatti in Italia, agli anni ’70, quando Berlinguer distingue “un comunismo europeo” da quello sovietico ed elemento distintivo è quello di mettersi sotto la protezione dell’imperialismo americano e sotto il suo strumento militare (la NATO), il che significa nient’altro che lasciare un campo per passare a quello del nemico. Questo passaggio fu nominato, appunto, “compromesso storico” a cui seguì la politica della “solidarietà nazionale”: al passaggio in campo nemico a livello internazionale corrispondeva sul piano nazionale l’alleanza con la DC, il partito che dal secondo dopoguerra alla fine degli anni ’80 del secolo scorso eseguì le direttive del Vaticano.

    L’analisi scientifica del fenomeno di cui parla Sale, e cioè il sopravvento dei revisionisti moderni, accompagna tutto il percorso precedente alla costituzione della Carovana del (nuovo)PCI nei primi anni ’80, perché quel percorso inizia proprio come reazione sul piano ideologico e organizzativo al “ripiegamento” che fece diventare il primo PCI “un partito socialdemocratico”, secondo i termini che usa il compagno. Sale ha ragione quando dice che l’unità si costruisce in base al giudizio che diamo di quella svolta e pone la disponibilità della sua organizzazione allo sviluppo del dibattito su questi temi entro il campo delle forze comuniste del paese. E’ un appello al confronto che il P.CARC, come ha già fatto in passato, raccoglie ed intende stimolare. Siamo d’accordo con il compagno Sale che, in sintesi, per far rinascere il movimento comunista non basta rimettere insieme i cocci e occorre capire perché il vaso si è rotto e che un’unità senza condivisione di una prospettiva strategica è peggiore del non essere uniti.

    Aggiungiamo a quanto detto dal compagno Sale che il giudizio sulla deriva intrapresa dal primo PCI [quello fondato da Gramsci nel 1921 e chiuso da Occhetto nel 1991, N. d. R.] (prima nel campo del revisionismo moderno e poi in quello della sinistra borghese) deve includere la comprensione delle cause: perché allora si imposero i revisionisti moderni capeggiati da Togliatti e la sinistra del vecchio PCI (i Secchia, Alberganti, Vaia che il PC eleva a punto più alto raggiunto dal movimento comunista nel nostro paese) fu sconfitta? A questa domanda il (nuovo)Partito comunista italiano ha risposto che causa della sconfitta fu anzitutto la debolezza ideologica della sinistra del vecchio PCI in termini di assimilazione della concezione comunista del mondo e per conseguenza la sua incapacità di indicare una strategia adeguata per fare la rivoluzione socialista nel nostro paese approfittando della situazione favorevole determinata dalla vittoriosa Resistenza al fascismo (per approfondimenti leggere Pietro Secchia e due importanti lezioni, in La Voce n.26, in Pietro Secchia e due importanti lezioni).

    In questo periodo di tempo che dura da quegli anni, un periodo superiore al mezzo secolo, la carovana del (nuovo)PCI di cui il P.CARC è parte integrante, ha studiato i limiti e gli errori della sinistra del primo PCI in modo tale da comprendere come superarli e mettere a frutto anche tutto il grande patrimonio positivo che quel PCI e tutto il primo movimento comunista internazionale ci lasciano in eredità. I risultati di questa ricerca sono base del nostro lavoro odierno e sono il nostro contributo alla discussione franca e aperta con il PC di Marco Rizzo di cui fa parte Sale, con il PCI Alboresi che ha tenuto il suo congresso a Orvieto e con tutte le forze che si dichiarano comuniste, per l’unità dei comunisti di cui in questo congresso tanti hanno parlato e che è richiesta da tanta parte delle masse popolari del nostro paese. Una richiesta sana e avanzata cui rispondiamo fuori da ogni retorica e dando continuità alla nostra azione tesa al dibattito franco e aperto con le altre forze che si richiamano al comunismo.

    [1] Vedi in https://www.ilpartitocomunistaitalia...ma-dei-lavori/.

    [2] In https://www.facebook.com/PCItaliano/...OcLsCNsq1VziBo sono riportati tutti gli interventi del Congresso. Sale parte dalla seconda ora e quindici minuti in poi del video sopra indicato.

    [3] Lo stato, secondo il marxismo, è uno strumento tramite cui una classe mantiene il proprio potere su un’altra. Garantisce la coesione sociale in una società divisa in classi e quindi serve a unire ciò che è diviso, tramite la ricerca del consenso o tramite la violenza. Esiste quindi perché esistono le classi, serve a giustificare o imporre il potere dell’una sull’altra, non esisteva prima della comparsa della divisione in classi nella storia dell’umanità e scomparirà quando scomparirà questa divisione. Non può quindi esistere uno “Stato di tutto il popolo”, come hanno detto i revisionisti moderni e loro capofila come Togliatti e Kruscev. Quando esisterà tutto un popolo dove non esisteranno le classi, non ci sarà bisogno di uno strumento che alle classi serviva per imporre la propria dittatura. Per una comprensione scientifica della materia vedi Manifesto programma del (n)PCI, ed. Rapporti Sociali, Milano, 2008, pp. 23-24, e in MP - 1.2. Le classi e la lotta di classe.

    http://www.carc.it/2018/07/16/italia...i-di-alboresi/

  7. #7
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    Predefinito re: Partito dei CARC/ Nuovo PCI

    [Italia] 14 agosto a Massa: usare il governo Di Maio-Salvini per rafforzare la lotta contro gli effetti della crisi


    Dibattito pubblico

    presso la Festa nazionale della Riscossa Popolare

    parco della Comasca, via Ronchi – Ronchi – Marina di Massa (MS)


    Per costituire un governo di emergenza delle masse popolari organizzate per fare fronte agli effetti della crisi

    Allargare la breccia che le masse popolari hanno aperto nel sistema politico con le elezioni del 4 marzo

    L’insediamento del governo M5S-Lega è il risultato della breccia che le masse popolari hanno aperto nel sistema politico con le elezioni del 4 marzo scorso.

    I due partiti che compongono il governo hanno raccolto 16 milioni di voti sulla base delle promesse di discontinuità con il passato, in particolare con il programma comune dei governi degli ultimi 30 anni (Berlusconi, Prodi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni): continui attacchi alle conquiste e ai diritti che i lavoratori hanno ottenuto con le lotte dei decenni passati (jobs act, legge Fornero, abolizione dell’articolo 18), devastazione dell’ambiente e del territorio, progressiva cessione di sovranità nazionale in favore della UE, della BCE e della NATO.

    In ragione della spinta al cambiamento del corso politico del paese che il governo M5S-Lega rappresenta potenzialmente, i poteri forti italiani e internazionali hanno dapprima cercato di ribaltare l’esito del voto (tentativo di golpe bianco di Mattarella per installare un nuovo governo delle Larghe Intese guidato da Cottarelli, fallito) e operano oggi per controllare più o meno direttamente l’operato del governo per limitarne l’azione e addomesticarla al programma comune della classe dominante. M5S e Lega, dal canto loro, hanno formato il governo non da una posizione di rottura con i poteri forti nazionali e internazionali, ma scendendo a compromessi con loro, offrendo mille rassicurazioni di “responsabilità” e sottomissione alle autorità e istituzioni nazionali e internazionali.

    Il governo M5S-Lega è dunque un governo di mediazione tra gli interessi dei poteri forti nazionali e internazionali e quelli delle masse popolari, non potrà attuare nessuna delle misure contenute nel Contratto di governo poiché anche il solo perseguirle comporta il ricorso alla mobilitazione e al protagonismo delle masse popolari per conferire al governo la forza di rompere con i poteri forti che altrimenti non ha. In questo equilibrio precario, l’azione della Lega e di Salvini, che si supera in proclami razzisti e nella promozione della guerra fra poveri, ha la funzione di distogliere l’opinione pubblica dalle difficoltà del governo di mantenere le promesse elettorali.

    Su queste difficoltà e attorno alle provocazioni della Lega e di Salvini le Larghe Intese operano per riparare la breccia aperta nel loro sistema politico: dimostrare il fallimento del “governo del cambiamento” e ristabilire il loro pieno controllo sul paese. Tuttavia, i partiti, le istituzioni, i portavoce del sistema politico delle Larghe Intese non solo non hanno il sostegno delle masse, ma aumentano il disprezzo e il distacco nei loro confronti: vengono giustamente additati come i promotori della più che decennale politica di smantellamento dei diritti e delle conquiste dei lavoratori, delle privatizzazioni, dello smantellamento dei servizi pubblici, delle speculazioni ambientali, della precarietà e del razzismo istituzionale, del generale peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di tutte le classi e di tutti i settori delle masse popolari.

    Dal 4 marzo si è dunque aperta una fase nuova nella crisi politica del nostro paese, caratterizzata dal fatto che le vecchie forze e i vecchi partiti borghesi non hanno la possibilità, l’agibilità, il consenso e il mandato di governare e le nuove forze borghesi che ne hanno preso il posto (l’attuale governo M5S-Lega) non si danno i mezzi per attuare le promesse per le quali sono state votate.

    E’ una fase estremamente positiva per lo sviluppo della nuova governabilità dal basso del paese, per avanzare nella costituzione di un governo di emergenza delle masse popolari organizzate che prenda le misure urgenti necessarie per fare fronte efficacemente agli effetti più gravi della crisi, che operi a partire dall’attuazione delle parti progressiste della Costituzione, che ristabilisca la sovranità nazionale in ragione degli interessi delle masse popolari che tragga la forza per svolgere la sua opera dalla mobilitazione delle organizzazioni operaie e popolari che già esistono e su quelle che andranno via via costituendosi spontaneamente e per effetto dell’intervento del governo stesso in ogni azienda privata e pubblica, in ogni zona e quartiere.

    Stante la fase nuova aperta nella crisi politica del nostro paese con le elezioni del 4 marzo sia la posizione di coloro che si oppongono di principio al governo M5S-Lega (cioè, intenzionalmente o meno, operano per riparare la breccia nel sistema politico, portano acqua al mulino delle Larghe Intese), sia la posizione di coloro che aspettano e sperano che il governo M5S-Lega agisca in modo conforme agli interessi delle masse popolari (“lasciamoli lavorare”) si relegano a un ruolo passivo e contemplativo, mentre invece è esigenza storica l’iniziativa, il protagonismo, la mobilitazione.

    La classe operaia e le masse popolari hanno interesse ad allargare la crepa nel sistema politico dei vertici della Repubblica Pontificia e alimentare l’ingovernabilità del paese dal basso. In questa fase tutti coloro che vogliono avere un ruolo positivo nella costruzione del governo di emergenza delle masse popolari organizzate devono adoperarsi per
    – fare pressioni sul governo M5S-Lega perché attui le promesse elettorali,

    – indicare al governo le misure da prendere caso per caso per fare fronte agli effetti più gravi della crisi,

    – attuare direttamente le misure necessarie per fare fronte agli effetti della crisi che è possibile attuare localmente, senza aspettare che il governo si muova.

    L’aspetto decisivo è moltiplicare le forze per valorizzare il positivo, che esiste:

    – fra le fila del governo;

    – fra le organizzazioni operaie e popolari (dagli operai FCA ai braccianti immigrati del sud Italia, dai lavoratori della ex-Lucchini di Piombino, ai lavoratori Alitalia, agli operai dell’ILVA di Taranto, al movimento NO TAV e NO TAP);

    – fra gli esponenti della società civile che, preoccupati per il futuro del paese, si attivano e mettono a disposizione della costituzione del governo di emergenza delle masse popolari organizzate le loro conoscenze, le loro relazioni, le loro risorse.

    Sulla base di questa analisi e di questo orientamento, invitiamo a partecipare attivamente operai, lavoratori, amministratori locali, esponenti politici e sindacali, esponenti dei movimenti al dibattito che il P.CARC organizza alla Festa nazionale della Riscossa Popolare il 14 agosto alle ore 17: 30.

    E’ estremamente importante confrontarsi, scambiare opinioni, conoscere e riconoscere le idee e le posizioni diverse che esistono, ma soprattutto è importante perseguire la linea della comune mobilitazione e organizzazione per dare al paese il governo di cui ha bisogno. Bando all’attendismo, agiamo per spingere il corso delle cose nella direzione favorevole alle masse popolari!

    http://www.carc.it/2018/07/29/italia...i-della-crisi/

  8. #8
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    VERSO IL V CONGRESSO DEL P.CARC LA CAROVANA DEL (NUOVO)PCI, LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA E LA LINEA DEL GOVERNO DI BLOCCO POPOLARE

    La borghesia imperialista non riesce più a governare la società e ogni singolo paese imperialista con le forme, i modi, gli istituti e le leggi con cui lo ha governato dal 1945 ad oggi (sistema democratico borghese e regime di controrivoluzione preventiva); la svolta politica in atto nei paesi imperialisti ne è una dimostrazione: essa ha le basi nella crisi economica e a sua volta alimenta il marasma generale in cui è sprofondata la società intera.

    Di fronte al marasma, la sinistra borghese è incapace di comprendere il corso delle cose e ha completamente perso l’orientamento: chiama la classe operaia e le masse popolari ad accodarsi ai promotori e fautori del sistema delle Larghe Intese (naturalmente nella versione di “sinistra” dei governi alla Prodi, D’Alema, Letta, Renzi e Gentiloni che assieme alla banda Berlusconi hanno governato negli ultimi decenni) per “salvare il paese dalla deriva”. Essa si agita scompostamente, lancia anatemi contro “la svolta a destra e la fascistizzazione della società” e propone come modello (rimpiange) il “capitalismo dal volto umano” degli anni 1950-70, incurante del fatto che non ve ne siano più le condizioni: esso è stato una parentesi determinata dalla forza del movimento comunista a livello internazionale (il campo dei primi paesi socialisti), dal dispiegamento delle mobilitazioni operaie e popolari in Italia e dalla situazione di ripresa del capitalismo (ripresa dell’accumulazione del capitale, dopo le immani distruzioni della Seconda Guerra Mondiale).

    Le preoccupazioni della sinistra borghese risiedono principalmente nel fatto che, a fronte dell’avanzamento della crisi economica, politica e ambientale e della debolezza del movimento comunista cosciente e organizzato, le masse popolari si mobilitano, ma in modo spontaneo, contraddittorio, disordinato e senza una direzione capace di valorizzare, incanalare e orientare nella lotta politica rivoluzionaria con l’obiettivo di instaurare il socialismo la loro sana e legittima, giusta, resistenza di fronte agli sconvolgimenti prodotti dall’avanzare della crisi. Questo compito la sinistra borghese non lo può assolvere e, benché suoi esponenti e portavoce ereditino dal passato seguito e prestigio fra le masse popolari, essi si attestano sulla denuncia del cattivo presente e si fanno promotori del disfattismo (“o si torna indietro o può andare solo peggio”).

    In verità, la crisi generale spinge la società intera verso un bivio inevitabile: o la mobilitazione delle masse popolari viene diretta dalla classe dominante e incanalata in senso reazionario (lotta tra diversi settori delle masse e tra popoli), oppure viene diretta dal movimento comunista cosciente e organizzato (partito comunista e le organizzazioni di massa ad esso collegate) già esistente e diventa mobilitazione rivoluzionaria. Entrambe le strade sono aperte e rimarranno aperte e in concorrenza finché una non prevarrà sull’altra.

    E’ certamente vero che il movimento comunista cosciente e organizzato è oggi ancora troppo debole per essere lo stato maggiore della classe operaia nella lotta politica rivoluzionaria e il punto di riferimento delle ampie masse, ma è altrettanto vero che la borghesia imperialista non ha strumenti e margini per conquistare a sé, intruppare e mobilitare, una parte importante delle masse popolari, poiché non ha nulla di positivo da proporre loro, solo sacrifici, guerra fra poveri e guerra fra stati e paesi. Fra i due campi, il movimento comunista cosciente e organizzato può crescere e svilupparsi (e lo farà), a condizione che i suoi promotori e membri siano guidati da una giusta concezione del mondo (vedi “Presentazione del n. 59 de La Voce del (nuovo)PCI” a pag. 8) e si diano i mezzi per la loro politica. La borghesia imperialista ha invece di fronte una grossa incognita: quando chiama le masse popolari a mobilitarsi “sa come inizia, ma non sa come finisce”, non riesce a controllarle completamente e per un periodo dalla durata indeterminata, non riesce a sottometterle del tutto, non può suscitarne la mobilitazione a comando e poi, a comando, sedarla. E’ quello che è successo con il fascismo e con il nazismo: una mobilitazione su ampia scala delle masse popolari contro il pericolo rosso incarnato dalla Rivoluzione d’Ottobre che si propagava in tutta Europa, con la borghesia e il clero che materialmente offrivano qualcosa (bonifiche, guerre coloniali, opere pubbliche) a milioni di poveri che letteralmente soffrivano la fame, una “avventura” terminata però con i promotori del fascismo e del nazismo che hanno rischiato di perdere tutto e di vedere i loro “sacri imperi” trasformati in repubbliche sovietiche.

    La via della mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari è incarnata oggi dalla linea della costituzione del Governo di Blocco Popolare (GBP) attraverso la mobilitazione delle masse popolari organizzate che lo impongono ai vertici della Repubblica Pontificia. Il GBP non è il governo sovietico, ma grazie all’azione dei comunisti può creare il rapporto di forza più favorevole alle masse popolari a cui è possibile arrivare (cioè, di cui vi sono già le condizioni, stante la debolezza del movimento comunista), è il processo pratico che fa compiere alle masse popolari organizzate una scuola di comunismo su ampia scala per passare da classe oppressa e sottomessa alla borghesia a classe dirigente della società, è, infine, la via più rapida per la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato nel nostro paese, perché educa gli operai avanzati e gli elementi avanzati della masse popolari a diventare protagonisti del loro futuro (basta delega e sottomissione alla sinistra borghese) e li spinge a legarsi ai comunisti. La Carovana del (nuovo)PCI ha elaborato la linea del GBP a fronte del fatto che nel 2008 la crisi generale è entrata nella fase acuta e terminale e lo scontro fra mobilitazione reazionaria e mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari si è fatto più acuto.

    I primi passi della Carovana del (nuovo)PCI sono stati mossi, negli anni ‘80 del secolo scorso, in direzione di comprendere la realtà alla luce della concezione comunista del mondo (modo di produzione capitalista e sue evoluzioni, bilancio della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale, analisi del sistema politico dei paesi imperialisti, natura e caratteristiche del partito comunista adeguato al compito storico di dirigere la rivoluzione socialista in un paese imperialista). Nel 1992, al Convegno di Viareggio, furono fondati i CARC su un’analisi della situazione che poggiava su due pilastri (vedi La resistenza delle masse popolari al precedere della crisi del sistema capitalista…. Edizioni Rapporti Sociali):

    la borghesia imperialista stava attuando il “programma comune” (eliminazione delle conquiste di civiltà e benessere, guerre e devastazione del pianeta) con cui cercava di far fronte alla seconda crisi generale del capitalismo che si era aperta a metà degli anni ’70 del secolo scorso;
    le masse popolari spontaneamente resistevano e avrebbero spontaneamente resistito alla sua attuazione .
    Compito dei comunisti, che noi ci assumevamo e su cui ci basavamo per la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato, era appoggiare questa resistenza e trasformarla in rivoluzione socialista fino all’instaurazione del socialismo. Obiettivo dei CARC era la ricostruzione del partito comunista, raggiunto in parte con la costituzione della Commissione Preparatoria nel 1999 e poi completato nel 2004 con la fondazione del (nuovo)PCI che si dotò di un Piano Generale di Lavoro in quattro fronti per sviluppare la Guerra Popolare Rivoluzionaria di cui è alla testa. Su uno dei quattro fronti, per la precisione il secondo (la mobilitazione delle masse popolari nella lotta politica borghese), operavano i CARC che, per assolvere al meglio il compito, nel 2005 sono diventati Partito dei CARC.

    La Carovana del (nuovo)PCI aveva quindi definito alcune linee strategiche per avanzare nella rivoluzione socialista (natura e decorso della seconda crisi generale, Guerra Popolare Rivoluzionaria, costruzione del nuovo potere, clandestinità del partito comunista) in base a leggi generali scoperte con il bilancio della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale e su questa elaborazione ha proceduto fino al 2008, quando è iniziata la fase acuta e terminale della crisi. Il suo inizio era nell’ordine delle cose (cioè incombeva, allo stesso modo in cui incombeva la Prima Guerra Mondiale all’inizio del secolo scorso), ma non era possibile stabilire dove e quando sarebbe iniziata ufficialmente.

    L’analisi del corso generale delle cose nel nostro paese e nel mondo ha imposto un adeguamento alle condizioni concrete, caratterizzate:

    “– dal precipitare della crisi generale del capitalismo nella sua fase acuta e terminale,

    – dallo sgretolamento dei pilastri su cui si fondava il regime di controrivoluzione preventiva instaurato dalla borghesia imperialista dopo la Seconda guerra mondiale per mantenere il proprio dominio sulle masse popolari e per far fronte al movimento comunista,

    – dalla persistente debolezza del movimento comunista conseguente all’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria,

    – dalla presenza di un gran numero di dirigenti della sinistra sindacale, di sinceri democratici della società civile e delle amministrazioni locali, di esponenti della sinistra borghese non ciecamente anticomunisti (i tre serbatoi) che hanno seguito e influenza tra le masse popolari” (dalla Dichiarazione Generale approvata dal IV Congresso del P.CARC, giugno 2015).

    Per adeguarsi alla situazione concreta, la Carovana del (nuovo)PCI ha elaborato la linea del GBP, un governo d’emergenza che gli operai organizzati e il resto delle masse popolari organizzate costituiscono chiamando a farne parte come ministri gli esponenti di loro fiducia dei tre serbatoi e facendolo ingoiare ai vertici della Repubblica Pontificia come governo del paese. Un governo che poggia sulla mobilitazione e la partecipazione attiva delle masse popolari organizzate all’attuazione delle misure di emergenza e alla resistenza agli attacchi della borghesia imperialista e le sue istituzioni internazionali e nazionali.

    Mentre lavoravamo a creare le condizioni necessarie alla costituzione del GBP, a causa

    – della nostra lentezza e della nostra poca capacità di costruire organizzazioni operaie e popolari che agiscono come nuove autorità pubbliche;

    – del rafforzarsi della resistenza spontanea delle masse popolari (insofferenza e indignazione) su cui influisce anche il fatto che sulle masse popolari dei paesi imperialisti si sono riversati non solo gli effetti dell’attuazione del “programma comune” nei rispettivi paesi, ma anche gli effetti dell’attuazione del “programma comune” nei paesi oppressi (ad esempio la “questione immigrazione”: 60 milioni di immigrati classificati come “rifugiati politici” dall’ONU, un milione dei quali sono protesi a venire a ogni costo in Europa),

    – dell’aggravarsi delle contraddizioni inter-imperialiste,

    è avvenuta una svolta nella politica mondiale (vedi “La strada che abbiamo di fronte” a pag. 1) che in Italia si è tradotta nell’esito delle elezioni del 4 marzo e nella formazione del governo Di Maio-Salvini. Questo è il punto in cui ci troviamo oggi. Dobbiamo seriamente e responsabilmente domandarci se dobbiamo cambiare tattica perché la linea del GBP non è più valida in quanto è stata superata dal prevalere della mobilitazione reazionaria delle masse popolari, perché siamo difronte ad una svolta reazionaria con l’insediamento di un governo terroristico della borghesia (di tipo fascista). Se prendessimo per buoni i piagnistei, le paure e gli anatemi della sinistra borghese, dovremmo dare per conclusa e persa una lotta tra mobilitazione reazionaria e mobilitazione rivoluzionaria che invece è ancora in corso ed è tutta da combattatere.

    La logica della storia umana scoperta da Marx indica che l’instaurazione del socialismo è l’unico possibile, e quindi necessario, obiettivo della storia che gli uomini stanno facendo. Chi non la condivide, non la capisce o la rifiuta, non capisce il corso delle cose, il senso della svolta nella politica mondiale iniziata nel 2016 e pensa o che non è successo niente o che le cose sono andate di male in peggio. Usando la concezione comunista del mondo, imparando dagli avvenimenti e correggendo i nostri errori e i limiti che via via scoprivamo, nei 26 anni trascorsi dal Convegno di Viareggio abbiamo progressivamente reso concreto il percorso che le masse popolari dovevano fare ed elevata la nostra comprensione e quindi la nostra capacità di dirigere le masse a fare la loro storia. Un processo pratico a cui chiamiamo ogni operaio, ogni lavoratore, ogni elemento delle masse popolari che vuole farla finita con il capitalismo e con il corso catastrofico delle cose che esso genera.

    L’1 e il 2 dicembre si svolgerà il V Congresso del P.CARC e i lavori non si basano sulla possibilità che si debba cambiare tattica, ma sui passi che dobbiamo compiere per imparare a fare meglio:

    – attuare concretamente ogni linea particolare che nel frattempo abbiamo scoperto grazie all’esperienza pratica;

    – approfittare e avvalerci in ogni circostanza delle contraddizioni, delle crepe e degli appigli che la situazione offre per attuare il nostro piano (GBP e socialismo);

    – fare in ogni zona un’efficace azione per promuovere la costituzione di organizzazioni operaie nelle aziende capitaliste e di organizzazioni popolari (nelle aziende pubbliche, nelle scuole) ed elevare il loro coordinamento e la loro azione per occuparsi del futuro delle aziende, dei territori e del Paese;

    – raccogliere nuove forze (reclutamento e formazione) rivoluzionarie nel P.CARC e a rafforzare la collaborazione con il (n)PCI .

    A questa opera chiamiamo a partecipare coscientemente e con determinazione gli operai e la parte più avanzata delle masse popolari.

    Verso il V Congresso del P.CARC La Carovana del (nuovo)PCI, la rivoluzione socialista e la linea del Governo di Blocco Popolare - Partito dei CARC

  9. #9
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    Predefinito re: Partito dei CARC/ Nuovo PCI

    La mobilitazione negli stabilimenti FCA

    La dipartita di Marchionne non cambia la situazione negli stabilimenti FCA: la combinazione delle misure che portano verso lo smantellamento della produzione in Italia con la persecuzione e l’espulsione delle avanguardie di lotta crea una situazione per cui nei prossimi mesi, non nei prossimi anni o in un futuro indefinito, la situazione è destinata a una rapida evoluzione. Questa consapevolezza è una delle principali spinte del Movimento Operai Autorganizzati FCA e dei gruppi di operai che stabilimento per stabilimento lo compongono, motivo per cui i mesi estivi sono stati mesi di mobilitazione e non di “vacanza”.

    Due sono le principali attività: la lotta contro l’obbligo di fedeltà aziendale, campagna che parte dal gruppo SI COBAS di Pomigliano a seguito della conferma da parte della Cassazione del licenziamento di Mignano e gli altri 4 operai per aver messo in scena il “suicidio” di Marchionne nel 2014, l’elaborazione di un piano industriale alternativo elaborato dagli operai di Melfi su spinta della USB.

    NO all’obbligo di fedeltà all’azienda. Ogni lavoratore dipendente firma, con il contratto di lavoro, l’obbligo di non divulgare all’esterno notizie che penalizzerebbero l’azienda sul mercato e rispetto alla concorrenza. Il tipico esempio riguarda il segreto industriale, l’espletazione di particolari lavorazioni o funzionamenti, ecc. La sentenza con cui la Cassazione ha confermato il licenziamento dei cinque compagni di Pomigliano interpreta come violazione della fedeltà aziendale anche la critica al gruppo dirigente (nel caso specifico a Marchionne), a causa della quale l’intero gruppo sarebbe penalizzato nei confronti dell’opinione pubblica. Pertanto l’aver criticato Marchionne significa essere venuti meno all’obbligo di fedeltà all’azienda… e ciò “merita” il licenziamento. E’ evidente che questa sentenza interpreta la legge in modo puramente strumentale per giustificare e “coprire” i licenziamenti illegittimi. Ma oltre al fatto specifico, una simile sentenza colpisce potenzialmente tutti i lavoratori attivi, i sindacalisti, i responsabili della sicurezza in ogni azienda… Basti pensare a chi lavora nel settore dei rifiuti, nel campo alimentare o altri in cui i “malfunzionamenti” sono all’ordine del giorno e si ripercuotono direttamente anche sulle masse popolari, oltre che sui lavoratori: libertà per i padroni di inquinare, produrre veleno e alimenti malsani. Pensiamo ai lavoratori dell’edilizia, nel turismo e negli altri comparti stagionali dove la corruzione, l’evasione fiscale, il “nero” e gli sforamenti di orari e misure di sicurezza sono la regola.

    Da Pomigliano è partito un appello, che ha già raccolto molte adesioni (lo abbiamo pubblicato su Home - Partito dei CARC) rivolto principalmente a intellettuali, sinceri democratici, artisti e altri elementi che godono di prestigio e autorevolezza presso le masse popolari e possono farla valere su ampia scala in una campagna di opinione che può e deve sostenere la mobilitazione operaia. Il prossimo 30 settembre a Napoli un convegno e un evento artistico sul tema con ospiti come Erri De Luca, Paolo Maddalena, Ascanio Celestini, il sindaco De Magistris.

    Melfi: “vogliamo decidere noi cosa e come produrre!”. Il nuovo “piano industriale” FCA prevede a Melfi la chiusura della linea della Grande Punto, 1640 licenziamenti e contratti di solidarietà per 5800 operai. Una mazzata che va nella direzione di eliminare il 25% del personale.

    Gli operai, su iniziativa del gruppo di iscritti USB, hanno elaborato un piano di riorganizzazione del lavoro alternativo che elimina i licenziamenti ribaltando il sistema WCM (un’organizzazione del lavoro che prevedeva alto ritmo sulle linee e la soppressione di tutte le pause conquistate con anni di lotte), responsabile diretto anche dei numerosi problemi ergonomici riscontrati fra gli operai. Per mettere a punto il piano alternativo, gli operai si sono avvalsi dell’esperienza di specialisti di USB e della FIOM, il che è, fra l’altro, un importante dimostrazione dello spirito unitario che li anima (superare le appartenenze sindacali, valorizzare tutto quello che è o può essere positivo).

    Il 30 agosto una delegazione di questi operai è stata ricevuta al MISE per discutere la situazione e sviluppare la battaglia per “riportare un livello di lavoro, e di vita, dignitoso all’interno della fabbrica automobilistica lucana” – come l’USB in FCA scrive in un comunicato, in collaborazione e coordinamento con i colleghi degli altri stabilimenti, da Cassino a Termoli, da Pomigliano a Mirafiori.

    http://www.carc.it/2018/09/05/la-mob...bilimenti-fca/
    Ultima modifica di Lord Attilio; 06-09-18 alle 16:00

  10. #10
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    Predefinito re: Partito dei CARC/ Nuovo PCI

    Allargare la crepa nel sistema politico, sostenere il governo M5S – Lega “come la corda sostiene l’impiccato”

    Mille iniziative e mobilitazioni di base per costituire il Governo di Blocco Popolare

    I tre mesi dall’insediamento del governo M5S – Lega sono stati caratterizzati da molte promesse e proclami, da molte contraddizioni (sia fra governo e fronte dei partiti e degli esponenti delle Larghe Intese, sia fra i partiti che compongono il governo) e da poche iniziative concrete.

    Con l’inizio dell’autunno si apre una fase di mobilitazioni popolari e di scontro politico dispiegato, le cui premesse hanno covato per tutta l’estate, sotto forma di lotte per far cadere il governo o comunque riportarlo nell’alveo della politica del programma comune delle Larghe Intese – e questo sarà l’obiettivo di gran parte dei promotori della furiosa campagna stampa e delle macchinazioni varie ad opera degli apparati politici, giudiziari e ministeriali legati al sistema di potere che ha governato negli ultimi decenni. L’operazione di sostituire il governo M5S-Lega “con uno più responsabile e democratico” (la formula usata dai partiti delle Larghe Intese e dagli organi di propaganda di regime) presenta diverse incognite, visto che la breccia che si è aperta dal 4 marzo tra i vertici della Repubblica Pontificia, i partiti delle Larghe Intese e le masse popolari continua ad allargarsi (vedi i fischi agli esponenti del PD presenti ai funerali delle vittime del crollo del ponte Morandi a Genova: gli esponenti del PD e di FI parlano ormai solo nelle televisioni e nei media di regime). La situazione politica delle prossime settimane ha al centro le operazioni che noi comunisti, i lavoratori e i sindacati combattivi (a partire da ILVA, FCA, Alitalia), le masse organizzate nei movimenti popolari (NO TAV, NO TAP), possiamo mettere in campo per spingere il governo M5S- Lega a rompere gli indugi, mantenere le promesse di cambiamento e le aspettative, portare fino in fondo la rottura con i poteri forti e affermare la sovranità nazionale sugli interessi della Comunità Internazionale degli imperialisti UE, USA e sionisti.

    L’ago della bilancia dello scontro politico sarà la mobilitazione della classe operaia e delle masse popolari: ad essa dovranno fare ricorso anche i partiti delle Larghe Intese per tentare di scalzare M5S e Lega dal governo, ad essa dovranno fare ricorso M5S e Lega se intenderanno resistere agli attacchi e continuare a governare (ma ciò implica la traduzione in pratica dei proclami e delle promesse fatte).

    Noi comunisti, e più in generale tutti gli organismi che si pongono l’obiettivo di costruire un governo di emergenza delle masse popolari organizzate, possiamo usare e useremo la mobilitazione che necessariamente i due schieramenti borghesi dovranno suscitare e promuovere, benché ognuno con obiettivi propri. Differentemente da quanti sostengono che occorre mobilitarsi “per far tornare l’Italia una paese normale” (che in sostanza significa sotto i partiti delle Larghe intese) o per “cacciare il governo più reazionario della storia” (come sostengono i partiti e gli organismi della sinistra borghese, che però senza indicare un’alternativa e perseguirla si accodano di fatto alle Larghe Intese e portano acqua al loro mulino), ma differentemente anche da quanti sostengono che bisogna invece lasciar lavorare il governo “perché è l’unica prospettiva di cambiamento”, noi comunisti portiamo la linea di incoraggiare e appoggiare la ribellione del governo M5S-Lega ai poteri forti e alla Comunità Internazionale degli imperialisti UE, USA e sionisti; promuovere la più ampia mobilitazione e l’organizzazione dei lavoratori contro il degrado materiale, intellettuale e morale e contro la distruzione dell’apparato produttivo dell’Italia.

    Quanto più il governo M5S – Lega resterà in carica, tanto più aprirà contraddizioni nella classe dominante e offrirà appigli a noi comunisti e alle organizzazioni operaie e popolari per costringerlo a rompere con il programma comune della borghesia imperialista. Sta alla nostra capacità di vedere quegli appigli e usarli (e in questo modo le organizzazioni operaie e popolari si legano praticamente alla lotta per la costituzione del Governo di Blocco Popolare e ne diventano protagoniste) o l’ignorarli, accodandosi al fronte delle Larghe Intese e divenendone massa di manovra. Mostrare gli appigli esistenti, insegnare a vederne di nuovi, insegnare a usarli, sostenerle nell’usarli è la politica che noi comunisti promuoviamo sistematicamente verso le organizzazioni operaie e popolari. Alcuni esempi.

    – Tirare in ballo gli esponenti del governo perché attuino le misure favorevoli alle masse popolari che essi hanno promesso in campagna elettorale; indicare caso per caso le misure necessarie per far fronte agli effetti più gravi della crisi; attuare direttamente quelle che è possibile attuare localmente ed esigere che il nuovo governo le appoggi. O il governo le appoggia e le sostiene (anche a costo di contraddirsi e di contrariare quella parte di poteri forti che pure lo sostengono – ricordiamoci che la sua installazione è frutto di un compromesso) oppure le organizzazioni operaie e popolari si convinceranno, per esperienza diretta, che il governo Di Maio-Salvini non è ciò di cui hanno bisogno, fino a decidersi che per invertire realmente il corso delle cose devono costituire un proprio governo d’emergenza.

    Sono prime, embrionali ma importanti, manifestazioni di questa mobilitazione le iniziative prese da Camping CIG di Piombino, dall’USB della FCA di Melfi (vedi articoli a pag. 4), ma anche la manifestazione del movimento NO TAV del 28 luglio scorso.

    – Intervenire sulle contraddizioni esistenti fra elettori e attivisti di M5S e Lega e gruppi dirigenti di quei partiti; intervenire sulle contraddizioni esistenti nei gruppi dirigenti di entrambi fra componenti più conciliatorie con i vertici della Repubblica Pontificia e i partiti delle Larghe Intese e le componenti più decise a rompere. La base della Lega raccoglie molti elementi delle masse popolari, compresi operai (emblematici “gli operai della FIOM che votano Lega”), molti di loro provengono direttamente o per tradizione famigliare o lavorativa dal PCI e dai partiti sorti dalla sua dissoluzione e sono passati alla Lega perché la “sinistra non si occupava più di quelli come me, come quelli della mia famiglia: lavoratori, gente semplice”. Intervenire nelle contraddizioni della Lega richiede il superamento della cappa di disfattismo promossa dai “comunisti duri e puri” e dalla sinistra borghese: agire sulla base della Lega non significa essere d’accordo con la Lega, ma operare coscientemente per acuire i contrasti all’interno del governo tra chi cerca di far leva sulla mobilitazione delle masse popolari organizzate e promuove l’organizzazione delle masse popolari, chi si riallinea con gli esautorati fautori del programma comune della borghesia, chi si fa promotore con maggiore determinazione della mobilitazione reazionaria delle masse popolari.

    – Indurre tutti i gruppi della sinistra borghese in cerca di affermazione e che denunciano malefatte e limiti, veri o inventati, del governo M5S-Lega, a usare i poteri di cui dispongono (a livello locale, nella Pubblica Amministrazione e altrove) per appoggiare le organizzazioni operaie e popolari che difendono conquiste e diritti e attuare in ogni campo iniziative di senso opposto a quelle che denunciano e per cui si mobilitano. Allo stesso modo e con lo stesso scopo intervenire anche sugli esponenti del sistema sgretolato delle Larghe Intese, nostalgici del loro ruolo (da Bersani, Fassina, Civati, Emiliano, ecc. ecc., compresi gli esponenti dei sindacati di regime).

    Anche se i partiti di cui fanno parte hanno perso le elezioni, mantengono una vasta e articolata rete di potere e di influenza, legami con i sindacati confederali, ruolo di direzione in agenzie e istituti, amministrano città, fondazioni ed enti. Anziché lamentarsi, usassero tutto ciò per favorire le masse popolari! Un esempio molto chiaro di quello che intendiamo è avvenuto a Figline Valdarno (FI) attorno alla lotta degli operai della Bekaert (vedi articolo a pag. 4), processi di questo tipo possono essere innescati in ogni zona, in ogni regione, attorno a ogni battaglia, a condizione che i promotori e i protagonisti della battaglia ne vedano la possibilità e siano decisi a sfruttarla.

    Intervenire per linee interne sulla base della Lega. Per mobilitare elettori e attivisti della Lega occorre “operare per linee interne”, cioè partire dai temi e parole d’ordine da loro agitati e rivoltarli al fine di promuovere uno schieramento in campo politico coerente con gli interessi della classe di appartenenza. Qualche esempio? Salvini dichiara a destra e a manca “prima gli italiani”, ma quali italiani: gli Agnelli-Elkann e i Benetton o gli operai FCA e i cittadini che usano le autostrade? I morti e i feriti sul lavoro non sono un’emergenza nazionale, una questione di sicurezza? Allora che il governo intervenga! La politica del fatto compiuto verso l’UE e le altre istituzioni della Comunità internazionale il governo Di Maio-Salvini la fa sulla questione migranti, va fatta anche sulle sanzioni contro la Russia che danneggiano l’economia italiana. Per 30 mila immigrati l’anno che arrivano in Italia dall’Africa, ci sono quasi 120 mila italiani che devono andare all’estero per cercare lavoro e non a causa dei 30mila immigrati africani: cosa fa il governo perché non debbano emigrare?

    Quanto più il governo M5S – Lega resisterà agli attacchi e alle manovre dei partiti delle Larghe Intese e alle tendenze alla sottomissione ai poteri forti ben presenti anche al suo interno, tanto più il suo operato offrirà insegnamenti sulle difficoltà e sulle contraddizioni che dovrà affrontare il Governo di Blocco Popolare, ma anche dimostrazioni riguardo agli strumenti, alle leve, alle “armi” che esso può usare contro i poteri forti che invece il governo M5S – Lega non usa e che le masse popolari devono costringerlo a usare. Alcuni esempi.

    – Difendere i posti di lavoro esistenti e crearne di nuovi. Le molte critiche e polemiche attorno al Decreto dignità, promosse principalmente da coloro che hanno dato un contributo decisivo all’eliminazione dei diritti e delle conquiste dei lavoratori nel nostro paese, non tengono conto del fatto che si tratta di una iniziativa del M5S che non è stata in alcun modo supportata da alcuna mobilitazione. E’ un decreto insufficiente? Certo! Ma anziché lagnarsi che si tratta di una iniziativa insufficiente, coloro che lo reputano insufficiente e si lagnano (gruppo dirigente della CGIL e FIOM in testa) dovrebbero promuovere la mobilitazione dei lavoratori per renderla una iniziativa più efficace. Rimane di fondo la questione che la difesa dei posti di lavoro esistenti non può essere affrontata efficacemente senza andare più a fondo nella riduzione della libertà di iniziativa privata dei capitalisti. Quando il governo Di Maio-Salvini cerca di impedire le delocalizzazioni, di far finanziare dalla Cassa Depositi e Prestiti (sulla quale, non a caso, stanno litigando) lavori pubblici non speculativi e una politica industriale, si scontra con i capitalisti che vogliono fare opere pubbliche speculative, delocalizzare o vendere le aziende a fondi d’investimento che le comprano per delocalizzarle. Quando dice che vuole rompere con le privatizzazioni dei servizi in favore degli speculatori di turno (autostrade, acqua, ferrovie, coste, ecc.) si scontra con affaristi e politici che vogliono continuare a speculare e arricchirsi senza limiti.

    – La Pubblica Amministrazione della Repubblica Pontificia. Sempre la vicenda del Decreto dignità offre lo spunto per ragionare sulle difficoltà che incontra un governo non (completamente) sottomesso ai poteri forti: la vicenda del “manina-gate” (pezzi del testo del Decreto cambiati in corso d’opera da chi ha maneggiato il documento) conferma che per fare una politica di “cambiamento” a favore delle masse bisogna epurare gli uffici legislativi dei ministeri “pieni di persone messe lì dal PD che sono ferocemente contro chiunque voglia cambiare le cose. Sono abituati ad essere i camerieri e lacché di Confindustria e, come i padroni, sono andati in bestia contro questo provvedimento perché per la prima volta dopo tantissimi anni si inverte la tendenza: i lavoratori riconquistano diritti e non sono più sotto schiaffo” (Piergiovanni Alleva, il Manifesto del 17.07.18).

    – La politica del fatto compiuto. Il governo Di Maio-Salvini ha messo l’UE di fronte alla politica del fatto compiuto impedendo l’attracco nei porti italiani alle navi cariche di migranti, ma non ha osato farlo sulle sanzioni contro la Russia che danneggiano l’economia del paese, sulle agenzie NATO che violano la sovranità del paese, sul ricatto del Debito Pubblico che serve a rapinare lavoratori dipendenti e autonomi per ingrassare le banche, i fondi di investimento e i ricchi”.

    Una storica metafora. Nel 1917 a Pietrogrado a seguito delle rivolte di piazza dell’8 marzo che il governo zarista non riuscì a reprimere, lo Stato Maggiore zarista, sollecitato e appoggiato dai rappresentanti della borghesia inglese e francese, indusse lo zar a dare le dimissioni e la borghesia costituì un governo provvisorio. Lenin denunciava che il governo provvisorio prima di Lvov e poi di Kerenski cercava di “cambiare tutto per non cambiare niente” (continuava la guerra, reprimeva od ostacolava in mille modi i contadini che volevano e si prendevano la terra, ecc.), lo ha difeso contro Kornilov che marciava su Pietrogrado, ma in ottobre lo ha cacciato e sostituito con il governo sovietico. Sosteneva il governo provvisorio “come la corda sostiene l’impiccato”. Così noi comunisti “sosteniamo” il governo M5S-Lega.

    Il corso delle cose imposto dalla classe dominante spinge in mille modi verso la costituzione di un governo che faccia realmente gli interessi delle masse popolari. Un tale governo non può essere e non sarà espressione di questa o di quella fazione della classe dominante, ma deve necessariamente essere, e sarà, espressione diretta delle masse popolari organizzate.

    I gruppi (M5S e Lega) che hanno scalzato i partiti delle Larghe Intese dal governo sono gruppi borghesi (nel senso che non vedono oltre l’orizzonte della società capitalista), ma con parole d’ordine reazionarie o progressiste o a metà strada sono emersi come portavoce credibili dell’insofferenza e dell’indignazione delle masse popolari, della loro resistenza agli effetti della crisi del capitalismo.

    La grossa differenza fra questi gruppi e i partiti delle Larghe Intese è che il consenso che raccolgono tra le masse popolari è labile, aleatorio, perché non è fondato sulle clientele e sulle eredità ideologiche del passato (per dirla terra terra: la fede in dio o la fede nel comunismo su cui si fondava il consenso di partiti come la DC e il PCI), ma è basato su promesse immediate e concrete, per cui o le attuano o perdono rapidamente il consenso. Questo stringe il nuovo governo in una morsa che lo rende provvisorio, perché è alle prese con il compito impossibile di “salvare capra e cavoli”: soddisfare le classi dominanti (capitalisti protesi ognuno a valorizzare il loro capitale nonostante la crisi: quindi il loro programma è quello che il sistema delle Larghe Intese realizzava) e la loro Comunità Internazionale con il cui consenso si è installato e nello stesso tempo realizzare le promesse che ha fatto, o almeno far credere che le sta realizzando, per non inimicarsi le masse popolari che hanno votato i partiti che lo formano.

    Sosteniamo il governo M5S – Lega “come la corda sostiene l’impiccato”: dobbiamo trasformare la mobilitazione promossa dal fronte delle Larghe Intese (e dai partiti della sinistra borghese) per cacciarlo e quella che M5S e Lega dovranno promuovere per rimanere al governo e attuare il Contratto di Governo, in mobilitazione delle masse popolari per imporre l’attuazione di misure urgenti per fare fronte in modo positivo agli effetti della crisi. Facendo valere la loro forza, la classe operaia e le masse popolari spezzeranno quella corda e imporranno un loro proprio governo di emergenza.


    Il 23 agosto il governo M5S-Lega per bocca di Di Maio, Salvini e Conte ha minacciato di non versare per il 2019 il tributo che da anni ognuno dei governi delle Larghe Intese (non importa se capeggiato da esponenti PD o da Berlusconi) ha versato alle istituzioni dei gruppi imperialisti europei. Il versamento del tributo (si tratta di circa 20 miliardi di euro) è espressione sostanziale della soggezione del governo della Repubblica Italiana alle istituzioni europee. Non versarlo è un atto di ribellione. Il governo che lo compie dovrà far fronte alle conseguenze: alle ritorsioni finanziarie, commerciali e politiche dei gruppi imperialisti europei e ad altri tentativi di destabilizzazione che essi metteranno in opera. Qui M5S e Lega daranno ognuno la prova del ruolo che è capace di svolgere.

    (…) Poco importa il pretesto su cui il 23 agosto il governo M5S-Lega ha fatto leva per lanciare la sua minaccia. La condotta apertamente criminale del governo M5S-Lega contro gli immigrati ha il pregio di mostrare apertamente la condotta criminale che ognuno dei governi delle Larghe Intese (da Berlusconi a Prodi a Renzi) nascondeva sotto un manto di ipocrisia, di prediche pretesche e di buone maniere. Marco Minniti (navigato gerarca del PD e membro da 20 anni a questa parte di vari governi delle Larghe Intese a incominciare dai governi D’Alema fino agli ultimi tre: Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni) ha servito a lungo le istituzioni dell’oligarchia finanziaria europea finanziando in Libia milizie di mercenari abbrutiti perché frenassero l’emigrazione in Europa delle popolazioni che i gruppi imperialisti europei, americani e sionisti costringono a lasciare le loro terre in Africa e in Asia. Matteo Salvini (capo della Lega Nord e poi della Lega e da giugno esponente di punta del governo M5S-Lega) cerca di raccogliere i voti delle masse popolari italiane indignate per il corso delle cose imposto dall’oligarchia finanziaria europea, usando ostentatamente gli emigranti come ostaggi contro le malefatte dell’oligarchia finanziaria europea. Aspetto comune di Minniti e Salvini è che entrambi cercano di convincere le masse popolari italiane che gli immigrati sono responsabili del crescente degrado in cui sono costrette a vivere. Il crollo del viadotto di Genova (14 agosto) e la strage del Parco del Pollino – Cosenza (20 agosto) sono due manifestazioni molto differenti ma entrambe esemplari del crescente degrado, assurte agli onori delle cronache negli ultimi giorni. Entrambe mostrano la gravità del degrado a cui è giunto il nostro paese e gli immigrati non c’entrano in nessuna delle due. (…)

    Noi comunisti siamo favorevoli alla ribellione all’UE perché siamo sicuri che se il governo M5S-Lega tradurrà le minacce in atti, se avrà il coraggio di farlo, esso per stare in piedi dovrà ricorrere alla mobilitazione delle larghe masse dei lavoratori e questa avverrà sulla base della lotta dei lavoratori organizzati contro i gruppi imperialisti che devastano il nostro paese, cacciano i lavoratori dalle aziende e spremono quelli che mantengono al lavoro. Solo la riorganizzazione generale della vita economica e dell’intero sistema delle relazioni sociali consentirà di far fronte alle ritorsioni di ogni genere con cui i gruppi imperialisti europei cercheranno di soffocare la ribellione alle loro istituzioni.

    Certamente per resistere a queste ritorsioni il governo italiano potrà giovarsi anche di un qualche appoggio da parte della Repubblica Popolare Cinese e della Federazione Russa e più sicuramente ancora delle contraddizioni tra i gruppi imperialisti dell’UE e della BCE e i gruppi imperialisti statunitensi. Ma la resistenza sarà efficace e vittoriosa solo se la mobilitazione e l’organizzazione dei lavoratori italiani avranno in essa il ruolo principale. Ed è tramite la mobilitazione e l’organizzazione dei lavoratori che avanza la rivoluzione socialista che noi comunisti promuoviamo.

    Dal Comunicato del (nuovo)PCI del 25 agosto 2018 “Avrà il governo M5S-Lega l’ardire di non versare il tributo annuale che i governi delle Larghe Intese da anni versano all’Unione Europea?”

    Mille iniziative e mobilitazioni di base per costituire il Governo di Blocco Popolare - Partito dei CARC

 

 
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