di Carlo Ludovico Ragghianti (Lucca, 1910 – Firenze, 1987) – In “Nuova Antologia”, luglio-settembre 1979, pp. 116-123; poi in G. Spadolini (a cura di), “Per Ugo La Malfa”, Edizioni della Voce, Roma 1980, pp. 185-199.

Conobbi Ugo La Malfa a Milano nel 1934, dove poco dopo incontrai, tra un carcere e un confino e l’altro, Ferruccio Parri. La Malfa, giovanissimo studente collaboratore di Giovanni Amendola, era stato incarcerato nel 1928, e pubblicava nella rivista di Luigi Einaudi “La Riforma sociale” studi severi di economia. Il suo gruppo, comprendente Mario Paggi e Adolfo Tino, sostenitori dello stato moderno di democrazia sociale, si fondeva con gli aderenti al movimento Giustizia e Libertà, che si autodefiniva socialismo antitotalitario, autonomista e liberale, e che riprese il precedente italiano che aveva avuto come esponenti Bauer, Parri e Rosselli, tutti esuli o in prigione, e per ispiratore da Firenze Gaetano Salvemini.
Della biografia di La Malfa ricorderò solo alcuni momenti che lo legano a Firenze. Egli fu nella città toscana nel marzo del 1943, al termine di un travaglio interno del movimento politico clandestino svoltosi nel campo democratico e socialista, che si era riorganizzato in Italia negli otto anni anteriori. Si trattava non di proclamare un’ideologia vecchia o nuova, ma di approvare il programma politico concreto formulato già alla fine del 1941, e ritenuto capace di raccogliere il consenso dell’antifascismo attivo di varia provenienza, nella paralisi dei partiti tradizionali imputati inoltre di non aver saputo resistere meglio al fascismo, col solo parallelo cospirativo del Partito comunista, e sulla base del programma comune di costituire lo strumento unitario di una lotta che appariva ormai prossima e decisiva.
L’incontro segnò l’adesione dei “liberalsocialisti” di Calogero e Capitini e di altri gruppi già socialisti a quello che s’intitolò Partito d’azione, preferito a Partito del lavoro come volevamo Omodeo ed io, con consenso di La Malfa al congresso di Cosenza.
Se il presupposto comune delle componenti politiche era il sistema della libertà e della democrazia, lo stato di diritto, si affermava il criterio di non proporre ideologie, miti o fini ultimi magari accettando come in passato compromessi, concessioni e transazioni d’opportunità della tattica rispetto a una strategia massimalista, ma di schierarsi intorno a programmi positivi e a soluzioni praticabili nella situazione storica valutata nel modo più oggettivo possibile, scientificamente e storicamente. Un pragmatismo che proveniva dal concretismo salveminiano, ostile quanto la nuova cultura dello storicismo alle ideologie fideistiche, e persuaso che la politica dovesse essere il più possibile esercizio della consapevolezza e della responsabilità dei cittadini e di fronte ai cittadini. Se si vuole, un metodo politico, o meglio etico-politico ed educativo nuovo, che La Malfa, com’è ben noto, ha costantemente rappresentato e praticato, sino alla sua ultima polemica sui contenuti contrapposti agli schieramenti, sui fatti e il da farsi contrapposti ai sistemi e ai destini, lasciando i fatti impregiudicati in attesa della palingenesi.
Non è forse inutile riassumere qui ed oggi il contenuto più significativo dei 7 punti del programma del Partito d’azione, non dottrinari, che estesi con pieno accordo di La Malfa: decadenza della monarchia corresponsabile del fascismo, repubblica democratica, difesa dagli abusi della libertà per distruggerla, separazione dei poteri e guarentigie, governo parlamentare efficiente e stabile; autonomie regionali e locali, decentramenti funzionali, solidarietà nazionale per l’allineamento economico e sociale del Mezzogiorno; settore pubblico nazionalizzato dell’economia produttiva funzionalmente gestito e settore d’iniziativa privata ad economia di mercato, coordinata dalla pianificazione, fine del protezionismo, dell’autarchia, del burocratismo; riforma agraria antilatifondo, con settori di gestione privata, cooperativa e collettiva e trasformazione in industria agricola ad alto rendimento tecnico; parte essenziale di collaborazione e di responsabilità nel processo di produzione e di reddito e nei piani di economia nazionale per le organizzazioni sindacali dei lavoratori; libertà dei culti e separazione dello Stato dalla chiesa; collaborazione con tutte le democrazie, federazione europea democratica con la fine delle sovranità nazionali e comunità di sicurezza, pace e circolazione delle risorse, delle forze produttive e dei prodotti.
Questo testo, poi ampliato e specificato coi 16 punti nel luglio 1944 a Roma, ebbe l’effetto scontato, e qualche volta galvanico, di produrre un’unità di consensi democratici e socialisti alla vigilia della crisi del regime fascista, della guerra sul nostro suolo e della resistenza armata. È giudizio storico acquisito che programma e politica unitaria del Partito d’azione, in mancanza di altre consistenti attività clandestine organizzate per l’intervento rivoluzionario e armato formarono unitamente al Partito comunista le prime forze che subito dopo l’8 settembre 1943 si organizzarono rapidamente, con le Brigate Rosselli che fondai in Toscana, con le formazioni Giustizia e Libertà e Garibaldi, e col concorso progressivamente sempre maggiore e più incisivo di altre forze, giunsero alla liberazione del 25 aprile 1945 con l’esercizio, glorioso per sacrificio e per eroismo, del Corpo Volontari della Libertà imposto tenacemente agli Alleati, e che rappresentò l’autogoverno della liberazione italiana.
È chiaro che il programma dei 7 punti del Partito d’azione non è la rivendicazione di gruppo o di classi sociali o di ideologie, esprime la previsione e la volontà di uno stato democratico e sociale moderno e avanzato. Se l’istanza costituente fu propria di tutti i partiti antifascisti negli anni cruciali, essa fu preminente nel Partito d’azione, sino al punto che le formule della sua carta politica si ritrovano conformi nella Costituzione.
Come altrove è stato documentato il progetto e il piano di un intervento di resistenza armata con carattere organico di esercizio di liberazione nazionale, sull’esempio della Jugoslavia e poi della Francia, fu formulato a Firenze nel Convegno nazionale clandestino del Partito d’azione che si svolse tra il 4 e il 6 settembre 1943, ebbe per protagonista Parri, e fu realizzato ad ogni costo sia qui in Toscana che a Roma con la guida di Riccardo Bauer e di Ugo La Malfa.
La resistenza nazionale armata organizzata, come virtuale garante della nuova autonoma democrazia italiana, fu concepita come componente integrale di una politica nazionale unitaria avente come motore il Comitato di Liberazione Nazionale. È vero che la coalizione dei partiti antifascisti riemersi nei 45 giorni di Badoglio, come poi l’andare “alla macchia” e la raccolta di gruppo e di bande armate volontarie contro i nazifascisti occupanti, furono anche fenomeni spontanei che si produssero in tutta Italia e che provarono, dopo tre anni di guerra durissima e sanguinosa e di rappresaglia distruttiva, la volontà popolare di insorgere per risorgere, come aveva indicato Carlo Rosselli. Ma il movimento assunse il carattere storico che ebbe e conservò, sia pure decrescendo, sino all’aprile del 1945, in virtù di un disegno politico della liberazione e della ricostruzione dello Stato italiano, nel quale Ugo La Malfa ebbe una parte essenziale.
Mentre dopo il 25 luglio il governo Badoglio continuava a vietare la ricostruzione dei partiti, tramava in forme confuse e inconsulte per salvare la monarchia fascista portandola dal campo nazista al campo alleato, con notevole disinteresse per le sorti del Paese, e nell’agosto sparava uccidendo sui dimostranti antifascisti e gli scioperanti a Torino, a Milano e a Bari, dal 7 agosto al 3 settembre 1943 si verificò l’accordo tra Partito d’azione, Partito comunista e Partito socialista, che portò alla costituzione a Roma, il 9 settembre dopo la fuga del monarca, del Comitato di Liberazione nazionale centrale.
L’11 settembre La Malfa dichiarava: “La decisione avrà grandi conseguenze politiche. Il popolo italiano possiede finalmente un organo autorevole che può rappresentarlo dinanzi a chiunque”; e il 12 e il 28 settembre il CLN centrale assumeva la funzione di governo di diritto rappresentante il popolo di fronte alla monarchia, agli Alleati e poi alla repubblica di Salò, col compito di guidare le forze italiane alla guerra di liberazione e di preparare la costituente popolare.
Sarebbe ora fuori luogo definire anche di fronte alla situazioni europee di resistenza l’originalità di questa iniziativa unitaria, e così è fuori di questa rievocazione legata alla resistenza l’andare oltre gli effetti della politica di CLN, dall’allineamento sostanziale del Sud al Nord d’Italia nel Congresso di Bari del febbraio 1944, alla crisi del CLN centrale dopo l’involuzione del governo Bonomi, all’apporto del CLNAI per la soluzione del grave dissenso del maggio 1945 tra Italia del Nord e del Centro e Roma, conclusosi con l’esperienza Parri e il nuovo corso della politica italiana avente come protagonisti la Democrazia cristiana e il Fronte popolare a direzione comunista. Basti dire che la politica di CLN valse a portare il Paese alla liberazione e alla ricostruzione, nel quadro di un consenso, di un concorso e di un equilibrio il cui risultato, anche se troppo lungo e a tutt’oggi inadempiuto, è stato la Costituzione del 1948, e la cui influenza si sente ancora, malgrado dissensi e contrasti, nei rapporti tra le forze politiche che combatterono insieme e insieme sottoscrissero il patto nazionale.
Avendo il Partito d’azione pagato con la propria inevitabile autodistruzione e con la diaspora lo spostamento dell’asse politico portante, La Malfa tentò di mantenere le esigenze di rinnovamento della rivoluzione democratica e del Partito d’azione con Parri e la Democrazia repubblicana formata per la Costituente.
I candidati del Partito d’azione furono decimati dall’elettorato che tanto loro doveva la conquista rinnovata del voto. Parri e La Malfa corsero serio rischio di non entrare nella Costituente, ed anche dopo furono disconosciuti. A questo proposito, una volta ho rievocato il cavaliere Ignazio Pansoja, figura emblematica per la sua pochezza, il quale batté Cavour nelle elezioni piemontesi e ormai italiane del 1852, e se il gran conte non avesse vinto in altro minor collegio e fosse stato escluso dal parlamento subalpino, non ci sarebbe stata la sua politica nazionale e il gran ministero, e tutta la conclusione storica del risorgimento nazionale.
La Malfa entrò nel Partito Repubblicano Italiano, uno dei partiti storici dell’unità che aveva sempre tenuta viva la tradizione mazziniana e cattaneana, accompagnata da un’etica austera del dovere e del lavoro. Non spetta a me di valutare l’opera data da La Malfa alla ricostruzione moderna di questo partito e alla sua presenza spesso determinante nella recente storia nazionale.
La Malfa, è noto, nel lavoro assiduo per la formazione d’uno strumento politico erede del programma di rivoluzione democratica, collaborò con De Gasperi e col suo disegno di graduale modifica costituzionale delle strutture ereditarie dello Stato e della società di stratificazione liberal- conservatrice e fascista-autoritaria, inserendovi atti e moventi di profonde conseguenze, come la liberalizzazione degli scambi che realizzò dopo 40 anni una richiesta dell’economia liberale e di Einaudi, che produsse la fine del protezionismo speculativo e delle autarchie, l’osmosi con l’Europa e l’apertura della fase di crescente benessere economico; e come la tenace istanza della politica di piano e della programmazione, includente tutte le energie produttive compreso il lavoro.
Dopo aver così avvantaggiato lo sviluppo economico, in parallelo con l’espansione tedesca di Erhardt, La Malfa sentì profondamente che si esauriva la promozione, mentre nel quadro politico si avvaloravano tendenze involutive o di pericolosa polarizzazione estrema. Cercò così le vie per ampliare la partecipazione popolare alla gestione pubblica, entro solide garanzie internazionali ed interne di quadro democratico, ed iniziò l’azione che doveva portare all’intesa e al governo di centro-sinistra, in convergenza con le correnti di sinistra democratica e sociale della Democrazia cristiana che avevano guadagnato con Fanfani la direzione del partito, e coi socialisti persuasi di dover far cessare la sterilità della sinistra, malgrado il successo riportato con l’elezione presidenziale di Gronchi e al conseguente creazione della Corte Costituzionale, e col congresso di Venezia e l’autonomia iniziarono un nuovo corso.
Nel 1956 La Malfa affrontò con la decisione e la chiarezza che gli erano abituali il problema della valenza del Partito comunista in Italia, con una lucida previsione e un dilemma ancor oggi vivo. Il comunismo di tipo russo, egli scrisse, con le forme ed anche con le degenerazioni rivelate da Krusciòv, può giustificarsi come progresso effettivo in Paesi oppressi e di struttura economico-sociale arretrata. In Europa e nell’Occidente, a parte la rivoluzione francese, prima i movimenti liberali, poi i movimenti socialisti, infine le esperienze di trasformazione positiva come quella del new deal, del laburismo, dei Paesi scandinavi, hanno fornito soluzioni organicamente rivoluzionarie delle società, nel quadro della libertà. Da ciò il problema comunista di tracciare una via italiana al socialismo, il contributo di un comunismo agente in un Paese di civiltà storica e di struttura civile e sociale occidentale, i cui termini di libertà e democrazia politica, anche in funzione del processo dell’economia, sono una realtà da sviluppare, non da distruggere. È una tematica riconoscibile anche oggi.
Il periodo contrassegnato dal centro-sinistra deluse La Malfa e gli procurò amarezza, per molte ragioni: tra esse la mancata o inadeguata pianificazione come leva di un’economia produttiva e sociale, la mancata politica fiscale già impedita a Vanoni, l’inizio delle difficoltà economiche e finanziarie anche per la negazione dell’austerità per cui venivano a mancare disponibilità per riforme possibili, la paralisi progressiva della politica scolastica e specialmente universitaria dopo l’istituzione della scuola media unica dell’obbligo, antica aspirazione, la spirale sfrenata della spesa pubblica e parassitaria, la decadenza dell’apparato amministrativo centrale o di regressione non compensate dal varo nel 1970 dello statuto dei lavoratori senza complementari previsioni e provvedimenti economici e funzionali inerenti.
L’aggravarsi continuo della situazione generale ed economica anche per cause esterne al sistema, con l’accentuarsi di fenomeni di abdicazione o di rifiuto, e il crescere di una violenza sistematica che acutizzava e talora portava all’irreparabile i conflitti sociali, la disgregazione dello Stato e dei servizi collettivi, portò il suo pessimismo causato dalla dissipata occasione storica del centro-sinistra all’incontro col pessimismo agostiniano e la dialettica duttile del potere terapeutico dell’onorevole Moro, e dal 1971-72 La Malfa aderì, nello stato di emergenza e di pericolo nazionale che sentiva fortemente, al disegno di una mediazione per introdurre col “compromesso storico” nell’area di maggioranza e del governo il Partito comunista, nella fiducia delle sue affermazioni d’incondizionata irreversibile adesione al sistema democratico e al quadro occidentale, fiducia avvalorata dai crescenti consensi al PCI culminati nei forti guadagni del 1976.
Nell’ultima vicenda che riguarda La Malfa sono da considerare le preoccupazioni della stasi e della neutralizzazione interna e dei nodi impeditivi derivati dalla sostituzione della regola della maggioranza e della minoranza, del governo e dell’opposizione (in cui questa non sia messa in un ghetto, ma partecipi alla legislazione e alle decisioni). Ma nuovo animo gli veniva dal successo dell’adesione al sistema monetario europeo e dalla prospettiva vicina dell’inserimento organico dell’Europa, dopo tanta attesa.
Dopo avere rinunziato con dignitoso riserbo alla candidatura alla presidenza della Repubblica sostenendo il socialista Sandro Pertini come simbolo vivente e custode sicuro degli ideali e degli istituti di libertà e di giustizia, La Malfa riprese con dedizione e senza risparmio quello che il presidente Pertini ha chiamato il suo servizio disinteressato, incondizionato, illimitato per il Paese, e nella lunga crisi tesa alle elezioni anticipate e in esse conclusa, si fece carico di un tentativo di soluzione di governo che non poté, quali che ne siano state le ragioni ancora oscure, portare a compimento, e nel quale molti, in specie vecchi antifascisti e resistenti, hanno intuìto un’articolazione diversa e possibile dell’ossificata struttura politica italiana, che qualora democraticamente assorba o utilizzi ogni programma, anche d’opposizione o bipartisan o pluripartitico, potrebbe recuperare efficienza, come La Malfa riteneva.
Il giorno della sua morte improvvisa, che è stata sembra senza dolore, ho scritto con semplicità che La Malfa era morto sul campo, interrompendo un’azione che era un impegno capace di trasmettersi ad ogni italiano consapevole. È un evento raro che un uomo politico, uno statista come Ugo La Malfa oltrepassi i limiti di ogni partito, e al di là di ogni confine di opinione e di giudizio sia sentito come un patrimonio di tutti, un riferimento, un termine di opinione per la comunità, e che la sua scomparsa sia vissuta come una perdita irreparabile.
Per La Malfa l’attività politica è rimasta sempre una vocazione e, non dubito di dire una parola impegnativa, una missione, e da ciò la sua non formale ripresa dello spirito morale asceticamente austero, religioso, a volta tagliente e inflessibile di Mazzini, sebbene la sua formazione non idealistica ma positiva, e il suo stile intellettuale e politico, fatto di forza analitica, di cultura critica, di competenza tecnica esigente e di giudizio distintivo, nel contesto di una razionalità connessa e sorvegliata, lo assomigliassero di più all’esempio di Cavour, anche per la capacità di deduzione e di previsione.
La Malfa è stato una delle personalità più mature e complesse del nostro tempo, e non solo per il suo singolare possesso del mondo economico, dei suoi movimenti e delle tecniche della sua conversazione sociale, ma per il suo umanesimo profondo, radicale, che forse molti non sospettavano in lui, politico a volte acerbo, e per la ricchezza, pienezza e sempre spontanea insorgenza di una passione, di cui invece molti hanno potuto misurare la generosità e il calore fraterno.
La sua vita e la sua opera, lo si può affermare per oggettiva ragione, sono esempio di una linea coerente di pensiero e di azione, d’intransigenza senza mai compromessi, concessioni od opportunismi. Se può aver commesso errori, come ogni uomo ed uomo pubblico e della prassi, non si è mai trattato di malizie o di subdoli surrogati: penetrante ed accorto, abile ed oculato, praticava come Cavour la politica della verità e dell’onestà come dovere etico, ma anche come interesse superiore. Perciò una personalità come quella di La Malfa, così lucidamente pensosa e così potente da fare di lui un protagonista, per 40 anni, della vita politica del Paese, molto maggiore di quanto gli avrebbe potuto consentire la forza del partito che ispirava e guidava, deve ricercare dal parlamento nazionale il riconoscimento che le spetta, la pubblicazione dei suoi scritti e discorsi, da trasmettere alle generazioni più giovani.
Non potrei profilare meglio il carattere e il significato di Ugo La Malfa, se non con le parole di un’altra grande persona morale, Henri Bergson: “A quale segno riconosciamo l’uomo d’azione, che lascia la sua impronta sugli eventi ai quali lo mescola la fortuna? Non è forse da questo, che egli abbraccia una visione più o meno lunga in una visione istantanea? Quanto più grande è la quota di passato che egli possiede nel suo presente, tanto più pesante è la massa che egli spinge nell’avvenire per far pressione contro le eventualità potenziali: la sua azione, simile a una freccia, scocca con tanta più forza in avanti, quanto più la sua rappresentazione si protende indietro. L’uomo chiamato ad appoggiarsi alla totalità del suo passato per pesare tanto più potentemente sull’avvenire, è il grande successo della vita. Ma creatore per eccellenza è colui la cui azione, intensa essa stessa, è capace di intensificare anche quella di altri uomini, di accendere dei fuochi di generosità”.
Queste parole mi sono ricorse spontanee alla memoria, perché come altri ho avuto la fortuna, prima di tutto umana, d’esser testimone e partecipe di questo impulso vitale, etico, razionale ed attivo insieme, che proveniva dall’interiorità di Ugo La Malfa. È possibile che la coincidenza con tale impulso fosse dovuta, per me e per altri amici e compagni, dalla cultura comune che individuava la sintesi nella storia, con un percorso faustiano della coscienza individuale e universale che in noi aveva rinnovato e illuminato Benedetto Croce, il cui nome, il cui spirito magno non può essere assente nel momento in cui si rievoca l’opera consenziente di un altro grande italiano del nostro tempo, del nostro secondo risorgimento.
Si dovrà spegnere, questa nostra nuova storia di popolo di liberi e sempre più eguali, tra i bagliori sanguigni della violenza e nei dilaniamenti delle divisioni? Non mi stancherò d’invocare una nuova convenzione di tutti gli uomini di buona volontà e di buona fede, per riprendere in mano il nostro comune destino. Sandro Pertini ancora una volta, nella sua inquieta ansia d’interprete e di guida di tutti, ha espresso la sua fiducia nel popolo italiano, che non gli è mai mancata anche nelle più avverse situazioni. Se il presente è amaro e l’avvenire è oscuro, queste parole ci riconducono al messaggio di fede di La Malfa. Il suo pensiero gioverà, oggi come domani, per resistere e superare questa crisi, o per ricominciare per la terza volta l’itinerario, per l’Italia, della giustizia e della libertà. Come disse Mazzini: ora e sempre.


Carlo Ludovico Ragghianti



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