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  1. #1
    Avamposto
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    Predefinito Vincenzo Vinciguerra - Ergastolo per la Liberta'

    Vincenzo Vinciguerra

    "Camerati, addio"








    Parlare del nuovo libro di Vincenzo Vinciguerra è, allo stesso tempo, semplice ed arduo. Semplice, perchè i fatti esposti dall'autore sono incontrovertibili e ci raccontano infamie, tradimenti ed inganni perpetrati per decenni ai danni dei tanti che credevano negli ideali del Fascismo ed intendevano riaffermarli. Arduo, perchè in qualche modo, ciò coinvolge emotivamente noi combattenti della Repubblica Sociale e ci fa ricordare immediatamente tutto il nostro passato, i nostri ideali, il costante impegno di un'intera vita, le tante iniziative, le speranze nostre e di tantissimi autentici camerati, la maggior parte dei quali ormai, o non è più di questo mondo o, per propria dignità, si è messa in disparte, giustamente schifata dallo ignobile letamaio che divenne ed è il cosiddetto «nostro ambiente».

    Un impegno ed un sacrificio di generazioni di militanti, stroncato e reso vano anche -in non piccola parte- dall'opera scellerata di vari traditori e di non poche prezzolate canaglie al servizio delle «istituzioni» di questo democratico sistema.

    Dunque, per coloro che non ne hanno mai sentito parlare o avessero letto sui giornali del «sistema» qualche fugace accenno alla sua vicenda, inteso a distorcerne la figura ed il significato del suo gesto, vogliamo ricordare chi è e che cosa ha compiuto e compie Vincenzo Vinciguerra. Dopo un'intensa e coraggiosa militanza -negli anni '60 e '70- in gruppi politici che riteneva schiettamente fascisti, resosi pienamente conto che, al contrario di quanto da essi predicato, la loro attività, in effetti, era indirizzata al sostegno di chi, al servizio dei «padroni del mondo», opprime il nostro popolo, egli, conformemente alla sua vocazione genuinamente rivoluzionaria, decise di effettuare un’azione che, colpendo i «tutori del caos», sconvolgesse gli equivoci rapporti instauratisi sotterraneamente tra «destra extra-parlamentare» ed organismi del sistema, all'insegna dell’anticomunismo più becero ed ottuso e della «difesa dell'Occidente» -cioè del sistema coloniale americano giudaico- e marcasse in tal modo l'irriconciliabile diversità tra veri e falsi «combattenti per l'Ordine Nuovo».

    Egli, quindi, il 31 maggio 1972 portò a termine l'attentato di Peteano di Sagrado, in provincia di Gorizia. Furono uccisi tre carabinieri ma, inopinatamente, gli alti ufficiali dell’«Arma Benemerita» che avevano subito individuato, anche mercé gli spioni del neofascismo, l'ambiente di provenienza degli attentatori e perciò ben compreso le loro finalità (a giusto titolo ritenute pericolose per la stabilità dello stato antifascista al servizio degli USA), si adoperarono zelantemente per occultare la verità, depistando le indagini verso falsi obiettivi e arrestando e facendo incriminare con l'avallo di procuratori e giudici «amici», alcuni poveracci, «balordi» di paese, che soltanto dopo alcuni anni di detenzione ebbero riconosciuta la loro innocenza.

    Vincenzo Vinciguerra riuscì ad espatriare in Spagna dove visse alcuni anni in clandestinità e mentre in Italia le indagini della magistratura alla fine si concentrarono sul suo gruppo, egli, vivendo in esilio ebbe sia in Europa che in Sud America, altre deludenti esperienze con pseudo camerati e giunse a conclusioni definitivamente negative sui personaggi e sugli ambienti politici che aveva frequentato e quindi sulla vera funzione «di servizio» del Piccolo mondo «neofascista» italiano. Risolse coscientemente, perciò, di portare a termine il sacrificio della sua vita per smascherare il tradimento e così salvare storicamente gli impostori i valori del Fascismo. Nel settembre del 1979, quindi, tornò in Italia per costituirsi all'autorità giudiziaria e -pur senza commettere alcuna delazione- assumere la responsabilità dell'attentato rivendicando fieramente le ragioni politiche ed etiche che lo avevano determinato e affrontare i processi e la prevedibile condanna all'ergastolo che, infatti, gli venne comminata.

    Egli è ormai detenuto da più di 21 anni senza usufruire nè degli sconti di pena nè delle indulgenze carcerarie di cui beneficiano i vari «camerati» e stragisti al servizio -consapevole o meno- degli organismi di tutela del sistema e dei loro occulti ispiratori. Vincenzo Vinciguerra, invece, sballottato da una prigione all'altra, maltrattato e sovente vilipeso dai suoi carcerieri, angariato in molti modi ed anche illegittimamente privato della regolare consegna della corrispondenza, continua tenacemente nella sua opera di denuncia del sistema, indicando pure nei magistrati al servizio del potere gli indispensabili complici per l'occultamento delle nefande trame della democrazia. Ricordiamo i titoli dei suoi libri finora pubblicati (per altri non è finora stato possibile): "Ergastolo per la libertà - Verso la verità sulla strategia della tensione", Arnaud, Firenze 1989; "La strategia del depistaggio", Edizioni Il fenicottero, Bologna 1993; e, recentemente, "Camerati, addio", Edizioni di Avanguardia, Trapani 2000, che reca il sottotitolo "Storia di un inganno, in cinquant'anni di egemonia statunitense in Italia". È la storia di una sequela di tradimenti, in verità un unico, continuo tradimento, iniziato alle origini del «neofascismo» -vale a dire negli stessi giorni della tragica fine della RSI nel sanguinoso aprile del 1945- e durato fino ai nostri giorni; che ha visto come esecrandi protagonisti i Michelini, gli Almirante, i Romualdi, nella prima, lunghissima fase del MSI, e poi gli ancor più squallidi Fini, Servello, Rauti, Signorelli, Delle Chiaie che tuttora imperversano con i loro degni seguaci ed epigoni: i vari Tilgher, Merlino, etc, etc., tanto per citarne alcuni.

    Ci rendiamo conto, a questo punto, che il solo menzionare questi personaggi e le loro nefandezze possa dare il voltastomaco: purtuttavia è necessario conoscerle (ed è questo uno dei meriti dell'opera di Vinciguerra) per smascherare gli agenti ed i meccanismi segreti adoperati senza scrupoli per proteggere il regime democratico, antifascista ed «atlantico» che ci è stato imposto con la vittoria degli «alleati», un regime criminale, corrotto e corruttore, un autentico stato di polizia (l'Italia, tra l'altro, ha il triste primato mondiale nel rapporto percentuale -oltre 370.000 uomini, c. 1 : 170- tra popolazione e consistenza numerica dei numerosi corpi di polizia: PS, CC, GdF, PP, CDdS, ecc., che certamente non stanno li soltanto per difendere i cittadini dai malfattori, il che complementariamente avviene pure, sebbene in maniera scarsamente efficace) che nel difendere se stesso, però, attua con subdola abilità ed efficienza.

    Va peraltro sottolineato che il compito assegnato al regime coloniale (USA) italiano, fu purtroppo facilitato dall'attitudine reducistica e borghese dell’«ambiente neofascista» che, lungi dal dare testimonianza di fedeltà agli ideali della RSI, come quella espressa con il loro estremo sacrificio da decine di migliaia di caduti, i quali davvero seppero combattere e morire indossando la camicia nera (come cantava una loro celebre canzone) - scelsero di slancio il reinserimento nella vita «civile» ed i vantaggi della vita comoda che callidamente erano loro prospettati dai mezzani della destra (pseudo) nazionale e massonica, in cambio del riporre (e del far riporre) nei cassetti dell'oblio il sogno della palingenesi-rivoluzionaria tramandato dai «lor maggiori» e consacrato alla Storia dagli atti della RSI e dal sangue dei nostri caduti.

    Raccomandiamo vivamente, perciò, la lettura dei libri -documenti di denuncia politica e morale di V. V., del quale, in conclusione, vogliamo onorare l'ammirevole comportamento che non esitiamo a definire assolutamente eroico, oltrechè unico nel cialtronesco ambito del «neo» e pseudo fascismo del post RSI. Lo facciamo con le rispettose espressioni di stima manifestatagli nella sentenza di condanna emessa il 25 luglio 1987 dalla Corte d'Assise di Venezia: «Una posizione indubbiamente singolare quella di Vincenzo Vinciguerra (...) la sua figura di soldato politico non è mai venuta meno e mantiene intatta la sua posizione offensiva nei confronti dello stato democratico» (p. XIV).











    (*) Vincenzo Vinciguerra è nato a Catania il 3 gennaio 1949. Autore reo-confesso dell'attentato di Peteano del 1972, conclusosi con la morte di tre carabinieri, è stato condannato all'ergastolo in un processo che ha visto tra gli imputati anche alti ufficiali dei carabinieri, condannati in primo grado a pesanti pene.


    Dei suoi scritti, sono stati pubblicati:




    "Ergastolo per la libertà. Verso la verità sulla strategia della tensione"
    Arnaud, Firenze 1989;




    "La strategia del depistaggio"
    Edizioni il Fenicottero, Bologna 1993.



    Il mensile "Avanguardia" [ http://members.xoom.virgilio.it/Avanguardia/ ] ha pubblicato parecchi suoi scritti inediti, tra i quali: «La voce del silenzio», «Il Drago e l'Arcangelo» e «Toga di fango».




    Camerati, addio

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Vincenzo Vinciguerra - Ergastolo per la Liberta'

    sabato 22 maggio 2010
    Vincenzo Vinciguerra: I vivi e i morti (l'affare Moro)

    Viene qui ripubblicato, con il consenso dell'autore, I vivi e i morti, l'appassionante saggio di Vincenzo Vinciguerra sulla morte di Aldo Moro, scritto a suo tempo per la benemerita Fondazione Cipriani e che da qualche anno non era più disponibile sul web. Per chi volesse saperne di più su questo straordinario testimone del nostro tempo, ricordiamo che il sito di Vinciguerra è: www.marilenagrill.org



    I VIVI E I MORTI (L'affare Moro)



    di Vincenzo Vinciguerra, 1998


    Premessa



    Non avevo mai ipotizzato uno scambio fra le Brigate rosse e la malavita avente come oggetto Aldo Moro, fino all'incontro recentissimo con Michela Cipriani. Colta, preparata, compagna di Luigi Cipriani -la mente più lucida espressa dalla sinistra in questo ultimo trentennio, morto prematuramente per infarto- Michela Cipriani ne ha raccolto l'eredità e ha continuato, nella solitudine di chi vuole comprendere la storia senza accettare le storie ufficialmente accreditate, ad affermare quella verità che il marito, unico e solo, aveva compreso e lei condiviso.


    "Perché i brigatisti, anche a voler credere ad una logica militarista e 'dura' -si chiede Michela Cipriani- avrebbero ucciso un ostaggio che aveva risposto a tutte le loro domande e che, vivo, sarebbe una mina vagante nel potere? Quando mai un esercito ammazza un ostaggio che il nemico non rivuole inditro vivo? E per di più con un rituale, che non era fino ad allora appartenuto loro né lo sarà in seguito, dove la vittima viene lasciata agonizzare per un quarto d'ora e crivellata di colpi quando è morta? Perché non svelare e gestire politicamente il memoriale-bomba che parlava fra l'altro di Stay-behind e che costituiva il maggior risultato politico conseguito dalla lotta armata?" (M. Cipriani, L'affare Moro, la malavita, le colpe di Cesare, nel sito della Fondazione Cipriani sub Luigi Cipriani, Scritti di controinformazione, L'affare Moro)[1]. Una logica stringente che allinea, una dietro l'altra, domande alle quali è possibile dare una sola risposta, quella che Luigi Cipriani aveva già fornito e che lei oggi ribadisce: perché Mario Moretti e i suoi compagni non erano più in possesso del loro ostaggio né del suo memoriale.


    Non è facile provare questa verità, negata, per motivazioni dettate dalla paura, dai brigatisti rossi che il sequestro di Aldo Moro iniziarono ma non conclusero; rifiutata per ragioni evidenti dallo Stato e dalla Democrazia Cristiana, taciuta infine da una malavita che non può ammettere un patto inconfessabile con lo Stato, rivelando la sua qualità di polizia ausiliaria del regime. Mi ricordava Michela Cipriani, riferendosi agli articoli scritti da Mino Pecorelli sul caso Moro, che 'i morti parlano'. Ed é vero.


    Per questa ragione, sfidando il silenzio di tanti, in questo documento daremo voce alla verità dei morti contrapponendola alle menzogne dei vivi. Perché la verità, nonostante tutto, si può ricostruire, tassello dopo tassello, ricomponendo un mosaico che alla fine ci rivelerà la verità.

    Un falsario piccolo, piccolo

    Il primo tassello dal quale iniziare è rappresentato dalla vita e le opere di Antonio Chichiarelli, così come emergono dalle pagine delle ordinanze del giudice istruttore Francesco Monastero.


    Chi era Antonio Chichiarelli? Un falsario, la cui specializzazione lo aveva predestinato a mettersi al servizio degli apparati segreti dello Stato, che di gente come lui ha sempre bisogno per le tante operazioni 'sporche' che compiono (valga per tutti l'utilizzo di Guelfo Osmani, falsario al servizio del Sid con il criptonimo di 'Raffaello' nell'operazione Camerino) in nome e per conto di uno Stato che non è certamente più pulito dei suoi servizi di sicurezza (così li chiamano) e delle loro azioni. Antonio Chichiarelli, detto Tony, conosce la svolta della sua vita quando viene incaricato da qualcuno di redigere un falso comunicato brigatista che annuncia l'avvenuta morte di Aldo Moro ed il suo seppellimento nel lago della Duchessa.


    Fu Antonio Chichiarelli a scriverlo, senza ombra di dubbio alcuno: "...Un'altra e non meno inquietante certezza è stata acquisita -conferma il magistrato romano- nel corso delle indagini istruttorie: la attribuibilità al Chichiarelli del comunicato B.R. n.7 del 18 aprile 1978 (c. d. del lago della Duchessa)..." (Francesco Monastero, Ordinanza 23 marzo 1991, p. 10). L'esecuzione materiale del comunicato fu quindi, con assoluta certezza, opera di un "oscuro ed anonimo pittore falsario della malavita romana" (ivi, p.1), a suggerirne l'ideazione era stato uno dei magistrati più potenti e prestigiosi, a quel tempo, della Procura della repubblica: Claudio Vitalone.


    Ne aveva parlato per primo, in forma reticente, consapevole ovviamente dell'estrema gravità di quanto stava rivelando, un altro discusso e, a quei tempi, potente magistrato romano, Luciano Infelisi, alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro nel 1981: "Si pose un grosso problema -raccontò Infelisi: qualcuno propose che i servizi segreti scrivessero delle lettere, dei volantini al fine di creare una reazione. Questo modo spregiudicato di azione non fu però accettato, anche se non avrebbe comportato la violazione di norme particolari, per la impossibilità, per la mancanza totale di qualsiasi possibilità da parte loro. Allora mi domando -conclude in modo pesantemente allusivo Infelisi- chi può aver creato questo volantino in quel particolare momento: se i nostri servizi, sollecitati, non erano all'altezza di farlo" (Francesco Biscione, Il delitto Moro, Editori riuniti, Roma 1998, p. 228).


    Antonio Chichiarelli era ancora in vita quando il sostituto Procuratore Luciano Infelisi pone la sua retorica domanda, sollevando a priori i servizi di sicurezza da ogni responsabilità. Nessuno, ovviamente, rispose.


    Dovranno passare dodici anni prima che l'ideatore del falso comunicato brigatista, conosciutissimo come vedremo da Luciano Infelisi, venisse allo scoperto.


    Il 10 maggio 1993 Claudio Vitalone, difatti, racconta la sua verità sull'episodio e rende noto il suo ruolo nell'ideazione del falso comunicato. "Una particolare apprensione -racconta ai suoi colleghi romani che lo stanno interrogando- nacque con la lettura del 1° comunicato, dove si faceva riferimento alla circostanza che i comunicati avrebbero dovuto essere scritti con la medesima macchina. Questo a mio avviso -continua Vitalone- rivelava l'intenzione di utilizzare quel solo mezzo per garantire la riconoscibilità di coloro che detenevano l'ostaggio. In altre parole, era purtroppo da presumere che i brigatisti volessero sopprimere Moro dopo averne ottenuto delle dichiarazioni, gestendo poi il sequestro come se Moro fosse ancora in vita. A mio avviso -spiega ancora Vitalone- si doveva contrastare la convinzione dei brigatisti che l'impiego della stessa macchina da scrivere fosse sufficiente alla riconoscibilità delle B.R. Era uno dei modi -inventa fantasioso l'ex magistrato- per costringere le B.R. a tenere in vita l'ostaggio. Parlando con il collega Infelisi suggerì l'idea che, con l'intervento degli organi di polizia giudiziaria, e previa una formale documentazione per gli atti dell'istruttoria, si potesse far diramare un comunicato apocrifo per disorientare le B.R. L'autenticità di tale comunicato avrebbe potuto essere strumentalmente attestata da organi di polizia scientifica. Ripeto, questo per costringere le B.R. a non sopprimere l'ostaggio. Quest'idea, peraltro -conclude Claudio Vitalone- non ebbe alcun seguito né mi consta che ad essa possa essersi ispirata alcuna iniziativa autonoma degli organi di polizia" (ibidem).


    I due, Infelisi e Vitalone, in parte credibili nelle fasi iniziali e centrali dei loro racconti, all'unisono concludono mentendo entrambi. Claudio Vitalone fa un lapsus considerevole facendo riferimento, difatti, non ai servizi segreti ma ad 'organi di polizia'. Più malizioso ma altrettanto esplicito nell'escludere la responsabilità diretta dei servizi di sicurezza era stato Luciano Infelisi, secondo il quale questi ultimi 'non erano all'altezza di farlo' e chiede, quindi, chi abbia mai potuto scrivere quel falso documento.


    Una domanda assurda perché, come abbiamo visto, proprio a Infelisi Claudio Vitalone aveva parlato non solo dell'idea di un falso comunicato brigatista ma anche degli organi di polizia che avrebbero dovuto provvedere alla bisogna: la polizia giudiziaria. Un organo, quest'ultimo, che è il braccio operativo della magistratura inquirente, il più idoneo a trovare gli uomini giusti per un'operazione spregiudicata nel solo ambiente in cui fossero reperibili, quello della malavita che gli uomini dei nuclei di P.G. conoscono meglio di ogni altro organo di polizia.


    Ma non fu questo il solo motivo. Sappiamo come in realtà gli apparati segreti dello Stato, militari e civili, siano preparati ad azioni del genere, che si sogliono definire di 'disinformazione difensiva' che rientrano nelle loro competenze specifiche e nelle loro possibilità. Così che i tentativi di Luciano Infelisi e Claudio Vitalone di escludere la partecipazione dei servizi segreti all'operazione del lago della Duchessa non hanno parvenza di credibilità ma forniscono un'indicazione importante, essenziale per comprendere quanto è avvenuto nel corso del sequestro di Aldo Moro.


    Ci dicono, questi tentativi, che il potere giudiziario romano, di cui Claudio Vitalone era esponente ma non certo l'unico responsabile, non si limitò a ideare l'operazione del falso comunicato brigatista del 18 aprile 1978 ma era in grado di gestirla utilizzando un organo di polizia che potesse assicurare sia il collegamento con i servizi segreti militari e civili (che sono in tal modo 'coperti') che quello con i malavitosi chiamati ad eseguirla materialmente. Le conferme le troviamo nelle pagine dell'ordinanza di Francesco Monastero.


    Antonio Chichiarelli che, singolarmente, non appare in contatto riservato con alcun corpo di polizia o servizio di sicurezza, aveva un amico intimo, Luciano Dal Bello, che era "per un verso confidente, anche a significativi livelli e per altro comprimario nelle oscure trame del Chichiarelli (F. Monastero, Ordinanza cit., p. 13). Ma di chi era 'confidente', Luciano Dal Bello? Di tale maresciallo Solinas, in forza al Nucleo di Polizia giudiziaria di Roma, che seguirà passo passo i movimenti di Antonio Chichiarelli e che infine affiderà, ufficialmente solo nel 1983, il proprio 'confidente' al Sisde, il servizio segreto civile.


    E il cerchio si chiude. Può apparire questa nostra ricostruzione ai limiti della verosimiglianza ma i riscontri per sostenerla ci sono, diretti e veridici e, quand'anche indiretti, di pregnante significato.


    Antonio Chichiarelli aveva continuato a lavorare per i suoi committenti anche dopo aver scritto il falso comunicato del lago della Duchessa. Il 20 maggio 1978 aveva, difatti, stilato il "comunicato in codice nr.1" dove "si faceva tra l'altro riferimento -scrive il giudice Monastero- alle note operazioni di polizia condotte in via Gradoli ed in località lago della Duchessa" (ivi, p. 7).


    Il 10 aprile 1979, il falsario abbandonava in un taxi un borsello che, consegnato al Reparto operativo dei carabinieri di Roma, diretto dal tenente colonnello Antonio Cornacchia, rivelò contenere: "...una pistola Beretta calibro 9 con matricola limata; un caricatore; 11 pallottole 7,65 e una di calibro maggiore; una testina rotante Ibm di corpo 12; un mazzo di nove chiavi; due cubi flash; un pacchetto di fazzoletti di carta di marca Paloma; una cartina autostradale della zona comprendente il lago di Vico, Amatrice e il lago della Duchessa; una bustina con tre piccole pillole bianche; alcuni fogli dell'elenco telefonico di Roma con i numeri dei centralini dei ministeri; una patente di guida contraffatta intestata a Luciano Grossetti; un volantino falso-brigatista che inizia con la frase "Attuare proseguimento logica dell'annientamento"; un frammento del biglietto del traghetto Messina-Villa san Giovanni; il manoscritto di una bozza di discussione politica o di un documento teorico; quattro fotocopie di schede dattiloscritte stese in un linguaggio simile a quello della polizia riguardanti rispettivamente l'omicidio di Pecorelli (con annotazioni che indicano materiale recuperato e alcune cifre relative a parti mancanti), un'azione ai danni del Procuratore della repubblica Achille Gallucci, un progetto di rapimento dell'avvocato Prisco, il progetto dell'annientamento della scorta del presidente della Camera, Pietro Ingrao" (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 225).


    Il 17 aprile 1979, con una telefonata al quotidiano Vita sera veniva fatto rinvenire, all'interno di una cabina telefonica, altro materiale chiaramente connesso a quello contenuto nel borsello fatto ritrovare tre giorni prima, a reiterazione del messaggio precedente (ibidem).


    "Il 17 novembre 1980, erano fatte rinvenire a un giornalista le quattro schede, sempre in fotocopia, su quella di Pecorelli c'è un'annotazione autografa: 'Sereno Freato!' "(ivi, p. 226), "unitamente a munizioni cal. 7,62" (F. Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986, p. 5).


    Seguono quattro lunghi anni di silenzio, poi, il 24 marzo 1984 alle ore 06.30, veniva rapinato da quattro uomini il deposito valori della società Brink's Securmark, in via Aurelia a Roma, con un bottino che si aggirava approssimativamente sui 35 miliardi. L'operazione era iniziata la sera precedente, quando la guardia giurata Franco Parsi, in servizio presso la Brink's, "mentre si accingeva a far rientro presso la sua abitazione, era stato avvicinato, nel garage sottostante, da quattro individui armati che, dopo essersi qualificati come agenti della Digos ed esibiti dei tesserini di riconoscimento, contestavano al Parsi di aver saputo che egli deteneva un grosso quantitativo di sostanza stupefacente e che per tale ragione dovevano effettuare una perquisizione nel suo domicilio. Quivi giunti -prosegue il magistrato- i quattro esplicitavano le loro reali intenzioni: asserivano di essere militanti delle Brigate rosse ed a tal fine mostravano un opuscolo recante lo stemma di quella organizzazione e sostenevano che era loro intendimento prelevare il denaro dal caveau della Brink's Securmark, definito da quello che sembrava il capo come 'bunker di Stato di Sindona' (ivi, p. 1). Il 'capo' dei rapinatori dimostrava di essere, secondo il racconto della guardia giurata, "assai bene informato sia sugli enti che la Brink's serviva, sia sui nominativi e le residenze del personale, sia, infine, sugli stessi dirigenti della società, asserendo addirittura che "il generale Ambrogi che sta a Firenze...era una loro vecchia conoscenza" (ibidem).


    Compiuta la rapina, "intorno alle ore 18 della stessa mattinata giungeva al quotidiano L'Unità una telefonata anonima con la quale una persona, a nome delle Brigate rosse, rivendicava l' 'esproprio proletario' alla 'banca sindoniana'...mentre i rilievi prontamente eseguiti consentivano il sequestro di una bomba Energa da esercitazione, di un involucro contenente polvere pirica colorante, nonché di 7 proiettili cal. 7,62 Nato per mitragliatrice, proiettili a dire del Parsi 'volutamente buttati a terra dal capo e non persi', quasi che gli stessi avessero un valore simbolico, al momento peraltro non percettibile" (ivi, p. 2).


    Ma non era finita, perché il 24 marzo 1984 "un redattore del quotidiano Il Messaggero riceveva una telefonata nel corso della quale un anonimo, qualificatosi come portavoce delle Brigate rosse, rivelava l'esistenza di materiale definito 'interessante', occultato nel cestino dei rifiuti sito nei pressi della statua del Belli. Recatosi sul posto, il giornalista effettivamente rinveniva, nel luogo indicato, una busta contenente tre proiettili cal. 7,62 Nato -analoghi a quelli volutamente abbandonati nei locali della Brink's Securmark- nonché varia documentazione che veniva prontamente consegnata al Reparto operativo dei carabinieri di Roma per il relativo esame. Il collegamento tra detto materiale -conviene il giudice Monastero- e la clamorosa rapina compiuta due giorni prima, appariva ictu oculi, giacché tra i documenti fatti rinvenire vi erano alcune distinte e rimesse di fondi effettuate da vari istituti di credito alla Brink's Securmark proprio nella giornata antecedente il crimine, ed asportate dai malviventi con i veri plichi contenenti i valori.


    Ma ciò che più stupiva era la singolare 'natura' dei restanti documenti, la più parte dei quali aventi una contorta ed allarmante storia, ed il cui contestuale rinvenimento evidenziava una precisa volontà di indicare una specifica circostanza che permettesse di cogliere i tratti unificanti delle eterogenee vicende, che quei documenti in qualche modo prendevano a riferimento. Tale materiale era rappresentato da due frammenti di fotografie rappresentanti la dizione e lo stemma delle Brigate rosse, da un ritaglio di dattiloscritto firmato dalla 'cellula Romana sud - Brigate rosse'...nonché da quattro schede dattiloscritte relative a tale 'operazione A. N. A.', al 'presidente della Camera Pietro Ingrao', 'al giudice istruttore Achille Gallucci' nonché a 'Pecorelli Mino'..." (ivi, pp. 3-4).


    Lo scopo della rivendicazione appare chiaro perfino a Monastero che riconosce come fosse "fin troppo evidente che l'autore dello scritto aveva volutamente applicato sul documento il ritaglio di un altro, con la stesura delle Brigate rosse, solo per lanciare un 'messaggio' e non certo per effettuare una rivendicazione che, per le modalità stesse in cui era confezionato il documento (il frontespizio grossolanamente incollato con nastro adesivo), appariva chiaramente 'depistante'. Ma proprio l'esame di tale frontespizio e dell'altro ritaglio firmato dalla cellula Romana sud delle B. R., frammenti, si badi bene, redatti entrambi in originale, consentiva di accertare che gli stessi si presentavano assolutamente identici alle relative parti del cosiddetto 'comunicato in codice nr. 1' fatto pervenire da ignoti il 20 maggio 1978 nel corso del sequestro Moro..."(ivi, p. 4).


    (continua)


    Andrea Carancini: Vincenzo Vinciguerra: I vivi e i morti (l'affare Moro)

  3. #3
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    Predefinito Rif: Vincenzo Vinciguerra - Ergastolo per la Liberta'

    Una visione piuttosto riduttiva perché, in realtà, Antonio Chichiarelli e, più esattamente, coloro per i quali operava avevano compiuto, nella successione cronologica che abbiamo ricostruito, interventi depistanti sul sequestro di Aldo Moro, sull'omicidio di Mino Pecorelli e su quello del colonnello dei carabinieri Antonio Varisco.


    Prima di addentrarci nell'esame degli elementi che il falsario romano ha utilizzato per depistare le indagini sugli omicidi del giornalista Pecorelli e del colonnello Varisco, per cercare di comprenderne le ragioni ed illuminarne la perversa logica, è necessario rispondere a una domanda che tutti hanno voluto eludere nel corso di questi anni: potevano gli organi di polizia ed i servizi di sicurezza individuare Antonio Chichiarelli, arrestarlo e sequestrargli il materiale, farsi raccontare la verità sul suo ruolo di 'depistatore' professionista e, infine, farsi dire i nomi dei mandanti? O, realmente, per le forze di polizia ed i servizi segreti Antonio Chichiarelli era sempre rimasto "l'oscuro ed anonimo pittore falsario della malavita romana", come ha inteso dipingerlo il giudice istruttore Francesco Monastero?


    I fatti accertati e, contemporaneamente, negletti dallo stesso magistrato romano ci dicono l'esatto contrario.

    Un ignoto a tutti noto


    Antonio Chichiarelli era, difatti, conosciutissimo da tutti gli organi di polizia della capitale e dai servizi di sicurezza, in particolare dal Sisde, proprio per le sue attività 'politiche' e depistanti. Seguiamo, anche in questo caso in ordine cronologico, le tappe di una 'copertura' che viene concessa ad Antonio Chichiarelli, apparentemente senza alcuna contropartita, da tutti gli organi di polizia e di sicurezza.


    Ai primi di marzo del 1979, Luciano Dal Bello informa il maresciallo Solinas, in servizio presso il Nucleo di P.G. dei carabinieri "di un progetto di attentato ai danni di una personalità politica che abitava nei pressi della circonvallazione Nomentana" (F. Monastero, Ordinanza cit., p. 12). Non basta perché "il Solinas, come oggi sostiene, ebbe effettivamente a notiziare il suo comandante dell'epoca, col. Campo -scrive impassibile il magistrato romano- che la sua fonte era il Dal Bello Luciano e che, cosa ancor più grave, l'attentatore doveva essere tale Chichiarelli Antonio, intimo amico del Dal Bello, sulle cui tracce quest'ultimo voleva quindi in qualche modo portare gli inquirenti..."(ivi, p. 13).


    Il 14 aprile 1979, come abbiamo visto, viene fatto trovare il borsello che conteneva, fra l'altro, il progetto di attentato all'onorevole Pietro Ingrao, debitamente consegnato ai carabinieri del Nucleo operativo di Roma. Forti delle notizie riferite da Luciano dal Bello i carabinieri, proprio esaminando la scheda relativa a Pietro Ingrao, non avrebbero avuto alcuna difficoltà a risalire ad Antonio Chichiarelli, già identificato come aspirante attentatore al presidente della Camera dei deputati ed alla sua scorta dalla 'soffiata' dello stesso dal Bello. Difatti, "da un insieme di circostanze utili ai fini investigativi -rileva Monastero- (zona dell'attentato, riferimento alla scorta del presidente Ingrao ecc.) poteva...ricollegarsi la scheda in questione (e quindi il borsello nel suo insieme) alla informativa di cui sopra. E che tale collegamento costituisse un naturale sviluppo della logica investigativa...è dimostrato dal fatto che effettivamente alcuni organi di P.G. e di sicurezza (Reparto operativo dei carabinieri e Sismi in particolare) immediatamente 'richiamarono l'attenzione'...sul contenuto della telefonata fonte dell'informativa" (ivi, pp. 12-13).


    Eh sì, perché all'epoca l'informazione fornita da Luciano dal Bello era stata ufficialmente spacciata dal colonnello Campo, responsabile del Nucleo di P.G. dei carabinieri, come proveniente da una fonte telefonica anonima. Ma, nonostante questa precauzione, restava il fatto che l'informazione si era rivelata fondata e, soprattutto, che c'era agli atti anche il nome, in chiare lettere, del probabile attentatore: Antonio Chichiarelli.


    E se gli organi di polizia e di sicurezza avrebbero avuto il dovere di intervenire a scopo preventivo, a favore di Pietro Ingrao e della sua scorta, avrebbero dovuto farlo anche sotto il profilo repressivo perché nel borsello fatto rinvenire il 14 aprile c'erano riferimenti al sequestro-omicidio di Aldo Moro e a quello di Mino Pecorelli, dalla cui eliminazione fisica (20 marzo 1979) non era trascorso nemmeno un mese.


    Non accadde, viceversa, nulla.


    Il servizio segreto militare, il reparto operativo dei carabinieri di Roma ed il Nucleo di P.G. accantonarono prove e nome di Antonio Chichiarelli come non fossero mai esistiti.


    Ne conviene lo stesso Monastero che, dopo aver avuto dal colonnello Campo la conferma "che si trattava di una notizia confidenzialmente assunta e non già di una telefonata anonima" (ivi, p. 14), a riprova della veridicità delle dichiarazioni rese dal maresciallo Solinas, così prosegue: "Il non aver dato credito a tale notizia ha impedito di perlustrare tale campo di indagine (una perquisizione con acquisizione di documentazione cartacea avrebbe infatti fornito la certezza che il Chichiarelli era il proprietario del borsello...che avrebbe permesso, a pochi mesi dalla morte del giornalista Mino Pecorelli (in realtà erano trascorse tre sole settimane, nda), il cui omicidio veniva peraltro rivendicato con altra scheda sita all'interno dello stesso borsello, di acquisire la viva voce di colui che andava tessendo così oscure trame" (ivi, pp. 14-15).


    Tutto qui. Un commento obbligato, fatto con tono sommesso e nessun provvedimento a carico dei responsabili di un'omissione (col.Campo, col.Cornacchia, gen.Lugaresi) che consentirà ad Antonio Chichiarelli di proseguire nella sua ingloriosa carriera al servizio di potenti. Soddisfatto di sé stesso, Francesco Monastero, magistrato romano, prosegue nel racconto di altri episodi destinati a suscitare la sua perplessità (e solo quella), come "l'altro, sintomatico episodio avvenuto nell'agosto dello stesso 1979, quando fu rinvenuto casualmente sulla persona di Chichiarelli, ad opera del commissariato Monteverde, una testina rotante Ibm che, immediatamente sequestrata, fu poi restituita al proprietario dopo generiche indagini di cui si da atto nel rapporto...E' ben vero -azzarda Monastero- infatti che le testine rotanti Ibm possono essere legittimamente detenute non costituendo per ciò solo motivo di allarme, ma è anche vero che tale testina, rinvenuta ad un pregiudicato negli anni 'caldi' del sequestro Moro, forse avrebbe legittimato qualche comparazione con alcuni scritti (comunicati BR-schede) la cui paternità era ancora assolutamente ignota. E ciò soprattutto in considerazione del fatto che, sentito a s.i.t. (verbale di sommarie informazioni testimoniali nda), il Chichiarelli faceva riferimento a via Balsani (cfr.scheda on.Ingrao) come punto di contatto con tale Matteucci al quale avrebbe dovuto consegnarla" (ivi, p. 15).


    Accantonata quest'altra occasione 'perduta' dalle forze di polizia, Francesco Monastero ci gratifica con un'altra notizia 'singolare'.


    Scrive che il 25 novembre 1982 era pervenuto alla Squadra mobile della Questura di Roma un 'appunto' relativo relativo ad un progettato sequestro di persona ai danni di un cittadino libico...in tale appunto si faceva riferimento al Chichiarelli e al dal Bello come mandanti del sequestro di un cittadino libico -reitera Monastero- e di entrambi si allegavano manoscritture autografe" (ivi, p. 16). In pratica, la Squadra mobile della Questura di Roma e il Sisde, all'epoca diretto da Vincenzo Parisi, sarebbero stati in grado di identificare il Chichiarelli e scoprire ciò che aveva fatto a partire dal 18 aprile 1978 nell'arco di pochi giorni, a fine novembre del 1982. Ne conviene -bontà sua- anche Monastero che l' 'appunto' in questione lo ha ricevuto dalla polizia il 12 ottobre 1984, scrivendo: "Orbene, una comparizione visiva -poi invero confermata dagli elaborati peritali effettuati da questo ufficio- permetteva di collegare immediatamente l'autore di una delle suddette manoscritture con l'autore delle manoscritture che si trovavano nel borsello e, in particolare, sulle schede attesa la particolare somiglianza" (ibidem).


    In sostanza, ci dice in modo tortuoso il giudice romano, sarebbe stato sufficiente ai funzionari della Squadra mobile della Questura di Roma e del Sisde comparare 'a vista' la scrittura inviata da Luciano Dal Bello con quella che appariva sulle schede rinvenute nell'ormai noto 'borsello' per scoprire che una, quella del Chichiarelli, era identica. A quel punto bastava andare a prenderselo e porlo dinanzi alle prove inconfutabili delle sue responsabilità, ottenendo senza fatica la confessione dell' 'oscuro pittore falsario'. Non è stato fatto. In compenso, Vincenzo Parisi è divenuto capo della polizia.


    E c'è altro. Lo facciamo raccontare testualmente ed integralmente al giudice istruttore Francesco Monastero.


    "In data 23 novembre 1983...mentre il Chichiarelli era ancora in vita, il Nucleo tutela patrimonio artistico dei carabinieri di Roma in un appunto...contenente informazioni riservate assunte -attraverso il m.llo Giombelli- sul conto di Chichiarelli: in particolare si addebitava al Chichiarelli di essere l'autore del falso comunicato del lago della Duchessa e di essere ancora in possesso della testina rotante Ibm servita a compilare il predetto comunicato ma le relative indagini -ha l'ardire di scrivere Monastero senza, ovviamente, scendere in dettagli di queste 'indagini' solo presunte -non approdavano ad utili risultati" (ivi, p. 17).


    E tanto scrive codesto giudice, benché riconosca nel prosieguo del suo racconto che "tale informativa veniva inviata all'Ufficio in data 12 ottobre 1984 e le indagini espletate nell'ambito di questo processo, portavano a concludere...senza ombra di dubbio che la fonte del Giombelli era sempre lo stesso Dal Bello, presentatogli questa volta da tale Andrei Guelfo Giuliano sempre per il tramite del m.llo Solinas" (ivi, p. 18).


    Anche in questo caso, nulla viene fatto sommandolo al niente fatto in precedenza.


    L'unico che trae vantaggio da tante 'soffiate' fatte a vuoto è l'amico, delinquente e spione, di Antonio Chichiarelli, Luciano Dal Bello. Difatti, sempre nel corso del 1983, in data che il Monastero non specifica, Luciano Dal Bello le stesse, identiche cose insieme a tutto ciò che sapeva sul conto di Antonio Chichiarelli e a quanto da lui fatto in prima persona fino a quel momento per farlo identificare ed arrestare, le aveva raccontate agli uomini del Sisde, di cui era divenuto stabile informatore tramite i buoni uffici del maresciallo dei carabinieri Solinas che lo aveva posto in contatto con tali "Erasmo e Scipioni, entrambi appartenenti al servizio" (ibidem).


    Da quel momento non si hanno più notizie di altre iniziative assunte da Dal Bello per fare arrestare Antonio Chichiarelli, avvalorando così che il Sisde diretto -ricordiamolo ancora- da Vincenzo Parisi, noto pupillo di Oscar Luigi Scalfaro, ne abbia pagato il silenzio assumendolo come informatore stabile e retribuito, magari lautamente. Se ne ricava che il servizio segreto civile si preoccupa di fermare il Dal Bello nella sua opera di interessata denuncia non anonima, suscettibile quindi di essere utilizzata in ambito giudiziario, del Chichiarelli in modo da consentire a costui di proseguire indisturbato nella sua vita e nelle sue opere.


    Eventualmente, il Sisde acquisisce con l' 'acquisto' di Luciano Dal Bello, un individuo che è ora obbligato a vendergli in esclusiva quanto viene a sapere sul conto del suo 'amico', così da garantirsi che nessun altro apparato segreto o corpo di polizia possa sapere altro sul conto del falsario, autore del comunicato del lago della Duchessa e di tanti altri lavori sporchi compiuti per il potere politico e lo Stato.


    La protezione per Antonio Chichiarelli scatta anche nel momento in cui compie la rapina alla Brink's Securmarks. La prima conclusione alla quale si può difatti giungere dopo questo lungo ma necessario riepilogo sia delle attività del Chichiarelli che delle occasioni avute dalle forze di polizia e dai servizi segreti per arrestarlo è che, a poche ore dal compimento della rapina del 24 marzo 1984, prima ancora che giungesse la 'rivendicazione' documentata, due giorni più tardi, il Nucleo di P.G. dei carabinieri di Roma e il Sisde da un lato, la Squadra mobile della Questura di Roma, il Reparto operativo dei carabinieri e il Nucleo di tutela del patriminio artistico dei carabinieri, sapevano, i primi due chi aveva rapinato 35 miliardi, ed erano in grado di individuarlo nel giro di pochissimi giorni se non proprio di ore, tutti gli altri.


    Fingendo di dimenticare ciò che egli stesso ha accertato e riportato nelle pagine delle sue ordinanze, Francesco Monastero giunge alle nostre stesse conclusioni, valide però a suo avviso solo per Luciano Dal Bello. Scrive, difatti, che il coinvolgimento nella rapina alla Brink's Securmark di costui si era reso necessario "perché, attraverso la 'rivendicazione' della rapina, lo stesso Dal Bello, conoscendo tutti i trascorsi del Chichiarelli ne avrebbe immediatamente intuito la responsabilità" (F. Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986 cit., p. 29).


    Come abbiamo visto, con buona pace di questo ennesimo magistrato che tutto scopre e ancor di più copre, i 'trascorsi' di Antonio Chichiarelli li conoscevano tutte le forze di polizia ed i servizi segreti operanti in Italia, proprio perché a farglieli conoscere e, infine, a raccontarglieli in prima persona era stato lo stesso Luciano Dal Bello. Il ragionamento, in questo caso impeccabile, del magistrato romano vale quindi anche per coloro che in rappresentanza dello Stato si erano assunti il compito di consentire libertà di azione ad Antonio Chichiarelli, estesa fino al punto di permettergli di rubare 35 miliardi e di poterseli godere in compagnia dei suoi complici.

    L'amico degli amici


    Quanto ampia, praticamente illimitata, fosse la libertà di azione che gli veniva concessa dallo Stato non lo immaginava lo stesso Chichiarelli, non almeno nel caso della rapina alla Brink's Securmark, troppo clamorosa per l'entità del bottino perché fosse lasciata impunita ed i suoi autori non perseguiti. Si preoccupa, quindi, Antonio Chichiarelli di gonfiarsi il viso con la paraffina e di tagliarsi i baffi "cosa che gli cambiava completamente il volto" (ivi, p. 27). Un accorgimento superfluo perché, come sappiamo ormai, i suoi timori non avevano ragione di essere, visto che nessuno aveva avuto la volontà di arrestare l'autore materiale dei depistaggi sugli omicidi Moro, Pecorelli e Varisco e, per naturale conseguenza, nessuno sarebbe andato a cercare il rapinatore della Brink's Securmark che si identificava nella medesima persona.


    E questa realtà la percepì anche l'interessato che passò dall'iniziale paura del delinquente che sa di avere osato troppo ad un'euforia che in breve divenne un autentico delirio di onnipotenza. Antonio Chichiarelli si mise, pertanto, a parlare liberamente delle sue attività passate e ad investire parte della somma ingentissima rapinata nella stessa capitale, affidandosi ai servigi di un commercialista, Osvaldo Lai, "più volte ricoverato per etilismo" (ivi, p. 7). Un comportamento anomalo che contrastava con le più elementari regole di prudenza e che, ovviamente, non venne imitato dai suoi complici che la loro parte la riciclarono all'estero e attraverso una serie di operazioni bancarie in istituti di credito dell'alta Italia.


    A rafforzare la sicurezza spavaldamente esibita da Antonio Chichiarelli contribuì certamente la presenza -e la potenza- del mandante della rapina al deposito valori della Brink's Sucurmark, un 'fantasma' che nessuno ha mai cercato di individuare benché sia facilmente ipotizzabile la sua partecipazione, sempre come committente e/o intermediario, ai depistaggi operati dal falsario romano a partire dal 18 aprile 1978.


    Ma questo ectoplasma, senza corpo né nome né volto, esiste.


    A lui fanno riferimento sia il Lai che il dal Bello, come ammette il giudice istruttore Francesco Monastero scrivendo che "il Lai ha fatto riferimento a talune confidenze ricevute sempre dal Chichiarelli, circa il fatto che l'organizzatore del crimine era stato 'un personaggio del tutto insospettabile', dal quale lo stesso Chichiarelli diceva 'di dover prendere ordini'. La assonanza più che singolare di tali ultime affermazioni con quelle rese dal Dal Bello -rileva Monastero- nell'interrogatorio del 24 maggio 1984 e la necessità di un ulteriore approfondimento istruttorio ha imposto la trattazione separata delle inquietanti vicende di cui si è testè fatto cenno" (ivi, p. 10).


    Ma Francesco Monastero si guarderà bene dall'approfondire l'argomento, anzi ostenta di credere che il Chichiarelli come "principale artefice della rapina...ha beneficiato in modo decisamente più cospicuo rispetto ai complici torinesi con un bottino di circa 10 miliardi di lire" (ivi, p. 30). Senza quindi, in apparenza, farsi sfiorare dal sospetto che di tale cifra metà fosse destinata all'ignoto ispiratore del 'colpo', a favore della cui esistenza depongono non solo le pregresse affermazioni dello stesso Chichiarelli, riportate in sede giudiziarie dal Lai, e quelle rese dallo stesso Luciano Dal Bello, ma anche altri e ancor più validi elementi.


    Non è credibile pensare che Antonio Chichiarelli potesse fare riferimento alla conoscenza fra il generale 'Ambrogi' residente a Firenze e i dirigenti della Brink's Securmark; né che potesse conoscere dettagliatamente indirizzi, abitudini, particolari sulla vita privata dei responsabili dell'istituto bancario né i suoi collegamenti con Michele Sindona. Dettagli, questi, che potrebbero far pensare a un 'mandante' interno alla dirigenza della Brink's Securmark, se non si aggiungesse ad essi il particolare che "proprio sulla Brink's Securmark fosse stata rinvenuta una scheda informativa nel covo di via Prenestina 220, in uso a militanti della destra eversiva...circostanza che -conclude Francesco Monastero- anche nella ipotesi di una semplice coincidenza, contribuiva in qualche modo ad offuscare un quadro d'insieme, che già di per sé mostrava contorni a dir poco indistinti" (ivi, p. 6).


    Affermazione invero singolare, visto che un altro magistrato romano, Giovanni Salvi, ricorda come Antonio Chichiarelli fosse in contatto con persone gravitanti nell'ambiente di destra, ad esempio Giacomo Comacchio e Massimo Sparti (Giovanni Salvi, Requisitoria 6 aprile 1991, p. 44). Ed il primo verrà indiziato per l'omicidio di Antonio Chichiarelli e, infine, prosciolto proprio dal giudice istruttore Francesco Monastero.


    E, se consideriamo come il Chichiarelli fosse un gregario della banda della Magliana, vediamo come l'ignoto ispiratore della rapina alla Brink's Securmark potesse pacificamente avere rapporti privilegiati, per le funzioni che svolgeva in ambito istituzionale e/o politico, con quell'ambiente politico delinquenziale che era la destra romana; e avesse dato anche a personaggi in esso stabilmente inseriti l'idea e gli elementi informativi per compiere la rapina riservando a se stesso la parte che, poi, gli ha dato Antonio Chichiarelli.


    E quest'ultimo giunge per primo al compimento di una rapina tanto clamorosa per l'entità del bottino grazie all'aiuto determinante del confidente del Sisde Luciano Dal Bello ("...l'unico denaro che Tony ottenne per predisporre l'azione fu quello 'datogli' in varie occasioni dal Dal Bello"; "il La Chioma è stato presentato dal Dal Bello al Chichiarelli al precipuo scopo di compiere lucrose azioni delittuose": Francesco Monastero, Ordinanza ult. cit., p. 28), che stranamente però non appare fra coloro che spartiscono la somma rapinata, accontentandosi delle briciole, pur prestandosi a fare da custode alla cifra elevatissima di 8 miliardi che gli consegna Chichiarelli.


    Un rebus solo apparente, perché l'insieme degli elementi esposti, valutati con serenità, senza prevenzioni o preconcetti, conduce a collocare il mandante in quell'ambiente istituzionale (Sisde, magistratura etc.) e/o politico che aveva diretto fin dall'inizio Antonio Chichiarelli. Un uomo in grado di valutare con professionalità, dall'alto della sua posizione i guasti che il comportamento esibizionista di Antonio Chichiarelli rischia di provocare allargando a dismisura il numero di coloro che sanno, includendovi tanti che non devono sapere.


    Passeranno sei mesi e quattro giorni prima che questo 'qualcuno', valutati i pro e i contro, dopo aver fatto scomparire qualsiasi elemento documentale utilizzato dal falsario per redigere i comunicati depistanti, decide che Antonio Chichiarelli, reso euforico dal successo ottenuto, in grado di rendersi ormai indipendente dal suo burattinaio, si è trasformato in un pericolo potenziale che è meglio sventare a tempo nell'unico modo che lo Stato conosce in questi casi: condannandolo a morte.


    La sentenza venne eseguita alle ore 2,45 della notte del 28 settembre 1984: "Chichiarelli Antonio e la convivente Cirilli Cristina, mentre rientravano nella propria abitazione sita in via Martini 26 -racconta freddamente Monastero- venivano attinti da numerosi colpi di arma da fuoco cal. 6,35, esplosi da un individuo poi dileguatosi" (F. Monastero, Ordinanza 26 marzo 1991 cit., p. 3).


    Ma chi era, in effetti, Antonio Chichiarelli?


    Secondo il giudice che più di ogni altro ha indagato sul suo conto, era solo un "oscuro pittore falsario", un malavitoso di piccolo cabotaggio e di bassissima levatura. Tanto ne è convinto (almeno ufficialmente) Francesco Monastero da accusare Osvaldo Lai di voler "...colorire la personalità del medesimo Chichiarelli con accenni ai rapporti di conoscenza che quest'ultimo avrebbe avuto con qualificati elementi della malavita" (F. Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986, p. 9). Secondo il sostituto procuratore Giovanni Salvi, invece, Chichiarelli era "sicuramente in rapporti con Danilo Abbruciati e Ernesto Diotallevi" (G. Salvi, Requisitoria cit., p. 44), vale a dire con i vertici della cosiddetta banda della Magliana, la crema della delinquenza romana in quel periodo. Inoltre, il Chichiarelli amava definirsi -recitando evidentemente un ruolo coerente con l'attività di 'depistatore' che svolgeva- un uomo di sinistra ma, in realtà, scrive ancora Giovanni Salvi "era addentro all'ambiente della destra eversiva e, in particolare, risultava in contatto oltre che con Comacchio, con Massimo Sparti, il quale era strettamente legato a sua volta ai fratelli Fioravanti" (ibidem).


    Ma volgere la propria attenzione alla destra impropriamente definita 'eversiva', assecondando l'immutabile atteggiamento della magistratura non disposta ad ammettere che c'è stata solo una 'destra di Stato', significherebbe allontanarsi dalla verità relativa ad Antonio Chichiarelli e dai suoi rapporti istituzionali e malavitosi, entrambi ad alto livello.


    Non era un capo, non aveva Antonio Chichiarelli la personalità di chi è atto al comando e capace di condurre per suo conto un gioco raffinato e terribilmente rischioso come quello nel quale si è trovato coinvolto, era la pedina di "un unico disegno -come scrive il sostituto Procuratore romano Pietro Saviotti- in chiave strategicamente inquinante e di intimidazione mirata, del quale è stato materialmente partecipe...portatore di interessi che travalicano la sua personalità..."(Pietro Saviotti, Requisitoria 26 marzo 1990, p. 2). Un esecutore materiale di ordini che si teneva come amico al quale raccontare tutto ciò che faceva, Luciano Dal Bello di cui conosceva perfettamente l'attività di informatore dei carabinieri "sin dal 1977/78" (ivi, p. 43).


    Una pedina, certo, "ma comunque in possesso di informazioni riservatissime, anche ignote agli stessi inquirenti" (ivi, p. 2). Non un millantatore, dunque, come cerca di descriverlo il giudice istruttore Francesco Monastero, ma un gregario affidabile che assumeva ordini da persone inserite in ambito politico-istituzionale, mediati dai vertici della banda della Magliana, almeno fino ad una certa data.


    Un subalterno dello Stato, un amico degli amici: questo è stato Antonio Chichiarelli.


    E dopo di lui, un gradino più in alto c'erano gli altri sui quali volgere brevemente lo sguardo.





    (continua)


    Andrea Carancini: Vincenzo Vinciguerra: I vivi e i morti (l'affare Moro)

  4. #4
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Vincenzo Vinciguerra - Ergastolo per la Liberta'

    Gli amici dell'amico


    Il mondo malavitoso nel quale era inserito Antonio Chichiarelli era rappresentato dalla cosiddetta 'banda della Magliana', una vera e propria agenzia criminale che si era posta a servizio dell'anticomunismo, delle sue forze politiche e degli apparati segreti dello Stato. Se le simpatie politiche facevano dei delinquenti della Magliana una sorta di 'guardie bianche' del regime cattolico-democristiano, l'interesse materiale era l'unico vero movente ispiratore di ogni loro azione, come si conviene ad uomini che hanno venduto l'anima per denaro e bene hanno fatto perché "hanno barattato letame con oro".


    Il loro capo riconosciuto era Franco Giuseppucci che, scrive Francesco Biscione, "era (anche) un fascista, sostenitore elettorale di Formisano e del Movimento sociale italiano e legato al criminologo Aldo Semerari che contraccambiava il sostegno elettorale e propagandistico con generose diagnosi di infermità e seminfermità mentale per i sodali della banda nelle sedi peritali medico-legali" (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p. 209). Un personaggio, Giuseppucci, che non poteva certo essere mosso da simpatie politiche per il 'filocomunista' Aldo Moro, e men che mai da ragioni di carattere umanitario. Ad attivarlo per rintracciare la prigione dov'era detenuto il presidente della Democrazia cristiana furono, difatti, le prospettive di lauti guadagni e di vantaggi di ordine processuale che gli vennero fatte balenare da un eterogeneo gruppo di rappresentanti del mondo politico, giudiziario e forense. Antonio Mancini, già esponente della banda della Magliana, oggi pentito, ne indica tre: Claudio Vitalone (allora sostituto Procuratore della repubblica a Roma applicato alla Procura generale), Edoardo Formisano (consigliere regionale del Lazio del Msi e in rapporti con il leader della banda Franco Giuseppucci), Maurizio di Pietropaolo (avvocato di Licio Gelli e anche in altre circostanze collaboratore del massone toscano)...(ivi, p. 194).


    A prospettare a Franco Giuseppucci la necessità di aiutare gli 'amici' democristiani collaborando con i servizi di sicurezza, compiendo un'azione comune e coordinata, fu anche un altro delinquente di spicco: Raffaele Cutolo. Racconta costui di essersi incontrato "da Bastianelli, a Fiumicino, con Franco Giuseppucci -presenti, oltre ad amici del Giuseppucci ma di cui non conosco il nome, anche Enzo Casillo e Alfonso Rosanova- e gli chiesi di interessarsi della prigione di Aldo Moro: Giuseppucci -conclude Cutolo- mi disse che era sufficiente che se ne occupasse Nicolino Selis" (ivi, p. 216).



    Come possiamo constatare, il capo della banda della Magliana tace a Raffaele Cutolo il fatto che è già impegnato in tal senso con uomini politici e delle istituzioni. E se al bandito della Nuova camorra organizzata indica in Nicolino Selis l'uomo più idoneo per compiere la ricerca che gli viene sollecitata, ad altri -e più fidati- luogotenenti ha affidato certamente l'incarico, in via parallela. Non si conoscono con certezza i nomi di coloro che condussero, per ordine del Giuseppucci, la ricerca del covo- prigione di Aldo Moro ma non è difficile individuarli in Danilo Abbruciati, il suo braccio destro, e in Domenico Balducci che faceva da agente di collegamento con Pippo Calò (ivi, p. 203), con politici del livello di Franco Evangelisti (ivi, p. 211) e con il Sismi, il servizio segreto militare sui cui aerei viaggiava in compagnia di Francesco Pazienza.


    In questo ambiente, ben amalgamato con esso, viveva Antonio Chichiarelli che, anche volendo ipotizzare che fosse stato prescelto dagli uomini del Sisde, il servizio segreto civile, tramite segnalazione del Nucleo di P. G., non avrebbe mai potuto agire all'insaputa degli amici della banda della Magliana fra i cui esponenti di spicco conosceva, come abbiamo già rilevato, sia Danilo Abbruciati che Ernesto Diotallevi. E quanto fosse radicato il suo inserimento ai vertici del gruppo criminal-istituzionale della Magliana lo dimostra il fatto che conosceva in anticipo la sorte che era stata riservata a Mino Pecorelli, sul cui omicidio il falsario venne chiamato ad intervenire per ben tre volte: il 14 aprile 1979, il 17 dello stesso mese e, infine, il 17 novembre 1980. Una volta in più che sul sequestro-omicidio di Aldo Moro.


    Un'ipotesi, la nostra, ma fondata su una circostanza che è stata, fino ad oggi, trascurata da tutti, evidenziata dal comportamento dei 'controllori' per conto del Nucleo di P. G. dei carabinieri e del Sisde di Antonio Chichiarelli, Luciano Dal Bello e il maresciallo Solinas. La prima traccia ce la fornisce la testimonianza di Osvaldo Lai, puntualmente disattesa dal giudice istruttore Francesco Monastero che oggi così la presenta:


    "Il Lai nel riferire delle simpatie del Chichiarelli per le Brigate rosse, accennava ai profili millantatori del suo carattere, tanto da vantarsi di aver partecipato agli omicidi del giornalista Mino Pecorelli e del colonnello Varisco" (F. Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986 cit., p. 7). Certo, le acquisizioni processuali successive che vedono chiamati a rispondere dell'omicidio di Mino Pecorelli, il mafioso Angelo La Barbera e l'esponente della banda della Magliana Massimo Carminati, senza che vi sia traccia di altri complici materiali, sembrerebbero dare ragione a Francesco Monastero (Come noto, gli imputati al processo Pecorelli sono stati assolti in primo grado, quindi il giudice di appello, in data 16 novembre 2002, ha condannato il senatore a vita Giulio Andreotti e il mafioso Tano Badalamenti, assolvendo gli altri, NDE successiva alla stesura del testo). Ma noi non affermiamo la partecipazione diretta all'omicidio del giornalista Mino Pecorelli di Antonio Chichiarelli, riteniamo invece altamente probabile la sua conoscenza a priori del progetto omicidiario, che in un certo senso giustificano le sue vanterie con il Lai, perché in fondo fra sapere in anticipo e partecipare direttamente la differenza è molto sottile. Nel caso di Antonio Chichiarelli, poi, la partecipazione ci fu, a posteriori, nell'opera di depistaggio e proprio perché chiamato ad assolvere questo compito il falsario può essere stato informato prima di quello che, da lì a poco, sarebbe accaduto dopo.


    Tanto più che anche al più sprovveduto dei gregari (e Chichiarelli non aveva le caratteristiche del psicolabile) sarebbe apparso chiaro che coloro che gli fornivano gli elementi con i quali costruire le 'schede' e gli impartivano le necessarie istruzioni per compilarle, erano coinvolti direttamente nell'episodio sul quale era chiamato ad intervenire. Farlo venire a conoscenza prima, piuttosto che dopo, del nome e cognome dell'ucciso dagli 'amici' e dai committenti, senza magari ulteriori particolari, non doveva rappresentare un problema per coloro che in Antonio Chichiarelli riponevano giustificata fiducia.


    Ma del tutto omertoso Tony il falsario non lo era. Con il suo fidato amico, metà bandito metà spione, Luciano Dal Bello, parlava, tanto, forse troppo, magari prima e non dopo. E' quanto può essere accaduto nel caso dell'omicidio di Mino Pecorelli, solo che in questo frangente il Dal Bello decide di intervenire. Forse per 'spirito di servizio', forse per ordini ricevuti in precedenza, forse perché come il bandito sogna il colpo miliardario, così il confidente spera nella notizia che lo porti nell'Olimpo dei suoi simili e gli faccia guadagnare credito che, tradotto in pratica, vuole dire soldi, tanti soldi.


    E cosa può esserci di più eclatante che sventare un omicidio eccellente?


    Non quello dell'onorevole Pietro Ingrao, ma quello del giornalista Mino Pecorelli.


    A dircelo, fornendoci la seconda traccia, sono le date. Luciano Dal Bello, difatti, è ai primi di marzo del 1979 che confida al suo referente all'interno del Nucleo di P.G. dei carabinieri, il maresciallo Solinas, quanto è venuto a sapere sul progetto di eliminazione del direttore di O. P. Dinanzi alla gravità dell'evento ed all'urgenza di intervenire, i due decidono di infrangere le regole che disciplinano i rapporti fra i confidenti ed i loro referenti. E il maresciallo Solinas, scavalcando la scala gerarchica, si reca direttamente dal suo comandante, il colonnello Campo, e gli riferisce il progetto omicida, il nome dell' 'attentatore' (di uno dei correi), Antonio Chichiarelli, e quello del 'confidente', Luciano Dal Bello.


    Con tre elementi di tale portata -obiettivo, nome di uno degli assassini futuri, quello della 'fonte'- la garanzia di un intervento è certa, anzi certissima.


    E, invece, non accade nulla.


    Ai frustrati controllori di Antonio Chichiarelli non rimane che modificare il nome dell'obiettivo, sostituire nelle loro 'informative' quello di Mino Pecorelli con Pietro Ingrao, e rendere così il tutto inverosimile. Perché la possibilità che un falsario potesse progettare -e comunque partecipare- ad un attentato contro l'allora presidente della Camera dei deputati Pietro Ingrao con il contestuale massacro della sua nutrita ed agguerrita scorta non appariva minimamente credibile ieri né può essere considerato verosimile oggi.


    Come già Aldo Moro, anche Mino Pecorelli doveva evidentemente morire.


    E l'accostamento con quanto venne detto a Francesco Varone in casa di Frank Coppola, con riferimento ad Aldo Moro ("quell'uomo deve morire") non è casuale perché a tradire, rivelandolo, il centro di potere politico che la morte del giornalista ha decretato è un'omissione che compare proprio nella 'scheda' che qualcuno ha dettato ad Antonio Chichiarelli, che lui ha diligentemente compilato e fatto ritrovare in un borsello il 14 aprile 1979.


    "Intestata -scrive Francesco Biscione- a 'Mino Pecorelli (da eliminare)', essa fornisce gli indirizzi del giornalista e stabilisce che andrebbe colpito 'preferibilmente dopo le 19' nei pressi della redazione di Op (come in effetti era avvenuto). Ma vi sono altre indicazioni: 'Martedi 6 marzo 1979 causa intrattenimento prolungato presso alto ufficiale dei carabinieri, zona piazza delle Cinque lune, l'operazione è stata rinviata' (l'ufficiale in questione -rileva Biscione- era Antonio Varisco...)" (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 227).


    L'ultima indicazione è rispondente al vero ma in essa vi è una volontaria quanto estremamente significativa omissione perché manca il nome del terzo personaggio presente a quell'incontro nello studio del colonnello dei carabinieri Antonio Varisco: Giorgio Ambrosoli. Era costui il curatore fallimentare della Banca privata italiana di proprietà di Michele Sindona, e la sua presenza a quell'incontro suggerisce inquietanti interrogativi sulla reale motivazione dell'omicidio di Mino Pecorelli al quale seguiranno in rapida successione, alcuni mesi dopo, la sua e quella del colonnello Varisco.


    Far comparire nella scheda compilata da Antonio Chichiarelli il nome di Giorgio Ambrosoli significava evocare quello di Michele Sindona e, quel che è peggio, evocare quello del suo protettore politico, Giulio Andreotti, impegnato con tutti i mezzi e in tutti i modi a sostenere il banchiere mafioso tanto gradito al Vaticano. Un errore che i compilatori della scheda non hanno ovviamente fatto perché troppo accorti per non rendersi conto che il nome di Giorgio Ambrosoli avrebbe immediatamente indirizzato le indagini sugli ambienti mafiosi della capitale e sui loro alleati della banda della Magliana. E, individuati i possibili autori materiali, sarebbe stato fin troppo agevole compiere il passo successivo in direzione di Giulio Andreotti e dei suoi fedeli.


    L'ultima conferma ci viene dalla lista degli imputati al processo per l'omicidio di Mino Pecorelli in corso a Perugia. Fra i vivi siedono Giulio Andreotti e Claudio Vitalone, come mandanti, e Massimo Carminati -lo abbiamo citato in precedenza- in veste di killer (cfr. NDE precedente sulla sentenza d’appello che ha condannato i soli Giulio Andreotti e Tano Badalamenti, assolvendo gli altri imputati). Fra i morti, da tutti dimenticati e da nessuno citati, compaiono in qualità di mandanti- organizzatori, Franco Giuseppucci e Danilo Abbruciati, gli amici dell'amico Antonio Chichiarelli.


    La morte in rapida successione di Mino Pecorelli, Giorgio Ambrosoli e Antonio Varisco (il primo, ucciso il 20 marzo 1979; il secondo, nella notte fra il 12 e il 13 luglio 1979; il terzo, la mattina del 13 luglio 1979) ha reso inviolabile il segreto di quanto si dissero i tre il 6 marzo 1979. E tutto lascia presumere che fu quell'incontro a determinare la decisione di eliminarli fisicamente, assunta quindi ai primi di marzo del 1979. Ma per una casella forse destinata a restare priva del suo tassello, il mosaico ne presenta altre sempre meno vuote ed aumenta, in proporzione, il numero dei tasselli che vanno ad incastrarsi perfettamente al loro posto.

    Un potere occulto? No, giudiziario


    Nelle vicende dell'Italia dei misteri, in modo specifico in quella di Aldo Moro, uno dei protagonisti è sempre riuscito a restare nell'ombra, a celarsi dietro la sua funzione di potere neutrale, lontano dalle fazioni, privo di ogni passione, guidato dal solo fine di pervenire alla verità dei fatti che per essere 'penalmente rilevanti' ricadono sotto la sua giurisdizione.


    Questo coacervo di luoghi comuni crolla dinanzi ai comportamenti del potere giudiziario -perché di esso parliamo- nella tragica vicenda del sequestro di Aldo Moro. Fra le task-forces ufficiali ed ufficiose che furono create per seguire lo svolgersi degli avvenimenti nel corso del sequestro di Aldo Moro, di una non si è mai parlato se non in forma episodica e mai individuandola per quella che realmente è stata: un centro propulsore di iniziative lecite ed illecite per giungere alla soluzione del caso.


    Luciano Infelisi, titolare delle indagini sui fatti di via Fani dal 16 marzo al 29 aprile 1978 recita, a posteriori, la solita sceneggiata su una magistratura priva di mezzi, povera di informazioni, da tutti negletta, fino a spingersi ad affermare che "c'è stata non la 'non collaborazione', ma direi una cortina fumogena tra certe attività (in perfetta buona fede, non lo metto in dubbio) di uomini politici che hanno agito senza avere mai, dico preventivamente, ma neanche successivamente e contestualmente, avvisato i magistrati. Cioè io non ho mai saputo, se non dai giornali e successivamente a tutti i fatti, di certi contatti che erano invece fondamentali" (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 169).


    Il sostituto Procuratore Infelisi per fini di autodifesa personale, solleva lui una cortina fumogena che deve proteggere anche i suoi colleghi e superiori gerarchici: perché, certo non casualmente, fu proprio a lui che Claudio Vitalone espone la sua idea di produrre un falso comunicato brigatista a riprova che non era emarginato, ma partecipe a pieno titolo di quanto il potere giudiziario stava intessendo in quei giorni drammatici. Il protagonista di tante inchieste 'scottanti', alla pari dei suoi colleghi Vitalone e Sica, finite nel nulla a beneficio di quei politici che Infelisi finge di attaccare, ha comunque parzialmente ragione perché il centro propulsore delle indagini e dei maneggi stava ad un livello superiore al suo.


    La Procura generale romana il 29 aprile 1978, a pochi giorni dal tragico epilogo del sequestro di Aldo Moro avocherà a sé, ufficialmente, quelle indagini che dirige dal primo momento in via ufficiosa.


    "Il mio ufficio -si giustificherà senza arrossire il Procuratore della repubblica di Roma Giovanni De Matteo- era oberato di lavoro in modo straordinario; l'ufficio del Procuratore generale era più tranquillo, nel senso che c'era meno da fare...dunque il Procuratore generale ritenne che questo processo potesse essere seguito con più possibilità di dedicarvi tempo ed attenzione dal suo ufficio anziché dal mio, che era in condizioni disastrate" (ivi, p. 284).


    La task-force giudiziaria risultava composta dal Procuratore generale Pietro Pascalino, dal sostituto Procuratore generale Guido Guasco, dal sostituto Procuratore della repubblica Claudio Vitalone, legato a Giulio Andreotti, dal sostituto Procuratore della repubblica Domenico Sica, dal Procuratore della repubblica Giovanni De Matteo, collaboratore della rivista Politica e strategia diretta da Filippo De Jorio con grande spazio agli esperti della guerra non ortodossa e, buon ultimo, dal sostituto Procuratore Luciano Infelisi sulla cui spregiudicatezza abbiamo già fornito più di un esempio. L'inserimento della task-force così delineata completa il quadro del potere che ha gestito le operazioni durante e dopo il sequestro e l'omicidio del presidente della Democrazia cristiana, ponendosi anzi il suo ruolo al di sopra di quello dei servizi militari e civili, ufficiali e clandestini (vedi Gladio).


    Una tesi, la nostra, confortata anche dalla prudente affermazione di Francesco Biscione che, facendosi scudo della testimonianza resa dal giornalista Giuseppe Messina, ammette che "essa indicherebbe infatti che la Procura generale presso la Corte di appello di Roma, cioè l'ufficio di Pietro Pascalino, fosse coinvolta nella gestione 'ufficiosa' del caso Moro in connessione con le iniziative della criminalità organizzata..." (ivi, pp. 171-172). Noi riteniamo provata questa realtà, non solo basata sulla testimonianza di Giuseppe Messina. Di quest'ultimo si deve anche segnalare che fu lui ad accompagnare, con altri, il latitante Francesco Varone nel carcere di Rebibbia- nuovo complesso, in ore serali, perché potesse incontrarsi con il fratello Antonio fatto giungere appositamente con un elicottero dei carabinieri dal carcere dell'Asinara. Messina aveva ricevuto da Flavio Carboni l'invito ad incontrare, insieme al deputato democristiano Benito Cazora, uno dei 'capi' della mafia siciliana. A patto che, tale incontro, "si realizzasse in un ufficio particolare, al di fuori di occhi indiscreti e nella massima sicurezza. A tale proposito -rivela Messina- indicò, come possibile, un ufficio della Procura generale presso la Corte d'appello di Roma...-aggiungendo-...state tranquilli, è un ufficio sicurissimo, al livello di Procuratore generale" (ivi, p. 207).


    Episodio che può apparire fantapolitico a coloro che hanno memoria corta, che hanno cioè dimenticato come fosse il Procuratore generale di Palermo a dare 'conforto' al bandito Salvatore Giuliano ricevendolo nel suo ufficio benché ufficialmente ricercato da tutte le forze di polizia per la morte di almeno centoventi fra carabinieri ed agenti di P.S. oltre che per la strage di Portella delle ginestre. Ma a dare maggiore consistenza alla testimonianza di Giuseppe Messina ci sono anche i fatti che qui vogliamo ricordare in estrema sintesi. A) I rapporti intercorsi tra Claudio Vitalone ed Edoardo Formisano, portatore degli aiuti della banda di Francis Turatello ed Ugo Bossi (ivi, p. 201); B) I rapporti telefonici intercorsi tra lo stesso Ugo Bossi e Claudio Vitalone, secondo quanto ha testimoniato Tommaso Buscetta (ivi, p. 200); C) L'attivazione, congiuntamente a Formisano e all'avvocato Di Pietro Paolo, fatta sempre da Claudio Vitalone, di Franco Giuseppucci secondo la testimonianza, avvalorata da altre fonti, di Antonio Mancini che abbiamo citato in precedenza. Abbiamo i colloqui fatti in carcere da Ugo Bossi con Tommaso Buscetta nell'istituto penitenziario di Cuneo (ivi, p. 199); quello di Edoardo Formisano, sempre nella casa di reclusione di Cuneo, segnalata dal maresciallo Angelo Incandela, con Francis Turatello (ivi, p. 288); quello, infine, di Francesco Varone, latitante, nella casa circondariale di Rebibbia-nuovo complesso, con il fratello Antonio, trasferito per la bisogna dal carcere dell'Asinara in Sardegna, con un elicottero dei carabinieri, a quello romano. Operazioni che vedono il concorso di più apparati dello Stato, primo quello della Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena del ministero di Grazia e giustizia, diretta anch'essa da magistrati e che agisce in modo illegale perché ha la garanzia non solo del potere politico (ministro di Grazia e giustizia, ministro degli Interni, presidente del Consiglio ecc.) ma quella essenziale degli alti vertici della magistratura.


    Tralasciando l'incontro fra Claudio Vitalone e Daniele Pifano del collettivo di via dei Volsci (ivi, p. 191) che rientra ovviamente nell'ambito propriamente politico ma che citiamo per fornire prova ulteriore che la Procura generale di Roma di ben altro si occupò che svolgere indagini giudiziarie, vediamo confermato quel ruolo di cinghia di trasmissione fra il potere politico e la delinquenza organizzata, di cui faceva parte Antonio Chichiarelli, non primo ma certamente non ultimo degli ingranaggi che la magistratura italiana aveva mosso per 'salvare', nelle versioni ufficialmente accreditate, la vita del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Una realtà che aveva conosciuto e denunciato, sia pure con il suo stile volutamente ambiguo, lo stesso Mino Pecorelli che nel numero 5 di O. P. del 25 aprile 1978 aveva scritto: "I nostri servizi segreti, il trust di cervelli del ministero degli Interni, non avrebbe mai avuto la fantasia e il coraggio di tentare il bluff della Duchessa". Trova logica e coerente spiegazione il comportamento delle forze di polizia, primo quello del Nucleo di P.G. al quale era stato 'affidato' il mantenimento del segreto su Antonio Chichiarelli e sulla sua salvaguardia ad ogni costo ed a qualunque prezzo. E un'ulteriore prova a carico dei vertici giudiziari romani emerge anche dalla circostanza, fino ad oggi trascurata, della mancata trasmissione agli inquirenti giudiziari romani, da parte del Reparto operativo dei carabinieri di Roma della informativa del 23 novembre 1983 che indicava in Antonio Chichiarelli l'autore del falso comunicato brigatista del 18 aprile 1978 e asseriva, per di più, che era ancora in possesso della testina Ibm con la quale l'aveva scritto. Esistono quelli che si chiamano 'atti dovuti' e la trasmissione ai magistrati romani che stavano indagando sul sequestro Moro dell'informativa, non anonima, pervenuta al Reparto operativo tramite il maresciallo Giombelli, rientrava fra questi. Avrebbero dovuto trasmetterla anche se fosse provenuta da fonte anonima -e questa non lo era- e invece non risulta che lo abbiano fatto.


    Deviante risulta, quindi, la pretesa del giudice istruttore Francesco Monastero di giustificare la mancata trasmissione della notizia e del nome del Chichiarelli ai magistrati procedenti sul caso Moro con il fatto che "le relative indagini non approdavano ad utili risultati". Le 'relative indagini' - ammesso e non concesso che siano mai state intraprese- avrebbe dovuto condurle il P. M. che dirigeva l'inchiesta sul sequestro di Aldo Moro, non in maniera autonoma e segreta il Reparto operativo dei carabinieri. In realtà, indagini non possono esserne state fatte perché altrimenti i risultati sarebbero pervenuti, immediati e clamorosi e, soprattutto, compromettenti per quel potere giudiziario che è veramente il potere intoccabile di questo Paese. Se nessuna forza di polizia -Nucleo di P. G., Squadra mobile della Questura, Reparto operativo dei carabinieri, Nucleo di tutela del patrimonio artistico- ha mai informato la magistratura dell'esistenza di Antonio Chichiarelli è perché tutti, ai vertici di questi organismi, sapevano che ad attivarlo e, poi, a proteggerlo vi erano uomini che stavano ai vertici del potere giudiziario. Se il Sisde lo proteggeva apertamente, il Sismi sapeva e taceva così che il comportamento uniforme di tutte le forze di sicurezza, territoriali e segrete, prova come non da una frazione di esse fosse 'coperto' Antonio Chichiarelli ma da un potere diverso, ad esse estraneo e più potente, quello giudiziario appunto. Come abbiamo cercato di dimostrare in queste pagine, senza voler assolvere i poteri 'subalterni', polizia e carabinieri, servizi segreti militari e civili, che con il loro silenzio si sono resi complici consapevoli del potere politico e giudiziario. Il regime si è garantito in tal modo che mai verità potrà emergere dal Tribunale di Roma che continua a gestire in prima persona le sorti individuali dei brigatisti rossi incarcerati, condannati per la vita a sostenere 'verità' che fanno comodo allo Stato, poco importa se in taluni casi siano verità parziali e in altre aperte e sfacciate menzogne. Lo sbarramento eretto dalla magistratura romana per impedire che emerga la verità sul tragico episodio di Moro, si rileva anche dalla sentenza del giudice istruttore Francesco Monastero. Costui, difatti, non porta un contributo di verità ma si preoccupa di giustificare la protezione accordata da tutte le forze di polizia e dai servizi segreti ad Antonio Chichiarelli rendendo responsabile della sua mancata individuazione il solo Luciano Dal Bello.


    "E' pertanto esclusivamente da ritenere che il Dal Bello -tramite il Solinas, il Giombelli e l'Andrei Guelfo Giuliano, lungi dall'informare, così come dirà successivamente, gli organi investigativi competenti che il Chichiarelli aveva scritto il comunicato c.d. del lago della Duchessa, che disponeva ancora della relativa testina e che aveva progettato l'attentato all'on.Ingrao, ha solo e sporadicamente fornito spunti investigativi equivoci, di difficile lettura ed insuscettibili di sviluppo ma sicuramente utili per dissociare -qualora ne fosse sorta la necessità- la propria responsabilità da quella del Chichiarelli" (F. Monastero, Ordinanza 26 marzo 1991 cit., pp. 18-19). Questo, il contributo alla verità del magistrato.


    In realtà, il Dal Bello ci prova in tutte le maniere e, si può dire, con tutti i corpi di polizia esistenti ad 'incastrare' il suo 'amico' portandone allo scoperto il ruolo avuto nella costruzione del falso comunicato del 18 aprile 1978 e nelle operazioni successive, senza conseguire alcun successo. Appare, quindi, una figura quasi patetica di spione di mezza tacca che racconta a chi ritiene preposto alla repressione dei reati le verità che conosce restando, immancabilmente ogni volta, frustrato. Fino al momento in cui lo 'assumono' al Sisde e gli tappano la bocca garantendosi l'esclusiva delle informazioni che può ancora fornire. Non lo ammazzano perché le notizie che vende non oltrepassano la soglia degli uffici di polizia, carabinieri e servizi segreti nei quali pervengono, senza giungere in quell'ambito politico e giudiziario dove avrebbero avuto ben altro effetto e, per lui, prodotto letali conseguenze. E nessun corpo di polizia e servizio segreto uccide un volonteroso informatore che non riesce, suo malgrado, a rappresentare un pericolo per gli uomini e gli interessi che devono proteggere. Al limite, lo assumono, come fa il Sisde nel 1983. Potrà servire ancora, in modo più tangibile che fornendo le ormai arcinote informazioni sul Chichiarelli, come il ruolo ricoperto nella rapina alla Brink's Securmark, organizzata da una mente raffinata e qualificata sta a dimostrare.


    Ed è proprio da questo affannoso, quasi comico andirivieni del dal Bello dagli uffici del Nucleo di polizia giudiziaria dei carabinieri a quelli della Squadra mobile e, perfino, del Nucleo di tutela del patrimonio artistico dei carabinieri che si ricava la poderosa protezione accordata ad Antonio Chichiarelli ed all'ambiente malavitoso nel quale era inserito. Perché non hanno protetto un modesto falsario, un gregario affidabile, ma un ambiente che ormai era al servizio permanente del centro di potere che lo aveva attivato nella primavera del 1978.


    Un rapporto che s'interrompe, almeno sul piano per il quale era stato assunto Antonio Chichiarelli, nel novembre 1980, quando i suoi committenti compiono un errore. Perché non era il malavitoso a compilare di sua iniziativa i comunicati, a scegliere il materiale da utilizzare di volta in volta, a decidere il momento in cui farne uso. Erano altri. E l'ultimo depistaggio, quello del 17 novembre 1980, lo prova.


    Quel giorno Antonio Chichiarelli -lo abbiamo già visto- fa ritrovare quattro schede, su quella di Mino Pecorelli scrive il nome di Sereno Freato, l'uomo ombra di Aldo Moro. Rileva, a questo proposito, il sostituto Procuratore Giovanni Salvi: "Questa indicazione fu sicuramente suggerita a Chichiarelli dall'esclamazione del collaboratore dell'on.le Moro, Sereno Freato, il quale aveva improvvisamente negato la responsabilità sua e dello statista scomparso nella morte del giornalista, deponendo davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta. Esclamazione -prosegue Salvi- determinata dall'accostamento che l'interrogante, on.le Franchi, aveva fatto tra Pecorelli e il presidente della Democrazia cristiana e al quale Freato aveva voluto reagire (come ha spiegato nella deposizione del 6 novembre 1980)" (G. Salvi, Requisitoria 6 aprile 1991, p. 43).


    Ma veramente Tony il falsario passava il suo tempo a seguire i lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta? E con tale intensità da avvertire la necessità, come finge di credere l'ineffabile Giovanni Salvi, di rispondere a Sereno Freato, inserendolo nel novero di coloro che potevano aver deciso la eliminazione fisica di Mino Pecorelli? Ma, andiamo.
    In realtà, a Sereno Freato, figura non limpida, attaccabile su altri piani, che nel corso del sequestro Moro si attiva stabilendo rapporti con la n'drangheta risponde, in perfetto stile mafioso, per mezzo di Antonio Chichiarelli, la controparte politica di Aldo Moro, quella che gli era sempre stata nemica, individuabile in quella andreottiana.


    Accortisi dell'errore compiuto, i burattinai interrompono la serie di messaggi e Antonio Chichiarelli resta disoccupato fino al 24 marzo 1984 quando torna al 'lavoro', ma questa volta per rivendicare a se stesso una rapina di 35 miliardi. I capi della banda della Magliana sono morti ammazzati (Giuseppucci, Balducci, Abbruciati, Selis) e Tony il falsario, rimasto solo con gli intermediari del Sisde, può lavorare ora per se stesso e per qualcuno dei suoi committenti.


    Lo uccidono il 28 settembre 1984 e, come altri, porta con sé il suo segreto su uno dei tanti tragici episodi che hanno costellato la storia d'Italia in questo ultimo mezzo secolo. Non lo definiamo un mistero, perché è stato reso tale dal concorso di uomini e forze che si sono accorti, ognuno per motivi diversi fra loro, della convenienza di ognuno di tacere ciò che sa.




    (continua)


    Andrea Carancini: Vincenzo Vinciguerra: I vivi e i morti (l'affare Moro)

  5. #5
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Vincenzo Vinciguerra - Ergastolo per la Liberta'

    Le Brigate rosse e chi?


    Un tassello, certamente perché trova troppe resistenze, non ha ancora trovato la sua collocazione ufficiale. E' il tassello determinante, quello che da solo sarebbe in grado di spiegare ciò che è rimasto di insoluto, ma non di insolubile, nel sequestro di Aldo Moro. Furono, i brigatisti rossi guidati da Mario Moretti, obbligati a cedere il loro ostaggio con tutta la documentazione da lui prodotta nei giorni della prigionia, agli 'amici' della banda della Magliana? Ha fondamento concreto, reale, la folgorante intuizione di Luigi Cipriani, poggiata su elementi indiziari che il tempo ha lentamente trasformato in prove incontrovertibili?


    Luigi Cipriani aveva già individuato in Antonio Chichiarelli una figura chiave per comprendere la reale dinamica del sequestro di Aldo Moro e del suo omicidio. E noi ne abbiamo seguito la traccia senza correggere errori, perché nella ricostruzione di Luigi Cipriani non ne abbiamo trovati (l'Autore si riferisce alla visualizzazione, con tanto di punti esclamativi, da parte di Francesco Biscione, 'Il delitto Moro' citato p. 127, di un errore nella trascrizione dattilografica della relazione di Cipriani alla Commissione stragi: errore di un dattilografo, neppure contenuto nel testo originario, su un nome. Evidente e trista prova delle scarse simpatie politiche pervenute al nostro scomodo compagno. NDE); ne abbiamo integrato gli elementi già noti con altri successivamente venuti alla luce ampliati, allargando di conseguenza il campo della ricerca.


    Su questo che ancora oggi rimane il segreto fondamentale nel sequestro di Aldo Moro e nella storia delle Brigate rosse, il primo ad incidere profondamente la corazza di menzogne, reticenze, affermazioni verosimili ma non veritiere, è stato ancora Luigi Cipriani, e dagli elementi di prova da lui puntigliosamente elencati dobbiamo iniziare la nostra disanima, seguendone la logica che è quella dell'onestà intellettuale, del coraggio, della verità.


    La presenza della malavita è costante nel sequestro di Aldo Moro. Luigi Cipriani la registra fin dal momento iniziale, quello del prelevamento dell'uomo politico e del massacro della sua scorta. Nei suoi appunti rileva come non si sia riusciti "a ricostruire con esattezza le modalità dell'attacco né di quante persone vi parteciparono. Un attacco militare di estrema precisione. La maggioranza dei colpi -sottolinea Cipriani- sparata da due attaccanti uno dei quale descritto come di altissima professionalità da un esperto di armi, il Lalli. Gli esperti dicono che non poteva essere un autodidatta delle BR. Tre della scorta ricevono tre colpi di grazia, perché" (Luigi Cipriani, L'affare Moro, Appunti (stralci) sul sito della Fondazione Cipriani). Ricorda Michela Cipriani "l'allusione molto significativa -fatta da Mino Pecorelli- a coloro che Curcio credette 'occasionali alleati' che avrebbero gestito realmente il rapimento" (Michela Cipriani, L'affare Moro, la malavita, le colpe di Cesare, ivi).


    Due elementi sottolineati da Luigi e Michela Cipriani -la professionalità di uno degli attaccanti e l'allusione di Pecorelli alla credulità di Curcio nei suoi 'occasionali alleati'- che ci conducono all'interno degli istituti di pena italiani. Perché è al loro interno che si parla molto del sequestro -comunque di un attentato- di un'alta personalità politica, tanto che il Sismi ne viene debitamente informato in tempo utile (un detenuto comune, Salvatore Senese, informò il 16 febbraio 1978 appunto il Sismi che le B.R. stavano progettando un simile sequestro). E questo particolare dimostra che i brigatisti rossi si resero conto di non avere la capacità di gestire da soli l'operazione contro Aldo Moro. Non era, difatti, agevole prendere vivo un uomo protetto da cinque uomini armati e preparati, che bisognava uccidere senza ferire il futuro ostaggio per la ovvia difficoltà che curarlo avrebbe successivamente comportato.


    Ne parlarono, quindi, del loro progetto non solo all'esterno (secondo la testimonianza del generale Nicolò Bozzo, nel gennaio del 1978, un infiltrato nelle B. R. a Torino per conto del Nucleo antiterrorismo di Dalla Chiesa, informò che le B. R. stavano progettando un'azione contro un politico ad alto livello); ma anche all'interno del carcere dove maggiore era la speranza di ottenere la liberazione per un buon numero di condannati. E ne fecero oggetto di conversazione con gli unici interlocutori che in carcere si possono avere, personaggi qualificati o meno della malavita che costituisce l'alter ego dell'amministrazione penitenziaria superandolo, però, e di gran lunga, sul piano dell'efficienza e del feroce mantenimento dell'ordine e della 'sicurezza'. Dinanzi ad una realtà carceraria che dimostrava quanto inadeguate e lontane fossero le fantasiose suddivisioni, all'interno delle prigioni, fra 'oppressi', da un lato, ed 'oppressori', dall'altro, fra detenuti e secondini per quanto riguarda la delinquenza organizzata che, viceversa, predomina sui detenuti e sui secondini con i quali ha un rapporto simbiotico, l'idea di farsela alleata, dentro e fuori dal carcere, Renato Curcio ed i suoi compagni sono stati gli ultimi in ordine di tempo ad averla.


    Il riferimento di Mino Pecorelli a Renato Curcio non appare quindi casuale, perché proprio lui può aver rappresentato il tramite ideale fra i suoi compagni liberi e gli ambienti malavitosi ai quali chiedere temporaneo soccorso, come primo passo verso un'alleanza più solida che 'aprisse' alle Brigate rosse le porte di quei territori ad esse sempre vietate, come la Calabria e la Sicilia. Una traccia, sia pure labile, fa intravvedere la possibilità che il processo di avvicinamento da parte delle Brigate rosse alla malavita organizzata sia stato graduale, iniziato almeno un paio di anni prima del sequestro di Aldo Moro, come conseguenza di quello che si era verificato all'interno degli istituti di pena e della presenza, all'esterno, negli ambienti favorevoli, almeno in teoria, alla lotta armata, di personaggi che in Calabria potevano facilitare, per vie traverse, certi contatti con esponenti della onnipresente n'drangheta.


    Di questo parere sembra essere, oggi, anche Francesco Biscione che afferma come "probabilmente allorché Moretti costituì la colonna romana delle Brigate rosse (fine 1975) aveva già rapporti (viaggi in Sicilia e in Calabria) o con settori criminali o con compagni dell'area del partito armato in grado di metterlo in contatto con segmenti del crimine organizzato" (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 129). E ricorda tre episodi che potrebbero costituire un serio indizio in tal senso: "La presenza del Moretti è accertata -scrive- a Catania il 12 dicembre 1975 (insieme con Giovanna Currò, probabile copertura di Barbara Balzerani) presso l'hotel Costa e il 15 dicembre presso il Jolly hotel. Il 6 febbraio 1976 Moretti ricomparve nel Mezzogiorno con la sedicente Currò, a Reggio Calabria presso l'hotel Excelsior. Oltre al fatto che non sono mai state chiarite le finalità dei viaggi -prosegue Biscione- questa circostanza sembra possedere un altro motivo di curiosità: i viaggi, o almeno il secondo di essi avvennero all'insaputa del resto dell'organizzazione tanto che quando l'informazione venne prodotta in sede processuale suscitò lo stupore di altri imputati" (ivi, p. 119). E il terzo, rivelato da Gustavo Selva, che dopo la conclusione del sequestro di Aldo Moro "nel luglio 1978 venne arrestato il pregiudicato calabrese Aurelio Aquino, trovato in possesso di banconote appunto del riscatto (del sequestro Costa operato dalle B. R. nda)" (ivi, p. 276).


    Le ragioni per cercare di stabilire più che un 'modus vivendi' una vera alleanza operativa con le organizzazioni delinquenziali meridionali, ma presenti in tutto il territorio nazionale, c'erano tutte. Ed erano valide. Perché le 'avanguardie' brigatiste non hanno mai ottenuto l'autorizzazione di n'drangheta e mafia, pilastri dell'anticomunismo di Stato, ad operare nelle regioni da esse dominate. Non è un'ipotesi, è una constatazione. Le Brigate rosse hanno potuto sfidare l'ordine dello Stato, mai quello mafioso nelle sue varie articolazioni, quella calabrese in particolare, che per conto dello Stato hanno difeso l'ordine pubblico nei loro territori ed imposto quello politico. Forse nel tentativo, incredibilmente ingenuo, di ribaltare questa situazione, in una direttiva strategica del dicembre 1981 venne scritto che uno dei compiti delle avanguardie rivoluzionarie doveva essere quello di amplificare il campo di azione dei soggetti tradizionali fino ad egemonizzare tutto il mondo extralegale (su segnalazione cortese di Michela Cipriani).


    Da valutare, infine, con la dovuta cautela, l'appunto di Mino Pecorelli ritrovato dopo la sua morte fra le sue carte: "Come avviene il contatto Mafia-B. R.-Cia-Kgb-Mafia. I capi B. R. risiedono in Calabria. Il capo che ha ordito il rapimento, che ha scritto i primi proclami B. R., è il prof. Franco Piperno, prof. fis. univ. Cosenza" (F. Biscione, Il delitto Moro, p. 124). Anche volendo considerare tutto questo una mera illazione si può comunque, in questo caso, concordare con Francesco Biscione che considera come "l'appunto si riferisce ad un'ipotesi ricostruttiva che connette gli indizi riguardanti l'esistenza in Calabria di un terminale decisivo, sebbene di incerta definizione, dell'intera operazione del sequestro Moro" (ibidem).


    E sequestrare Aldo Moro, l'uomo dell' 'apertura' al partito comunista italiano, poteva costituire un punto di convergenza che creasse un rapporto di fiducia e consentisse, in seguito, di ottenere quel consenso a predicare il verbo brigatista -anche ovviamente con l'uso delle armi- che fino ad allora era stato negato.


    Roma non è Reggio Calabria. Moro è filocomunista (così appare). L'operazione presenta tutte le caratteristiche della fattibilità: in fondo per la n'drangheta si tratta di sbarrare la strada verso l'area governativa al Pci ed acquisire, di riflesso, ulteriori meriti nei confronti del potere anticomunista, con lo stabilire un'alleanza con le Brigate rosse che poteva, inoltre, fruttare notevoli vantaggi materiali come il concorso in rapine, sequestri di persona e altri 'favori' anche più impegnativi. Insomma, per la mentalità utilitaristica che è propria del delinquente fornire un sostegno organizzativo alle Brigate rosse, compresi uno o più killer, per un'operazione 'politicamente corretta' presentava solo vantaggi e nessun svantaggio.


    Il carcere ha rappresentato il luogo ideale per i primi approcci, il dialogo, il patto finale da perfezionare fuori affidandone il compito a Mario Moretti. Del resto, non avevano i mafiosi calabresi timori di 'tradimenti': se Aldo Moro diveniva, con il loro concorso, ostaggio dei brigatisti rossi, questi ultimi in carcere erano ostaggi, a loro volta, vulnerabilissimi nelle loro mani.
    La n'drangheta non è la mafia. Non ha una 'cupola' che tutto controlla e decide. Una 'cosca' potente prescinde nelle sue operazioni dal consenso delle altre, con la sola avvertenza di non lederne gli interessi. Così che non si presenta contraddittoria una situazione che vede una cosca aiutare le Brigate rosse a sequestrare Aldo Moro e un'altra impegnarsi subito dopo nella sua ricerca per ottenerne la liberazione. Una situazione destinata a perdurare fino a quando le paratie stagne vengono sollevate e gli interessi delle cosche operanti trovano comune definizione sul raffronto di ciò che è più conveniente fare.


    Del resto, che ci fu una trattativa fra 'comuni' e politici, all'interno del carcere, lo dimostra l'inserimento nella lista dei detenuti di cui chiedere la scarcerazione in cambio di Aldo Moro di alcuni che solo con molta buona volontà possono essere considerati 'politicizzati': Sante Notarnicola e Giorgio Panizzari (ivi, p. 277).


    In questo modo può trovare logica e coerente spiegazione la presenza in via Fani di un killer di 'alta professionalità' che, successivamente, il pentito calabrese Saverio Morabito indicherà in Antonio Nirta, detto 'due nasi' per la sua capacità di usare la lupara, a significare che era un ottimo tiratore (ivi, p. 121). Anche se la parola accusatoria di Morabito non ha trovato ulteriori supporti, è doveroso ricordare come Antonio Nirta è il nipote di quell'Antonio Nirta di san Luca di Aspromonte che, all'epoca -e per molti anni dopo- è stato il capo indiscusso di una delle cosche più potenti della Calabria e certamente di quella più politicizzata, disponibile ad operazioni come la partecipazione al 'golpe Borghese' ed in ottimi rapporti con massoni del calibro di Colao.


    Coincidenze? Forse.


    Rimane indiscusso il fatto che la testimonianza di Saverio Morabito è solo il secondo elemento in ordine di tempo che dà spessore all'intuizione di Luigi Cipriani, essendo il primo rappresentato dalla foto di un n'dranghetista ripreso in via Fani la mattina del 16 marzo 1978, e sottratta agli atti dell'istruttoria da Luciano Infelisi, sostituto Procuratore della repubblica (ivi, p. 120), 'coperto' in questo gravissimo atto oltre che dai vertici della Procura della repubblica e della Procura generale anche dal capo dell' ufficio Istruzione, Achille Gallucci che 'stralcia' la documentazione (il nastro e la trascrizione della telefonata tra Freato e Cazora) dagli atti, che ricompaiono solo nel 1982 su istanza di uno degli avvocati di parte civile (ibidem).


    Chi riprendeva quella foto, fatta scomparire su richiesta della malavita calabrese dalla magistratura romana, un mese e mezzo dopo (ivi, p. 119) il sequestro Moro e alcuni giorni prima della sua uccisione? Un personaggio che poteva essere collegato all'agguato a Moro e alla sua scorta, così come afferma senza perifrasi Luigi Cipriani (L'affare Moro, Appunti cit.) perché in caso contrario, fosse stato anche un latitante di rilievo, gli 'amici' calabresi non si sarebbero preoccupati tanto e gli 'amici degli amici' della Procura della repubblica di Roma non li avrebbero accontentati commettendo reati la cui gravità è superfluo far rilevare. Un nome, questo dell'esponente della n'drangheta presente in via Fani il 16 marzo 1978 e ritratto nella foto scomparsa, che in ambiente carcerario da personaggi accreditati per statura criminale si identifica in Antonio Imerti, detto 'nano feroce', alleato fedelissimo in quegli anni della cosca dei Nirta di san Luca di Aspromonte.


    Il fatto che Benito Cazora si sia rivolto a Sereno Freato per ottenere questo favore non contraddice la realtà accertata che, alla data del 1 maggio 1978, era passato ormai un mese circa da quando Francesco Varone era stato diffidato dal proseguire le ricerche di Moro, a casa di Frank Coppola, perché quell'uomo doveva morire. Eventualmente, prova che nulla in questo senso era stato riferito da Benito Cazora allo stesso collaboratore di Aldo Moro, che si attiva convinto che gli 'amici' calabresi stiano ancora cercando di salvare l'esponente democristiano.


    Nell'intervento della malavita nel caso Moro, l'inizio si salda con la sua conclusione (l'attacco al presidente della Dc ed alla sua politica 'filocomunista') mentre dura solo una quindicina di giorni la confusione determinata dalle invocazioni di aiuto che provengono dagli esponenti politici e dalle sollecitazioni degli apparati istituzionali. Poi, prevale la 'linea della fermezza' o, più propriamente, quella della condanna a morte di Aldo Moro. Le organizzazioni malavitose che si erano mobilitate, affiancando le polizie ufficiali, si ritirano lasciando ai loro emissari nella capitale il compito di assecondare la volontà del potere politico, espressa anche attraverso i suoi apparati istituzionali, quello giudiziario in prima linea.


    Ai primi di aprile, la parola d'ordine è quella lanciata, senza mezzi termini a Francesco Varone, a casa di Frank Coppola: "Quell'uomo deve morire". Ma questo non vuol dire che la malavita si sia astenuta dalla ricerca del covo-prigione, perché nessuna garanzia davano le Brigate rosse al potere politico di assecondarne l'ormai chiarissimo desiderio uccidendo il presidente della Democrazia cristiana. Anzi, il solo precedente esistente comparabile, mutatis mutandis, con quello di Moro, il caso del giudice genovese Mario Sossi provava l'esatto contrario: le Brigate rosse non ebbero nulla e l'ostaggio lo rilasciarono, sano e salvo.


    La sicurezza arrogante di quell'affermazione ("quell'uomo deve morire") dimostra che fu demandato alla malavita il compito di eseguire con assoluta certezza quella sentenza.

    Il quarto potere


    Noi non riteniamo probabile che sia bastata una pressione psicologica, per quanto forte essa sia stata, a convincere Mario Moretti ed i suoi compagni a non utilizzare quelle notizie che, qualora diffuse, avrebbero potuto da sole mettere in crisi il regime.


    Un'ipotesi in questo senso viene, infatti, formulata da Francesco Biscione che ricorda, dapprima, la rivelazione contenuta nel "comunicato in codice n.1" del 20 maggio 1978: "L'operazione 'Gradoli', come pure l'operazione 'Duchessa' non sono state altro che manovre preordinate aventi l'unico scopo di far verificare a tutti l'inefficienza, le incertezze, i contrasti, le anacronistiche prese di posizione, nel quale si dibatte annaspando questo ottuso Stato delle multinazionali" (Il delitto Moro cit., p. 222). E, trovata a suo avviso la conferma del coordinamento fra le due operazioni -il ritrovamento del covo di via Gradoli e la diffusione del comunicato nr. 7- Biscione ne ricava che esse potevano effettivamente rappresentare, proprio per la loro simultaneità un unico messaggio diretto ai carcerieri di Aldo Moro: "Vi abbiamo in pugno; siamo in grado di smantellare le vostre sedi e di occupare le vostre frequenze di comunicazione con i mass media; non vi venga in mente di gestire l'operazione in modo diverso da quello indicato nel comunicato della Duchessa". Le Brigate rosse -conclude Biscione- eseguirono" (ivi, p. 230).


    Certo, quanto ipotizza Francesco Biscione rappresenta già un passo avanti rispetto a coloro che ancora, per ottusità o per convenienza, sono attestati sulla tesi della gestione tutta brigatista del sequestro Moro, dall'inizio alla sua tragica conclusione, impermeabile ad ogni sollecitazione esterna, lusinghiera o minacciosa che fosse. Ma, fermo restando il valore di messaggio di morte racchiuso nel comunicato nr. 7 del 18 aprile 1978, l'ipotesi del giornalista non basta a spiegare né le contraddizioni che esistono su un piano documentale, sul modo e sul luogo in cui è stato ucciso Aldo Moro, né il fatto che i burattinai di Antonio Chichiarelli fossero in possesso di notizie e documenti che solo i brigatisti che lo avevano tenuto prigioniero potevano aver loro consegnato. E qui conviene rammentare come il covo-prigione nel quale sarebbe stato asseritamente detenuto Moro per cinquantacinque lunghissimi giorni, era ubicato in una zona in cui pullulavano gli uomini della Magliana:


    "Molti tra gli esponenti della banda -ricorda Francesco Biscione rifacendosi, a sua volta, ad un programma televisivo di Giovanni Minoli- abitavano nella zona di villa Bonelli. In via G.Fuggetta 59 (a 120 passi da via Montalcini) abitavano Danilo Abbruciati, Amleto Fabiani, Luciano Mancini (guardaspalle del costruttore Danilo Sbarra); in via Domenico Luparelli 82 (a 230 passi, ma a 50 se si tiene conto dell'ingresso secondario) abitavano Danilo Sbarra e Francesco Picciotto, uomo di Calò; in via Vigna due Torri 135 (a 150 passi) abitava Ernesto Diotallevi, compare di Calò; in via Valperga 154 (a 150 passi) abitava Emilio Pellicani, segretario di Carboni; infine in via Montalcini 1, vi è villa Bonelli, appartenente allora a Danilo Sbarra" (ivi, p. 292).


    A questa circostanza si aggiunge poi la testimonianza di Raffaele Cutolo che riferisce come Nicolino Selis gli "riferì che, del tutto casualmente, era venuto a conoscere la collocazione del covo nel quale era tenuto sequestrato Aldo Moro. A dire di Nicolino Selis -racconta Cutolo-, la prigione del parlamentare democristiano si trovava nei pressi di un appartamento che egli teneva come nascondiglio per eventuali latitanze" (ivi, p. 216).


    Il covo-prigione di via Montalcini venne quindi localizzato, come lo era stato l'altro di via Gradoli? Logica e fatti dicono di sì. E il travaso di materiale dai brigatisti che tenevano prigioniero il presidente della Democrazia cristiana e gli esponenti della malavita trova, pertanto, logica e coerente spiegazione.


    Ricordava Luigi Cipriani che, fra il materiale fatto ritrovare da Antonio Chichiarelli il 26 marzo 1984, "...si rinveniva una foto Polaroid dell'onorevole Moro apparentemente scattata durante il sequestro. Viene eseguita -scriveva Cipriani- una perizia di questa foto, e si rileva che non si tratta di un fotomontaggio. Come sappiamo -concludeva il parlamentare-, delle Polaroid non si fanni i negativi: è quindi una foto originale di Moro in prigione" (L. Cipriani, L'affare Moro. Appunti cit.). Chi aveva potuto passare alla malavita questa foto, se non un brigatista, di quelli che avevano vigilato su Moro? O si deve ritenere che questa foto sia stata passata, insieme ad altro materiale, prima ad uomini inseriti negli apparati segreti dello Stato o in ambienti politici democristiani e da costoro fatta pervenire ad Antonio Chichiarelli?


    Noi riteniamo che ci fu un passaggio diretto, dalle Brigate rosse alla malavita, perché una foto originale di Moro prigioniero non sarebbe mai stata data ad un Chichiarelli ed ai suoi compari. Le schede si possono compilare sulla base delle informazioni che vengono trasmesse, i proiettili si possono fornire senza alcun rischio di compromissione futura, ma una foto originale costituisce un'arma di ricatto che nessuno consegnerebbe a delinquenti che il rispetto dei patti, la parola data e l'onore non sanno nemmeno cosa vogliano dire. E, poi, Chichiarelli non fu nemmeno in grado di valutare l'importanza di quella prova che aveva in mano, altrimenti quella foto se la sarebbe tenuta ben stretta fra le sue mani e, forse, sarebbe ancora vivo.


    Se le cose stanno così, diviene perfettamente credibile anche l'avvertimento contenuto nel "comunicato in codice n.1 del 20 maggio 1978" che "minacciava di rendere noti gli interrogatori di Aldo Moro" (L. Cipriani, Appunti cit.). Solo che questi ultimi a Chichiarelli non sono mai stati passati, in tutto o in parte. Ma i suoi committenti li avevano certamente, mentre ai Moretti ed ai suoi compagni erano rimaste un pugno di mosche e le loro vite preziose, a quel punto, solo per se stessi.


    E ritorna, più attuale e drammatica che mai, la domanda posta da Michela Cipriani: "Perché non svelare e gestire politicamente il memoriale-bomba che parlava fra l'altro di Stay behind e che costituiva il maggior risultato politico conseguito dalla lotta armata?" (L'affare Moro, la malavita ecc.cit.). Eppure, nel terzo comunicato del 29 marzo 1978 i brigatisti rossi avevano annunciato trionfanti che l'interrogatorio di Aldo Moro "prosegue con la completa collaborazione del prigioniero. Le risposte che fornisce chiariscono sempre più le linee controrivoluzionarie che le centrali imperialiste stanno attuando...Proprio sul ruolo -prosegue il comunicato- che le centrali imperialiste hanno assegnato alla Dc, sulle strutture e gli uomini che gestiscono il progetto controrivoluzionario, sulla loro interdipendenza e subordinazione agli interessi imperialisti internazionali, sui finanziamenti occulti, sui piani economici-politici-militari da attuare in Italia...il prigioniero politico Aldo Moro ha cominciato a fornire le sue illuminanti risposte. Le informazioni che abbiamo così modo di reperire, una volta verificate, verranno rese note al movimento rivoluzionario che saprà farne buon uso nel prosieguo del processo al regime che con l'iniziativa delle forze combattenti si è aperto in tutto il paese" (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 48).


    Ma una incredibile, allucinante retromarcia avviene già nel comunicato nr.6 del 15 aprile 1978, prima quindi che venisse inviato ai brigatisti rossi, come vuole Francesco Biscione, il messaggio del 18 aprile che imponeva loro di uccidere Aldo Moro. Mario Moretti ed i suoi compagni informano che "l'interrogatorio di Aldo Moro è terminato. Rivedere trenta anni di regime democristiano, ripercorrere passo passo le vicende che hanno scandito lo svolgersi della controrivoluzione imperialista nel nostro paese, riesaminare i momenti delle trame di potere, da quelle pacifiche a quelle più sanguinarie, con cui la borghesia ha tessuto la sua offensiva contro il movimento proletario, individuare attraverso le risposte di Moro le responsabilità della Dc, di ciascuno dei suoi boss, nell'attuazione dei piani voluti dalla borghesia imperialista e dei cui interessi la Dc è sempre stata massima interprete, non ha fatto altro che confermare delle verità e delle certezze che non da oggi sono nella coscienza di tutti i proletari..."(ivi, p. 76). I brigatisti rossi fanno intendere, in modo esplicito, che Aldo Moro ha parlato di tutto e di tutti, ma concludono in una forma oscura il cui significato chiariscono subito dopo: "Non ci sono segreti che riguardano la Dc, il suo ruolo di cane da guardia della borghesia, il suo compito di pilastro dello Stato delle multinazionali, che siano sconosciuti al proletariato..." (ibidem).


    Il messaggio per la Dc, lo Stato ed i suoi apparati istituzionali è lampante: Mario Moretti ed i brigatisti rossi che hanno gestito il sequestro Moro informano che non riveleranno ad alcuno quanto appreso. "Non ci sono segreti che riguardano la Dc", quindi cosa mai si potrà dire al 'proletariato' che già non sappia?


    In realtà, solo per soffermarci in questo documento sul capitolo dei finanziamenti occulti, è il caso di ricordare che il 18 marzo del 1978, il figlio di Giuseppe Arcaini, presidente dell'Italcasse, di cui Aldo Moro parla ampiamente ai suoi carcerieri, viene sequestrato da ignoti, tenuto prigioniero per una notte in un appartamento di Roma ed obbligato a scrivere tre lettere compromettenti per sé ed il padre, quindi rilasciato. Un gesto dall'evidente significato preventivo, attuato da persone che davano per scontata la 'collaborazione' di Aldo Moro con i brigatisti rossi e che intendevano premunirsi da altri 'crolli', questa volta in campo giudiziario o un'azione brigatista intesa a cercare quei riscontri alle dichiarazioni di Moro, resa possibile dalle indicazioni che lo stesso presidente della Dc può aver fornito per individuare il figlio di Arcaini, sequestrato per qualche ora, il tempo necessario per farsi dare i 'riscontri' scritti ed autografi e poi liberarlo. Due ipotesi che hanno la stessa validità, anche se più vicina al vero appare la seconda.


    In questo caso, se questo fu lo svolgersi degli avvenimenti -interrogatorio, ricerca dei riscontri, resa sostanziale con assicurazione che i documenti non sarebbero mai stati divulgati- il messaggio del 18 aprile 1978, cosiddetto della Duchessa appare come la conseguente risposta: ora uccidete Moro o noi uccideremo voi. Messaggio che, come vedremo più avanti, ha un solo significato inequivoco ma diverse finalità o chiavi di lettura.


    In un altro documento abbiamo esaminato in dettaglio le dichiarazioni contraddittorie rese dai brigatisti rossi su questo specifico punto giungendo alla conclusione che, con molta furbizia, alcuni di loro avevano mantenuto segreti il memoriale ed il suo contenuto per usarlo come merce di scambio quando se ne fosse presentata la necessità nell'ambito di una trattativa diretta con lo Stato e/o con gli esponenti della Democrazia cristiana. E il trattamento carcerario riservato ad alcuni di loro dal 1987 in poi (ad esempio a Mario Moretti e Barbara Balzerani) avvalorava questa ipotesi. Ma per molto che hanno avuto, dobbiamo convenire che rappresenta sempre molto poco rispetto a quanto avrebbero potuto avere -e molto prima- se fossero rimasti realmente in possesso del memoriale di Aldo Moro. Lo scambio con lo Stato c'è stato, a partire dalla primavera del 1987, quando iniziò quella che Renato Curcio e Mario Moretti, con notevole faccia tosta, hanno definito 'battaglia di libertà' e che si è conclusa con l'ottenimento da parte loro della semi-libertà, mentre prosegue la detenzione di chi, fra i brigatisti rossi, non ha avuto la fortuna di partecipare al sequestro ed all'omicidio di Aldo Moro e della sua scorta. Questi ultimi non hanno nulla da scambiare, gli altri sì: il loro silenzio su quanto è realmente avvenuto nell'inverno-primavera del 1978, dalla fase ideativa del sequestro alla sua conclusione.


    Anche se il silenzio, o se si preferisce l'omertà e la complicità con lo Stato, rappresenta moltissimo in positivo per coloro che sanno o tacciono, non è comparabile comunque con un documento che condensava la storia più oscura d'Italia e che è stato dato a chi non aveva altro interesse che farlo pervenire, ad un prezzo conveniente (si veda quanto scrive Luigi Cipriani riportando la testimonianza di Pierluigi Ravasio sulla 'ricompensa' che il Sismi ha concesso ai malavitosi che avevano 'gestito' il sequestro Moro), nelle mani di uomini politici e/o di apparati istituzionali in grado di non far deflagrare il suo potenziale esplosivo.


    Esiste solo la parola di Mario Moretti, ed oggi di Germano Maccari, a garantirci che Moro rimase sempre, dal primo all'ultimo istante, nelle loro mani, all'interno del covo-prigione di via Montalcini nr.8, all'uopo predisposto. Perché Laura Braghetti, ad esempio, asserisce di non aver mai visto l'uomo politico democristiano perché non le competeva, dovendo lei svolgere altre mansioni. Ebbene, la parola di un Moretti o di un Maccari non bastano per smentire l'evidenza di ciò che abbiamo descritto fino a questo momento e di quello che analizzeremo nel prosieguo.



    (continua)


    Andrea Carancini: Vincenzo Vinciguerra: I vivi e i morti (l'affare Moro)

  6. #6
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Vincenzo Vinciguerra - Ergastolo per la Liberta'

    Gli uccisori


    Vediamo, per cominciare, gli appunti di Luigi Cipriani sul come è stato ucciso il presidente della Democrazia cristiana:


    "Degli 11 colpi i primi due /sono stati sparati/ col silenziatore, gli altri quando era già morto. Perché questo rituale? Dopo i primi due colpi Moro ha agonizzato 15'. Solo i primi due colpi hanno lasciato tracce sulla Renault, Moro è stato ucciso in macchina e portato altrove?" (L. Cipriani, L'affare Moro. Appunti cit.).


    A conferma dei dubbi evidenziati dai quesiti che si poneva Luigi Cipriani, Francesco Biscione scrive oggi: "...Laddove la comune versione dei brigatisti lasciava trasparire una falla che nasconde verosimilmente una menzogna è nella narrazione delle modalità con cui l'ostaggio sarebbe stato ucciso" (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 150). Non è il solo che, a posteriori, si affianca a Luigi Cipriani.


    Nella sentenza del cosiddetto Moro-quinquies, difatti, gli stessi magistrati giudicanti non possono esimersi dall'evidenziare il loro scetticismo sulla versione fornita dai brigatisti rossi sottolineando, ad esempio, l'impossibilità da parte dei carcerieri di "ritenere in anticipo che l'on.Moro, chiuso in una cesta da dove poteva avere una discreta percezione della situazione ambientale, non essendo né narcotizzato né imbavagliato, avrebbe continuato remissivamente a tacere senza chiedere aiuto nemmeno lungo il tragitto per le scale fino al box e pur percependo voci come quella della Braghetti e della Ciccotti. Non si comprende -scrivono ancora i magistrati- come i brigatisti abbiano accettato un simile e gratuito rischio quando avrebbero potuto facilmente evitarlo ad esempio uccidendo l'on.Moro nella sua stessa prigione e trasportandolo poi da morto; ed incredibile sembra il fatto che si sia programmata l'esplosione di una serie di colpi, quanti risultano dalle perizie, in un box che si apriva nel garage comune degli abitanti dello stabile, essendo noto che anche i colpi delle armi silenziate producono rumori apprezzabili che potevano essere facilmente percepiti da persone che si trovassero a passare, così come furono distintamente percepiti dalla Braghetti" (ivi, p. 150).


    Alle condivisibili considerazioni dei giudici del quinto processo Moro, dobbiamo aggiungere il rilievo che i colpi sparati con il silenziatore furono soltanto due. E gli altri 9, esplosi senza il silenziatore, non li ha avvertiti nessuno? Ne erano così certi i brigatisti rossi Mario Moretti e Germano Maccari? E, infine, perché lasciare Aldo Moro agonizzante per altri 15 lunghissimi minuti, come conferma la perizia medico-legale (ivi, p. 279), senza che un rantolo, un gemito, un grido disperato sia veramente uscito dalla bocca di un uomo morente e ferito? In conclusione, "anche su questo punto, la versione delle Brigate rosse non sta in piedi, o almeno zoppica fortemente" (ivi, p. 150).


    Un uomo che, senza essere narcotizzato (ibidem), senza essere legato ed imbavagliato, si fa infilare in una cesta, deporre nel portabagagli di un'auto, ricevere nel corpo due pallottole che lo lasciano in vita per altri 15 minuti; e in tutto questo tempo non tenta la disperata reazione di chi non ha più nulla da perdere, effettivamente non è credibile. La passività di Aldo Moro, se mai ci fu, può trovare solo logica e coerente spiegazione in due fattori: il luogo dove si trovava, solitario, dove il suo urlo disperato si sarebbe perso nel vento e nella lontananza del cielo; il numero dei suoi uccisori, tale da scoraggiarne a priori ogni tentativo di fuga o reazione violenta.


    "Un testimone -scriveva Luigi Cipriani- vede una Renault rossa presso la spiaggia di Fregene col posteriore aperto. La perizia sulla sabbia dei pantaloni di Moro conferma che il litorale era quello. Sabbia trovata in molte parti dei vestiti, calze, scarpe e sul corpo compreso bitume e sulle ruote della Renault. Sul battistrada -concludeva Cipriani- fu trovato un frammento microscopico di alga analogo ad altro rinvenuto sul corpo" (L. Cipriani, L'affare Moro. Appunti cit.).


    E gli accertamenti ulteriori confermano pienamente questa realtà: "Le risultanze tecniche -ricorda Biscione- riguardano innanzitutto la sabbia e i frammenti di flora mediterranea trovati nelle scarpe, negli abiti e sul corpo di Moro, come pure sulle gomme e sui parafanghi dell'auto di Moretti rinvenuta in via Caetani. Le tracce sugli abiti e sulle scarpe lascerebbero pensare ad una permanenza o ad un passaggio presso il litorale romano (la perizia giudica quel tipo di sabbia proveniente da una zona compresa tra Focene e Palidoro)..." (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 151).


    Mario Moretti e compagni, quindi, affermano il falso, come asseriva giustamente perentorio Luigi Cipriani nei suoi appunti: "Savasta e Morucci mentono dicendo che la sabbia era un depistaggio di Morucci..." (L. Cipriani, L'affare Moro. Appunti cit.).


    Più sfumato nel tono ma chiaramente concorde nella sostanza con il parlamentare di Democrazia proletaria, Francesco Biscione che scrive: "...Lascia fortemente perplessi la machiavellica spiegazione di Morucci (confermata da Moretti e ribadita anche dalla Braghetti nel corso del processo Moro-quater) secondo la quale 'ai primi di maggio 1978...alcuni militanti furono incaricati di andare a reperire sulle spiagge del litorale laziale, sabbia, catrame, parti di piante da mettere sui vestiti e sotto le scarpe di Moro per depistare le indagini successive al ritrovamento del cadavere'..." (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 151).


    Quali vantaggi si proponessero di ricavare i brigatisti facendo credere agli inquirenti ed all'opinione pubblica di aver custodito Aldo Moro sul litorale laziale piuttosto che in un appartamento al centro di Roma, non lo dicono perché si rendono conto da soli che non ha senso logico quella pretesa accuratissima ricerca di sabbia, bitume e addirittura piante con le quali cospargere i vestiti, le scarpe e perfino il corpo di Aldo Moro, sulle spiagge laziali. Le menzogne dei dissociati si saldano con quelle dei pentiti e, insieme, rafforzano lo scarno muro eretto dagli ex-irriducibili a difesa della loro verità.


    Laura Braghetti chiama in causa, come testimone non sospetto, la signora Graziana Ciccotti, residente nello stesso stabile in cui era detenuto il presidente della Democrazia cristiana. Secondo la versione resa dalla brigatista, la Ciccotti vide la Renault rossa nel box il 9 maggio 1978: "Io sono sicura -afferma la Braghetti- che la signora abbia notato che nel mio box vi era una macchina diversa dalla mia che era parcheggiata fuori sulla strada. Non so se la signora si sia accorta -specifica con finta ingenuità- che si trattava di una Renault rossa. Però io sono rimasta sempre convinta che l'avesse effettivamente notata e pertanto ritenevo che questo poteva essere un elemento che poteva portare alla individuazione della prigione e della mia persona" (ivi, p. 149).


    Ma tanto Laura Braghetti racconta dopo aver letto gli atti giudiziari ed averci ritrovato la testimonianza della Ciccotti che, effettivamente, aveva visto la Renault rossa e, ovviamente a posteriori, l'aveva collegata al sequestro Moro rendendo edotta la polizia dei suoi sospetti; ma la brigatista l'aveva letta male perché Graziana Ciccotti "non datava l'episodio al 9 maggio bensì ' in un tempo variante da tre giorni ad una settimana prima' della morte di Moro ed escluse di aver rivisto la macchina rossa in data successiva..." (ibidem). Ed è la prima testimonianza -questa di Graziana Ciccotti-, dopo le circostanze documentalmente accertate, che sottrae ulteriore credibilità ai brigatisti rossi ed alle loro versioni sulla morte di Aldo Moro.


    Ma non è la sola.


    La testimonianza di Pierluigi Ravasio, ex carabiniere-paracadutista, ex addetto all'ufficio sicurezza interna della VII sezione del Sismi a Roma (L. Cipriani, Il caso Pierluigi Ravasio, sul sito della Fondazione Cipriani) viene resa a Luigi Cipriani. Afferma l'ex agente del Sismi e componente delle Stay-behind che "il suo gruppo indagò sul caso Moro e venne a conoscenza del fatto che Moro era tenuto dai malavitosi e riferito ciò ai superiori, le indagini vennero fermate, il loro gruppo sciolto ed i componenti dispersi, mentre i rapporti che quotidianamente venivano compilati furono bruciati..."(ibidem).


    Francesco Biscione, pur con cautela non può fare a meno di rilevare che "se si pensa che nel maggio 1991, allorché fu raccolta l'intervista, era pressocché sconosciuto il ruolo svolto durante il sequestro di Moro dalla banda della Magliana, si è portati a dubitare che le parole di Ravasio siano frutto di pura fantasia (semmai, per una certa brutalità nei riferimenti si sarebbe indotti a credere che egli fosse a conoscenza di questa vicenda non per averla vissuta in prima persona, bensì per averne avuto notizia da altri)..." (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 219).


    E che il racconto di Pierluigi Ravasio abbia il sapore della credibilità lo dimostrano non solo il preciso riferimento fatto alla presenza del colonnello Camillo Guglielmi, suo diretto superiore al Sismi, in via Fani il 16 marzo 1978 (ivi, p. 127), quanto soprattutto le tracce di sabbia e bitume trovate sui vestiti, il corpo di Aldo Moro e la Renault rossa sulla quale venne poi trasportato in via Caetani.


    Bisogna anche rilevare, a favore della veridicità di quanto narrato dall'ex agente del Sismi, che le sue dichiarazioni, divulgate da Luigi Cipriani, all'epoca componente della Commissione d'inchiesta parlamentare sulle stragi, cadono in un momento in cui l'intervento della malavita nel sequestro Moro viene dato certo, per un fatto ormai acquisito ma datato ad operazione di prelievo avvenuta e considerato cessato, a seguito delle pressioni esercitate dai nemici politici dell'esponente democristiano prigioniero, entro i primi giorni di aprile del 1978.
    Anche il 'premio' concesso ai delinquenti della Magliana dallo Stato e dai suoi apparati è perfettamente verosimile: "Come ricompensa per il rapimento e la gestione del caso Moro -raccontò Ravasio-, il Sismi consentì alla banda di compiere alcune rapine impunemente. Una avvenne nel 1981 all'areoporto di Ciampino, quando i malavitosi travestiti da personale dell'areoporto sottrassero da un aereo una valigetta contenente diamanti provenienti dal Sudafrica. Una seconda avvenne nei pressi di Montecitorio dove furono aperte molte cassette di sicurezza e da alcune, appartenenti a parlamentari, furono sottratti documenti che interessavano il Sismi" (L. Cipriani, Il caso Pierluigi Ravasio cit.).


    Fatti che ci riportano alla rapina alla Brink's Securmark e ad una 'rivendicazione' che ha il valore di un avvertimento allo Stato perché non persegua i suoi autori. Del resto che questa sia la prassi lo conferma anche quanto gli dissero -secondo il racconto di Francesco Varone- "gli emissari di Andreotti" a casa di Frank Coppola: "Lo fai per soldi? Soldi te ne possiamo far guadagnare tanti anche noi".


    Un solo punto, nel racconto di Pierluigi Ravasio, suscita perplessità ed interesse insieme: la pretesa che il sequestro fu organizzato e gestito da "ex detenuti e malavitosi", dal suo inizio alla sua conclusione. Sappiamo, viceversa, che i brigatisti rossi in via Fani c'erano, come furono presenti durante tutte le fasi dell'operazione, eliminazione fisica di Aldo Moro compresa. Ma, e qui la verità documentalmente accertata si salda con le dichiarazioni di Pierluigi Ravasio, non erano i soli e nemmeno liberi di gestire il sequestro a loro piacimento.


    Desta curiosità la distinzione che l'ex agente del Sismi fa tra "ex detenuti e malavitosi" che però ha la sua ragione di essere perché, difatti, la qualifica dei primi non necessariamente deve corrispondere allo status dei secondi. Si può essere stati detenuti per motivi non 'comuni', per ragioni politiche, ad esempio Prospero Gallinari che, per essere evaso dal carcere di Treviso nel 1997 insieme a Vincenzo Andraus, malavitoso catanese (L. Cipriani, L'affare Moro. Appunti cit.), può essere considerato un 'ex detenuto' (poco importa se scarcerato od evaso), non 'malavitoso'. E, visto che è estremamente difficile, se non impossibile non trovare un 'malavitoso' che sia stato nella sua vita almeno una volta detenuto e possa essere considerato, di conseguenza, una volta restituito alla libertà un 'ex-detenuto', la distinzione di Ravasio conferma la commistione del commando che operò in via Fani, sebbene esposta in forma criptica, da un ex appartenente alle Stay-behind che, con le sue rivelazioni, si era già esposto molto alle reazioni ed alle rappresaglie dello Stato (L. Cipriani, Il caso Pierluigi Ravasio cit.).

    Dalla parte del più forte


    E, della presenza ossessiva, sovrastante, della malavita impegnata a gestire il sequestro di Aldo Moro rivestendo il duplice ruolo di fiancheggiatore dello Stato che lo voleva morto e dei brigatisti rossi che non sapevano cosa fare, può esserne prova il comunicato nr.7 del 20 aprile 1978 che "appare...allo stesso tempo -scrive Biscione- l'ultimo della prima serie ed il primo della seconda...-perché-...iniziava da parte delle Brigate rosse l'offensiva sulla trattativa: 'Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione dei prigionieri comunisti. La Dc dia risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre disponibili'; seguiva l'ultimatum: 24 ore di tempo per una risposta a partire dalle ore 15 del 20 aprile" (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p. 137).


    Erano passati solo due giorni dal comunicato del lago della Duchessa, redatto da Antonio Chichiarelli (ed ispirato, scrivono gli stessi brigatisti su indicazione di Aldo Moro "da Andreotti ed i suoi complici" /ibidem/), ed i carcerieri del presidente della Democrazia cristiana abbandonano l' 'alta politica', smettono di trastullarsi e passano al concreto :"Il comunicato nr. 7 è anche il primo -rileva Biscione- che non porta in chiusura lo slogan consueto 'portare l'attacco allo Stato imperialista' ecc., ma 'libertà per tutti i comunisti imprigionati' " (ibidem). Un segnale preciso a quanti in carcere attendevano che si realizzasse lo scopo primario dell'operazione Moro: la liberazione dei detenuti.


    Una risposta al messaggio di morte del 18 aprile 1978 che, come abbiamo in precedenza rilevato, non era rivolto al solo Aldo Moro ma anche ai suoi carcerieri visto che nel simbolismo della mafia calabrese è nell'acqua che si affogano i traditori. La minaccia venne certamente recepita da Moretti e compagni che rivolsero, anch'essi in forma criptica, un messaggio rassicurante ai detenuti, non solo comunisti ma anche malavitosi.


    Avevano indubbiamente -ed in questo ha ragione Francesco Biscione- compreso anche l'ordine di uccidere Aldo Moro, insieme al resto, ma sottolineavano l'inutilità del gesto se questo fosse stato eseguito senza avere ottenuto almeno la scarcerazione dei detenuti, divenuta l'obiettivo primario di un sequestro che aveva già prodotto, sul piano politico, frutti eccezionali come la confessione del presidente della Democrazia cristiana su fatti e misfatti del potere italiano e atlantico. Ma, considerato che di questa confessione i brigatisti rossi non avrebbero mai potuto fare uso e avevano pubblicamente annunciato questa loro rinuncia, la scarcerazione di un numero ragionevole di detenuti avrebbe permesso loro di salvare le apparenze e di riportare un simulacro di vittoria restituendo vivo Aldo Moro.


    Solo dal carcere, da chi era detenuto potevano pervenire ai malavitosi fuori quei pressanti richiami capaci di ritardare la eliminazione fisica di Aldo Moro, se non proprio di evitarla, fino al momento in cui chi doveva uscire fosse uscito. Da qui la cancellazione, in tutta fretta, dello slogan 'portare l'attacco al cuore dello Stato imperialista' con l'unico che potesse avere un significato per coloro che stavano in galera, 'libertà per tutti i comunisti imprigionati'.


    E' certamente difficile immaginare i calcoli che Renato Curcio, i suoi compagni brigatisti ed i malavitosi avevano fatto in carcere su quanti detenuti potessero essere scambiati con la vita di un uomo politico del livello di Aldo Moro. Non avevano pensato ad alcuni o a qualche decina, tutti comunisti per di più, perché da una malavita anticomunista non avrebbero ottenuto alcun appoggio in questo caso, ma a qualche centinaio se non a diverse centinaia. Invece nel comunicato n.8 si richiede la liberazione di soli 13 detenuti e si segna così, definitivamente, la sorte di Aldo Moro, per motivi opposti a quelli che gli storici ufficiali ritengono. Questi ultimi, difatti, sono convinti che "l'insostenibile richiesta dello scambio tredici contro uno, rendeva ancor più fioca la voce già flebile e minoritaria dei sostenitori della trattativa. Che il significato del comunicato n.8 fosse l'attestazione di una posizione nuova che, contrariamente a varie ragionevoli aspettative, manifestava che si stava andando verso l'esecuzione dell'ostaggio fu dunque -conclude Biscione- una considerazione abbastanza diffusa" (ivi, p. 138).


    Ma chi, a differenza degli storici contemporanei, sa ben valutare questo Stato, sa bene che, senza bisogno di dar loro ufficialità, nell'arco di pochi giorni, in libertà provvisoria, in differimento della pena per motivi di salute, in qualche 'evasione', con una serie di assoluzioni per insufficienza di prove e di annullamenti in sede di Cassazione con l'inevitabile scadenza dei termini di custodia cautelare ed altro ancora, potevano uscire alla chetichella e senza possibilità che apparisse un collegamento con il sequestro Moro ben più di un centinaio di detenuti, fra i quali i 'comunisti' sarebbero stati una netta minoranza.


    Secondo i loro calcoli, i brigatisti fissando in tredici il numero dei liberandi davano prova di quella ragionevolezza che li avrebbe condotti a condurre, finalmente, una trattativa riservata e diretta con la Democrazia cristiana per poi stabilire con i padroni d'Italia un accordo di cui solo una parte avrebbe avuto pubblicità, l'altra facendo parte di quegli scambi all'italiana destinati ad essere taciuti per sempre da entrambe le parti.


    Qualcuno potrebbe indursi a pensare che quella compiuta da Mario Moretti e dai suoi compagni, la richiesta di uno scambio 13 ad 1, sia stata una mossa per precludere ogni possibilità ad una ancora probabile trattativa e, quindi, poter procedere all'esecuzione di Aldo Moro scaricandone ogni responsabilità sulla Democrazia cristiana. Ma così non fu, e per convincersene è sufficiente riascoltare la telefonata che, con totale e stupefacente imprudenza, Mario Moretti al colmo dell'agitazione nervosa, fa a casa della famiglia Moro il 30 aprile 1978. "Solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore e preciso di Zaccagnini può modificare la situazione" (ibidem), dice Mario Moretti che usa un tono giustificatorio "sa una condanna a morte non è una cosa sulla quale si possa prendere alla leggera...Non possiamo fare altrimenti..."(ibidem), conclude Moretti che appare nella posizione di chi subisce una decisione, non l'assume e tantomeno la impone.


    Si rivolge alla famiglia perché crede che Eleonora Moro possa contare qualcosa. Dimostra di essere informato sui movimenti che i congiunti di Moro hanno fatto, a riprova che ritiene la carta umanitaria essenziale, perché è l'ultima cosa che gli è rimasta in mano essendo stato costretto a rinunciare all'altra, la più importante, quella decisiva, le rivelazioni di Moro su uomini e fatti.


    L'ultimo tentativo lo fa, per loro conto, Daniele Pifano che incontra il rappresentante del Procuratore generale Pietro Pascalino, il sostituto Procuratore Claudio Vitalone e gli propone lo scambio di uno contro uno, un detenuto magari malato contro Aldo Moro (ivi, p. 191) e, ricevuto un rifiuto, ripiega sul suggerimento della "soppressione delle norme restrittive dei colloqui dei carcerati con i familiari" (ibidem).


    Ma, ormai, è finita.


    Non ci sarà trattativa e, di conseguenza, nemmeno scarcerazioni di pochi o di tanti. Gli 'occasionali alleati' che al gioco hanno partecipato con riserva mentale fin dall'inizio, traggono dalla debolezza brigatista le ultime e logiche conseguenze, privando Mario Moretti e compagni della possibilità di decidere sulla sorte di Moro prigioniero, come già li hanno privati della loro documentazione, e lasciano loro la totale responsabilità di una sconfitta umiliante, tutta brigatista dall'inizio alla fine.


    La delinquenza è concreta: aiuta i brigatisti perché pensa, illusa dal mito cartaceo (creato dai mass media) della loro potenza, che possa ottenere scarcerazioni, la chiusura del circuito di massima sicurezza in ambito penitenziario e chissà quanto altro ancora connesso allo stato di detenzione. Ma non tarda a rendersi conto che la leggenda non esiste, che nel confronto sono le Brigate rosse ad essere deboli non lo Stato né il regime. E mai, in nessun tempo e in nessun luogo, la malavita si è schierata dalla parte dei deboli e dei perdenti, ma sempre e soltanto con i più forti ed i vincenti, in questo caso lo Stato.


    E' forse dal 1941, da quando il ministero degli Interni cominciò a far rientrare nei paesi di origine i mafiosi inviati al confino dal prefetto Cesare Mori, che il ruolo della malavita è divenuto centrale per il controllo politico e territoriale del Paese, la difesa dell'ordine pubblico, la stabilizzazione di quello politico. In oltre mezzo secolo di storia non c'è vicenda politica che non veda comparire sullo sfondo e, in certi casi, in prima linea la delinquenza organizzata o meno: dalla banda Giuliano alla strage del rapido 904, passando per la storia del neofascismo italiano e quella del sequestro di Aldo Moro di segno opposto, la presenza del delinquente, con coppola o meno, è oppressiva e totale. Avendo come unico ed esclusivo fine, principio, ideale la ricerca del proprio interesse, il delinquente si mette al servizio di chiunque possa essere in grado di favorirlo sul piano finanziario come su quello giudiziario e carcerario.


    Così mentre Renato Curcio ed i suoi compagni detenuti s'illudono di aver trovato, attraverso i 'politicizzati', nuovi e potenti alleati che loro vanno a cercare, che loro interessano alla azione che vogliono condurre, la cosca di Rezziconi (Reggio Calabria) rappresentata a Roma da Francesco Varone detto Rocco, viene invitata a collaborare nella ricerca della prigione di Aldo Moro da Benito Cazora, non viceversa come costui vuol fare intendere (ivi, p. 289). E l'ex parlamentare democristiano, escluso dal novero degli eletti, ammette parzialmente che l'interessamento dei Varone non era -e non avrebbe mai potuto esserlo- disinteressato. Rocco il calabrese chiede, difatti, "sconti di pena o eventuali interventi di grazia per qualche caso di reati minori ecc."(ibidem). Sa, Rocco, di poterli ottenere. E quindi si attiva contando sulla solidarietà degli altri calabresi che mantengono, anche al di fuori della loro terra d'origine, la struttura di controllo territoriale, compreso il 'poliziotto di quartiere' che fa della n'drangheta uno Stato nello Stato.


    Qualche risultato non da poco lo raggiungono. E così accompagnano Benito Cazora a fare un giro in macchina, poi si fermano e gli dicono: "questa è la zona calda dove ci dovrebbe essere un covo delle Br" (ivi, p. 290). Ed in effetti quella risulterà poi essere la zona dove, in via Gradoli, alloggiava Mario Moretti.


    Per mirabile coincidenza, qualche giorno dopo, l'informazione sulla presenza di un covo brigatista in via Gradoli giunge anche nell'oltretomba democristiano che, opportunamente evocato, si materializza il 2 aprile 1978 a Romano Prodi e ad altri suoi amici, a casa di Alberto Clò, nei pressi di Bologna, nelle figure nientemeno che di Luigi Sturzo e Giorgio La Pira. E, naturalmente, l'intervento di un prete e di un mezzo prete non può che far verificare il miracolo: "tra le varie risposte incoerenti o incomprensibili - ricorda Francesco Biscione- insieme ad alcune cifre emerse la parola 'Gradoli', località di cui nessuno tra i presenti ricordava di aver mai sentito parlare, ma la cui esistenza venne certificata da un atlante geografico all'uopo consultato" (ivi, p. 187). Dopo la malavita l'oltretomba democristiano aveva individuato l'appartamento di Mario Moretti in via Gradoli e ne riferiva a Romano Prodi, futuro presidente del Consiglio.


    Se Romano Prodi ufficialmente tutelava la sua fonte, inventandosi una seduta spiritica in sua vece, i suoi colleghi di partito ne approfittavano per indirizzare le ricerche di Moro nel paese di Gradoli, ampiamente pubblicizzate in modo da mettere sull'avviso Mario Moretti che il suo segreto era stato scoperto.


    Se si vuole continuare a credere che, in realtà, nessuno si accorse che a Roma esisteva una 'via Gradoli', non gli uomini della Democrazia cristiana che avevano sezioni in tutti i quartieri; non la struttura informativa del Vaticano che poggia sui preti capillarmente distribuiti nei quartieri ognuno dei quali corrisponde ad una parrocchia (la Chiesa ha una struttura informativa capillarmente distribuita in tutti i paesi e nei quartieri cittadini che poggia sulla schedatura dei parrocchiani, credenti, praticanti, atei etc., con annotazioni che vanno dalle condizioni economiche, alle idee politiche, alla condotta morale, ai dati anagrafici di tutti i componenti di una famiglia. A tale struttura fanno riferimento sia gli organi istituzionali che agenzie private di investigazioni commerciali); non i servizi di sicurezza militari e civili, palesi ed occulti; non le forze di polizia anch'esse presenti nei rioni con i propri commissariati, né i carabinieri che vantano la loro rete di 'stazioni' capillarmente distribuite sul territorio metropolitano, lo si faccia almeno in malafede, se non altro si evita l'accusa di stupidità.


    In realtà, quello che non è dato di sapere è in quanti giorni -se non proprio in ore- i servizi di sicurezza giunsero in via Gradoli, individuarono il covo brigatista e lo misero discretamente sotto controllo per pedinare, previa identificazione, i suoi inquilini. Da qui, da via Gradoli a via Montalcini, il passo fu breve. Ma se Aldo Moro doveva morire, ad ammazzarlo avrebbero dovuto essere i suoi carcerieri e/o i loro 'alleati', così che dal 18 aprile scatta l'operazione che deve obbligare i brigatisti a concludere nel senso desiderato dallo Stato, da una parte della Democrazia cristiana e dalle gerarchie ecclesiastiche, dalla Nato e dalla Casa bianca la vicenda umana e politica di Aldo Moro.


    Lo Stato non si espone, ha i 'bravi' della banda della Magliana al suo servizio, lo conferma anche Benito Cazora: "...recentemente -scriveva Luigi Cipriani- il senatore Cazora ha confermato al magistrato romano che sta indagando sulle trattative condotte durante il sequestro Moro che si ebbe coscienza del fatto che il presidente della Dc fosse 'custodito' dalla banda della Magliana" (L.Cipriani, Il caso Pierluigi Ravasio cit.). E sempre il parlamentare di Democrazia proletaria poteva legittimamente richiamarsi, ad ulteriore e definitiva conferma della sua tesi, a quanto aveva dichiarato il 14 settembre 1978 al quotidiano Repubblica il senatore democristiano Giovaniello, molto vicino ad Aldo Moro ed alla sua famiglia: "Quando sapemmo che Moro stava per essere affidato a criminali comuni per il terribile atto conclusivo, facemmo le cose più impensabili per arrivare prima degli altri, ma senza fortuna" (L.Cipriani. L'affare Moro. Appunti cit.).


    E fu la fine. Nel sequestro di Aldo Moro fu lo Stato, non Mario Moretti ed i suoi compagni, a stabilire tempi e modalità del prelevamento, della prigionia e, infine, della sua morte. Non si può dubitare, oggi, di questa affermazione perché poggia sulle solide basi della documentazione esistente e su una realtà incontrovertibile: quando si parla di malavita che eccezionalmente si 'allea' con le Brigate rosse e, di converso, di banda della Magliana che 'custodisce' Aldo Moro, si parla in ogni caso di Stato, non mai di forze ad esso estranee o addirittura ostili. Dal giornalista-spia Mino Pecorelli al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, al colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, al malavitoso Antonio Chichiarelli ed altri ancora che avevano, per unico denominatore comune, di essere sempre dalla parte dello Stato o con lo Stato di aver collaborato.


    Vivono, viceversa, i suoi nemici, coloro che avevano giurato di distruggerlo, che volevano liberare il Paese dalla schiavitù delle multinazionali e che oggi rappresentano la difesa più efficace dello Stato per negare la verità sul sequestro e la morte di Aldo Moro.

    Conclusioni


    Venti anni sono passati e, come per incanto, tutti hanno scoperto che esistono ancora misteri irrisolti nel caso Moro.


    Il capitano del Sid, Antonio Labruna, plurinquisito e pluriprosciolto per prescrizione di reato, rivela che un tale Mario Puccinelli, da Francoforte, gli telefonò per dirgli che 'in via Gradoli c'è chi ha rapito Moro' (G. M. Bellu, Moro tenuto prigioniero nel 'palazzo dei servizi', Repubblica 5 maggio 1998). E, dato che questo confidente del Sid era presidente (è opportunamente deceduto) di una organizzazione clericale, la International opus Christi, è facile arguire che fu lui e non i fantasmi di Luigi Sturzo e Giorgio La Pira ad indicare a Romano Prodi il covo di Mario Moretti.


    Così che abbiamo un uomo- che ha ricoperto cariche politiche fra le quali quella di presidente del Consiglio- che non ha avuto la dignità e il coraggio di rivelare per intero quanto era venuto a conoscere rifiutandosi di prestarsi alla grottesca operazione di ricerca nel paese di Gradoli di un sequestrato che non c'era.


    E dopo venti anni, si 'scopre' che l'appartamento dove abitava Mario Moretti in via Gradoli era di proprietà del Sisde, il servizio segreto civile, ubicato in una palazzina dove perfino il portiere era uno spione (ibidem).


    Perfino Oscar Luigi Scalfaro, ministro degli Interni ai tempi in cui il Sisde manipolava Antonio Chichiarelli e munificamente gli concedeva di rapinare 35 miliardi alla Brink's Securmark non destinati a sovvenzionare conventi ed opere pie, ipotizza oggi l'esistenza di mandanti rimasti occulti nel sequestro e l'omicidio di Aldo Moro.


    Il P.M. Antonio Marini, che mai si è accorto della centralità del caso Chichiarelli per giungere alla verità su quanto accaduto nei 55 giorni del sequestro di Aldo Moro, il collega di Luciano Infelisi e di Claudio Vitalone, di Giovanni de Matteo e di Pietro Pascalino rivendica la sua parte di gloria dichiarando di aver finalmente identificato due temibilissimi brigatisti rossi, che con l'azione di via Fani poco o niente hanno avuto a che fare, noti come il Peppe e la Peppa. Non capire perché il Nucleo di P.G. dei carabinieri protesse Antonio Chichiarelli è fondamentale per Antonio Marini ma scoprire chi sono 'Peppe' e 'Peppa'!


    E' evidente che tutto questo affannoso rivelare cose 'nuove', più spesso riciclate dai professionisti del mistero (vedi Flamigni), non modifica la realtà di un mistero che non c'è. Perché il vero mistero del caso Moro è rappresentato dal fatto che di non chiarito a sufficienza c'è ancora qualche dettaglio sulle modalità del sequestro e dell'assassinio, mentre nulla si esplicita delle ragioni reali che lo hanno determinato.


    Aldo Moro era in anticipo sui tempi e, forte dell'esperienza fatta con i socialisti che per quattro baiocchi si erano venduti all'odiato (fino al giorno prima) capitalismo, riteneva a ragione che i comunisti nostrani non fossero di pasta diversa e migliore e che, alla fine, avrebbero fatto la stessa identica cosa dei loro 'fratelli' del Psi.


    Una politica cinica ma realistica, basti vedere un Veltroni passato come una saetta da Lenin a Kennedy e Napolitano far bastonare di santa ragione dalla sua polizia, quando era ministro degli Interni, operai e manifestanti, ma che era ritenuta prematura sia dagli Stati uniti e dalla Nato che dall'Unione sovietica. I primi continuavano -a ragione- a non credere all'autonomia del Pci da Mosca e diffidavano della politica 'aperturista' di quest'ultima. Da parte sua, la dirigenza sovietica viveva ancora nel convincimento, giustissimo anch'esso, che l'ingresso nell'area governativa italiana del Pci avrebbe provocato la reazione di quelle strutture politico- militari che in poco tempo avrebbero creato le condizioni per fare dell'Italia una democrazia autoritaria riducendo il Pci ad un partito di poco conto e nessun peso, ai limiti della legalità.


    Un rischio, la politica di Aldo Moro, troppo elevato per tutti i protagonisti internazionali, gli unici artefici della politica interna italiana. Così, il presidente della Democrazia cristiana si ritrovò schiacciato non dalla forza delle due superpotenze e dei loro alleati ma dalle loro paure reciproche dalle quali le liberarono le Brigate rosse sequestrandolo.


    Lo Stato ufficiale agì per omissioni, secondo una collaudata tecnica applicata mille volte con successo, ma delegò la sua polizia ausiliaria, la malavita organizzata, ad agire sotto la direzione ed il controllo dei suoi poteri, compreso quello giudiziario.


    L'azione si svolge in due tempi. Nel primo si organizza una ricerca clandestina (perché non si poteva ufficialmente trovare il covo prigione di Aldo Moro senza tentarne poi una facilissima liberazione), quindi raggiunto l'obiettivo, individuato il covo, si passa alla seconda fase.


    Nota, a ragione, Francesco Biscione che il disimpegno della mafia, ufficialmente giustificato in ragione del suo anticomunismo, "potrebbe verosimilmente nasconderne un'altra /giustificazione/, cioè che Moro era stato trovato, e che quanto meno gente da quel momento in poi si fosse occupata della faccenda, tanto meglio essa avrebbe potuto venire gestita" (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p. 221). Si fermano, per le stesse motivazioni, la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e la banda di Francis Turatello, affidandosi agli elementi più sicuri della n'drangheta e della banda della Magliana per portare a termine la decisa eliminazione dell'ostaggio.


    I tempi corrispondono.


    Il 2 aprile 1978, lo sappiamo dalla finta seduta spiritica di Romano Prodi, il ministero degli Interni ha la certezza che Mario Moretti abita in via Gradoli, in un appartamento del Sisde. "Un'accurata lettura - ricorda Francesco Biscione- di documenti giudiziari quali intercettazioni telefoniche e altri riscontri ha consentito al giudice Giovanni Salvi di stabilire che attorno al 10 aprile cessò del tutto l'attivazione di Cosa nostra" (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p. 202); cinque giorni più tardi, Mario Moretti alza bandiera bianca con il comunicato del 15 aprile che preannuncia la condanna a morte di Aldo Moro e, contemporaneamente, informa che non ci sono segreti che il proletariato già non conosca, un modo per dire che di quanto aveva detto Moro nulla sarebbe stato rivelato; il 18 aprile, tre giorni più tardi, un uomo della banda della Magliana, Antonio Chichiarelli, controllato dalla magistratura tramite il Sisde e il Nucleo di P.G. dei carabinieri, ribadisce la condanna a morte di Aldo Moro e minaccia Moretti ed i suoi compagni di fargli fare la stessa fine.


    I brigatisti rossi, ad onor del vero, stentano a credere che il potere politico voglia a tutti i costi la morte di un uomo così rappresentativo come Aldo Moro, cercando di evitarla, offrono la sua vita per un piatto di lenticchie (uno contro uno, attenuazione dei rigori del regime carcerario), ma devono capitolare e consegnare il loro prigioniero ai suoi esecutori materiali limitandosi ad assistere impotenti alla sua morte fisica ed alla loro disfatta storica e politica. Avevano progettato il sequestro di Aldo Moro con il ferreo convincimento che il mondo politico italiano avrebbe implorato pietà per la sua vita; si erano ritrovati nella condizione opposta: loro a cercare di salvare l'ostaggio e il potere politico a pretendere, senza condizioni, la sua morte.


    Questo il mistero dell'affaire Moro. Questo il segreto ignobile che cercano di occultare, ammantandolo sotto una miriade di piccoli misteri nessuno dei quali, quand'anche scoperto, veramente risolutivo. E sono venti anni che lo negano.


    Poteva scrivere, già nell'ottobre del 1978, Mino Pecorelli che il ministro dell'Interno, Francesco Cossiga, sapeva tutto: "perché non ha fatto nulla? Risponde: il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto e qui sorge il rebus -ironizzava Pecorelli- : quanto in alto, magari sino alla loggia di Cristo in Paradiso?..." (ivi, pp. 217-218).


    Manco a dirlo, "non paiono esservi dubbi sul fatto -si affretta a scrivere Francesco Biscione- che la 'loggia di Cristo in Paradiso' alla quale il ministro si sarebbe rivolto per avere lumi sul da farsi fosse la P2" (ibidem, p. 218).


    E, invece, Mino Pecorelli si riferiva a quella che egli stesso definiva la 'loggia vaticana', una loggia massonica di cui possedeva un elenco di nomi di cardinali ed alti dignitari ecclesiastici, completo di numero di matricola e data di iniziazione (nel numero di O. P. del 12 settembre 1978, Pecorelli pubblicò un elenco di affiliati alla 'loggia vaticana' fra i quali, per limitarci ad un esempio, compariva il nome del cardinale Sebastiano Baggio, indicato come "Seba, numero di matricola 85/2640 e data di iniziazione il 14 agosto 1957"). Loggia o non loggia, il riferimento alle gerarchie ecclesiastiche è trasparente, inequivocabile, perché anche dal sacro Soglio qualcuno impose ad un Papa forse troppo debole l'avallo alla condanna di Aldo Moro.


    Ai brigatisti rossi, protagonisti del sequestro di Aldo Moro, lasciamo come ricordo e motivo di riflessione le parole pronunciate da un 'piangente', come lo definisce con ironia malcelata Francesco Biscione, Renato Curcio sulle "complicità tra noi e i poteri che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa è veramente successo..."(ivi, p. 148).


    Ai nostri lettori poniamo l'ultimo quesito. Perchè tutti i 'poteri' si posero contro il più rappresentativo dei politici democristiani?


    Forse, la risposta va cercata in una frase che lo stesso Aldo Moro scrisse, imprudentemente, a Tullio Ancora, il più fidato amico, il tramite segreto con i vertici del Pci: "...Ricevo come premio dai comunisti dopo la lunga marcia la condanna a morte...". Da quanti anni durava quella 'lunga marcia'? Molti uomini, forse più potenti di Aldo (e basti ricordare Enrico Mattei), in un mondo che con macabro umorismo si definiva 'libero' sono morti per molto meno.
    Perché avrebbero dovuto far vivere Aldo Moro.





    (continua)


    Andrea Carancini: Vincenzo Vinciguerra: I vivi e i morti (l'affare Moro)

  7. #7
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Vincenzo Vinciguerra - Ergastolo per la Liberta'

    APPENDICE


    Non fu la tragedia di un uomo solo. Vi fu un'appendice di morti tra i quali, tranne qualche innocente, non uno non era stato coinvolto nella vicenda del sequestro di Aldo Moro. In alcuni la connessione è diretta, in altri appare sfumata, in altri ancora le motivazioni della loro eliminazione sembrano affondare le loro radici in lotte intestine che nulla hanno a che vedere con il sequestro e l'omicidio di Aldo. Ma in un mondo in cui la 'disinformazione' e la 'intossicazione', l'inganno sono le regole del gioco è giusto ricordarli tutti. Tanto la cifra, per quanto elevata sia, sarà sempre per difetto.


    Il 16 marzo 1978, a Roma, vengono uccisi in agguato:


    -Iozzino Salvatore, agente di P.S.


    -Leonardi Oreste, maresciallo dei carabinieri.


    -Ricci Domenico, appuntato dei carabinieri.


    -Rivera Giulio, agente di P.S.


    -Zizzi Francesco, brigadiere di P.S.


    Il 9 maggio 1978, viene eliminato Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana.


    Il 12 maggio 1978, a Venezia, viene falciato da una raffica di mitra dei carabinieri Silvano Maestrello, detto 'Kociss', pregiudicato, utilizzato come confidente nel periodo di detenzione trascorso, per sua scelta o simpatia ideologica, in mezzo ai brigatisti rossi.


    Il 20 marzo 1979 viene eliminato in agguato, a Roma, il giornalista Mino Pecorelli.


    Nella notte fra il 12 e il 13 luglio 1979, viene ucciso in agguato a Milano, Giorgio Ambrosoli, curatore fallimentare delle banche di Michele Sindona.


    Il 13 luglio 1979, di primo mattino, viene intercettato sul Lungotevere a Roma, il colonnello Antonio Varisco dei carabinieri, ed ucciso con modalità singolari rispetto a quelle abitualmente impiegate dalle B.R. che rivendicano il gesto.


    Nel settembre 1980, tocca a Franco Giuseppucci, a Roma, cadere sotto i colpi di una banda rivale che elimina, così, insieme al capo della banda della Magliana uno dei testimoni più importanti dei rapporti tra delinquenza organizzata-magistratura romana-apparati dello Stato-potere politico.


    Nel febbraio 1981, a Roma, cade sotto i colpi degli stessi elementi della Magliana, Nicolino Selis, che aveva individuato il covo-prigione di Aldo Moro.


    Nell'ambiente mafioso di Palermo, il 25 aprile 1981, viene ucciso Stefano Bontate che si era contrapposto a Totò Riina e Michele Greco dichiarandosi favorevole all'intervento di Cosa nostra a favore di Aldo Moro.


    Il 12 maggio 1981, a Palermo, viene ucciso Salvatore Inzerillo, mafioso che aveva affiancato Stefano Bontate nell'affermare la convenienza di intervenire a favore di Aldo Moro.


    Il 16 ottobre 1981, tocca a Domenico Balducci, agente di collegamento della banda della Magliana con il Sismi e Pippo Calò, cadere ucciso in un agguato.


    Il 27 aprile 1982, viene ucciso da una guardia giurata, mentre attentava alla vita di Rosone, vicepresidente del Banco ambrosiano, a Milano, Danilo Abbruciati che aveva sostituito Franco Giuseppucci come leader della banda della Magliana.


    Nel luglio 1982, a Milano, viene ucciso e bruciato all'interno del portabagagli di una macchina, Antonio Varone, fratello di Francesco Varone che, dietro la sua autorizzazione, aveva collaborato con gli apparati dello Stato alla ricerca del covo prigione di Aldo Moro.


    Il 3 settembre 1982, a Palermo, viene eliminato il generale dei carabinieri, ora prefetto della città, Carlo Alberto Dalla Chiesa; con lui vengono uccisi la moglie, Emanuela Setti Carraro e l'autista, l'agente di P.S. Domenico Russo.


    Nell'estate del 1982, nel carcere di Nuoro, viene trucidato da Pasquale Barra, uomo di Raffaele Cutolo, Vincenzo Andraus e da altri cosiddetti killer delle carceri, Francis Turatello, che aveva utilizzato quanto fatto per l'individuazione del covo-prigione di Aldo Moro per fini ricattatori nei confronti di personaggi politici ed istituzionali perché lo aiutassero processualmente.


    Il 29 gennaio 1983, mediante un'autobomba piazzata a Roma nelle vicinanze della sede del Sismi, Forte Braschi, viene ucciso il camorrista cutoliano Vincenzo Casillo che, a nome dei politici nazionali con i quali manteneva i contatti, aveva imposto a Cutolo di fermare la ricerca del covo-prigione di Aldo Moro. Rimane invalido, a causa dell'effetto dell'esplosione anche Mario Cuomo, suo compare, che verrà ucciso successivamente a Napoli.


    Il 2 febbraio 1984, a Napoli, viene uccisa con il metodo della 'lupara bianca' Giovanna Matarazzo, compagna di Enzo Casillo.


    Il 5 febbraio 1984, decede in ospedale, mentre si trovava agli arresti, il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi nel periodo della vicenda Moro.


    Il 28 settembre 1984, viene ucciso a Roma Antonio Chichiarelli, autore materiale del falso comunicato del lago della Duchessa del 18 aprile 1978, e di altri interventi depistanti sugli omicidi Pecorelli e Varisco.


    Nel dicembre 1984, muore per fibrillazione cardiaca, nel carcere di Volterra, Luigi Bosso, camorrista politicizzato a sinistra che si era vantato con il secondino Angelo Incandela di conoscere moltissime cose sul conto dei sequestri Moro e Cirillo.


    Il 20 marzo 1986 viene avvelenato nel carcere di Voghera, con un caffè al cianuro, Michele Sindona. Il banchiere siciliano morirà due giorni dopo senza avere ripreso conoscenza.


    Dopo le rivelazioni di Saverio Morabito, pentito di n'drangheta, viene ucciso a san Luca di Aspromonte, Giuseppe Nirta, zio di Antonio Nirta detto 'due nasi', considerato come l'agente di collegamento fra la 'cosca' e i politici.


    Da ricordare, infine, la tentata eliminazione fisica, al momento dell'arresto, a Roma il 24 settembre 1979, di Prospero Gallinari, uno dei carcerieri di Moro, da parte della polizia che gli spara in testa; e quella di Massimo Carminati, il 20 aprile 1981, mentre si apprestava a varcare clandestinamente il confine, in un agguato preordinato che gli costerà la perdita di un occhio. In seguito sarà processato (e assolto, vedi supra NDE la sentenza che condanna invece Tano Badalamenti) quale uno dei killer di Mino Pecorelli.


    [1] Fondazione Luigi Cipriani
    Pubblicato da Andrea Carancini


    Andrea Carancini: Vincenzo Vinciguerra: I vivi e i morti (l'affare Moro)

  8. #8
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  9. #9
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    Le verità di Vincenzo Vinciguerra sulle stragi ·

    Le verità di Vincenzo Vinciguerra: da Piazza Fontana a Bologna

    Monday, Aug. 01, 2005 -




    L’Ora della Verità. Così è stata pubblicizzata su tutti i muri della Capitale la giornata indetta dai neofascisti sulla strage di Bologna del 1980. Ma a proposito di verità trovo importante riportare il parere di Vincenzo Vinciguerra,condannato per la strage di Peteano su quell’episodio e sugli anni dello stragismo, espresso in più interviste nel corso degli anni.

    Intervista a Vincenzo Vinciguerra

    Carcere di Opera, 8 luglio 2000

    di Gigi Marcucci e Paola Minoliti

    Questo è il testo dell’intervista videoregistrata a Vincenzo Vinciguerra realizzata nel carcere di Opera l’8 luglio 2000. All’inizio della conversazione, Vinciguerra denunciò casi di censura e manipolazione della sua corrispondenza. Poi parlò della convivenza in carcere con Gilberto Cavallini, condannato insieme a Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, per banda armata finalizzata alla strage del 2 agosto 1980. Le interruzioni, contrassegnate dal termine “stacco”, indicano sospensioni dell’intervista dovute a interventi degli agenti di custodia che, in un caso, si sono fatti consegnare una delle due videocamere utilizzate per la registrazione.

    L’intervista sarà pubblicata sul cd rom “2 agosto 1980”

    Domanda: Cosa è successo?

    Vinciguerra: Sono vent’anni che succedono cose. Ora, l’ultima cosa, mi hanno aperto la corrispondenza. Ne ho denunciati quattro, compreso il comandante, per associazione a delinquere, ora tocca al direttore. Glielo ho già detto…

    D: Ma perché, gliela censurano?

    V: E’ una violazione illegale della corrispondenza. Poi la consegnano con 12 giorni di ritardo. Ora a furia di denunce li ho fatti smettere. Hanno cominciato a far partire le lettere con 10 giorni di ritardo

    D: Io mi ricordo che quando lei venne a Bologna, parlò di provocazione…

    V: Esatto…

    D: Di piccola provocazione

    V: Sì, anche perché in un’aula giudiziaria è difficile… È difficile trovare spazio per parlare di queste cose. Di solito non è che siano magistrati o avvocati che ti diano la possibilità di parlare ampiamente di queste faccende. Però siccome questo è il carcere e io convivo con Gilberto Cavallini…

    D: Gilberto Cavallini?

    V: Sì, siamo assieme… Stiamo sullo stesso piano (ride…)

    D: E com’è questa convivenza?

    V: Mi evita. Non osa guardare, Cavallini. Tantomeno parlare. Io sto aspettando…

    STACCO

    V: Il gruppo Fioravanti-Cavallini, o meglio ancora la banda, perché chiamarlo gruppo è dargli una dignità che non hanno. Che la banda Fioravanti-Cavallini fosse in quel momento in Veneto (il giorno della strage ndr)è un fatto estremamente importante. Secondo Marco Affatigato, l’unico che può aver fornito i dati del suo orologio, il famoso Baume Mercier, fu Marcello Soffiati, cioè la persona più legata a Carlo Maria Maggi per la famosa telefonata al Corriere della Sera dopo l’aereo di Ustica. Questo dimostra che il gruppo venne attivato da apparati dello Stato…E poi c’è un altro fatto che viene sempre sottovalutato: il 2 agosto ricorda la data del 28 agosto 1970. Il primo attentato che viene fatto con queste modalità, cioè una miccia carica di esplosivo piazzata alla stazione ferroviaria di Verona.

    D: E quell’attentato da chi fu firmato? Da chi fu siglato?

    V: Non si sono mai conosciuti, ovviamente, gli autori

    D: Dove avvenne?

    V: Alla stazione ferroviaria di Verona. La valigia venne rinvenuta per caso, sennò quella sarebbe stata la prima strage in una stazione. Quindi non è vero che a Bologna è stato il primo (attentato del genere). Bisogna fare riferimento a questo attentato del 28 agosto. Ora il 2-8… a Bologna, 10 anni dopo

    D: Lei sa che l’attentato di Bologna è sempre stato collegato al deposito dell’ordinanza di rinvio a giudizio per la strage dell’Italicus

    V: Sì

    M: Ci fu anche quella coincidenza. Proprio due giorni prima della strage

    V: Comunque non si può fare un’indagine non considerando nella dovuta maniera, nella debita maniera il retroterra logistico e organizzativo veneto. Perché se i Fioravanti e i Cavallini fossero stati in Sicilia…. Ma avere l’impudenza di dire che erano a Padova, con Carlo Digilio, che era il tecnico delle stragi… perché Digilio è un pentito anomalo. E’ una persona che ha detto la metà delle verità che conosce. E a mio avviso le cose principali le ha omesse. Fra queste anche Bologna. Loro non fanno riferimento a Digilio prima perché ovviamente sanno chi è la persona, sanno che è il tecnico delle stragi. Si fanno coraggio quando sanno che è pentito e su questo piano tace. Quindi cercano anche di accreditarsi. Se lui tace, ovviamente, diventa una testimonianza favorevole

    D: Le dispiace se cominciamo? Io ho fatto una piccola traccia. Lei naturalmente può interrompere, precisare. Il suggerimento che darei, che però è solo un suggerimento, sarebbe di fare piuttosto concise, secche…

    V: E risposte…

    D: E risposte… però, ripeto, non si senta limitato nella sua libertà di dire cose perché noi siamo qui per ascoltare…

    V: Va bene

    D: Allora io volevo chiedere a Vincenzo Vinciguerra: che cos’è una strage e a che cosa serve?

    V: La strage è un mezzo che il potere utilizza per creare uno stato di allarme tra la popolazione ed eventualmente poter intervenire per poter rassicurare questa stessa popolazione. Perché è un evento traumatico che ha interesse a determinare solo chi detiene il potere, perché solo chi detiene il potere può padroneggiare gli eventi successivi. Quindi la strage è un mezzo di prevaricazione del potere sulla popolazione

    D: Per la giustizia italiana anche quella di Peteano, da lei confessata, fu una strage però lei non ha mai ammesso questa definizione. Lei ha tenuto a distinguere la sua opera, la sua azione, da tutto il resto, da tutto quello che noi chiamiamo strategia della tensione

    V: Ecco, allora c’è una precisazione da fare. L’attentato di Peteano non ha le connotazione della strage. E’ strage sul piano giuridico. Cioè sulla base degli articoli del codice penale può essere, viene definita strage. Perché il numero dei morti poteva essere indeterminato. Cioè invece di tre carabinieri ne potevo uccidere cinque, sei sette. Però non è strage, nel senso che l’attentato di Peteano colpisce per la prima e unica volta un apparato militare dello Stato. In un posto solitario, dove viene esclusa la possibilità di colpire i civili e ha una finalizzazione esclusivamente di opposizione al regime, cioè non si colpisce l’apparato militare del regime per dare la possibilità al regime di sfruttare quest’attentato. Ha avuto, come era nelle mie intenzioni, implicazioni politiche pesantissime. Perché anche se sono state sottaciute, negli ultimi anni, di fronte alla Commissione stragi, Francesco Cossiga ha dovuto ammettere che dopo l’attentato di Peteano iniziò il percorso di divaricazione tra l’Arma dei carabinieri e il Sid da un lato, e la destra dall’altro. Cioè l’arma dei carabinieri pur tacendo, occultando le prove, depistando le indagini, insieme ad altri apparati dello Stato (Ministero dell’interno, Guardia di Finanza) prese atto che dall’estrema destra gli era venuto un attacco di quella gravità. E cominciò a prendere le distanze, a staccare dall’estrema destra. Quindi definire l’attentato di Peteano una strage, si confondono un po’ le idee alle persone nel senso addirittura di far credere che l’attentato di Peteano avesse le stesse finalità della strage di Piazza Fontana delle strage di Bologna, della strage dell’Italicus. Esattamente l’opposto.

    M: Certo

    V: E una precisazione personale: non ho confessato. Mi sono assunto la responsabilità (dell’attentato ndr). Che è una cosa ben diversa. Una confessione implica un atto di resa allo Stato. Io non mi sono arreso allo Stato. Nel senso che praticamente imputo allo Stato una responsabilità nel terrorismo, una responsabilità nello stragismo, continuo ad affermarlo pagando un prezzo elevatissimo all’interno del carcere

    D: Anche di questo le volevo parlare. Lei sta sta scontando un ergastolo. Non ha mai fatto appello contro la sentenza?

    V: No. Le dirò di più. Che quest’ergastolo qui l’ho preso contro lo Stato, perché la difesa dell’arma dei carabinieri e quella del Sid è stata quella di affermare che la responsabilità effettiva era di sette goriziani e che in pratica io ero un mitomane. Quindi quando ho obbligato la magistratura, di fronte all’evidenza di ciò che affermavo, a credermi, mi sono guadagnato sul campo una condanna all’ergastolo contro il quale, ovviamente, non ho proposto appello, perché sul banco degli imputati io ci ho portato lo Stato. Non c’ero io. Non mi ritenevo imputato. Perciò si è visto, credo per la prima volta, e anche l’ultima, un imputato che ha dovuto lottare contro tutti per affermare la propria responsabilità, quando mi bastava tacere per essere pacificamente assolto la volontà dell’arma dei carabinieri in primo luogo. L’arma dei carabinieri aveva tutte le ragioni per salvaguardare i proprio ufficiali la propria immagine e la strategia che aveva seguito.

    D: La sua è una storia di una grande disillusione. Mi sembra di poter sintetizzarla così, naturalmente lei se vuole mi correggerà. Come è cominciata questa disillusione. Io so che un punto di partenza è costituito da delle richieste che le vennero fatte. Ricordo un verbale del 1985 in cui lei spiega che le chiesero di attentare la vita di un uomo politico molto importante, Mariano Rumor, già presiedente del consiglio e lei capì che c’era qualcosa che non funzionava.

    V: Sì. Questo avvenne nel luglio del 1971.

    D: In che organizzazione militava allora?

    V: In Ordine nuovo. Mi chiesero Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi, mi chiesero e lo chiesero per tre volte nel luglio ’71, nel novembre del 71 e nel marzo ’72, mi chiesero di attentare, di uccidere Mariano Rumor. Attentare è un termine improprio. Di uccidere Mariano Rumor nella sua abitazione, ovviamente avevano tutte quante le indicazioni e il Maggi mi disse, evidentemente pensando che mi avrebbe invogliato a partecipare, che non avrei avuto problemi con la scorta. Francamente io, fino al 1971, mi ritenevo facente parte di un’organizzazione di opposizione allo Stato. Non dico rivoluzionaria in senso classico, ma comunque di opposizione se non altro perché eravamo legati ad un passato. Ad un passato politico, militare, ideologico, che peraltro si era concluso nel 1945, per noi non dico che potesse essere mai restaurato, per carità, ma comunque ci ritenevamo vincolati a difendere il residuo di una certa immagine onorevole. Quando un dirigente di questa organizzazione rivoluzionaria mi propone di uccidere un ex Ministro dell’Interno, ex presidente del Consiglio, cioè un personaggio di primissimo piano della vita politica italiana, con l’aiuto della scorta, mi fa intendere che ci sono contatti ad altissimo livello fra la polizia, il Ministero degli interno i suoi apparati di sicurezza e queste persone di Ordine Nuovo. Il dubbio comincia da quel momento in poi. La connessione con la strage Piazza Fontana, che non è mai stata purtroppo affermata in sede giudiziaria, ma poi parleremo anche dell’opera della magistratura italiana, se lei…

    D: Certo…

    V: è data dal fatto che la proposta viene fatta a fine luglio del ’71 quando Freda viene scarcerato il 12 luglio del ‘71; viene reiterata nel novembre del ’71 quando Freda è stato arrestato a novembre ’71. Quindi pochi giorni prima, pochi giorni dopo…

    D: Quindi c’è un legame…

    V: Esatto, c’è un legame E viene rifatta per la terza volta nell’imminenza dell’arresto di Pino Rauti, nel marzo del 1972, fine febbraio, inizio di marzo del 1972

    D: Quindi c’è un collegamento diretto tra questa richiesta che le fanno di attentare…

    V: e la strage di Piazza Fontana. Cioè si voleva eliminare evidentemente un personaggio politico che in un certo qual modo era compromesso con la strage. Non dico che Mariano Rumor abbia detto “fatemi la strage”; ma certamente queste persone, da Mariano Rumor, attendevano una protezione che è venuta a mancare.

    M: Infatti si parlò di un piano di emergenza che avrebbe dovuto scattare e che invece non scattò…

    V: infatti questo è stato anche un momento del contenzioso che c’è stato l’altro giorno qui a Milano al processo per la strage di piazza di Fontana, che era un’operazione politico-militare, che inizia nel febbraio del 1969 e si conclude nel dicembre del ’69 e sulla quale sono sempre state fatte indagini molto lacunose.

    M:Cosa manca alla verità su quell’episodio?

    V: Alla verità manca la ricostruzione di quello che è accaduto all’interno dello Stato. Manca ad esempio, ed è clamoroso per tante cose, il fatto che non si sia mai parlato del Fronte nazionale. Che non era soltanto destra. Quando si parla del coinvolgimento di Mario Merlino e di Avanguardia nazionale nella strage di Piazza Fontana… per 30 anni ci si è dimenticati che Avanguardia nazionale nel 1969 era la struttura clandestina del Fronte nazionale. Quindi quando si parla del coinvolgimento di Delle Chiaie e dei suoi amici nella strage di Piazza Fontana, bisogna parlare del coinvolgimento del Fronte nazionale, o meglio del principe Junio Valerio Borghese e dei suoi militanti, dei dirigenti del Fronte Nazionale che ripeto, non era soltanto estrema destra, perché il Fronte nazionale aveva riferimenti anche di centro e il principe Borghese era personaggio di ben altra levatura di Stefano Delle Chiaie o Pino Rauti. Con aderenze internazionali di altissimo livello anche nell’ambiente dei servizi segreti come James Jesus Angleton (esponente della Cia ndr) o, in Italia, con Umberto Federico D’Amato. In pratica per 30 anni si è ristretto il campo delle indagini a un gruppo di estrema destra che ufficialmente non esisteva in quel periodo, perché questo la magistratura lo sa: AN si scioglie ufficialmente nel 1965 e si ricompone, come gruppo, nel 1970. Proprio perché, in parte infiltra i suoi aderenti e i suoi militanti in altre organizzazioni compresa l’estrema sinistra

    D: L’operazione Merlino…

    V: e in parte diviene la struttura clandestina del Fronte nazionale che si forma nel 1968 e che in quel momento è appoggiato da tutti, compreso Ordine Nuovo. Giulio Maceratini era l’agente di collegamento tra Pino Rauti, Ordine nuovo e il Fronte nazionale…

    D: Giulio Maceratini, in gioventù, non mi ricordo bene il nome di un’organizzazione, ma viene fuori da atti della commissione stragi…

    V: Lui aveva fatto parte di Gioventù mediterranea…

    D: Gioventù mediterranea e aveva stabilito un legame con Avanguardia Giovanile che, se non sbaglio, è l’embrione di AN…

    V: Ma Giulio Maceratini, come Pino Rauti, è stato sempre al centro di vicende oscure si è parlato di lui, anche in un rapporto del Sid, per quanto riguarda i Nuclei di difesa dello Stato. E’ stato indicato anche lui, come Pino Rauti, come fonte del Sid. Era in quel momento, nel 1968-69, l’elemento di raccordo tra Ordine nuovo e il Fronte nazionale. Quindi, in 30 anni di indagini, il fatto che non siano stati mai stati ipotizzati legami tra il FN e la strage di Piazza Fontana – l’operazione politico-militare la definisco io –

    D: E quindi il cosiddetto tentativo di golpe Borghese…

    V: che va dal febbraio del 1969 al dicembre del ‘69 è qualcosa di veramente paradossale. Perché il famoso golpe Borghese non nasce nel 1970; nasce proprio dal fallimento dell’operazione politico-militare alla quale aveva contribuito, concorso, partecipato il Fronte nazionale in cui la figura carismatica di Borghese poteva garantire molto, ma molto meglio dei Delle Chiaie e dei Rauti, le coperture a livello politico nazionale ed internazionale

    D: Quali erano i riferimenti di centro del principe Borghese?

    V: Ma guardi… risulta anche agli atti ufficiali che furono molti gli uomini politici che si riferivano al principe Borghese; uomini che facevano parte del Partito liberale, del Movimento sociale, della Dc, del Partito socialdemocratico, qualcuno addirittura del Partito socialista perché aveva militato nella X mas durante la Rsi e anche se dopo aveva aderito a un partito di sinistra aveva mantenuto un rapporto di stima con il comandante Borghese. Quindi era un uomo che aveva tutte queste possibilità, tanto che forse non si è letto bene il programma che aveva fatto il comandante Borghese nell’imminenza del golpe del 1970, dell’8 dicembre…

    M: E’ utile rileggerlo?

    V: E’ molto utile rileggerlo perché Borghese dice “non saranno fatte leggi speciali. Chiediamo il rispetto delle leggi vigenti”. E fa un riferimento a uomini politici che possono dare alla nazione la possibilità di riprendersi, di sventare il pericolo comunista, ma non fa nessun riferimento a gente di estrema destra e tantomeno ideologicamente fascista. Anzi: dice di persone che sono conosciute per le garanzie che possono offrire. Conosciute. E non poteva certo riferirsi a un Remo Orlandini, a un maggiore De Rosa, a gente che nessuno francamente conosceva. Si riferiva a uomini politici che un domani potevano rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che l’Italia non sarebbe divenuta una dittatura militare. Quindi uomini politici appartenenti all’antidestra. Io ricordo Borghese quando rideva sul fatto che gli Orlandini, i Rosa, i De Rosa, i Saccucci, gli altri, pensavano di essere loro i componenti del governo del Fronte nazionale una volta fatto il colpo di Stato. Rideva perché ovviamente i componenti del governo del FN sarebbero stati ben altri, di ben altra levatura.

    D: Senta. Riprendo un domando che le aveva fatto prima e che secondo me può aiutare a capire chi è Vincenzo Vinciguerra. Lei sta scontando un ergastolo, dopo questa assunzione di responsabilità, pur avendo dato un contributo da molti giudicato rilevante da quasi tutti i magistrati che si sono occupati di queste cose, alla ricostruzione di quasi vent’anni di storia. Lei non ha mai chiesto nulla. Non solo si è assunto delle responsabilità, ma non ha mai chiesto benefici di nessun genere. Ecco, la cosa che le volevo chiedere è questa qua: lei ha mai pensato che dopo il carcere per lei possa esserci altro?

    V: Io non ho mai ragionato in termini di dopo carcere. Io ragiono solo in termini di carcere.

    D: Perché?

    V: Perché ritengo che lo Stato, nonostante i cambiamenti che ci sono stati a livello politico, rimane sempre quello, non si è modificato. E’ un’esperienza che vivo ogni giorno all’interno del carcere, quando io vedo la mia corrispondenza violata, vedo le provocazioni, squallide direi, dei secondini italiani, specialmente in questo carcere di Opera, posso contrapporre la mia condizione con quella di un condannato per banda armata finalizzata alla strage come Gilberto Cavallini, che scrive poesie a Gesù, che ha fatto lo scopino. Tutte note di merito, ma che definiscono bene il personaggio. Oggi è permessante (ha il permesso di uscire dal carcere ndr) e tra poco, buon per lui, sarà semilibero…

    D: C’è già chi è semilibero pur avendo condanne definitive per la strage di Bologna…

    V: Come Fioravanti. Come Fioravanti e la Mambro. Perché questo non è più uno stato laico, è uno stato confessionale. In uno stato laico la condanna si espia. Se un uomo è pentito sinceramente questo gli frutterà un premio in paradiso, se ci crede, ma non può essere uno stato laico a concedere benefici sulla base del pentimento. Ma questa, diciamo, è un’annotazione…

    D: Ma loro (Fioravanti e Mambro ndr) apparentemente non si sono mai pentiti di nulla

    V: Ma infatti, oltretutto a me consta che gli altri (detenuti ndr) non hanno i benefici perché non accettano la condanna passata in giudicato. Poiché si proclamano innocenti il tribunale di sorveglianza nega i benefici di legge quando la persona non dimostra il ravvedimento. Colgo l’anomalia della concessione dei benefici di legge a persone condannate per la strage di Bologna che continuano a proclamarsi apertamente innocenti sostenuti da uno schieramento politico-giornalistico trasversale. Non c’è soltanto il Movimento sociale italiano, quello che oggi si chiama Alleanza Nazionale, a sostenerlo, ma c’è uno schieramento molto più ampio. Sia sul piano politico-giornalistico che ha affermato un’innocenza che io attendo ancora che qualcuno si decida a provare

    D: Anche noi

    V: Io ora sono convinto della colpevolezza e lo dico proprio pacificamente…

    M: Lei ha elementi che possono gettare un’ulteriore luce su quello che è stata la strage alla stazione di Bologna?

    V: Ma io credo che gli elementi che possono gettare luce sulla strage di Bologna siano quelle indagini che devono essere fatte sui collegamenti tra questi (intende Fioravanti e Mambro ndr) e il nucleo stragista veneto e certi apparti dello Stato nazionali e internazionali che sono stati sempre alle spalle del nucleo stragista veneto. Perché le stragi in Italia hanno un’altra chiave di lettura. La strage apertamente rivendicata, lo stragismo come arma di lotta politica viene indicata apertamente dal neofascismo mi ha suggerito, e in questi ultimi tempi ho trovato un riscontro, che c’era una logica di odio nei confronti dell’ideologia fascista. Praticamente se qualcuno poteva guardare con occhi più sereni all’esperienza fascista, è chiaro che il coinvolgimento nello stragismo gli ha fatto passare la voglia. E il fatto che dietro allo stragismo italiano, agli stragisti italiani si profili l’ombra del Mossad (il servizio segreto israeliano ndr) getta un luce abbastanza significativa sull’aperta rivendicazione dello stragismo come arma di lotta politica da parte di presunti neofasciti. Che il Mossad in Italia abbia inteso, con i paesi che hanno partecipato alla secondo guerra mondiale… abbia avuto mano libera per reprimere definitivamente i conati di antisemitismo, o prevedere l’insorgere di fenomeni di antisemitismo, io questo lo comprendo. Francamente comprendo un po’ meno che come arma di discredito dell’ideologia fascista e nazista sia stata usata la strage. Fra le altre cose. Quindi c’è una pluralità di fili per le stragi

    M: Devo dire che mi è difficile pensare che chi vuole contrastare l’antisemitismo si spinga fino ad appoggiare gruppi che praticano lo stragismo

    V: No. Carlo Maria Maggi è stato ufficialmente un nazista. Che sua moglie, in realtà, sia un’ebrea figlia di un esponente della comunità ebraica di Venezia, è venuto alla luce recentemente. Che ci fossero stati contatti con i servizi segreti israeliani è venuto fuori recentemente. In termini ideologici si è sempre parlato di questi personaggi, che pure erano conosciuti in questa veste, come persone che si rifacevano all’ideologia fascista e in certi casi, come Giulio Maceratini e compagni, all’ideologia nazista. Di conseguenza è una digressione strategica, questo il termine tecnico, che ha permesso a costoro di avere mano libera per qualsiasi gioco.

    (STACCO)

    D: Stiamo di nuovo registrando… Eravamo arrivati…

    V: Il discorso dei servizi segreti israeliani che non meraviglia che abbiano strumentalizzato elementi di estrema destra, cioè utilizzato personaggi che in realtà stavano dalla loro parte, ma ufficialmente si presentavano come fascisti, come nazisti, per raggiungere dei fini legittimi, i fini che può perseguire uno stato. E’ una logica di difesa, che dopo gli avvenimenti della seconda guerra mondiale ritengo legittimi. Evidentemente non posso giudicare legittimi i mezzi.

    D: No. Questo è un discorso, quello che lei fa è un’ipotesi interessante, ma…

    V: E’ un’ipotesi che naturalmente è ancora tutta da verificare. Emerge, è cominciata ad emergere dalla lettura di atti, dalla scoperta già comunque molto recente dei rapporti fra personaggi notoriamente e pubblicamente nazisti…

    D: e antisemiti…

    V: Nazisti vuol dire anche antisemiti. Pino Rauti pubblicava le edizioni di Ordine Nuovo quindi Pino Rauti ha diffuso i libri di Paul Racinier in Italia, un (?) che sarebbe la prima opera storica revisionista sui campi di concentramento tedeschi, “Il dramma degli ebrei”, sempre di Paul Racinier. Io ho sempre notato come la comunità ebraica di Roma…

    D: Come si chiama scusi l’autore?

    V: Paul Racinier. Come la comunità ebraica Roma non abbia mai attaccato Rauti per il suo antisemitismo. Le comunità ebraiche sono molto sensibili a quelle che sono le esigenze dei servizi segreti israeliani. Quindi ON si è presentato come un’organizzazione nazista, antisemita, conservando e coltivando però in estrema segretezza rapporti anche con i servizi segreti israeliani. Non soltanto con i servizi segreti occidentali, italiani, Nato e americani. E questo è un particolare, secondo me, sul quale bisognerebbe soffermare un po’ di più la propria attenzione, anche per quanto riguarda la strage di Bologna.

    D: Perché?

    V: …che ha costituito un forte diversivo all’abbattimento dell’aereo di Ustica, del Dc9 a Ustica. Il fatto che si sia attivato un gruppo stragista italiano, dimostra comunque che Ustica rientrava non in un incidente aereo in una logica che ancora oggi non è stata ben definita, ma che in quel caso ci fu un’operazione politica, un’operazione militare, un’operazione di disinformazione portata avanti dai nostri servizi e dai servizi internazionali.

    D: E quindi dare il via libera a gruppi stragisti italiani poteva essere il tentativo di coprire le loro responsabilità?

    V: Non ai gruppi stragisti. Al gruppo stragista ancora operante. Cioè il gruppo stragista veneto. Al quale in quel momento facevano capo, perché avevano bisogno di un appoggio logistico, i Fioravanti, i Cavallini, i loro amici.

    D: Lei si costituì nel ’79.

    V: Il 12 settembre del 1979.

    M: Che cosa la spinse a costituirsi in quel momento?

    V: Presi le distanze da AN. Non si può fare la latitanza senza denaro. Non si può fare la latitanza senza appoggi. Potevo scegliere la strada che hanno seguito altri, di trovare altri appoggi, magari in Argentina presso i servizi segreti. Diventare cittadino argentino collaborando coi servizi segreti argentini. Potevo anche scegliere la strada della malavita. Però non sono portato né a fare il collaboratore dei servizi segreti, né a fare il delinquente. Quindi per ritrovare la mia libertà avevo soltanto una scelta. Che era quella di costituirmi. E questo ho fatto.

    D: Lei in AN entra durante la latitanza in Spagna.

    V: Entro in AN nell’aprile-maggio del 1974.

    D: Nel ’74 Poi? C’è anche un’evoluzione, mi sembra, di AN, che alla fine, da alcuni accenni che io ho trovato in alcune sue dichiarazioni, non la convince. Lei fa riferimento a qualcosa che Adriano Tilgher, che era il capo facente funzione di AN, le avrebbe taciuto, in quel periodo Io mi sono portato… se vuole ho anche la…

    V: No. Credo di capire a cosa si riferisce. Adriano Tilgher… Io rientro dall’Argentina in Europa nel febbraio del 1979. Veramente la mia intenzione era di andare in Iran, tramite, diciamo, un mio conoscente, non un amico, volevo seguire da vicino gli eventi iraniani per una mia curiosità



    (continua)


    antifa: Le verità di Vincenzo Vinciguerra sulle stragi

  10. #10
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Vincenzo Vinciguerra - Ergastolo per la Liberta'

    D: Era in corso la rivoluzione?

    V: C’era in corso la rivoluzione. Invece a Parigi incontro Stefano Delle Chiaie. Torno in Francia e incontro Stefano Delle Chiaie. La situazione in Italia mi appariva come disastrosa e mi chiede di andare a parlare lui personalmente con Tilgher, cosa che faccio. E trovo Tilgher che era reticente, ambiguo, mi dice a un certo punto che non c’è nessuna possibilità di agire, che non si può fare assolutamente niente e questo a me risulta che non è affatto vero, anche perché An in quel momento lì, proprio Adriano Tilgher personalmente, era, aveva molta influenza su Terza Posizione tramite un elemento che era di AN e che comunque figurava dirigente di Terza Posizione…

    M: Possiamo dire il nome, Giuseppe Dimitri

    V: Esatto, Giuseppe Dimitri. Quindi mi ha mentito. E il discorso di Giuseppe Dimitri e di Terza Posizione è particolarmente significativo, anche questo è un elemento che purtroppo è stato sottovalutato in ambito giudiziario, perché ancora una volta rende il rapporto con il ministero dell’interno tramite un personaggio di ON ampiamente citato, l’unico per il quale la magistratura ha trovato che, nella lista degli omonini di Gladio la data di nascita corrisponde alla sua, per cui omonimo non era, apparteneva alla struttura Gladio (Vinciguerra si riferisce a Enzo Maria Dantini, esperto di esplosivi ndr). Costui procura a quelli di Terza Posizione, partecipa personalmente all’incontro Giuseppe Dimitri, un incontro con i capi, i vertici dei Montoneros. Con Eduardo Firmenich (capo dei Montoneros, peronisti di sinistra passati alla lotta armata dopo il golpe che aveva deposto Peron). Addirittura (Dantini) chiede a queste persone di andarci armati, per fare da scorta in quanto Firmenich è stato qui in Italia per essere ricevuto dal presidente del Consiglio e sotto la tutela del ministero dell’interno. Quindi i ragazzi si incontrano Eduardo Firmenich …con i vertici dei Montoneros, senza che questo trapeli, si incontrano armati sotto gli occhi del Ministero dell’interno senza che questo trapeli all’esterno. Elemento di raccordo: un appartenente alla struttura Gladio, Enzo Maria Dantini. Ma il discorso Argentina è significativo e emblematico perché Firmenich ha a sua volta in Argentina un elemento del servizio segreto militare. La connessione Italia-Argentina è che anche lì abbiamo una presenza massiccia dei servizi segreti israeliani. L’Argentina è una nazione molto sensibile. In Argentina c’è effettivamente un problema antisemita a livello popolare che almeno in quegli anni era preoccupante, oggi non lo so più. Ma in quegli anni era a livello della Germania del 1933-34 cioè il fruttivendolo, il commerciante, il barbiere, l’odio nei confronti degli ebrei era totale, assoluto. Quindi il problema antisemita in Argentina era molto pressante. Nel 1969 nascono questi Montoneros, uccidendo, e qui possiamo rifarci al caso Moro, un presidente, un ex presidente dell’Argentina: il generale Aramburu. Però uno dei loro capi, anzi il massimo dei loro capi, il massimo dirigente, Firmenich è uno dei servizi segreti militari. Quindi anche i Montoneros si palesano come una digressione strategica e facevano riferimento anche all’ammiraglio Massera, iscritto alla loggia P2, e con l’ammiraglio Massera loro si incontrano a Parigi. Prima di venire in Italia Firmenich incontra all’ambasciata argentina a Parigi l’ammiraglio Massera e questo costa la vita una donna. Perché questa donna per sua sfortuna riconosce Firmenich e altri Montoneros durante il colloquio con l’ammiraglio Massera. Non le danno nemmeno il tempo di andare a casa: quando lei torna a Buenos Aires, la sequestrano all’aeroporto di Lisbona e la uccidono.

    D: Per vivere in Argentina, all’epoca bisognava in qualche modo vendersi ai servizi argentini. Avere rapporti con loro. Lei ha scelto di non averli. C’è chi però in Argentina c’è rimasto a lungo, mi riferisco a Stefano Delle Chiaie, non voglio girare intorno al problema…

    V: Le dico subito quale era la nostra posizione in Cile prima, in Argentina poi, come anche in Spagna. Una delle caratteristiche di questi gruppi, di cui appunto ho fatto parte anch’io, era quello di avere rapporti istituzionali con gli stati esteri. A me non risultavano rapporti con i servizi segreti italiani, ma negli stati esteri anticomunisti, Spagna, Portogallo, Cile, Argentina, questi rapporti erano palesi. Palesi ovviamente per noi. Quindi anche in Argentina, come già in Cile, dove ero io il responsabile per i collegamenti con gli ufficiali della Dina. Il capitano Ciminelli dirigeva l’ufficio di guerra psicologica, non mi sono mai occupato delle faccende interne del Cile, non ho mai preso parte per carità a nessuna operazione di repressione all’interno del Cile. Come del resto anche in Argentina. Anche in Argentina avevamo rapporti diretti con un ufficiale dei servizi segreti. Perché c’era un discorso di anticomunismo che ci legava. Ora è evidente che questo rapporto ci garantiva la possibilità di restare ospiti in questi paesi senza averci problemi con le autorità di polizia. Nel caso ci fosse (stato) qualche incidente, qualche cosa, gli apparati di sicurezza sarebbero intervenuti e questo naturalmente ci garantiva la possibilità di continuare a restare. Allora è evidente che quando io abbandono l’Argentina, abbandono anche tutto questo, abbandono questa sicurezza. Posso anche restare a titolo personale, gli interlocutori ce li ho, però ovviamente non lo voglio fare. Per altri il discorso è diverso.

    Il problema vero è che in Argentina io venni cercato dalle autorità, dalla squadra speciale dell’ammiraglio Massera.

    D: E scritto in “Ergastolo per la libertà”, ricordo…

    V: Quella che poi riuscimmo a identificare come la squadra speciale dell’ammiraglio Massera. Nel momento in cui, per un gioco politico, c’è lo scontro all’interno del Msi fra Destra nazionale e Giorgio Almirante, si tirò fuori l’attentato di Peteano. Quando il piduista generale Giuseppe Santovito mandò alle varie polizie la nota informativa in cui diceva che l’autore della telefonata era in Argentina e mise in moto l’inchiesta giudiziaria. Nello stesso periodo, in Argentina, io ero sotto il controllo della squadra speciale dell’ammiraglio Massera.

    D: Quindi era funzionale ad una vicenda politica italiana il suo pedinamento?

    V: Mi tenevano sotto osservazione, nell’eventualità di un arresto, che però non era finalizzato a una mia condanna, perché naturalmente si basavano sul fatto che come tutti avrei respinto ogni addebito e poi sarei uscito pienamente assolto con formula ampia, o almeno per insufficienza di prove.

    D: Quindi non cercavano la verità?

    V: No, era finalizzato solo al mio arresto. Il problema è che io vivevo con Stefano Delle Chiaie, con Maurizio Giorgi, con Augusto Cauchi ai quali non si è mai interessato nessuno. Quindi questi sapevano della nostra presenza, sapevano dove abitavamo. Lo sapeva anche l’Fbi.

    D: Attraverso Townley?

    V: No, attraverso questo ufficiale (Ciminelli ndr). Townley perfino ci mandò i saluti attraverso i camerati italiani che stavano a Buenos Aires…

    D: Towley era un agente della Cia, lo ricordiamo…

    V: No, era un agente della Dina. La Cia l’aveva rifiutato. Poi si era rifugiato in Cile ed era diventato il killer, lui e la moglie erano diventati i killer della Dina. Hanno fatto un telefilm, uno sceneggiato, “una tranquilla coppia di killer”. Queste due persone, marito e moglie estremamente affiatati, per carità non voglio essere accusato di antisemitismo, anche la moglie di Towley (?) esibiva la sua stella di David. Per carità… Guardi che la presenza del Mossad è stata sempre sottovaluta… E’ stata sempre sottovalutata. Però tralasciamo ora l’argomento. Parliamo di Dina, parliamo di Cia…

    D: Torniamo in Italia. Lei si presentò ferito, se non ricordo male?

    V: No, non è vero. Ebbi un banale incidente con la bicicletta. Erano anni che non andavo in biciclettaa e mi fratturai un polso. Quindi, sotto falso nome andai in ospedale, mi ricomposero la frattura, quando mi costituii, non era ancora una guarigione completa, da qui il discorso che ero ferito: non era una guarigione completa. Io, quando mi costituii, parlai l’ultima volta con Adriano Tilger

    M: E cosa le disse?

    V: Bè, in un primo tempo cercò di convincermi a non farlo, poi ripiegò prudentemente sul fatto che era meglio che lo facessi a Firenze e non a Roma. Poi capì che mi sarei costituito a Roma e così ho fatto. Quindi non ci fu in quel momento nessun episodio strano, nessun episodio misterioso

    D: Lei sa, sicuramente sa, che nel periodo in cui, diciamo a ridosso della sua riapparizione dalla latitanza, si svolge una riunione a cui partecipa senz’altro Giuseppe Dimitri, sembra partecipi lo stesso Stefano Delle Chiaie, nello studio di un avvocato romano, in cui vengono gettate le basi di una nuova strategia di An. Le chiedo: fu questa strategia, che comportava l’utilizzazione di gruppi spontaneisti in stretto contatto, attraverso Dimitri, con lo stesso Tilgher, ad allontanarla da An in quel momento?

    V: No, guardi, in quel momento An non aveva una strategia propria. Perché in quei mesi io ero stato in Italia proprio con Stefano Delle Chiaie perché dopo il mio rientro, successivamente, giunse in Italia Stefano Delle Chiaie. E quindi facemmo la latitanza, o meglio la clandestinità, insieme a Roma. Al momento An non aveva una strategia. Era alla ricerca di una strategia. Almeno in apparenza, perché appunto il sospetto è che ci fossero personaggi come Tilger che in realtà facevano un doppio gioco: cioè, da un lato facevano apparire che come An non c’era più nulla di dire, più nulla da fare; dall’altro avevano, tramite il Dimitri ed altri personaggi, la possibilità di continuare una loro attività politica che non ci coinvolgeva tutti. Questa fu, diciamo, un po’ la frattura. C’era un qualcosa che non quadrava. Queste organizzazioni spontaneiste, io su questo punto voglio essere perentorio: il neofascismo non ha mai avuto gruppi spontaneisti, tutti hanno fatto riferimento al Msi. La strategia del “marciare divisi, per colpire uniti” è una strategia molto vecchia che il Msi ha sempre perseguito al massimo livello. Mi riferisco in modo particolare a Giorgio Almirante, che è stato veramente l’anima oscura, l’anima torbida del neofascismo italiano. Torbida come passato, torbida come comportamenti. Quindi questo neofascismo, che erano principalmente azioni di organizzazioni ), che però guarda caso fanno sempre riferimento al Msi, e, guarda caso, in tutte le aule di giustizia, ancora oggi, tutti gli imputati sono sempre rappresentati da avvocati del Msi, compresi anche i parlamentari del Msi, e poi i (vari) Fioravanti hanno il supporto politico e giornalistico del Msi. Perché ovviamente la chioccia non abbandona i pulcini, se i pulcini hanno salvaguardato l’immagine della chioccia. Cioè hanno escluso la possibilità che il Msi potesse in qualche modo essere coinvolto. Le pagine oscure del neofascismo italiano….

    M: Nel ’94 ci fu una battuta di Francesca Mambro, proprio nel momento in cui il Polo andava al Governo. Disse: “Noi siamo in galera, voi siete al Governo”. Una constatazione apparentemente banale, forse non era così banale?…

    V: Non era così banale, perché guardi io le posso dire una cosa. Ci fu periodo in cui An venne indicata come un’organizzazione stragista. Cosa che parzialmente è vera. Sono gli anni in cui venne ucciso Carmine Palladino, a Novara. Pierluigi Concutelli anch’egli oggi beneficato dallo Stato, eliminò un testimone fondamentale per la strage di Piazza Fontana. Perché Carmine Palladino è un uomo che ha sempre saputo la storia di Piazza Fontana e non soltanto quella. E fu l’unico che, avendo avuto un qualche segno di cedimento, venne assegnato dal Ministero di Grazia e Giustizia al carcere di Novara dove, dopo una settimana, venne eliminato da Concutelli e dai suoi amici: la condanna parla solo di Concutelli, ma io ho conosciuto personalmente Carmine Palladino, Concutelli da solo non lo ammazzava di sicuro. Ci sono altri 9 beneficati perché in 9 l’hanno ammazzato. Ed è perlomeno strano che questo sia avvenuto; perché Carmine Palladino e Pierluigi Concutelli si conoscevano bene, erano stati insieme a Roma, quando Concutelli era stato latitante nel ’75 aveva partecipato al sequestro Mariani e sapeva molte cose di me. Difatti non lo (Palladino ndr) uccisero il giorno dopo. Ci pensarono una settimana. Poi evidentemente esigenze di carattere superiore, di modo (il timore ndr) cioè che questo cedimento minimo che aveva avuto a Bologna potesse portare a un processo, a un crollo successivo, li portò all’eliminazione di un testimone fondamentale per piazza Fontana e non soltanto per piazza Fontana.

    D: Anche per altre stragi?

    V: Il Palladino era uno degli elementi più fidati di Stefano Delle Chiaie, quindi conosceva moltissime cose. E non si è mai parlato di vendetta nei confronti di Pierluigi Concutelli. Come del resto io mi premurai di informare, quando Stefano Delle Chiaie tornò in Italia, dissi “Guarda, sta attento che ci sono persone dell’ambiente vorrebbero farti del male”. Non è vero. Neanche Delle Chiaie ha mai avuto problemi. Perché è chiaro: se la centrale organizzativa è unica, a livello terminale giungono gli ordini di non fare assolutamente niente. Esaurita la fase in cui strumentalmente An è stata indicata come organizzazione stragista, tutto è rientrato nella normalità e gli ammazzasette, i killer, oggi convivono tutti quanti assieme.

    D: Le leggo un articolo del Resto del Carlino del 5 giugno scorso (2000) in cui si racconta di una riunione in cui la destra, che una volta era costituita da uomini di AN, ON (Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo), si ritrovano tutti intorno a discutere di una possibile alternativa alla destra ufficiale costituita da Alleanza Nazionale. Qui pare che la parte del leone la faccia Adriano Tilgher, che dice di aver fondato un’organizzazione che, guarda caso si chiama Fronte nazionale, a cui probabilmente Rauti intende partecipare, aderire, ci sono prospettive di fusione. Alla riunione, racconta il giornalista, partecipa anche Delle Chiaie che però se ne sta in disparte, e dice “se dovessi intervenire cercherei di riportare il dibattito alla realtà”. Che riflessioni le suggerisce il fatto che si torni a fare politica tranquillamente dopo anni piuttosto duri, pesanti…?

    V: Direi che per questo persone non sono stati anni duri e pesanti. Queste persone sono passate indenni attraverso tutte le indagini giudiziarie. Proprio perché, e qui poniamo un attimo l’accento su una verità che viene affermata quotidianamente e io ho smentito l’altro ieri in aula, per Milano e la ripeto pure qua. La magistratura non è in grado di trovare la verità, perché la magistratura tende a circoscrivere al verità agli autori materiali, e al massimo agli organizzatori degli attentati e delle stragi. Quindi già dà per scontato che non potrà mai trovare le prove processualmente valide per portare sul banco degli imputati i mandanti. E allora questa verità che la magistratura afferma è sempre una verità, nel migliore dei casi, dimezzata limitata, circoscritta, questo consente ai mandanti politici, ai mandanti morali, agli organizzatori, di conservare comunque la propria immunità. Queste non sono inchieste che si possono affidare soltanto alla magistratura. Anche il magistrato più onesto, e qualcuno c’è, tanti nego che lo siano, ma qualcuno onesto c’è, non potrà mai raggiungere una verità sullo stragismo, perché il meccanismo processuale è tale che per lui il teste fondamentale non è chi gli spiega la logica politica delle stragi, gli dà la chiave di lettura dello stragismo. E’ quello che dice che ha visto tizio salire sulla macchina targata così, di questo colore, che portava una valigia… quello diventa il teste fondamentale. Ma quando noi abbiamo questo teste fondamentale che indica uno o qualcuno degli autori materiali, abbiamo una parte minima della verità.

    D: E come si può arrivare a una verità più consistente?

    V: C’è stato un partito, che è il PCI, che ha preso molti voti negli anni ’70 nella sua battaglia per la verità sulle stragi, sul terrorismo, ma arrivato al governo ha fatto esattamente come la Dc. Ha taciuto, ha coperto i servizi segreti, non ha aperto gli archivi. Quando hanno detto che li hanno aperti, li avevano già fatti svuotare prima. E soprattutto è mancato a un appuntamento al quale rimprovero anche le associazioni dei familiari delle vittime delle stragi, di cui io sento sempre parlare, lamentele, sui servizi segreti…

    D: Quale appuntamento?

    V: La chiave, una delle chiavi per arrivare alla verità è stata proposta nel 1994 dal giudice Salvini, era l’inserimento nel codice penale del reato di depistaggio, con condanne che potevano arrivare sino ad otto anni senza estinzione del reato. Questo era lo strumento per obbligare funzionari, ufficiali, sottufficiali, confidenti dei servizi segreti a dire la verità su ciò che sapevano. Dopo l’iniziale ondata di congratulazioni e di complimenti, dopo l’impegno assunto di portare avanti in Parlamento questo discorso, tutti hanno taciuto, del reato di depistaggio non s’è parlato più. Ora è evidente che persone, ufficiali che oggi corrono il rischio solo di vedersi prosciogliere per prescrizione di reato, quale interesse hanno a rispondere alla magistratura. Nessuno. Quando è stata tolta, negata l’arma che poteva indurli a parlare, perché c’era il rischio concreto di una condanna penale, non dico del carcere, ma di una condanna penale, perdere il grado, perdere la pensione, come si fa ad affermare che si vuole la verità?

    D: Lei sa che c’è stata una lunga battaglia fatta dall’associazione famigliari delle vittime della strage di Bologna per l’abolizione del segreto di Stato. Battaglia che continua, sta andando avanti, loro insistono molto perché questo segreto venga in qualche modo limitato e comunque escluso per quanto riguarda i reati di strage.

    V: Guardi che il segreto di stato oggi è una cosa che non serve più a nessuno. Io le faccio un esempio che riguarda proprio l’indagine a Bologna. Quando io faccio con il dott. Zincani e il giudice istruttore Castaldo, Segio Castaldo, un interrogatorio in cui fornisco una lista, parziale, di 12 collaboratori per le stragi, ci metto Signorelli, Maggi, e altri personaggi, in quei giorni il Sid, il Sismi, risulta aver distrutto centinaia di documenti. Sapevano del mio interrogatorio, sapevano tutto perché sanno sempre tutto. Hano distrutto centinaio di documenti. Quale segreto di stato si può opporre su documenti che non esistono più?Quando anni dopo, dieci anni, hanno scoperto che hanno distrutto dei documenti, come sono stati chiamati a rispondere l’ammiraglio Martini e i suoi colleghi? Quindi attenzione a quelli che possono essere i falsi obiettivi. Ecco allora che l’ammiraglio Martini e i suoi colleghi invece, con la possibilità di una condanna fino a 8 anni per depistaggio, forse qualcosa si sarebbero ridotti a dire. Forse avrebbero detto anche che cosa avevano distrutto. Non dico tutto, ma almeno in parte. Ma non c’è un solo mezzo di pressione su costoro. Perché è stato negato. E’ stato assunto impegno, mi pare proprio di ricordare che venne assunto il 2 agosto 1994 a Bologna, in piazza, di portare avanti il reato di depistaggio e il suo inserimento del codice penale.

    M: E’ uno degli obiettivi dell’Associazione…

    V: Non se n’è più parlato. Il segreto di stato si può opporre quando i documenti ancora esistono. Non quando sono stati distrutti.

    M: Faccio un passo indietro. Le leggo alcune deposizioni fatte da lei, che costituiscono in pratica una progressione. Il 18/10/’87 dice: “potrei andare oltre nel fornire un contributo di verità sull’Italicus, e più in generale sulla vicenda delle stragi solo se avessi la prova certa di una compromissione del Delle Chiaie con ambienti dei servizi italiani”.

    Nel ’90, il 9/11 del ’90, lei dice “Sentito in merito ai rapporti con Stefano Delle Chiaie dico che Stefano è fuori, nel senso che non è in carcere, perché l’ho difeso io. Ora in me non ha più un difensore, ma nemmeno lo accuso”.

    Siamo al 13/10/’92: “tratte le mie conclusioni finali sulla consapevolezza con la quale An ha lavorato nell’ottica della guerra politica anticomunista in collaborazione con apparati dello stato, non ho avuto difficoltà a eliminare alcuni punti dell’azione di Avanguardia anche su un piano giudiziario, pur mantenendomi entro limiti da sempre definiti fino a determinare provvedimenti di carattere repressivo indiscriminato”.

    Ecco, le volevo chiedere: la sua posizione nei confronti di Delle Chiaie, il leader di AN, è cambiata. Da una situazione di totale fiducia, si è arrivati ad una situazione di progressiva sfiducia, tanto che poi in certi interrogatori, in una lettera importante che lei gli scrive dice: “io non penso che tu sei coinvolto nelle stragi, o almeno in certe stragi”, ed è una frase che lei conferma davanti al giudice dicendo “ero perfettamente consapevole di quello che stavo dicendo”.

    V: Sì, è esatto…

    D: Ecco, me lo può spiegare?

    V: Ma, io ho parlato in sede giudiziaria del coinvolgimento di An nella strage di Piazza Fontana, ad esempio. Ho preso ampiamente atto che Delle Chiaie è stato assolto con formula ampia. Ho preso atto che nessun altro di AN, al di fuori di Mario Merlino, è mai stato coinvolto nelle indagini di piazza Fontana. Ci sono cose che sul piano giudiziario è semplicemente superfluo dire. Quindi la magistratura che chiede, in realtà non ha un titolo per chiedere. Non ha autorità morale per chiedere….

    D: E un giornalista che glielo chiede?

    V: Si può parlare su un piano politico. Sul piano giornalistico lascia un po’ il tempo che trova, sembra che uno voglia sfuggire dalle sue responsabilità, perché dopo le dichiarazioni fatte a un giornalista, se si presenta un magistrato, io almeno sento l’obbligo e il dovere di confermare a verbale. Ma per cosa? Perché sa che con sentenze passate in giudicato, Delle Chiaie come Freda… Perché questo è un paese in cui chi è stato assolto per strage, anche se poi sono giunte le prove della sua colpevolezza, le prove che c’erano prima, continua a camminare libero per le strade, continua ad essere intervistato, continua ad avere buona stampa, come se nulla fosse accaduto. Questo è un paese in cui nessuno ha posto la questione morale, di chi ha partecipato alla strage di piazza Fontana e se ne sta tranquillo a casa sua, anzi continua a svolgere attività politica. Io non ricordo di aver letto che in parlamento qualcuno ha detto: “ma che stiamo facendo?”

    D: Neanch’io l’ho sentito, devo dire…

    V: Rendiamoci conto della drammaticità della situazione in cui viviamo. Si è detto che la questione morale in Italia è stata Tangentopoli. Non è vero. La questione morale è stata il cosiddetto terrorismo, e in particolar modo l’inizio dello stragismo. Questa è la vera questione morale, questo è il nodo che nessun partito politico… io posso capire il Msi, che è un partito di stragisti e di protettori di stragisti…

    D: E’ un’affermazione impegnativa…

    V: E’ un’affermazione che faccio in tutte le sedi. Perché Pino Rauti… Carlo Maria Maggi, non nasce dal nulla. Carlo Maria Maggi è (dirigente ) di Ordine nuovo, c’è un vincolo gerarchico e il vincolo gerarchico porta fino a Pino Rauti passando per Paolo Andriani, Paolo Signorelli, Giulio Maceratini. Oggi Giulio Maceratini è capogruppo di Alleanza nazionale al Senato. Ebbene è uno stragista. Abbiamo un paese in cui il capogruppo di un partito politico al Senato è uno stragista. Fonte del Sid, nazista che lavorava per i servizi segreti, come il suo capo, come Pino Rauti. Nessuno ha posto il problema morale. Nessuno ha chiesto a costoro: “Ma come avete fatto a fare i nazisti per anni collaborando con lo Stato maggiore della Difesa e i servizi segreti delle forze armate nate dalla Resistenza?” Nessuno ha mai posto questa domanda. L’altro ieri qui a Milano ho ricordato alla Corte e agli avvocati degli stragisti imputati, le schede di adesione a ON-circolo culturale. Nessun magistrato è mai riuscito ad acquisire le schede di adesione. Io l’ho chiesto a tutti i magistrati: “Acquisite le schede di adesione a Ordine nuovo”. Pare che queste non ce le abbia il ministero dell’Interno, non ce le abbia l’arma dei carabinieri, non ce l’ha nessuno. Nessuno forse le ha mai nemmeno chieste a Pino Rauti. Lui qualche copia dovrebbe averla. Qualche modulo… Ordine Nuovo l’ha fondato lui. Bè il circolo culturale chiedeva se uno aveva il porto d’armi, dove aveva fatto il servizio militare, se era esperto in arti marziali, ecc. ecc. Già quella scheda di adesione è la smentita plateale alle affermazioni sull’organizzazione politico-culturale Ordine Nuovo. Già la presenza di Pino Rauti al Tempo di Roma è una smentita plateale alla pretesa di aver avuto un comportamento coerente e lineare sul piano politico su posizioni di estrema destra. Perché quando La Bruna parlò con Stefano Delle Chiaie a Barcellona, gli disse: “guarda che noi abbiamo la possibilità di fare entrare persone tue in questi giornali: ‘Giornale d’Italia’ e ‘Il Tempo’ e altri due che ora non ricordo con esattezza. E l’accordo ci fu. Perché un particolare che tutti quanti hanno dimenticato è questo: che Maurizio Giorgi venne assunto come correttore di bozze proprio presso il Giornale d’Italia. Dove già lavorava Guido Paglia. Quindi non è neanche vero che tra La Bruna e Delle Chiaie, cioè fra il Sid e Delle Chiaie, non venne raggiunto un accordo dopo quell’incontro lì. E in uno di questi giornali, in cui il Sid aveva queste entrature, ci lavorava Pino Rauti. Lei sa che per entrare negli uffici dello Stato maggiore Difesa, non stiamo parlando di un distretto militare, non stiamo parlando di una caserma di Forlimpopoli, stiamo parlando degli uffici Stato maggiore Difesa, occorre avere almeno il Nos, cioè occorre che ci sia il Nulla Osta di sicurezza. E come hanno fatto? L’hanno mai rilasciato a Pino Rauti? Chi lo ha rilasciato? A un uomo che apparentemente era un nazista…

    D: Lui aveva strettissimi rapporti con il generale Aloia…

    V: Lui lavorava per lo Stato maggiore Difesa. Lui, Eggardo Beltrametti, Guido Giannettini. E allora qualcuno ha mai chiesto di spiegare chi aveva concesso a Pino Rauti il nullaosta di sicurezza? Chi aveva garantito per la sua affidabilità democratica e antifascista? Visto che contemporaneamente faceva il nazista. Ecco queste sono… Vede, sul piano giudiziario tutto questo è il cosiddetto contorno. E in realtà è il punto essenziale per capire e per arrivare alla verità. E anche per capire perché non ci sia uno stragista condannato. Gli unici due sono Valerio Fioravanti e Francesca Mambro divenuti innocenti tra campagne stampa forsennate e un sostegno politico alle cui origini bisognerebbe pur arrivare. Perché quando mi si dice che Fioravanti e Mambro sono innocenti perché si sono assunti la responsabilità di tutto, e quindi potevano assumersi anche quella della strage di Bologna, io rispondo che il peso morale della strage di Bologna è tale che potevano confessare anche 300 omicidi, ma quella non l’avrebbero mai, non potrebbero mai confessarla. Sia perché non si troverebbe nemmeno un magistrato di sorveglianza, anche il più prono e più ossequioso ai voleri del potere politico, (disposto ad) assegnare i benefici di legge. Secondo, perché non potrebbero camminare nemmeno per la strada…. Invece ci possono camminare proprio perché hanno convinto l’opinione pubblica che i due ragazzi dei Nar sono innocenti sulla strage di Bologna. Anche questa è una spiegazione che va richiesta a chi ha responsabilità politiche, ai direttori dei giornali che fanno articoli dicendo “vogliamo la verità”. Perché non viene fatto? Vede, quante domande inevase, quante risposte mancanti. Il problema non è di dire oggi la responsabilità di Delle Chiaie nel tale episodio, la responsabilità di un mondo che si è nascosto e il Msi è stato la versione ufficiale, parlamentare, istituzionale del neofascismo. La doppia struttura ha sempre funzionato. Cioè una struttura extraparlamentare che agisce sul piano operativo e c’è un ombrello costituito da un partito ufficiale, da un partito riconosciuto in parlamento, che ovviamente può prendere le distanze da chi ha operato in un’organizzazione extraparlamentare, ma Giorgio Almirante si incontra con Delle Chiaie ancora nel ’73.

    D: Che cos’è stata Gladio?

    V: Ma, la struttura Gladio è stata una struttura inizialmente difensiva, che aveva una sua logica. La logica era quella di una possibile invasione sovietica che comunque non ci sarebbe mai stata perché l’Unione Sovietica non era nelle condizioni economiche, finanziarie e neanche militari per poter ipotizzare un’invasione dell’Europa occidentale. Ma aveva una sua logica nell’esperienza della seconda guerra mondiale, dove soltanto gli slavi avevano, al momento dello scoppio della guerra, una struttura di guerriglia, cioè una struttura di guerriglia con funzione anti-germanica. Quando i tedeschi entrarono tutti gli altri paesi occidentali dovettero creare una rete di resistenza, con le perdite di materiali, di tempo, di uomini che questo comportò. Questa, diciamo, era la logica iniziale.

    La logica però qual’era. Esclusa la possibilità di un’invasione militare dall’esterno… si riteneva che il nemico non potesse essere la divisione corazzata dell’armata rossa o il battaglione di paracadutisti lanciati sulla valle Padana. C’era un nemico: era il partito comunista.


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    antifa: Le verità di Vincenzo Vinciguerra sulle stragi

 

 
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